a cura di Enrico Galoppini
Ogni volta che fate un sacrificio, voi accendete un fuoco.
Se decidete, ad esempio, di rinunciare a una cattiva abitudine, una sostanza inizia a consumarsi liberando un’energia che potete utilizzare per il vostro lavoro spirituale.
Il sacrificio è un dono di voi stessi fatto per avere in cambio energie più pure che vi permetteranno di andare oltre, di elevarvi.
[…] La vita è una combustione.
Per essere vivi, occorre alimentare incessantemente il fuoco dentro di sé. La combustione, che è un fenomeno fisico, rappresenta anche una realtà psichica e spirituale.
Ogni giorno abbiamo in noi una materia da bruciare o animali da immolare per produrre luce e calore.
Si tratta di un fenomeno così reale che a qualcuno è capitato di sentirsi consumare qualcosa dentro, come se stesse bruciando ogni genere di sostanze inutili e oscure, e da quella esperienza ne è uscito alleggerito, rigenerato e più vivo.
Si è soliti dire “sacrificarsi” come se si trattasse di abbandonare o di perdere qualcosa.
Quando si compie un sacrificio, non “ci” si sacrifica, ma si sacrifica qualcosa di inutile, di nocivo, di inferiore per ottenere qualcosa di grande, di potente e di prezioso.
Se non si sacrificano le cose inferiori che albergano nel proprio essere per far vivere quelle superiori, si finirà giocoforza con il sacrificare gli elementi migliori di cui si dispone a beneficio degli istinti più grossolani.
E impossibile sfuggire a questa legge: la nostra natura superiore può vivere solo se le sacrifichiamo la nostra natura inferiore; ciò che è vita per l’una, è morte per l’altra.
Ecco come bisogna intendere le parole di Gesù: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita… la salverà”.
(Omraam Mikhaël Aïvanhov)

