LE PORTE INVISIBILI

di Antonio Ruben

Jim Morrison non attraversò l’occulto come si attraversa una dottrina, ma come si varca una soglia. Non cercava un sistema di credenze, bensì un varco nella realtà ordinaria, una fenditura attraverso cui far filtrare l’eccesso, il caos, l’irrappresentabile. L’occulto, per lui, non fu mai un altare né una religione, ma una lingua antica con cui parlare all’inconscio collettivo.

Fin dall’infanzia, Morrison costruisce il proprio mito fondativo: il racconto dell’incidente stradale nel deserto, i corpi degli indiani nativi sull’asfalto, le anime che si staccano e attraversano il bambino. È irrilevante chiedersi se l’episodio sia avvenuto realmente. In termini filosofici, quel racconto è un atto originario: la nascita di una visione del mondo in cui l’identità non è chiusa, ma attraversabile, abitata da presenze, da voci, da morti. Morrison non dice “io sono”, ma “io sono attraversato”.

In questa frattura prende forma il suo rapporto con l’occulto. Non come pratica esoterica codificata, ma come consapevolezza che la coscienza non coincide con il soggetto, che esistono livelli sommersi dell’essere pronti a emergere se la forma viene spezzata. Qui Morrison incontra Nietzsche, Blake, Artaud: pensatori che non spiegano il mondo, ma lo incendiano. La conoscenza non è accumulo, è combustione.

Il palco diventa allora il luogo del rito. Non spettacolo, ma sacrificio simbolico. Morrison non canta: invoca, provoca, chiama. Il concerto è una cerimonia dionisiaca in cui l’ordine sociale viene sospeso e il pubblico non è più spettatore, ma tribù temporanea. In quei momenti, il linguaggio perde la funzione comunicativa e riacquista quella magica: la parola non descrive, agisce. È logos che torna a essere incantesimo.

L’occulto, in questo senso, coincide con ciò che la modernità ha rimosso: la dimensione tragica dell’esistenza. Morrison non vuole guarire, non vuole migliorarsi, non cerca redenzione. Scende. Scende negli inferi dell’io, nei territori della pulsione, della morte, dell’eccesso. Come ogni sciamano, sa che la conoscenza autentica passa attraverso la disintegrazione della forma personale. Per questo il suo corpo diventa campo di battaglia: luogo di eccessi, di abuso, di auto-distruzione. Non per edonismo, ma per coerenza tragica. La droga, in questa prospettiva, non è fuga ma strumento imperfetto, una chiave rozza per forzare le porte della percezione. Ma le porte, una volta aperte, non sempre si richiudono. Morrison lo sa, eppure procede. Non per ingenuità, ma per fedeltà a una visione: vivere come se la vita fosse un’opera rituale, non un bene da conservare.

Attorno a lui si addensano i miti: possessione, patti oscuri, magia nera. Sono proiezioni collettive, tentativi di dare una forma comprensibile a ciò che eccede la norma. In realtà, Morrison non è posseduto: è esposto. Esposto all’abisso, alla vertigine di un’esistenza senza filtri, senza mediazioni rassicuranti. Il vero occulto, in lui, non è il satanismo, ma l’assenza di protezioni.

La sua morte precoce sigilla il mito, ma non lo spiega. Morrison resta una figura liminale: né filosofo, né profeta, né semplice rockstar. È un guardiano della soglia, uno di quelli che mostrano cosa accade quando l’essere umano tenta di vivere oltre la misura consentita. Non indica una via da seguire, ma un confine da contemplare.

In questo senso, Jim Morrison non appartiene all’occulto: è l’occulto che, per un breve periodo, ha trovato in lui una voce. Una voce bruciata, spezzata, ma capace di ricordarci che sotto la superficie ordinata della realtà continua a pulsare un mondo arcaico, selvaggio, indifferente alla nostra necessità di controllo. E che, a volte, qualcuno deve avere il coraggio o la condanna di aprire quella porta.

LE PORTE INVISIBILI
LE PORTE INVISIBILI

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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