di Camilla Scarpa
19 Dicembre 2025
Il saggio di Fumagalli ricco di aneddoti: “Curioso che il suo capolavoro, “1984”, scritto nel 1948, dovesse originariamente intitolarsi “The last man in Europe”: più pessimista di Julius Evola”

“Ancora lui. George Orwell, purtroppo per lui, è una griffe. Come Che Guevara, come la pasta Barilla, come Armani”, scriveva Federico Scardanelli su Pangea ormai 8 anni fa. E, nel frattempo, oltre a Che Guevara è passato a miglior vita anche Giorgio Armani, lasciandoci, a mo’ di zattera della Medusa, soltanto la pasta Barilla. Ed ecco che morto un Giorgio se ne fa un altro, e torna all’arrembaggio George Orwell con il saggio di Luca Fumagalli, “L’arte di uno scrittore politico”, uscito per i tipi delle Edizioni Ares.
Nel volume in questione, analitico e ben documentato, l’autore semina citazioni che rivelano quanto Eric Blair, in arte George Orwell, appunto, fosse avanti con i tempi – eccezion fatta per quando negò i diritti a David Bowie per una trasposizione in musical di “1984”, rivelandosi, in questo, più conservatore persino di Aleksandr Dugin, che, nel suo “I templari del proletariato” dedica un breve saggio ad “Absolute beginners”. D’altronde l’inglese, ne “Gli scrittori e il Leviatano”, con piglio quasi chestertoniano scriverà: “Al giorno d’oggi è addirittura un brutto segno per uno scrittore non essere sospettato di tendenze reazionarie”…

Se si è inclini alla clemenza e dunque intenzionati a perdonare al Nostro “socialista asociale” questo faux pas, si possono citare, a sua (parziale) discolpa, almeno altrettante occasioni in cui ci ha visto più lungo di molti: ad esempio quando, nel saggio “Raffles e la signora Blandish” scrisse che “i rapporti tra il sadismo, il masochismo, il culto del successo, il culto del potere, il nazionalismo e il totalitarismo costituiscono un soggetto immenso, di cui finora si è a malapena giunti a toccare i margini”, anticipando le varie – più o meno riuscite – trasposizioni letterarie e cinematografiche in materia, dalle monumentali “Benevole” di Littell al “Portiere di Notte” di Liliana Cavani.
Oppure quando, in “Che cos’è la scienza?”, osservò: “[…] Ma tutto ciò significa che il pubblico generico non dovrebbe essere più istruito scientificamente? Al contrario! Significa soltanto che l’educazione scientifica per le masse produrrà pochi benefici e probabilmente un mucchio di danni, se si riducesse semplicemente a più fisica, più chimica, più biologia, ecc., a detrimento della letteratura e della storia. Il suo probabile effetto sull’essere umano medio sarebbe di ridurre la portata dei suoi pensieri e di renderlo più che mai sprezzante verso tale conoscenza come se non la possedesse; e le sue reazioni politiche sarebbero probabilmente in qualche modo meno intelligenti di quelle di un contadino illetterato che abbia immagazzinato una qualche memoria storica e un senso estetico sufficientemente solido”.

Curioso, poi, che il suo capolavoro, “1984”, scritto nel 1948, dovesse originariamente intitolarsi “The last man in Europe”: più pessimista di Julius Evola, che ancora nel ’53 sperava che tra le rovine di uomini ce ne fossero almeno più d’uno. E quanta distanza ideale da quel “Giovane Europeo” di Drieu, “il francese d’Europa”, scritto soltanto 20 anni prima!
E però lo scrittore, come ci ricorda Vonnegut in “Ghiaccio-nove”, è a modo suo un venditore di farmaci, tanto più se quello scrittore è o è stato, nella sua vita, un rivoluzionario – seppur, o specialmente, “del tipo che ci piacerebbe vedere in giro. Umano, complesso, autocritico, imperfetto”. Dunque, nonostante le storie di fallimenti dei loro protagonisti, lungi dall’essere pessimiste o rassegnate allo stato dei fatti le opere di Orwell (e, di riflesso, i saggi della critica che le riguardano), parlano di “una cosa divertente che non farò mai più”, alla David Foster Wallace; e Orwell stesso scriverà a proposito del suo primo vagabondaggio giovanile (con il suo common sense tutto britannico, in una lettera all’amico Steven Runciman), che inaugurerà poi l’esperienza di “Senza un soldo a Parigi e Londra”: “… ma non è una cosa che rifarei”.
Come la vita, insomma.
Tratto da: Barbadillo
