di Luigi Angelino
Quando si pronuncia il termine Alhambra, immediatamente si pensa a qualcosa di esotico, magico e misterioso. L’Alhambra (dall’arabo Qal’al al-Hamra, castello o palazzo rosso) fu in realtà il più grande sistema di difesa ideato per l’ultimo regno musulmano della penisola iberica, sotto la dinastia dei Nasridi, nella ancora oggi splendida città di Granada, tra il 1238 ed il 1492. Da questo stupefacente baluardo, la monarchia araba seppe resistere per circa due secoli all’assedio militare ed economico dei re cristiani, con in quali, tuttavia, non mancarono accordi, come il pagamento di periodici tributi. In quel periodo, nonostante le minacce esterne, il regno nasride raggiunse un altissimo livello di sviluppo scientifico e culturale, rendendo Granada una delle città più fiorenti ed importanti dell’Europa del Basso Medioevo (1). Dopo la conquista da parte dei sovrani cristiani, i palazzi costruiti durante il dominio musulmano subirono poche modifiche, in quanto i “nuovi padroni” rimasero colpiti dalla loro elegante bellezza. Alla magnificenza dell’architettura araba, si aggiunsero elementi decorativi cristiani, risultando ancora oggi un esempio unico di complesso monumentale dove si mescolano alla perfezione due diverse culture (2).
Come si può intuire da queste prime battute, l’Alhambra era una città-palazzo indipendente situata nei pressi della città di Granada. Nell’ambito della sua vasta cinta muraria si ergeva una vera e propria città che doveva servire come supporto al sultano, strutturata in tre settori principali: l’Alcazaba, i Palazzi e la Medina. Le porte del comprensorio erano inaccessibili alla maggior parte degli abitanti del regno, mentre i torrioni, sempre presidiati da guardie, erano adibiti talvolta ad abitazioni, magazzini, oppure fungevano da vie d’accesso. Nella parte esterna della città-palazzo sorge tuttora il Generalife, separato dal resto dell’Alhambra perché aveva la funzione di ospitare i sultani, quando volevano estraniarsi dall’ambiente di corte e dedicarsi alla riflessione ed al riposo. Nella zona interna, ancora oggi, è possibile distinguere due settori fondamentali: l’Alhambra alta, nella parte sud-orientale, e l’Alhambra bassa, nell’area nord-occidentale, a loro volta collegate da due strade o arterie principali: la Calle Real Alta e la Calle Real Baja. Al centro si trova la Mezquita Mayor (la Moschea Maggiore) che, a similitudine di tutti i centri abitati musulmani, rappresentava il fulcro della vita cittadina (3).
La strada che conduce al mirabile monumento è già di per sé una bella visita, essendo circondata da una distesa boscosa lussureggiante. L’ingresso di certo più emblematico è la salita che partendo da Plaza Nueva conduce fino alla maestosa Porta delle Melegrane. L’imperatore Carlo V la fece edificare vicino alle mura che univano l’Alcazaba con le Torri Bermejas (4) (dal colore vermiglio che le contraddistingue). Le fonti riportano che nel Medioevo il bosco non esisteva, mentre oggi ospita numerosi tipi di vegetali, come aceri, tigli, ippocastani, olmi e così via.
La parte più antica dell’Alhambra è costituita dall’Alcazaba che fu edificata sui resti di un più antico castello, nel periodo in cui il sultano al-Ahmar salì sul trono nel 1238. L’Alcazaba era una cittadella militare di forma triangolare, preposta all’organizzazione della sicurezza dell’intero comprensorio. Nella sua parte centrale, è ancora visibile il Quartiere Castrense, residenza degli ufficiali e di una parte della guarnigione. La fortezza ha cambiato aspetto nel corso degli anni, migliorando con il tempo la sua funzione di difesa, mediante la costruzione di torri in vari punti strategici tra le diverse cinte murarie sovrapposte e la creazione di un cammino di ronda per le sentinelle. Nel periodo dei sovrani cristiani, furono aggiunti i bastioni, ma in seguito, quando vennero meno le esigenze difensive, questi spazi furono trasformati in meravigliosi giardini. L’Alcazaba, inoltre, rappresenta il luogo maggiormente privilegiato per osservare il panorama della splendida città di Granada: chiese, palazzi, case, un agglomerato variopinto di edifici interrotto dal verde dei giardini e degli orti coltivati. Lo scenario è dominato dalla maestosa Sierra Nevada (5) che degrada dolcemente verso la Vega granadina, la pianura di Granada.
