Tutto è incluso in Dio, ma a diversi livelli di espressione. Ciò implica che le Sue parti componenti ed emanate non vanno confuse con Lui, altrimenti si farebbe l’errore che fanno i panteisti: cioè considerare ogni Sua parte costitutiva ed emanata come l’intero, e non è così.
Esempio: noi siamo Suoi figli/Sua ipostasi/emanazione, ma non siamo Lui (l’errore che fanno i new ager quando affermano che noi siamo Dio): così come un figlio (pur assomigliando a suo padre) non è suo padre che lo ha generato. O, per essere più terra terra, sarebbe come pretendere che una nostra qualsiasi parte del corpo (mano, piede, braccio, ecc.) è noi nella nostra interezza: non è così.
Ecco perchè l’universo non è Dio essendo una Sua ipostasi.
Poi sull’universo ci sarebbe l’implicazione e influenza del concetto di sub-creazione arcontica (concessa da Dio stesso) che, però, non è oggetto di questo post: a chi legge, se interessato, il compito di approfondire l’argomento.
I più forti sono gentili. I più intelligenti sono silenziosi. I più ricchi sono semplici. I più felici sono riservati. Il vero potere non ha bisogno di dimostrare nulla.
Gli Stati Uniti confermano nuovamente il loro primato nel settore delle criptovalute, questa volta con l’approvazione del GENIUS Act, la legge che stabilisce un quadro normativo per regolamentare le stablecoin al fine di riconoscerle e promuoverle come uno strumento economico e finanziario.
Una stablecoin è una tipologia di criptovaluta – una moneta digitale – il cui valore è ancorato a un altro asset come un bene, una merce, ad esempio l’oro, una moneta, ad esempio il Dollaro o l’Euro, o un altro strumento finanziario. Questa non viene emessa da una Banca Centrale, ma da società private e funziona su una blockchain, un registro digitale pubblico e sicuro, dove le informazioni vengono scritte e verificate da una vasta rete di computer e non si possono modificare.
Queste monete digitali nascono per essere un’alternativa ai sistemi di pagamento tradizionali collegati alle banche, che richiedono l’uso diretto di valute ufficiali, e per facilitare le transazioni in tutto il Mondo, mantenendo sicurezza e stabilità.
Tre giorni prima dell’entrata in vigore del GENIUS Act, la Casa Bianca ha pubblicato la «legge contro lo Stato di sorveglianza CBDC», che proibisce alla Federal Reserve di sviluppare o emettere il Dollaro Digitale, aprendo la strada alle stablecoin emesse da società private, ma ancorate al valore del Dollaro.
La differenza potrà sembrare una sottigliezza per l’utente finale, ma la motivazione dietro questa scelta è strategica.
L’Amministrazione Trump ha capito il potenziale e l’impatto che le stablecoin avranno con la progressiva affermazione delle criptovalute e ha deciso, piuttosto che creare il Dollaro Digitale, di monopolizzare e dollarizzare quest’intero settore privato.
Secondo il GENIUS Act, le società emittenti sono responsabili delle stablecoin, le quali avranno infatti l’obbligo di essere rimborsabili e garantite al 100% da riserve – la cui composizione dovrà essere di pubblico dominio e aggiornata mensilmente – con attività liquide come Dollari o Titoli del Tesoro degli Stati Uniti a breve termine.
Così facendo si genererà artificialmente un supporto al debito emesso da Washington e di conseguenza si andrà a consolidare il ruolo del Dollaro. La stessa Casa Bianca riferisce che «le stablecoin svolgeranno un ruolo cruciale nel garantire il continuo dominio globale del Dollaro come valuta di riserva mondiale».
Trump è sempre più convinto nel suo obiettivo di rendere gli Stati Uniti la capitale mondiale delle criptovalute e ha dichiarato che «gli asset digitali sono il futuro e la nostra Nazione lo possiederà. […] Questa è la genialità americana al suo meglio e mostreremo al Mondo come vincere con gli asset digitali come mai prima d’ora!».
