Caso Hannoun: i fondi ad Hamas e l’ipocrisia come sistema

di Alex Marquez

28 Dicembre 2025

L’arresto di Mohammed Hannoun riapre il tema del finanziamento a Gaza: tra ipocrisia occidentale, legalità selettiva e doppio standard geopolitico, si criminalizzano i flussi civili mentre si ignorano potere, assedio e realtà materiali.

I fondi ad Hamas e l’ipocrisia come sistema

L’arresto di Mohammed Hannoun è stato presentato come una conferma dell’impegno inflessibile contro il finanziamento al terrorismo. La formula è rodata, rassicurante, spendibile in ogni conferenza stampa. Ma come spesso accade, la notizia merita di essere sottratta alla liturgia securitaria e restituita a un’analisi meno automatica. Non per assolvere, bensì per capire. Perché qui il problema non è solo giudiziario: è politico, e riguarda il modo selettivo con cui l’Occidente decide chi è colpevole e chi è, invece, utilmente virtuoso.

Il nodo centrale è l’oggetto stesso dell’accusa. Si parla di fondi “a Hamas” come se Hamas fosse una cellula segreta, una confraternita sotterranea senza territorio né popolazione, e non – piaccia o non piaccia – dell’organizzazione che governa Gaza da quasi vent’anni. Governa male, governa in modo autoritario, governa dentro una tragedia storica permanente, quello che volete. Ma governa. E in qualunque territorio governato da un’autorità politica, i flussi di denaro, legittimi o meno, passano da lì. O davvero qualcuno immagina che per sostenere i bisogni dei palestinesi si piazzi una cesta in mezzo a una piazza, lasciando che ognuno prenda ciò che gli serve, come in una favola anarchica di fine Ottocento?

Pensare il contrario significa credere a una favola amministrativa: aiuti che piovono dal cielo, distribuiti senza mediazioni, come se uno Stato potesse funzionare per raccolta spontanea in piazza.

La criminalizzazione del passaggio dei fondi diventa allora un esercizio di ipocrisia strutturale. Si condanna il risultato senza ammettere la premessa: Gaza è un territorio chiuso, sorvegliato, regolato in ogni aspetto essenziale. Se il problema è che il denaro “finisce a Hamas”, la domanda onesta dovrebbe essere un’altra: dove dovrebbe finire, esattamente?

L’alternativa implicita sembra essere una sola: che tutto transiti sotto il controllo diretto di Israele, che già decide cosa entra, cosa esce, chi mangia, quanta acqua scorre e quanta elettricità è concessa. La solidarietà ridotta a funzione bellica, depurata da qualunque autonomia politica.

Legalità selettiva, moralità geopolitica

La stessa logica ha travolto l’UNRWA, accusata di ambiguità, sospetti, collusioni. Troppo vicina a Hamas, si è detto. Meglio sospendere, congelare, delegittimare. Meglio lasciare un vuoto, purché moralmente irreprensibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno canali civili, meno mediazioni, più radicalizzazione. Ma anche qui l’indignazione arriva dopo, quando ormai è comodo indignarsi.

Meglio niente. Meglio il deserto amministrativo, purché moralmente puro. E così ogni canale viene chiuso, ogni mediazione sospettata, ogni intermediario demonizzato. Salvo poi indignarsi perché a Gaza comandano solo i più radicali: un capolavoro di coerenza.

Il confronto con altri scenari è impietoso. Il finanziamento diretto alla resistenza ucraina è celebrato come dovere etico, atto di civiltà, investimento nella libertà. Nessuna ansia da tracciabilità ossessiva, nessuna isteria sulla destinazione finale delle risorse, nessun allarme per i fondi che si perdono tra forniture gonfiate e appalti opachi.

Se emergono sprechi, li si liquida con una battuta: qualche cesso d’oro, qualche lusso imbarazzante. Dettagli. La differenza non è nei fatti, ma nella narrazione geopolitica che li rende accettabili.

In qui si inserisce l’Italia, improvvisamente solerte, allineata, rapidissima. Le operazioni della Polizia italiana, improvvisamente trasformata nel Mossad, vengono raccontate come atti di sovranità, ma il sospetto – legittimo – è che si tratti di un’esecuzione diligente di priorità decise altrove. Non serve evocare complotti: basta osservare la sincronizzazione, il linguaggio, le cornici narrative. In un mondo in cui la sovranità è spesso una concessione condizionata, anche l’autonomia repressiva diventa relativa.

Il risultato finale è una rappresentazione grottesca: si parla di terrorismo senza parlare di potere; di legalità senza interrogarsi sulla realtà materiale; di morale come fosse un’arma contundente da usare solo contro i nemici giusti. Si pensa di risolvere con un arresto una questione storica lunga decenni, come se la repressione potesse sostituire l’analisi politica.

Ma non c’è da preoccuparsi. Non è ipocrisia, ci assicurano. È realismo occidentale: quello che distingue con scientifica precisione tra i morti che contano e quelli che “purtroppo”, tra i fondi che puzzano e quelli che profumano di democrazia. Anche quando lasciano, lungo i corridoi del potere, discrete e luccicanti tracce d’oro.

Tratto da: Kultur Jam

Caso Hannoun: i fondi ad Hamas e l’ipocrisia come sistema
Caso Hannoun: i fondi ad Hamas e l’ipocrisia come sistema

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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