La Medina era lo spazio più popolato dell’intero comprensorio dell’Alhambra, un vero e proprio borgo vivace e fiorente, dove era concentrato il maggior numero di edifici. Per le strade della Medina ci si poteva imbattere sia nelle abitazioni dei lavoratori e nei rispettivi magazzini e laboratori, sia negli uffici amministrativi e nelle case nobiliari. Dell’originale Medina oggi rimane ben poco, soltanto alcuni resti archeologici dei suoi edifici e della rete urbana. Dove un tempo sorgeva la Moschea, ora si innalza l’imponente chiesa di Santa Maria dell’Alhambra, nelle cui vicinanze ci sono i “bagni”, alcune case e palazzi, come l’attuale Parador de San Francisco e le rovine del Palazzo degli Abencerragi. Con molta immaginazione, però, possiamo cercare di immaginare la vita frenetica che animava il cuore della Medina, leggendo il famoso romanzo La Formula (6), che ne contiene una descrizione parziale ma suggestiva.
Passando allo “spazio palatino”, esso era costituito da tre dimore-palazzo destinate alla dinastia nasride, edificate in diverse epoche. Si tratta dei palazzi Mexuar, Comares e dei Leoni che finirono con il formare uno spazio unico e solenne denominato la “Casa del Sultano”, dove si svolgeva sia la vita personale e familiare dei governanti, che quella pubblica, burocratica ed amministrativa. Al complesso dei tre palazzi, si aggiungeva la cosiddetta “Casa Real Cristiana”, un insieme di alloggi e cortili che l’imperatore Carlo V fece edificare, per allietare i suoi soggiorni a Granada, prima che il sontuoso edificio, che ancora oggi porta il suo nome, fosse completato. L’entrata nel comprensorio palatino è piuttosto nascosta, al punto che il visitatore non ne percepisce immediatamente l’importanza, trovandosi sul lato nord del palazzo intitolato a Carlo V. E’ abbastanza curioso notare come i palazzi dei sultani fossero stati costruiti con materiali poveri come l’argilla, il gesso ed il legno, quasi a simboleggiare la precarietà della condizione umana, di fronte all’eternità ed alla grandezza di Dio. A differenza della cultura occidentale, dove ogni spazio aveva una sua precisa funzione, nella visione musulmana prevaleva il concetto multifunzionale, potendo la stessa stanza essere adibita a diversi usi durante il giorno, come quello di salotto, di luogo conviviale o anche di camera da letto. In più, la fragilità dei materiali utilizzati permetteva ad ogni sultano di poter modificare a suo piacimento e con una certa rapidità le grandi dimore a sua disposizione (7).
Il complesso palatino ben evidenzia un’altra particolarità della cultura musulmana, contraddistinta dalla sobrietà dei muri delle case, che si presentavano prive di finestre o di altri elementi in grado di rivelare al mondo esterno lo status delle persone che vi abitavano. Nei quartieri, in linea generale, si tendeva perfino a pianificare l’altezza massima degli edifici, in modo che da una casa all’altra non si potesse avere alcun tipo di contatto visivo. Le finestre erano per lo più interne e quelle esterne, se collocate, erano di dimensioni molto ristrette e sempre poste ai piani superiori. Anche l’ingresso era concepito per separare completamente il mondo domestico dall’esistenza esterna: si accedeva tramite un’entrata a gomito che si apriva su un atrio che costituiva una sorta di vestibolo. Da qui si arrivava ad una seconda porta, mai situata in linea retta con la prima, in modo che nessuno da fuori potesse osservare quanto avveniva all’interno nell’abitazione (8).