In America si sta creando una nuova alleanza tra potere politico e società private, molto simile alla collaborazione tra la l’Impero Britannico e la Compagnia delle Indie. Allora la Corona concesse alla Compagnia il diritto di commerciare, conquistare e governare l’intero sub-Continente indiano, oggi si concede a delle società private il diritto di emettere delle stablecoin per dollarizzare silenziosamente quei segmenti dell’economia e del commercio che non sono ancora dominati dagli Stati Uniti.
Riprendo brevemente la parola sul tema Nazionalsocialismo per rispondere più dettagliatamente – e pubblicamente – a Giorgio Parazzune, che ha segnalato una divergenza rispetto alla mia prospettiva interpretativa.
Dal mio punto di vista, come già gli studi di George Mosse avevano ben argomentato, esiste una certa relazione, che per me è anzi una vera e propria filiazione genealogica, fra Nazionalsocialismo e Romanticismo tedesco. Non starò qui a dilungarmi in merito su un argomento che ci condurrebbe troppo in là.
Tuttavia – e questo è appunto l’oggetto della mia risposta – io sono del parere che il Nazionalsocialismo *non* sia totalmente identificabile e sovrapponibile, quanto a vocazione essenziale, con il Romanticismo. È proprio qui che la lezione di Giorgio Locchi e di Adriano Romualdi – che io faccio mia – si rivela preziosa e stimolante. In questo senso, anche autori più recenti come Jeffrey Herf (Il modernismo reazionario) e Roger Griffin (Modernismo e fascismo) hanno correttamente inquadrato la materia.
Il Nazionalsocialismo si ricollega certamente alla corrente romantica, di cui però vuole essere figlio originale: nel Nazionalsocialismo non vi è mera “nostalgia” (Sehnsucht) in senso romantico, cioè doloroso ripiegamento su un passato che si sa, in fondo, esser perduto per sempre e che, al massimo, può esser fatto oggetto di “letteratura”.
Fatta sua ed elaborata a suo modo l’eredità romantica, il Nazionalsocialismo andò oltre: nel bel mezzo dell’età tecnologica, si propose a tutti gli effetti come un “archeofuturismo” il cui intento fu quello di proiettare un profondo passato e una eredità liberamente scelta – passato ed eredità ben più antiche dell’orizzonte medioevaleggiante rivendicato dai romantici e da taluni neoromantici – in un avvenire altrettanto lontano. Il termine Zukunft negli autori nazionalsocialisti ricorre spesso ad indicare questo slancio verso un avvenire rigenerato (che tanto disturba i conservatori e i reazionari di ogni specie). Slancio che si accompagna sempre al motivo antiegualitario della Züchtung, della “selezione gerarchica e qualitativa” di nuovi ordini e di una nuova umanità. Tutto ciò indica una predisposizione dinamica, un “darsi da fare” che allontana vistosamente il Nazionalsocialismo da ogni nostalgia utopistica verso il “paradiso perduto”.
Per quanto il movimento nazionalsocialista abbia peraltro annoverato fra le sue fila rappresentanti di una visione più schiettamente antimoderna (penso al “ruralismo” di Walther Darrè), io resto del parere che, nel suo complesso, il Nazionalsocialismo non abbia avuto un’anima reazionaria e negativa nei confronti della modernità, intendendo appunto incarnare una possibile “rivoluzione conservatrice” che tenesse conto degli strumenti messi a disposizione dal presente storico. Più che un’antimodernità pura e semplice, il Nazionalsocialismo volle dunque rappresentare un’*altra modernità*, una modernità che – attraverso un atto di volontà quasi magica, come sostenne Rauschning – sottraesse le innovazioni e la tecnica moderna all’ideologia egualitaria uscita dal 1789 per provocare quella “rottura del tempo storico” (Umbruch der Zeit) già evocato dalle correnti della Rivoluzione Conservatrice. In questo senso, il Nazionalsocialismo si configura come una delle possibili declinazioni del “nichilismo tedesco” così ben studiato da Francesco Ingravalle.
