di Christian Lenzini
La Secolarizzazione della Chiesa non è iniziata con un atto di apostasia, ma con una sostituzione.
Si è progressivamente abbandonata la scandalosa specificità della Croce – simbolo di sacrificio, redenzione e limite invalicabile – per abbracciare un vago ethos empatico e mondano.
Lo slogan “Dio è amore”, svuotato del suo contesto teologico e della sua drammatica esigenza, è stato ridotto a una garanzia di accettazione incondizionata, a una complicità emotiva.
Il risultato è stato la diffusione di un presupposto devastante: che l’amore divino legittimi ogni scelta, dissolvendo il concetto stesso di responsabilità e di limite oggettivo.
In nome di questo fraintendimento, si è edificata una pastorale che somiglia più a una psicologia di supporto che a un percorso di salvezza.
Si è scambiata la ricerca della santità con la ricerca del benessere, la tensione verso l’assoluto con l’adattamento al relativo.
Questa mutazione ha prodotto, nel gregge e quindi nella società, una pericolosa immaturità: l’idea che la vita possa essere condotta senza doveri superiori, senza croci da abbracciare, senza un giudizio da temere.
I valori sono stati sostituiti dal vuoto del “tutto è permesso”, vestito a festa da un amore senza volto e senza prezzo, senza anima.
La Croce è scomoda, è un segno di contraddizione.
L’empatia mondana, al contrario, ambisce a essere rassicurante e accomodante, ma una Chiesa che rassicura e accomoda, anziché convertire e salvare, non sta diffondendo il Vangelo.
Sta semplicemente firmando la propria irrilevanza, scambiando il tesoro della Tradizione per un piatto di lenticchie dell’applauso contemporaneo.