Tra i tre palazzi del comprensorio, quello di Mexuar, il più antico, assolveva ad importanti funzioni di carattere pubblico, come le riunioni del Consiglio presieduto dal Sultano e l’amministrazione della giustizia. La tradizione racconta che il sultano era solito sedersi sul suo trono collocato in cima alla scalinata, al centro dell’imponente facciata, per poter dare udienza ai suoi sudditi, emettere le sentenze e ricevere i legati provenienti da altri Paesi. Un’epigrafe, a proposito del prestigio del sultano, recita così: “la mia posizione è quella di una corona e la mia porta un crocevia di strade: l’Occidente crede che in me risieda l’Oriente”. Il palazzo di Mexuar è uno degli edifici dell’Alhambra che, con il passare del tempo, ha subìto più danni, soprattutto nella sua parte più occidentale. Degna di particolare menzione è la cosiddetta “sala del Mexuar”, opera del Sultano Ismail (9) nei primi decenni del Trecento che, comunque, è stata oggetto di varie modifiche da parte dei suoi successori, con cambi sostanziali soprattutto in epoca cristiana. La funzione della sala è cambiata più volte nel corso degli anni: da luogo di riunione della Sura (10), il consiglio che amministrava la giustizia, fino a diventare la stanza del trono del sultano. I Cristiani modificarono questo spazio adibendolo a cappella, per questo motivo attualmente si trova un “coro” e grandi finestre laterali prima assenti. Nella decorazione della sala, gli elementi geometrici degli azulejos (piastrelle)(11) musulmani ben si coniugano con ornamenti prettamente cristiani o precristiani, come le “colonne d’Ercole” che riportano il noto motto latino “Plus Ultra”. Sul fondo della stanza si trova l’oratorio, che un tempo non faceva parte della sala, orientato coma da consolidata tradizione islamica verso La Mecca, dove si trova, ben restaurato, il mirhab (12), la sacra nicchia nella parete dove si esponeva il Corano. Sul mirhab, riccamente decorato da un arco a ferro da cavallo, era incisa l’iscrizione didascalica: “non essere negligente e vieni a pregare”. Altro spazio particolarmente suggestivo è la stanza dorata, preceduta da un portico a tre archi che rende più luminoso il cortile. Anche qui, i sovrani cristiani fecero apportare alcune modifiche, come la grande finestra dalla quale si può ammirare un panorama stupendo.
Il palazzo di Comares fu edificato per volere di Yusuf I nella prima metà del quattordicesimo secolo. Il sultano in questione era chiamato “el gran emir”, in quanto il popolo gli riconosceva grandi qualità morali ed intellettuali. Si trattava di un vero e proprio Mecenate, appassionato difensore della scienza e delle arti. Il palazzo fu completato soltanto da suo figlio Mohammed V, quando il regno della dinastia nasride, secondo la maggior parte degli storici, raggiunse il suo massimo splendore. Il palazzo di Comares svolgeva sia funzioni residenziali che pubbliche, come testimonia la presenza dell’ampio salone del trono, conosciuto anche con il nome di salone “degli ambasciatori”, lo spazio più ampio del complesso palatino, dove si celebrarono numerosi eventi importanti per la vita del regno. Uno dei luoghi più iconici del palazzo è il “cortile dei mirti”, molto più ampio rispetto ad una comune casa musulmana. Il nome si riferisce alle ben curate siepi di mirto che circondano la vasca posta al centro del cortile. La decorazione dei portici è davvero magnifica da sembrare quasi irreale: un fulgido esempio di geometrica precisione dell’arte islamica. Sette archi intagliati, sui quali sono incise decorazioni a sebka (13)(romboidali), si fondono armonicamente con sottili colonnine che, a loro volta, si appoggiano sui pilastri principali della struttura. L’elemento principale del cortile è l’acqua: tutto sembra convergere verso la vasca. L’acqua, infatti, è fonte di vita ed uno dei simboli del paradiso musulmano, nell’acqua si riflette sia il cielo che la terra. Per questo, l’architettura complessiva del cortile è concepita per dare l’illusione che le colonne del portico emergano proprio dalle profondità dello stagno, come in un gioco di specchi tra mondo tangibile e mondo intangibile. All’interno della Torre di Comares si trova la già citata “sala degli ambasciatori”, l’ambiente più sfarzoso del palazzo. L’ambiente serviva ad esaltare il potere e l’origine semidivina del sultano, impressionando gli ospiti stranieri con l’opulenza delle sue decorazioni. Le pareti splendono per la presenza di pannelli di stucco ricchi di molteplici motivi ornamentali, come conchiglie, fiori, stelle et cetera, tutti simboli molto cari al mondo musulmano. A questi motivi ornamentali, si aggiungono alcune “scritture”, sia a caratteri “cufici” (14) che corsivi. Le “quattro diagonali” del tetto rappresentano i quattro fiumi del paradiso, mentre le sette corone di stelle, che confluiscono nella cupola centrale, intendono rievocare i sette cieli per ascendere verso il medesimo luogo paradisiaco. Il motto: “Solo Allah è vincitore” appare inciso di frequente su tutte le pareti della sala. Oggi purtroppo gli stucchi delle pareti e della cupola hanno perso i colori originali e la luce non crea più quel gioco di effetti voluto dai costruttori. Ma si può fare sempre ricorso all’immaginazione, magari con l’aiuto della testimonianza del viaggiatore tedesco Hyeronimus Munzer che, soltanto due anni dopo la riconquista spagnola, così descrisse i palazzi dell’Alhambra: “non credo che in Europa esista qualcosa di simile, poiché è tutto talmente magnifico, tutto così squisitamente lavorato, che nemmeno colui che lo contempla può stabilire con certezza se si trova sulla terra o in paradiso” (15).