Qui, il riferimento non può che andare a colui il quale ha più profondamente incarnato l’atteggiamento – estetico, culturale – nazionalsocialista: Joseph Goebbels. In un suo discorso, egli evoca – e non per puro vezzo poetico – una “stählerne Romantik”, un “Romanticismo d’acciaio” per descrivere l’anima del movimento nazionalsocialista e che si può sintetizzare come «eine Verschmelzung von Mythen, Natur- und Heimatliebe mit Fortschrittlichkeit und Technikbegeisterung» («una fusione di miti, amore per la natura e la patria con senso del progresso ed entusiasmo per la tecnologia»). Goebbels si dimostra del tutto cosciente del fossato che separa il Nazionalsocialismo dell’eredità romantica, la quale tuttavia continua a permanere e ad animare la sua tendenza anti-illuminista, seppur mutata di orientamento:
«È una sorta di romanticismo d’acciaio, che ha reso di nuovo la vita tedesca degna di essere vissuta, un romanticismo che di fronte alla durezza dell’esistenza non si nasconde né aspira a sottrarsi ad essa in “azzurre lontananze”…».
Gli fa eco Alfred Rosenberg:
«…non deve essere impedita una spinta in avanti: tutt’altro! Un vecchio mondo è sprofondato per sempre; al posto di un romanticismo sognante è entrato in scena un romanticismo d’acciaio» (Blut und Ehre).
L’idea è chiara e si ricollega a ciò che Arthur Moeller van den Bruck aveva indicato con l’espressione «Wiederanküpfung nach vorwärts», “riconnessione in avanti”: redimere il presente, ovvero sottomettere la modernità e il progresso tecnico, intesi qui come dati oggettivi e conclamati, ad una Weltanschauung differente da quella piattamente progressista, cioè dalla visione che, in nome di una logica eudaimonistica, mira a spingere l’uomo fuori dalla storia in una sorta di Eden in cui l’azione umana non avrà più valore né senso perché la “tecnica” sarà chiamata a risolvere da sé ogni problema e ogni tensione. Che poi il Nazionalsocialismo abbia mancato questo scopo e abbia così disatteso la sua «intima grandezza», come ritenne Martin Heidegger, ciò non è motivo sufficiente, in ogni caso, per affermare che esso si sia pensato come fenomeno reazionario e antimoderno.
“Si muore esattamente come si vive… tutte le tecniche apprese saranno inutili…la disponibilità al momento presente sarà l’unica importante…”, Eric Baret.
Al momento della morte i pensieri coltivati in vita emergeranno con tutta la loro forza e con essi le irrisoluzioni lasciate sospese. Nel trapasso non c’è distrazione, non si potrà andare a fare una passeggiata o a vedere un film per distrarsi al fine di cambiare umore. Metti mano da ora a ciò che deve trovare un posto e soprattutto impara a meditare, non rimandare…
L’identità è un valore mentre la multietnicità non lo è: prendere da altre culture è giusto mentre il miscuglio universale non solo è sbagliato ma è deleterio per qualsiasi popolo.
Le culture si possono arricchire ma mai cancellarsi l’una con l’altra.
Vorrei spendere due parole sugli elogi dello “spirito mediterraneo” che, specialmente nel periodo estivo, mi capita di leggere in qua e là sulla bacheca di qualche amico.
Andrò dritto al punto, dicendo come la penso in merito ad una questione che spesso provoca perfino polemiche in un contesto nel quale, invece, sarebbe fruttuoso essere aperti ad altre prospettive.
Personalmente, sono portato a tener ben presenti tutti quei grandi uomini di lettere ed artisti del passato (pensiamo solo a Goethe e ad Hölderlin) che, in quanto legati al settentrione del mondo, amarono profondamente e si sentirono irresistibilmente attratti dalle chiarezze mediterranee e dall’azzurro profondo dei nostri mari.
