di Giuseppe Aiello
Nel Corano il suono ha un’importanza centrale, non accessoria. Questo si manifesta su più livelli.
Il Corano nasce come “parola recitata” (qurʾān significa “recitazione”). La Rivelazione a Muhammad ﷺ avviene oralmente, e la trasmissione iniziale è soprattutto mnemonica e sonora, prima ancora che scritta.
La scienza del tajwīd regola l’articolazione delle lettere (makhārij), la durata dei suoni, pause e nasalizzazioni.
Questo perché il significato e la bellezza del testo dipendono anche dal modo in cui viene pronunciato. Un suono errato può cambiare il senso di un versetto.
Il Corano è considerato “inimitabile” (iʿjāz) anche per la sua armonia fonetica: ritmo, assonanze, alternanza di suoni forti e dolci.
Questa musicalità non è canto, ma ha un impatto emotivo e spirituale profondo, riconosciuto anche da chi non comprende l’arabo.
Il suono del Corano favorisce la concentrazione (khushūʿ) nella preghiera, tocca il cuore, è considerato mezzo di guarigione spirituale e tranquillità interiore.
La struttura sonora facilita la memorizzazione. Per questo milioni di musulmani, inclusi bambini, imparano il Corano a memoria ascoltandolo e recitando il testo sacro.
Nella ṣalāt il Corano deve essere recitato ad alta voce o interiormente, non solo letto. Il suono diventa così parte integrante dell’atto di adorazione.
Nel Corano il suono non è solo veicolo del significato, ma parte del messaggio stesso, unisce forma, contenuto e spiritualità in un’esperienza viva e trasformativa.