Il Palazzo dei Leoni fu edificato da Mohammad V, il sultano che perse il regno per tre anni ma poi riuscì a riconquistare il potere. Granada, in questo periodo, raggiunse l’apice del suo splendore, grazie anche ad una sapiente politica estera che si poggiava su un rapporto di alleanza con il vicino regno di Castiglia. Nella parte centrale del palazzo, a differenza degli altri cortili musulmani, dove si usava collocare una vasca d’acqua, zampilla una fontana sostenuta da dodici leoni, circondata da quattro gallerie porticate. E’ proprio questa fontana, il luogo forse più fotografato del parco palatino, a dare il nome al palazzo, chiamato appunto “dei leoni”. Gli spunti simbolici della fontana sono stati a lungo dibattuti: l’interpretazione più plausibile è che voglia riecheggiare “il mare di bronzo del tempio di Salomone, che veniva raffigurato con un grande bacino sorretto da dodici buoi, a similitudine delle dodici tribù d’Israele. La descrizione di essa, contenuta nel I libro dei Re dell’Antico Testamento biblico, somiglia molto alla fontana dei leoni del palazzo (16). Altri esegeti vedono nei dodici leoni l’indicazione dei dodici mesi dell’anno o dei segni zodiacali. In epoca cristiana furono apportare modifiche alla fontana, con l’aggiunta di un bacino più piccolo, per tornare all’aspetto originario soltanto negli anni Sessanta del secolo scorso. Nel cortile sono presenti quattro alcove, una su ogni lato, dalle quali parte un canaletto che fluisce verso la fontana centrale. Anche questi modesti canali intendono rappresentare i quattro fiumi del paradiso musulmano. Tra le magnifiche sale del palazzo dei Leoni, si distingue sicuramente la “sala dei Re”, un grande spazio che si allunga per circa trenta metri. Avendo una forma rettangolare, suddivisa in tre grandi alcove quadrate, con soffitti indipendenti costituiti da cupole con decorazioni a mocarabes (17), si pensa che la sala fosse destinata alle feste, ai ricevimenti o alle riunioni fra alti dignitari. I sovrani cristiani la adibirono poi a cappella. Hanno sempre destato molta curiosità i dipinti della volta centrale, dove si osservano dieci nobili islamici, o comunque personaggi di alto lignaggio, impegnati in una vivace discussione. Inizialmente si pensò che si trattasse di sultani della dinastia nasride (da qui la stanza intitolata ai “re”), ma alcuni studi incrociati con le litografie dell’epoca, hanno indotto gli studiosi a pensare che si trattasse di altre figure di spicco. Sulle due volte laterali, invece, sono ritratte scene cavalleresche, dove si notano sia personaggi musulmani che cristiani. Di notevole pregio è anche la “sala delle due sorelle”, che deve il suo nome alle due grandi lastre di marmo collocate sul pavimento dell’ambiente principale. La stanza, riccamente decorata, è uno degli spazi più iconici del palazzo, brillando per i suoi pannelli di stucco intagliato su tutte le pareti e con le zoccolature di piastrelle nella parte bassa dei muri fra le meglio conservate dell’intero Alhambra. Incisa su questa stessa zoccolatura si può leggere una bella poesia attribuita a Ibn Zamark (18) che, pur facendo riferimento alla grandezza del sultano coevo, descrive la magnificenza del luogo: “quanta gioia qui per gli occhi! In questo luogo l’anima godrà di un momento di sublimazione”. Altri versi incisi sui muri della sala recitano così: “quante incantevoli prospettive contiene il mio recinto? Quanti oggetti la cui contemplazione è sufficiente per soddisfare le esigenze di una gloria superiore! Guarda questa cupola: le sue eleganti proporzioni dominano su tutte le altre cupole. Le costellazioni tendono la mano verso di lei in segno di saluto; e anche la luna si ferma per conversare con lei… E come dicono i versi, la sala è sovrastata da una splendida cupola di lucide stalattiti, i già menzionati mocarabes, che con geometrica eleganza sovrastano lo spazio in un onirico ed etereo gioco di colori.