Ma proprio questi alti esempi ci dovrebbero portare a realizzare una consapevolezza: che per amare veramente il “Mediterraneo”, per coglierne l’anima profonda e sentirne – starei per dire – la dimensione tragica, bisogna essere dotati di uno spirito non già “mediterraneo” (si intenda qui ciò che descrive Ludwig Ferdinand Clauss quando parla dell'”uomo della rappresentazione” nella sua Rassenpsychologie), bensì nordico. Bisogna, in altre parole, aver realizzato dentro di sé quella che autori come Hans F. K. Günther e Adriano Romualdi chiamavano “l’unità nordica dei popoli indoeuropei”.
A molti peraltro piace citare Evola: ed Evola cosa diceva? Perché non si riprende lo scritto sul mondo del Nord e lo spirito olimpico pubblicato in “L’arco e la clava” e perché non pure diverse considerazioni contenute ne “Gli uomini e le rovine”?
Ma perché questo? La risposta ce la offre Oswald Spengler:
«Il paesaggio nordico dell’era glaciale è morto, ostile alla vita, poi lentamente si desta alla vita […]. Esso continua però ad essere ostile alla vita, a causa di inverni duri, coltri di neve, masse di ghiaccio […]. La durezza di questo destino, di essere nati qui, ha formato la forza dell’anima […]. Con questi popoli del Nord, con queste stirpi di eroi, di un eroismo etico, pathos della distanza, idea del valore personale, abnegazione e sentimenti virili, spunta una nuova gemma nel mondo dell’uomo».
Questa nuova gemma è, s’intende, lo spirito della civiltà indoeuropea del carro da guerra, di origine nordica. Spirito che si estende anche nel Mediterraneo portando con sé, però, il ricordo e l’attitudine etica della patria primordiale.
Ecco perché sostengo che non possiamo dirci veramente “mediterranei” se non ci accostiamo a questo paesaggio con spirito nordico. Innegabilmente – come ben spiega Spengler e come aveva già compreso il Conte De Gobineau – è dal Nord che scaturisce quell’anima temprata dai più grandi sacrifici che ha fatto grande la storia d’Europa, anche quella apparentemente “mediterranea”. Ed è vero che, durante i secoli della storia, nel Sud si è sempre richiesto, ciclicamente, un apporto di sangue nordico affinché la tensione restasse alta, affinché “non ci si sciogliesse al sole”. Si legge l’epica omerica e ci si esalta con la lirica dorica di Pindaro, ma si dimentica spesso che proprio in questi grandi nomi si esprime un’indole nordica. La voce severa di Sparta, cantata da Karl Otfried Müller, è, in fin dei conti, l’autentica voce del Nord insediatosi nel bel mezzo del Mediterraneo. È la voce del silenzio nordico, la voce che si è scolpita nella nuda colonna dorica senza basamento.
Ma c’è anche dell’altro. C’è lo spirito propriamente teutonico e romantico, del quale noi “classici, felici e chiari” mediterranei non dovremmo mai fare a meno. Non è affatto un caso che il Romanticismo abbia visto la luce nel chiaroscuro delle foreste germaniche. Perché il Nord ci abitua al dolore, alla sopportazione della sofferenza. Wotan è il dio monocolo che soffre per eccellenza, che si è sacrificato per la conoscenza dell’avvenire (come il greco Prometeo), ma che malgrado tutto accetta gioiosamente e tragicamente questo dolore in nome di una vita rigenerata. Il Nord ci pone sempre delle sfide, ci mette faccia a faccia con la morte e il bisogno, ci dice, parlandoci attraverso il suo paesaggio selvaggio e inospitale, che la luce va conquistata (il rito del solstizio d’inverno riscopre il suo senso soprattutto dove di luce ve ne è poca), che ogni palmo di terra deve essere guadagnato con la forza della volontà, col sacrificio personale, con lo slancio eroico di chi non si cura del “presente che fugge” (di cui il “dolce far niente” italiano è una rappresentazione), ma dà a se stesso una progettualità cui prestare il proprio lavoro e la propria cura. Fra tutti, Knut Hamsun è colui che ha colto nel modo più poetico questo lato dell’anima nordica. La Germania si ritenne, non a torto, la terra del mezzo, attaccata da tutte le parti, la terra nella quale ogni quiete è un miraggio: lo spirito prussiano sgorgò da lì. Ed è sempre il Nord ad insegnarci l’essere per la morte di cui parla Heidegger, a ricordarci che, in fondo, siamo degli esseri finiti e a tempo che tuttavia esistono per combattere per la propria affermazione terrestre, per il proprio superamento esistenziale. Nietzsche, è vero, amava il Mediterraneo: ma era un nordico. La dottrina della volontà di potenza e dell’eterno ritorno, benché gli facesse fatica riconoscerlo per spirito di polemica contro i suoi, è nordica.
