di Marco Pavoloni
Le feste sono diventate uno dei luoghi privilegiati della profanazione moderna. Non perché vengano attaccate, ma perché vengono svuotate, rese innocue, trasformate in contenitori di merce. Il sacro non viene negato: viene ignorato. Al suo posto si impone un calendario commerciale fatto di luci, offerte, slogan , saldi , scadenze, venerdì neri e imbecillità varie.
Il Natale non è più vissuto come una nascita che irrompe nel tempo, ma come una stagione commerciale programmata, priva di attesa e di interiorità. La Pasqua non è più una soglia, ma un ponte festivo. Le ricorrenze non chiamano più all’attesa o alla trasformazione: attivano flussi, muovono folle, giustificano spese. L’evento sacro è ridotto a cornice decorativa, utile a rendere vendibile ciò che altrimenti non lo sarebbe.
In questo contesto domina una formula tacita ma onnipresente: “io sono perché compro,” . L’identità viene misurata dalla partecipazione al rito economico. Chi non consuma è fuori tempo, fuori scena, quasi fuori dal mondo, Il tempo stesso viene riconfigurato: non più simbolico o ciclico, ma scandito da promozioni, lanci stagionali. Il calendario liturgico cede il passo al calendario del marketing.
La noncuranza per la sacralità dell’evento è totale. Le feste vengono attraversate come corridoi illuminati: si guarda, si prende, si passa oltre. Non c’è silenzio, non c’è riflessione , sospensione, non c’è centro. Le chiese si svuotano mentre i centri commerciali si affollano come formicai di acquirenti instupiditi , l’altare lascia il posto alla vetrina, il rito alla coda alla cassa. L’intimità del colloquio con il sacro è scomparsa, sostituita dalla liturgia dello shopping praticata da masse dementizzate ed inebetite.
Il soggetto contemporaneo vive tutto questo come normale anzi propedeutico. Le giornate sono una sequenza di operazioni, le relazioni scambi regolati, i desideri prodotti in serie. È il trionfo del behaviorismo applicato alla vita quotidiana: stimolo, risposta, ricompensa. La festa diventa il momento di massima intensità di questo meccanismo, una parentesi rituale per crapuloni mangerecci, dove l’eccesso sostituisce il senso e l’ingordigia prende il posto dell’attesa.
Così i simboli si riducono a marchi, i riti a eventi, il sacro a scenografia. La figura moderna si muove attratta da ciò che luccica, come una gazza ladra impazzita, imprigionata nella gabbia del consumo forsennato, incapace di distinguere tra luce e riflesso.
Eppure qualcosa resta possibile. Non nei discorsi pubblici, ma nella vita interiore: fermarsi, fare silenzio, sottrarsi al rumore. Meditare, riflettere, ristabilire un’intimità reale con il sacro. Non comprare, non partecipare al rito del consumo, non lasciarsi trascinare. È lì che il sacro può riapparire, non come emozione passeggera o nostalgia, ma come esperienza concreta e personale.
Da questa presenza nasce anche una gioia diversa, sobria e profonda: non l’euforia dell’eccesso, ma la pace silenziosa di chi vive un evento sacro nella grazia. Una gioia che non stordisce, non agita, non consuma, ma ordina interiormente, riconnette, riappacifica. È questa gioia, e non lo scintillio delle vetrine, a restituire al rito il suo senso originario: non intrattenimento, non consumo, ma passaggio reale, soglia viva tra il tempo ordinario e ciò che lo supera.

