di Marcello Veneziani
08 Dicembre 2025
Quando tramonta la Tradizione nasce il tradizionalismo. La Tradizione è un orizzonte di vita, un mondo condiviso prima che una visione della vita in relazione all’Essere. Il tradizionalismo è una reazione alla sua scomparsa o eclissi, ha i tratti di una teoria antagonista ed elitaria, se non una ideologia, come rivela del resto l’ismo che lo contraddistingue. Per Mark Sedgwick, “il tradizionalismo è la meno nota tra le maggiori filosofie d’oggi”: è una filosofia religiosa, una visione metafisica e un’ideologia politica radicale. Al “Tradizionalismo” lo studioso danese dedica un corposo studio uscito nelle edizioni Blu Atlantide, ed è un saggio raro perché non è scritto né da un tradizionalista né da un detrattore, ma resta nel mezzo, neutrale. Il primo a parlargli del tradizionalismo fu un italiano convertito all’Islam nel nome di Guénon, Abd al-Wahid Pallavicini, che conobbi e incontrai più volte. Il testo ha un’ampiezza di vedute e di temi anche se non ha pari profondità e acutezza di analisi. Si sofferma in particolare sul pensiero di René Guénon, Julius Evola e Frithjof Schuon e tra i viventi su Aleksandr Dugin, Alain de Benoist e Steve Bannon. Sono molti gli autori citati ma curiosamente mancano autorevoli esponenti del pensiero tradizionale come Elémire Zolla e Augusto Del Noce, o Henri Corbin e Marcel de Corte, Hans Sedlmayr e Marius Schneider, per non citare altri autorevoli assenti. Il tradizionalismo cattolico non è effettivamente considerato. E quando tratta le radici storiche del Tradizionalismo si sofferma sul Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler ma ignora Giambattista Vico che è l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni a offrire una visione universale e una storia comparata delle civiltà e dei cicli. Proprio Evola, nella prefazione al Tramonto dell’Occidente, da lui tradotto, trovava singolare che Spengler non facesse alcun riferimento a Vico e alla sua teoria dei ricorsi storici; riteneva superiore la visione vichiana rispetto a quella spengleriana perché traeva spunto dalla dottrina tradizionale dei cicli e da una visione metafisica, assente in Spengler. Lo schema spengleriano, per Evola, è incompleto, confuso e irrazionale. Sedgwick si sofferma su Jordan Peterson e sui suoi testi, come “12 regole per la vita”, un vademecum infarcito di banalità. Tra le regole consiglia:”Stai bello dritto, con le spalle all’indietro, scegli amici che vogliono il meglio per te. Non permettere ai tuoi figli di fare cose per cui poi li amerai meno.Tieni in perfetto ordine la casa prima di criticare il mondo. Lascia che i ragazzi facciano skateboard. Se per strada trovi un gatto, coccolalo”. Consigli magari simpatici, ma che c’entrano col tradizionalismo? Però il libro, avverte Sedgwick, ha venduto 5 milioni di copie; è il regno della quantità, commenterebbe con disprezzo Guénon; altro che i veri, grandi testi degli autori tradizionalisti per pochi adepti…
Comunque gli spunti del libro sul Tradizionalismo, con il curioso sottotitolo Verso un nuovo Ordine Mondiale, sono tanti e non banali, con alcune ricognizioni nell’attualità, soprattutto nei paraggi di Trump e Putin. Per cominciare, l’origine filosofica del tradizionalismo è a suo dire nel neo-platonismo, in Plotino, che fu il primo erede di una grande tradizione di alcuni secoli prima, la dottrina platonica. E a suo dire, il perennialismo, ossia la filosofia perenne che ritiene il cuore del tradizionalismo, nasce nel Quattrocento a Firenze con i neoplatonici e in particolare con Marsilio Ficino. L’autore rimprovera a Guénon di non aver mai rivelato le sue fonti spirituali, i suoi maestri; ma nei veri maestri della Tradizione – come insegnano Guénon ed Evola – l’impersonalità è il loro tratto costitutivo, come del resto esige una dottrina che ha risvolti esoterici. Di Evola coglie non solo il suo spiccato interesse per l’azione fino a definirlo “attivista politico”(addirittura) e mette in luce, giustamente, l’originalità del suo pensiero fra il tradizionalismo di Guénon e il sovrumanismo di Nietzsche, a cavallo tra le dottrine orientali e la Volontà di potenza. Un tradizionalista che resta nel suo fondo un individualista assoluto; e a quel pensiero eroico e solitario ritorna in Cavalcare la tigre, la sua opera disincantata su come sopravvivere al nichilismo. Ricostruisce correttamente le affinità e le divergenze di Evola col fascismo, col nazismo e col razzismo, ma poi parlando delle stragi e degli attentati negli anni di piombo si lascia sfuggire una frase grottesca: “Non è chiaro in che misura Evola sia responsabile di queste azioni, alcune delle quali avvenute dopo la sua morte”. Una specie di “concorso postumo e spiritico in strage”, più surreale del già sconcertante “concorso esterno in associazione criminale”. Curiosamente accosta Evola al tema gender, citando Metafisica del sesso e il fondamento trascendente del maschile e del femminile e la sua critica al “terzo sesso”. Discutibile è la tesi che se Guénon cercò il fondamento nel Vedanta, Evola invece fondò la sua dottrina sul mito (e Mircea Eliade sul simbolo).
Interessanti le pagine su Dugin e su de Benoist, pur non essendo quest’ultimo un tradizionalista; ma come Dugin, resiste alla postmodernità globale e all’americanizzazione del mondo. Non mancano ricognizioni in ambiti lontani, come l’ambientalismo o la musica tradizionalista, con Sir John Tavener, che concepì la musica perennis, dono divino e arte alchemica; per spingersi fino alla scena musicale neofolk. Avrebbe potuto a questo punto citare anche Franco Battiato. Quando il mondo della Tradizione è collocato in un’età primordiale e remota diventa un’Idea e il tradizionalismo rischia di ridursi a una società di pensiero, come per gli illuministi; gli unici esili fili che mantengono viva una tradizione sono i rari eredi che mantengono accesa e celata la sua fiaccola. In tema di tradizionalismo, è interessante il lavoro collettaneo raccolto in Tradizione e cultura (ed. Cantagalli) dall’associazione Sunodia presieduta da Bruno Sconocchia e dal Comitato culturale dell’Ucid presieduto da Riccardo Pedrizzi, con vari contributi. La trattazione è divisa in una parte generale sui principi e un’altra calata nella prospettiva storica, sociologica ed educativa. Segnalo pure il lavoro dedicato ai risvolti politici del tradizionalismo, di PierPaolo Pisano, I pilastri della tradizione (ed. Idrovolante), una riflessione su Dio, patria e famiglia da Mazzini a Charlie Kirk. Testimonianze di una vitalità sotterranea ma ramificata e persistente. Scarsa e indiretta è però l’influenza del tradizionalismo sulla politica: Sedgwick ricorda giustamente che Dugin non ha alcun rapporto con Putin e Bannon non ha più influenza su Trump. Significativa pure l’inversione tra la tendenza elitaria ed esoterica dei tradizionalisti di ieri e l’affiancarsi al nazional-populismo dei tradizionalisti di oggi. Il tema che resta è duplice: quanto dista a monte il tradizionalismo dalla tradizione e quanto dista a valle dal sentire comune di oggi, con la sua cieca accelerazione verso il nulla.
La Verità – 7 dicembre 2025
Tratto da: Marcello Veneziani BLOG