Se non si tiene presente tutto questo, a mio giudizio, si rischia seriamente di “morire di eternità”; si rischia di venire meno a quella sana tensione che non può fare a meno di riguardarci, giacché noi non siamo né dèi né animali: siamo esseri storici, finiti, provvisori, esseri che tuttavia proprio di questa finitudine e provvisorietà possono fare l’arma per la propria vittoria.
E tutto questo, questo spirito di lotta perseverante e senza compimento, solo il Grande Nord può insegnarcelo.
La vendetta è un diritto, non un dovere, come troppo spesso si dice per leggerezza.
Non c’è alcun testo che prescriva apertamente la vendetta; ma non ce ne sono neppure che la condannino, anche se poco giustificata. Chi attenta al mio onore, costruito secondo la mia concezione personale, si fa beffe del sacro che è in me, tende a dissacrarmi. Tutto ciò richiede una «compensazione» (bot), una riparazione, che si può realizzare in vari modi, non necessariamente in modo violento o cruento, ma il cui esercizio è del tutto giustificato. Non: «devo vendicarmi a tutti
i costi, questa è la legge»; ma: «non è possibile che io non mi vendichi». La reputazione, infatti, è il valore fondamentale, come è detto nelle strofe 76 e 77 delle Havamal (Edda poetica). La reputazione, come la fama, sono propagazioni del sacro, manifestazioni della sua esistenza, ierofanie vere e proprie. Questo concetto può essere espresso in modo estremamente colorito: orðstír, «rinomanza attraverso le parole», ordromr, «approvazione attraverso le parole». Chi ne beneficia gode del massimo dono conosciuto dagli Indoeuropei, la gloria, Heiðr, vegr, nell’accezione che al termine dava Corneille. Si tratta della realizzazione concreta dell’opinione più alta che ci si possa fare di se stessi, ma anche della dimostrazione pubblica che il dono fatto all’uomo dalle Potenze del Destino non è stato concesso invano, perché lo si è dimostrato chiaramente, lo si è fatto fruttare. Si può parlare allora di adorazione, ma di adorazione vissuta concretamente, espressa con gli atti e con le opere.
CONOSCERE, ACCETTARE, ASSUMERE IL PROPRIO DESTINO
La grandezza di questo universo mentale, di questa attiva riflessione nei confronti del Destino sacro, è legata a tre verbi che commenteremo fra poco: conoscere, accettare, assumere. Il Vighugr,
lo spirito del combattimento (che non va necessariamente inteso in senso marziale), pervade l’animo dell’uomo germanico. Egli non avrà tregua fino a quando tutti non sapranno come il Destino sacro ha voluto che egli fosse. Quando sarà giunto all’ età adulta egli affronterà inevitabilmente una prova, un ostacolo, che gli permetterà di conoscersi per quel che è, cioè per quello che si è voluto che fosse. Questo si chiama skapraun, «mettere alla prova un carattere», una tempra, ed è la parola
guida delle saghe.
LA MORTE, RITORNO AL SACRO
Entriamo a questo punto in un terreno estremamente fecondo, segnato dall’ affermazione che un morto non è mai veramente morto. L’assenza di una netta linea di demarcazione fra questo mondo e l’aldilà è una delle caratteristiche salienti dell’antico mondo germanico, che si presenta con singolare costanza e chiarezza. Morire non è lasciare la vita: è solo un mutamento di stato, un mutamento dello stato di vita. In questo modo rimane assicurata la continua circolazione fra i due mondi.