Quando l’imperatore Carlo V fece il suo ingresso trionfale nella città di Granada, prese la decisione di far costruire un grande palazzo in stile rinascimentale nell’Alhambra, conosciuto poi con il nome di “Casa Real Nueva”. La costruzione del palazzo attraversò numerose crisi di finanziamento, al punto che il totale completamento dell’edificio si ebbe soltanto nel 1929, in un’epoca quindi relativamente recente. Gli architetti incaricati da Carlo V si ispirarono ai modelli classici del Rinascimento italiano, opponendo alla semplice e sobria geometria della dinastia nasride, la maestosa facciata del nuovo palazzo. La particolarità più evidente dell’edificio è costituita dall’aggiunta di un cortile circolare interno nell’ambito della pianta quadrata dell’intero edificio, configurando un armonico connubio tra due forme geometriche semplici e perfette. Lo spazio del cortile affascina il visitatore per l’elegante sobrietà delle colonne dei due piani visibili: trentadue in stile dorico quelle collocate al piano inferiore, dello stesso numero ma in stile ionico le altre al piano superiore. Al giorno d’oggi nel palazzo sono presenti due musei che conservano reperti davvero notevoli. Si tratta del “museo dell’Alhambra”, in cui si possono ammirare significativi esempi della collezione d’arte granadina; “il museo delle Belle Arti” ospita, invece, preziosi dipinti e sculture della famosa scuola barocca locale, in aggiunta ad altri oggetti di epoca più recente.
Alla fine di questa sintetica trattazione sui luoghi più significativi dell’Alhambra, sicuramente non esaustiva, in considerazione dell’enorme vastità del complesso monumentale, non si può terminare senza parlare del “Generalife” (19), una zona indipendente dal resto del comprensorio e concepita dai sultani come area destinata al ritiro ed al riposo. Per come si presenta oggigiorno l’Alhambra, è difficile comprendere come mai i sultani sentissero l’esigenza di costruire un altro palazzo, circondato da boschi e da giardini, in cui soggiornare nei periodi di riposo, a così breve distanza dagli altri edifici dove si svolgevano le loro attività quotidiane. Non bisogna dimenticare, tuttavia, che sotto la dinastia nasride, i palazzi , per quanto ampi e sfarzosi, erano pur sempre circondati dal popolo ed in parte abitati dalla corte, da numerosi dignitari e da coloro che dovevano garantire il buon funzionamento del regno di Granada. Il Generalife, pertanto, rappresentava per i sultani un’oasi di pace lontana dalle consuete faccende burocratiche dello stato di cui erano i capi indiscussi. Tra gli spazi verdi del Generalife, molto suggestivi sono i “giardini nuovi” (jardines nuevos) che, all’epoca dei sultani di Granada, erano occupati principalmente da orti. Attualmente si possono ammirare ridenti cipressi, modellati per formare pareti e labirinti, nonché pergole e cespugli di rose variopinte. Negli anni Cinquanta del secolo scorso fu costruito anche un anfiteatro, per ospitare concerti ed altre manifestazioni canore, mentre nella parte centrale si osserva un pittoresco stagno dove galleggiano le ninfee. Il palazzo del Generalife ha cambiato molte volte aspetto nel corso dei secoli. Al tempo del dominio musulmano si presentava come una residenza lussuosa, con tutti i comfort necessari per la principesca vita dei sultani. Per entrare nel palazzo si attraversavano due cortili vicini, fino a raggiungere il vero e proprio nucleo dell’edificio, ossia il “cortile de la acequia” (canale), la parte più suggestiva del Generalife e forse uno dei giardini più fotografati al mondo. Nella parte settentrionale e meridionale sono collocati due padiglioni, al centro scorre il già citato canale, mentre sul lato ovest una galleria di archi consente di ammirare una splendida vista sulla città di Granada. Oltre il padiglione nord, si accede al “cortile del cipresso della