LA VERA BENZINA DELLA RIVOLTA IRANIANA

di Franco Marino

1 Gennaio 2026

Uno dei motivi per cui non vale mai la pena leggere la storia recente, dominata dalla propaganda, è che nel descrivere i totalitarismi novecenteschi, si parte sempre dal presupposto che le cose prima andassero bene, poi arriva il Mussolini, l’Hitler o lo Stalin di turno che, da solo, senza il supporto di nessuno, mettono sotto scacco le loro società.

Nella realtà, ovviamente, un tiranno non arriva mai al potere per questo motivo ma sempre e solo perché sfrutta, con grande abilità, un malessere esistente.

Questa è una regola persino banale da ricordare, eppure ogni volta che ci arriva la notizia di una rivolta, commettiamo sempre lo stesso errore di pensare che il problema sia la classe dirigente e non il popolo.

Del resto, i diritti civili in Occidente sono in pericolo perché il ceto medio associa il loro sbandieramento al peggioramento delle proprie condizioni socioeconomiche, facendo un banalissimo sillogismo: quando la società era meno liberale, stavo meglio, ora che lo è di più, sto peggio. E questo riguarda anche la storia dell’Iran.

Quando vi raccontano che prima dell’arrivo degli Ayatollah, la Persia era un paradiso di libertà dove le donne giravano in minigonna, non vi dicono anche il lato B e cioè l’estrema instabilità economica e sociale del regime dello scià. E’ fin troppo ovvio e naturale che quando la gente associa il benessere economico ad una visione più conservatrice sul piano di usi e costumi, tenda ad accettarli con maggiore disponibilità per poi scagliarvisi contro quando quel benessere viene meno.

Del resto, la crisi economica che sta devastando quel Paese non è una questione astratta da economisti, ma una realtà che morde la carne viva di milioni di persone. Il crollo del rial non è un numero che danza sui monitor di qualche trader, ma il dramma quotidiano di chi deve scegliere se comprare il pane o le medicine. Quando la valuta locale perde il 95% del suo valore in pochi anni – dal 2018 il dollaro è passato da 32mila rial a 1,42 milioni – non stiamo parlando di fluttuazioni di mercato ma di un’apocalisse economica che polverizza i risparmi di una vita.

L’inflazione al 42% ufficiale (che nella realtà dei fatti è probabilmente molto più alta) significa che ogni mese chi lavora diventa più povero, anche se il suo stipendio rimane invariato. I generi alimentari aumentati del 72% in un anno non sono una statistica, sono famiglie che cenano con quello che riescono a racimolare. I servizi medici rincarati del 50% significano gente che muore perché non può permettersi le cure. Questa è la benzina vera delle rivolte, non le teorie sulla libertà o i dibattiti costituzionali. E quei cittadini che stanno riempendo le piazze di Teheran, Isfahan, Shiraz, non stanno manifestando per principi astratti ma perché il regime li ha ridotti alla fame mentre continuava a spendere miliardi per finanziare proxy militari in tutto il Medio Oriente. Il paradosso dell’Iran è quello di un paese ricco di petrolio i cui abitanti non riescono a scaldarsi d’inverno, di una nazione che esporta energia mentre i propri uffici pubblici chiudono per mancanza di elettricità. I commercianti del Grande Bazar che hanno iniziato questa ondata di proteste non lo hanno fatto per amor di patria, ma perché non riuscivano più a lavorare con una valuta che cambiava valore ogni ora.

Il regime di Teheran, dal canto suo, reagisce con la solita strategia del bastone e della carota: promette dialogo mentre i Guardiani della Rivoluzione descrivono le proteste come manovre straniere – ed è probabilissimo che sia così, ma nessuna protesta eterodiretta attecchirebbe se non vi fossero dei reali problemi – ed offre aumenti salariali del 20% mentre l’inflazione galoppa al 42%. È la classica risposta di chi sa perfettamente che dietro ogni rivoluzione c’è sempre e soltanto l’economia, ma spera di prendere tempo con qualche briciola e molta repressione.

La situazione attuale rivela tutta la fragilità di un sistema che ha costruito la sua legittimità sulla resistenza all’Occidente ma si è dimenticato di badare al benessere dei propri cittadini. Lo scontro tra governo e manifestanti non è ideologico ma materiale: da una parte chi non riesce più a sopravvivere, dall’altra chi teme di perdere i privilegi. I disordini sociali che si stanno espandendo in tutto il paese seguono la geografia della povertà, non quella delle università o dei centri culturali.

E l’immagine del “Tank Man di Teheran”, quel manifestante seduto davanti alle forze speciali, è potente non per il suo simbolismo astratto ma per quello che rappresenta concretamente: una persona che non ha più nulla da perdere. Quando si arriva a quel punto, quando la disperazione economica supera la paura della repressione, allora le rivolte diventano inevitabili. Non servono intellettuali o teorici della rivoluzione, basta che la gente comune non riesca più a vivere.

Il principe Reza Pahlavi può anche sognare il ritorno della monarchia, ma la verità è che i manifestanti iraniani non stanno scegliendo tra diverse forme di governo: stanno semplicemente chiedendo di poter mangiare. È sempre così, dalle rivolte del pane nell’antica Roma alle primavere arabe, passando per la Rivoluzione francese: prima viene la fame, poi arrivano le ideologie a vestire di nobili principi quello che è sempre e soltanto un grido di pancia vuota.

LA VERA BENZINA DELLA RIVOLTA IRANIANA
LA VERA BENZINA DELLA RIVOLTA IRANIANA

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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