In qualunque momento il vivo può evocare il defunto, attraverso la magia, attraverso un semplice sforzo di sollecitazione, oppure attraverso i sogni che vengono a visitare il dormiente (motivo quest’ultimo ricorrente nelle saghe). E viceversa il «morto» appare al vivo per ricordargli il suo Dovere. La continuità è assicurata fin dai tempi dei grandi antenati fondatori (che sono forse o rappresentano i giganti); seguono poi gli dei e coloro che sono attualmente responsabili della sopravvivenza del clan. Il Destino ha assegnato ad ogni clan una linea di condotta da cui non bisogna deviare: sarebbe un’infrazione gravissima contro la legge del divenire propria di quel clan. Sarebbe un’infrazione contro il sacro: un’infrazione che poteva evidentemente avere luogo.
La hamingja, figura simbolica del destino di una famiglia, ingloba in un certo senso tutti gli antenati scomparsi: essi le sono stati fedeli e perciò non sono diventati draugar. Senza troppi sforzi è possibile vedere in essa la somma di tutti quegli antenati che, ciascuno a suo tempo, hanno mantenuto intatto il destino, l’onore, l’ eiginn mdttr ok megin del clan, l’unico valore sacro.
LA PACE, IDEALE SACRO
Questo valore sacro da mantenere, che tante volte ho chiamato ordine o equilibrio, è anche la pace (fríðr). In questo senso si può dire che la pace costituiva l’ideale sacro di ogni comunità germanica: una pace attiva, intesa a diversi livelli ma anzitutto in seno alla famiglia, che per definizione è l’ambiente privilegiato in cui si possono deporre le armi, perché è in ordine, nell’ordine. I suoi membri vanno d’ accordo gli uni con gli altri, nel senso che insieme hanno dato il loro consenso al destino proprio del clan, non pensano minimamente di metterlo in dubbio, agiscono in conformità con i suoi ideali, che gli antenati hanno abbondantemente illustrato e a cui gli anziani, in primo luogo il capo della famiglia, hanno reso onore. Lo stesso vale per ciascun individuo preso separatamente: il suo ideale è di essere d’ accordo con se stesso, cioè con la sorte che il Destino gli ha assegnato. Al livello più alto, anche la condizione degli dei è la medesima. Lo si comprende da un eloquente particolare che si incontra nella Voluspa dell’Edda poetica, quando la profetessa descrive la storia mitica degli dei e degli uomini e giunge al tragico momento in cui si prepara l’ineluttabile Ragnarok. Cosa fanno gli dei in quest’istante cruciale? Il testo lo ripete parecchie volte: salgono «sui seggi del giudizio» e «si consultano», evidentemente per conoscere i decreti del Destino. In questo caso va sottolineata la relazione che lega il giudizio alla divinazione. In effetti gli
dei, in precedenza, hanno sbagliato perché si sono lasciati sedurre da un personaggio enigmatico chiamato Gullveig : sono diventati spergiuri, sono venuti meno alla legge del Destino, si sono dissacrati e perciò ora li attende il cataclisma universale. L’unico modo per conoscere la guerra (un termine che non esiste nell’antico nordico, che dice Ofridr, «non-pace») è di attentare al proprio destino di attentare al Destino. E infatti il Ragnarok non è una «fine finale», una fine definitiva.
Sarà seguito da una rigenerazione universale, nella quale rivivranno soltanto gli dei «buoni», gli dei giusti, e, tra gli uomini, soltanto una coppia miracolosamente risparmiata ai piedi del grande albero Yggdrasill, che riprenderà a. perpetuare il genere umano. I componenti della coppia si chiameranno Lif (Vita) e Lífþrasir (Ardente di Vivere). E che cosa faranno gli dei una volta rinati? Giocheranno
alle «tavole>>, un gioco d’azzardo. Si può immaginare un esito più eloquente? Da una parte la vita, dall’altro il Destino.
