di Alex Marquez
15 Dicembre 2025
La Russia è stata più volte attaccata dall’Europa, non il contrario. Confondere Russia e Urss serve a costruire un nemico storico funzionale. L’Ucraina, oggi totem politico, nasce anche da decisioni sovietiche. L’indignazione europea è selettiva.
La memoria corta dell’Europa e il riflesso condizionato anti-russo
La Russia moderna nasce sotto assedio e cresce dentro una narrazione che l’Europa non ha mai davvero smesso di produrre: quella del nemico naturale a Est. Dalla sua formazione statuale in poi, Mosca viene attaccata ripetutamente da potenze europee, in un rosario di spedizioni militari che difficilmente trovano spazio nel racconto pubblico contemporaneo.
Carlo XII di Svezia, Napoleone Bonaparte, Napoleone III in alleanza con Londra durante la guerra di Crimea, il Kaiser nella fase immediatamente successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, la Polonia del 1920, fino alla coalizione hitleriana che mise in campo quasi l’intera Europa continentale. Un elenco scomodo, perché incrina l’idea consolatoria di un’Europa strutturalmente difensiva e di una Russia geneticamente aggressiva.
Dunque è un vizio antico nel modo in cui l’Europa racconta la Russia: la tendenza a trasformare la storia in un tribunale dove l’imputato è sempre lo stesso e le prove vengono selezionate con cura chirurgica.
Dalla nascita dello Stato russo moderno, l’Est europeo viene rappresentato come una minaccia permanente, un corpo estraneo alla “civiltà” continentale, utile a giustificare spedizioni militari, alleanze improbabili e improvvisi slanci moralistici. Peccato che, a uno sguardo appena meno pigro, il quadro si capovolga.
Cronologia bellica: verso est
Se si ricostruisce la sequenza storica con un minimo di rigore, liberandola dalle semplificazioni ideologiche oggi dominanti, affiora un dato poco compatibile con il senso comune occidentale: per lunghi tratti della sua storia moderna la Russia non è stata l’aggressore, ma l’obiettivo di ripetute spedizioni militari europee.
Già all’inizio del XVIII secolo, la Grande guerra del Nord vede la Russia di Pietro il Grande coinvolta in un conflitto scatenato dall’offensiva del re svedese Carlo XII, deciso a preservare l’egemonia baltica della Svezia. L’invasione culmina con la campagna verso Mosca e si conclude solo dopo la sconfitta svedese a Poltava nel 1709, episodio fondativo della Russia come potenza europea.
Un secolo dopo, nel 1812, è Napoleone Bonaparte a muovere contro l’Impero russo alla testa della Grande Armée, la più vasta coalizione militare mai assemblata fino ad allora in Europa, composta non solo da francesi ma da contingenti provenienti da gran parte del continente. L’obiettivo non è difensivo né reattivo: si tratta di piegare la Russia che si sottrae al Blocco continentale e di imporre l’egemonia napoleonica sull’intero spazio europeo. L’esito catastrofico della campagna segna una svolta nella storia militare del continente, ma non cancella la natura aggressiva dell’impresa.
Nel 1853–56, la guerra di Crimea rappresenta un altro passaggio cruciale. La Russia viene attaccata da una coalizione formata da Francia, Gran Bretagna e Impero ottomano – con il Regno di Sardegna a fare da comprimario – in un conflitto che ha poco a che vedere con la “difesa degli equilibri” e molto con il contenimento strategico di San Pietroburgo nel Mediterraneo e nei Balcani. È una guerra preventiva, condotta per impedire alla Russia di consolidare la propria influenza su territori allora considerati vitali per gli interessi delle potenze occidentali.
Il copione si ripete dopo il 1917. Con la Rivoluzione d’Ottobre e l’ascesa al potere dei bolscevichi, il nuovo governo guidato da Lenin e Trotsky dichiara apertamente l’intenzione di uscire dalla Prima guerra mondiale, firmando la pace di Brest-Litovsk. Nonostante ciò, tra il 1918 e il 1921, una coalizione militare composta da quattordici Paesi – tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Giappone – interviene militarmente sul territorio russo, sostenendo le armate controrivoluzionarie con l’obiettivo esplicito di abbattere il potere sovietico. Non si tratta di un’azione difensiva, né di una risposta a un’aggressione russa, ma di un tentativo diretto di soffocare un esperimento politico considerato intollerabile.
Accade con la Polonia del 1920, decisa a spingersi fino a Kiev, e infine con l’aggressione hitleriana sostenuta, direttamente o indirettamente, da quasi l’intera Europa, episodio centrale della seconda guerra mondiale, su cui si tace molto spesso. Un elenco che disturba perché incrina la narrazione dell’Europa pacifica costretta a difendersi dall’orso orientale.
Questi episodi, lungi dall’essere eccezioni, delineano una continuità storica: la Russia, più volte, si trova a subire iniziative militari provenienti dall’Europa, spesso giustificate ex post come necessità di equilibrio o di sicurezza.
Una dinamica che rende quantomeno problematica la rappresentazione di Mosca come aggressore strutturale e che invita a interrogarsi, con maggiore onestà intellettuale, sulle responsabilità storiche dell’Europa nelle proprie guerre orientali.
In questo senso, l’idea che la Russia non abbia mai condotto una guerra di aggressione contro l’Europa occidentale non è una provocazione, ma una constatazione storica.
Le mosse sovietiche tra il 1939 e il 1940 rispondono alla logica elementare della sopravvivenza strategica: costruire una fascia di sicurezza contro una Germania apertamente intenzionata alla conquista.
