di Franco Marino
Quando si tratta di ascoltare le opinioni altrui, ho una soglia di tolleranza molto ampia, molto larga. C’è però un punto su cui il mio cervello si blocca e va in protezione: è quando sento parlare i teorici del pacifismo. Non perché sia un bellicista sanguinario o un amante della violenza, ma perché il pacifismo rappresenta una delle manifestazioni più plateali di come l’ideologia possa rendere ciechi davanti alla realtà più elementare della natura umana.
Naturalmente, dicendo che il pacifismo è dei fessi, si offende un sacco di brava gente, tra cui, en passant, pure il Papa, che nessuno si sognerebbe di definire fesso.
D’altra parte, Leone XIV fa quello che deve fare il capo di una religione che predica pace e amore universale e, quando parla, lo fa in nome di un messaggio evangelico. Che però a sostenere questa tesi sia anche un sacco di gente in gamba, è qualcosa che lascia interdetti. Ma perché?
Il pacifismo origina da un’idea molto rousseauiana della realtà umana: l’uomo nascerebbe buono e poi diventerebbe cattivo per colpa delle vicende umane della vita. E già qui sorge la prima dissonanza: se le vicende umane sono così cattive e complicate, non sarà perché l’uomo non è così buono come si vorrebbe credere? Nessuno si pone la questione. Mentre la realtà è che credere nell’idea del buon selvaggio è una visione romantica e rassicurante, ma completamente scollegata da qualsiasi osservazione empirica del comportamento umano. Basta guardare un bambino di tre anni che vuole il giocattolo del fratellino per capire che l’aggressività e l’egoismo non sono prodotti della società corrotta, ma istinti primordiali che la società cerca faticosamente di contenere e canalizzare, se è vero che esistono codici penali articolatissimi, poliziotti, carabinieri, magistrati pronti a reprimere una marea di reati.
Chi invece indossa gli occhiali della realtà, sa che, viceversa, l’uomo nasce cattivo, con istinti predatori, pronto a fare tutto il male del mondo pur di realizzare il proprio bene, ma che “diventa buono” soltanto perché, crescendo, scontrandosi via via con i compagni di scuola, con le sanzioni che la maestra e poi il professore erogano, e infine col rischio che il datore di lavoro lo cacci o che un poliziotto lo arresti, si rende conto che non può fare quel che gli pare perché troverà sempre qualcuno più forte di lui che lo rimetterà a posto. Quella che noi chiamiamo brava persona non è altro che il quoziente tra la convenienza a fare qualcosa di sbagliato o non fare qualcosa di giusto e la paura di pagarne le conseguenze. La brava persona non è che una cattiva persona che inserisce un attimo di razionalità tra la spinta delle proprie viscere e le conseguenze di un’azione dettata meramente dall’istinto.
Proprio per questo, la pace si ha soltanto quando si ha la consapevolezza che se rompi le scatole a qualcuno, quel qualcuno ti può fare il proverbiale sedere quadrato, e, infatti, il pacifismo abbonda presso chi, non essendo mai stato aggredito, non sa cosa voglia dire perdere una guerra o di chi, come l’Italia, nonostante abbia rovinosamente perso la seconda guerra mondiale, comunque ne è uscita più ricca di prima, per contingenze storiche del tutto irripetibili. Chi ha vissuto sulla propria pelle cosa significa essere invaso, occupato, umiliato, sa perfettamente che la pace non arriva mai dai buoni sentimenti o dalle marce con le bandiere arcobaleno, ma dalla certezza che chi ti attacca avrà da rimetterci più di quanto potrebbe mai guadagnare.
Si può essere contrari al riarmo nella misura in cui questo non venga compiuto nel modo giusto. È chiaro che – al netto del fatto che io sia favorevole al ritorno del servizio militare, più che altro per insegnare ai giovani cose che potrebbero tornargli utili nella vita – se si investe soltanto negli eserciti tradizionali, il riarmo fondamentalmente è inutile. Nel 2024, affrontare una guerra con i criteri tradizionali – il soldato col fucile, la pistola, il mitra – è del tutto inutile, perché l’atomica ha reso improbabile se non impossibile che una guerra su larga scala si combatta in questo modo. Funziona molto meglio la deterrenza, principio secondo cui se sei un paese che può tranquillamente, con una semplice bombetta atomica, distruggere un’intera città nemica, magari mandando in crisi la sua economia, allora nessuno si sognerà di farti la guerra.
Il principio che se sei un paese in grado di occupare più fusi orari, allora sei anche più forte, è ormai obsoleto. Se si presenta un wrestler alto 2,30 per 180 chili di muscoli, è chiaro che mi fa fuori facilmente, ma se io ho la pistola e lui no, a morire è lui. I paesi più forti non sono quelli che hanno centinaia di migliaia di pistole, di bombe a mano, di mitra e un milione di energumeni pronti a “spezzare le reni al nemico”, ma quelli che possono distruggere il nemico con l’arma giusta, usata al momento giusto, contro il bersaglio giusto. La Corea del Nord non fa parte di fantomatiche Unioni Asiatiche, così come Israele non ne fa parte. Hanno entrambe l’atomica e nessuno si sogna di infastidirle più di tanto, perché è sufficiente un missiletto da quattro soldi per indurre chiunque voglia infastidirli a miti consigli.
Cercare la pace non è soltanto da persone nobili d’animo ma anzitutto da individui di buonsenso: una guerra sarebbe catastrofica anche se, per ipotesi, venisse vinta. Ma la pace non arriverà col pacifismo ma soltanto proseguendo sulla scia dell’equilibrio del terrore che ha impedito che l’intero globo terracqueo sprofondasse in un ennesimo conflitto mondiale che stavolta sarebbe davvero catastrofico, proprio per le armi a disposizione di entrambe le parti. I teorici del pacifismo, nel loro candore ideologico, non riescono a capire che la pace più duratura della storia recente è proprio quella garantita dalla mutua distruzione assicurata, non certo dalle belle intenzioni o dalle manifestazioni per la pace.