sultana”, dove secondo una leggenda una regina sarebbe stata sorpresa ad amoreggiare con un cavaliere della famiglia degli Abenceraggi (20). Per vendetta, il sultano avrebbe condannato a morte tutti i membri di questa potente famiglia di Granada.Probabilmente lo sterminio deriva, invece, da rivalità politiche ed economiche (21). Dal “cortile della Sultana” si accede verso i “giardini alti”, il cui dettaglio più spettacolare è la pittoresca “escalera del agua” (la scala dell’acqua, elemento architettonico risalente alla dinastia nasride). L’acqua scende sotto forma di piccolo torrente attraverso i corrimani, costruiti a forma concava per poter assolvere a questa specifica funzione. Salendo la scala, si possono leggere i versi di Lorca: “Balaustre della luna per dove rimbomba l’acqua”, fino ad arrivare al “Mirador Romantico”, costruito nel 1836 , probabilmente sui resti di un antico oratorio risalente al dominio arabo.
L’Alhambra è diventato un luogo mitico e mistico, anche grazie alle numerose leggende che uniscono racconti d’amore, di guerra e di misteri. Un gran numero di queste narrazioni è stato raccolto nel celebre libro I racconti dell’Alhambra scritto dall’americano Washington Irving (22) che soggiornò a Granada per lungo tempo. La leggenda più famosa è forse quella che riguarda il “re moro” che rinchiuse le sue tre bellissime figlie Zayda, Zorayda e Zorahayda, in una torre per evitare che si innamorassero di uomini non musulmani. Nonostante il fatto che le fanciulle potessero incontrare solo la nutrice Kadiga, il caso volle che notassero tre prigionieri cristiani, giovani ed avvenenti, con i quali intrapresero una corrispondenza segreta. Con l’aiuto della nutrice, due principesse fuggirono con i rispettivi cavalieri, mentre la più giovane , Zorahayda ci ripensò all’ultimo momento. Il racconto termina in maniera struggente: le due sorelle maggiori vissero felici e contente mentre la più piccola, dopo aver versato dolci ed amare lacrime sui fiori, vagò per l’eternità come un fantasma tra i giardini dell’Alhambra. Significativo è anche il racconto sulla mano e la chiave della porta della giustizia (23), sulla quale sono incise due figure: una mano sulla parte esterna ed una chiave su quella interna. Secondo la leggenda, il dominio musulmano su Granada sarebbe terminato, quando la mano fosse riuscita a prendere la chiave. Per simboleggiare la speranza dell’intramontabile dominio arabo, le due figure erano scolpite in modo da non incontrarsi mai, anche se sappiamo che il regno di Granada capitolò a seguito della Reconquista. Mi piace concludere con una delle leggende più iconiche che riguardano l’Alhambra, quella cioè che vede come protagonista la principessa di nome Zaira, figlia di un re malvagio usurpatore che si era macchiato dell’orrendo crimine di aver trucidato il sovrano legittimo e la sua famiglia. Un giorno Zaira, che sognava di uscire dai palazzi dell’Alhambra, per visitare il mondo esterno, si innamorò di un bel giovane che si era introdotto nel palazzo. Ma il crudele re scoprì la tresca e lo fece imprigionare. Zaira, pur disperata, non perse la lucidità e trovò un diario, le cui pagine le rivelarono la verità sulla sua origine e sui poteri di un talismano che possedeva. In questo modo si avverò un’antica profezia e la ragazza convocò il suo falso padre ed i suoi undici complici nel Patio dei Leoni. Con l’aiuto del talismano, scatenò una tremenda maledizione, trasformando i dodici uomini in altrettante statue di pietra, i dodici leoni che ancora oggi sorreggono la fontana. E’ chiaro l’intento eziologico del racconto che intende costituire un monito contro l’apparenza illusoria e la mistificazione, ben incarnando lo spirito dell’intero Alhambra così come concepito dai sovrani arabi: un fulgido esempio della forza divina e di quella umana che, insieme, devono ricercare la verità.