Gli interventi successivi nei Paesi dell’Est rientrano nella dinamica brutale ma riconoscibile della Guerra fredda. Non in una pulsione ancestrale all’espansione verso Parigi o Londra, come certa pubblicistica ama suggerire.
La confusione come metodo: Russia, Urss e colpa collettiva
Naturalmente, tutto ciò non trasforma la Russia in un soggetto innocente. L’Impero zarista partecipa attivamente alla repressione dell’onda rivoluzionaria nata nel 1789, prendendo parte a quella che può essere definita la prima guerra mondiale ideologica: l’assalto congiunto delle monarchie europee all’eredità della Rivoluzione francese.
Ancora più esplicito è l’intervento del 1848 contro l’Ungheria insorta, quando la Russia si propone come custode armata dell’ordine reazionario. Episodi che smontano qualsiasi tentazione apologetica.
Ma l’operazione più redditizia, sul piano propagandistico, è un’altra: la sovrapposizione sistematica tra Russia e Unione Sovietica. Non si tratta di ignoranza, bensì di una scorciatoia concettuale profondamente radicata nella cultura politica europea.
In passato si spiegava la Rivoluzione d’Ottobre come una macchinazione ebraica; oggi si attribuiscono ai “russi” le scelte dell’Urss, come se quell’entità statale fosse un monolite etnico. In realtà, l’Unione Sovietica era una costruzione multinazionale in cui gli ucraini non erano ospiti, ma cofondatori. Comunisti come i russi, corresponsabili – nel bene e nel male – delle politiche adottate.
Collettivizzazione, repressioni, guerre: se si vuole attribuire colpe, esse ricadono su un sistema e su una classe dirigente, non su un popolo selezionato a posteriori. Pretendere oggi di separare radicalmente russi e ucraini per riscrivere la storia è un esercizio di ingegneria morale piuttosto grossolano.
Tanto più se si ignora che molte guerre combattute dallo Stato russo contro Polonia e Impero ottomano rispondono anche a richieste di protezione provenienti dalle popolazioni ucraine, allora prive di uno Stato autonomo. Un meccanismo che ricorda da vicino la pratica romana delle guerre “per conto terzi”, combattute in nome degli alleati.
C’è poi un dettaglio che il nazionalismo contemporaneo preferisce rimuovere: la configurazione territoriale dell’Ucraina attuale è anche il prodotto di decisioni sovietiche. La Galizia, con Leopoli, viene incorporata nella Repubblica ucraina per volontà di Stalin, dopo una feroce pulizia etnica dei polacchi condotta dai nazionalisti di Bandera. Un passaggio che mal si concilia con la favola di una nazione ucraina eternamente oppressa e sempre identica a se stessa.
La versione italiana
Infine, uno sguardo appena meno autoassolutorio alla storia italiana basterebbe a raffreddare molte indignazioni morali oggi ostentate con zelo quasi liturgico. L’Italia, pur non essendo mai stata una grande potenza autonoma, ha partecipato più volte ad azioni militari dirette contro la Russia, spesso come alleato subordinato di coalizioni più ampie.
Nel 1855, il Regno di Sardegna inviò un contingente in Crimea a fianco di Francia e Gran Bretagna, non per difendere un interesse nazionale immediato, ma per accreditarsi presso le potenze occidentali e guadagnare un posto al tavolo diplomatico europeo. Fu un’operazione di pura opportunità politica, combattuta a migliaia di chilometri di distanza da Torino e Genova, e pagata in vite umane senza alcuna ricaduta strategica diretta per il Paese.
Nel 1919, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, l’Italia partecipò – seppur in modo marginale – all’intervento delle potenze dell’Intesa nella guerra civile russa. Truppe italiane operarono nel sud della Russia e nel Mar Nero nell’ambito di una spedizione volta a sostenere le forze controrivoluzionarie e a contrastare il nuovo potere bolscevico. Anche in questo caso, non vi era alcuna aggressione russa da respingere: l’obiettivo era politico e ideologico, ovvero impedire il consolidamento di un regime percepito come destabilizzante per l’ordine europeo.
Il terzo episodio è ancora più esplicito. Tra il 1941 e il 1942, l’Italia fascista partecipò all’invasione dell’Unione Sovietica nell’ambito dell’Operazione Barbarossa, schierando prima il CSIR e poi l’ARMIR sul fronte orientale. Fu una guerra di aggressione dichiarata, condotta senza alcun pretesto difensivo, che si concluse con una disfatta militare e una tragedia umana di proporzioni enormi. Anche qui, l’Italia agì come alleato subordinato, ma la subordinazione non attenua la responsabilità storica.
Questo passato rende quantomeno singolare il tono moraleggiante con cui oggi il Paese si presenta sulla scena internazionale. L’Italia contemporanea, ormai pienamente integrata nel sistema di alleanze guidato dagli Stati Uniti, alterna missioni definite “di pace” a partecipazioni dirette in operazioni militari di carattere esplicitamente interventista.
Il caso dell’Iraq resta emblematico: un conflitto lanciato sulla base di pretesti rivelatisi infondati, al quale Roma ha preso parte insieme a partner oggi descritti come baluardi della legalità internazionale, Ucraina compresa.
Evocare lo spettro di una guerra mondiale in nome dell’Ucraina nazionalista senza fare i conti con la propria storia appare non solo intellettualmente fragile, ma politicamente ipocrita. Se davvero si vuole rivendicare una superiorità morale, sarebbe necessario almeno dotarsi di argomentazioni storiche più solide e coerenti. E, in subordine, recuperare quel minimo di pudore che dovrebbe accompagnare ogni lezione impartita dagli ultimi arrivati nel club delle guerre “giuste”.
Tratto da: Kultur Jam