Per questo la morte non è terrore o atrocità, ma consenso: essa rappresenta il ritorno al sacro, la riconciliazione completa con un Destino di cui (in questa vita e col nostro metro) saranno stati accettati i favori e le condanne, le sventure e le fortune. Mai si incontra un compianto per la morte, salvo nei testi di chiara impronta cristiana. Si incontra invece un fatalismo che si direbbe attivo, allegro. Fatto di constatazioni obiettive e prive di sentimentalismo: «tutti un giorno dovranno morire
» (eitt sinn skal hverr deyja); «nessuno sopravvive un solo giorno alla sentenza delle Norne». Proprio in questo modo va inteso il famoso detto «muoio ridendo», attribuito al capo vichingo Ragnarr Lodbrok nella fossa dei serpenti: parole che invece hanno suscitato commenti aberranti. Egli ha consumato il suo destino, ha servito bene la sua causa, e non poteva fare di più. Egli sa, comunque, che la fama che lascerà di sé è degna del dono che gli è stato fatto.
Ribadiamolo ancora una volta: nessuno sconsolato fatalismo, nessuna rassegnazione piagnucolosa, amara o cinica. Piuttosto una straordinaria gioia di vivere, un accanito voler vivere secondo il grande flusso fatidico. Riflettiamo un momento: l’importanza del culto, dei gesti e degli atti di questo mondo religioso ci suggerisce che la dulia è dovuta alle innumerevoli creature soprannaturali che lo popolano, mentre l’iperdulia va riservata agli dei. Ma la latria è rivolta soltanto al Destino. Perché queste lingue (ricorrendo ancora una volta alla filologia) non posseggono termini
corrispondenti a «caso» o «azzardo» (quest’ultimo di origine araba). Tutto infatti è voluto e regolato dalle Potenze e solo ammesso, riconosciuto, venerato dall’uomo. Egli sente o sa che non gli resta altro che compiere quanto esse hanno deciso, che questa è l’unica autentica forma di adorazione, che solo in questo modo egli avrà accesso al sacro.
E infatti, se non fosse per il sacro, varrebbe la pena di vivere?
Metti piede nel Campo Zero. In questo spazio vengono assolte tutte le tue colpe, i peccati, le trasgressioni, le minchiate che credi di aver fatto.
Non uscire da quello spazio aconcettuale, silenzioso, pacifico.
Appena esci da lì, ecco il caos, il samsara, le irrefrenabili tendenze involutive. Nel notare l’enorme contrasto tra lo spazio aconcettuale e il caos concettuale, verrai sempre più attratto dal cerchio Zero.
Quando metti piede nel cerchio dello Zero, vieni risucchiato in un magico buco nero che divora qualsiasi attaccamento. Strappa la paura dal cuore e la getta nel dimenticatoio.
Quindi perché aspettare?
Svelto!
Salta in questa condizione interiore, adesso.
Prendi questa decisione, una volta per tutte. E cerca di uscire il meno possibile da lì dentro.
Ma attenzione!
Lì dentro non guadagni nulla di speciale, non diventi un individuo migliore. Nel cerchio dello Zero perdi tutto, ma in compenso non hai più bisogno di niente.
Paradossalmente in quello spazio vuoto, privo di attaccamenti emotivi, i desideri vengono magicamente appagati senza neppure che tu lo desideri. Se esci da quella condizione, per rincorre le vecchie illusioni, sarai costretto a correre invano, disperarti come l’uomo comune, e quindi soffrire inutilmente – come al solito.
Lascia che la tua mente venga dolcemente domata, frenata, placata e infine annullata.
Lascia che il tuo io venga spazzato via.
Lascia che il condizionamento mentale venga azzerato.
L’azzeramento è già cominciato nel momento stesso in cui hai cominciato a intrattenere questa possibilità e hai lasciato che questi messaggi entrassero nel tuo sistema cognitivo.
Quando verrai assimilato dallo Zero, il tuo senso dell’io verrà disperso nello spazio, la tua mente verrà dissolta nell’etere.