Note:
1 – Franco Cardini, Andalusia. Viaggio nella terra della luce, Edizioni Il Mulino, Bologna 2018;
2 – Ilaria Caspani e Cabrerizo Pablo Martinez, Granada, Edizioni Morellini, Milano 2019;
3 – Attilio Gaudio, Andalusia. Città arabe di Spagna, Edizioni Polaris, Faenza 2000;
4 – Aggettivo spagnolo (bermejo, bermeja) traducibile in italiano con “vermiglio” o “ruggine”;
5 – La Sierra Nevada dista soltanto circa 40 km da Granada;
6 – Si tratta del romanzo scritto da Angeles Garcia Fresneda, Edizioni Miguel Sanchez, Granada 2009;
7 – Aireza Naser Eslami, Architettura del mondo islamico. Dalla Spagna all’India (VII-XV secolo), Edizioni Mondadori, Milano 2010;
8 – Gabriele Crespi, Gli arabi in Europa, Jaca Book editore, Milano 1982;
9 – Ismail II fu il quinto sultano nasride del regno di Granada e governò tra il 1314 ed il 1325;
10 – Sura è anche il nome arabo di ciascuno dei 114 capitoli che compongono il Corano;
11 – Il termine deriva dall’arabo “al-zulaij” che ha il significato letterale di “piccola pietra lucida”;
12 – Si tratta di uno degli elementi religiosi più importanti dell’architettura religiosa islamica: la nicchia solitamente semicircolare e ben decorata, presente in tutte le Moschee posizionata in direzione della Mecca e della Kaaba, verso cui tutti i musulmani devono orientarsi per pregare;
13 – Più precisamente la sebka è un motivo decorativo dell’architettura moresca a forma di griglia obliqua;
14 – Il “cufico” è un tipo di grafia araba, che prende il nome dalla località irachena di Kufa, dove per tradizione sarebbe avvenuta la più antica elaborazione della scrittura araba. Attualmente gli studiosi contestano tale ricostruzione;
15 – Silvio Biancardi, Il dottor Hieronymus Munzer. Un viaggiatore nell’Europa del XV secolo, Interlinea edizioni, Novara 2000;
16 – Si trattava di una grande vasca di rame fuso costruita per il cortile del Tempio di Gerusalemme, dove i sacerdoti si purificavano prima delle celebrazioni rituali. La descrizione è contenuta nel 1 libro dei Re (7, 23-26); un altro riferimento lo troviamo nel 2 libro delle Cronache (4,2-5), entrambi testi dell’Antico Testamento biblico;
17 – E’ una soluzione tipica dell’architettura islamica che si presenta come una sorta di “volta a nido d’ape” o di stalattiti in stucco, in pietra o in legno, per decorare cupole ed archi;
18 – Ibn Zamrak (1333-1393) è stato uno dei più grandi poeti arabo-andalusi del basso Medioevo. Molti dei suoi versi celebrano la magnificenza della dinastia nasride, ma anche la bellezza della natura e delle donne;
19 – Il termine Generalife deriva dall’espressione araba jannat al-‘arif che in italiano si può tradurre con “il giardino dell’architetto” o “il giardino dell’artista”;
20 – La vicenda è stata resa celebre dalla novella francese “Les aventures du dernier des Abencerages” scritta da Chateaubriand nel diciannovesimo secolo;
21 – Gli Abenceragi facevano parte dell’alta aristocrazia araba e contribuirono al progressivo indebolimento del sultanato nasride;
22 – Il romanzo è stato pubblicato nel 1832 ed è formato da trenta racconti;
23 – La Porta della Giustizia è uno degli ingressi storici del comprensorio.
Tratto da: Pagine Filosofali

