SCIISMO SUNNISMO E GUENON

a cura di Giuseppe Aiello

25 Giugno 2025

Gli eventi degli ultimi giorni hanno purtroppo riportato in primo piano la “rivalità” Sciiti-Sunniti

Sono secoli che se ne parla quindi non voglio essere certamente io a inoltrarmi in disquisizioni e analisi teologiche e giuridiche

Voglio però ricordare che la prospettiva Tradizionale

– che si fonda su una visione metafisica universale che è al di là delle singole forme tradizionali e dunque a maggior ragione anche delle singole scuole o correnti all’interno della stessa tradizione –

ritiene entrambe le Scuole – se si escludono le correnti estemiste o addititture “eretiche” presenti sia nello Sciismo che nel Sunnismo – come LEGITTIME e ORTODOSSE

Per questo motivo l’Imam Khomeini, ponendosi appunto da una prospettiva esoterica e tradizionale, ricordiamo che lui era un profondo conosciutore di Ibn Arabi e di altri santi e sapienti del tasawwuf – perseguì l’unità tra Sciismo e Sunnismo e inaugurò la cosiddetta “Settimana dell’Unità islamica”, che è quella entro la quale si collocano le due diverse date della nascita del Profeta, secondo appunto la tradizione sciita e quella sunnita

Nella Repubblica Islamica dell’Iran i Sunniti hanno le proprie moschee, scuole e tribunali che seguono il fiqh sunnita di riferimento.

Richiami all’Unità islamica sono presenti anche nella Costituzione.

Quindi non mi dilungo, però non ritengo superfluo riportare di seguito alcune note di Guénon:

René Guénon:

“I Sunniti, gli Sciiti e i Kharigiti si differenziano principalmente sulla questione delle modalità del Califfato; non vi è eterodossia (…). Ciò che è eterodosso, sono le firat, cioè, le sette; è vero che per la maggior parte sono derivate dallo Sciismo, comprese le più recenti (come il Bahaismo, per esempio, che non ha nulla di islamico); si deve credere quindi che vi sia qualcosa che ne favorisce l’apparizione, ma, in ogni caso, non si tratta più di Sciismo come tale” ((Lettera a Marcel Clavelle – 29/7/1932 – in Frammenti dottrinali – ed. Luni)

René Guenon:

“Un punto di vista dei più contestabili [Guénon si riferisce ad un argomento di un libro di Arthur de Gobineau: Le religioni e le filosofie nell’Asia centrale] è quello che consiste nello spiegare le particolarità dell’Islam in Persia come una sorta di sopravvivenza del Mazdeismo; noi non vediamo, da parte nostra, alcuna traccia un poco precisa di una tale influenza che si mostra puramente ipotetica e abbastanza poco verosimile. Queste particolarità si spiegano sufficientemente per le differenze etniche e mentali che esistono tra i Persiani e gli Arabi, come quelle che si possono ritrovare nell’Africa del Nord si spiegano per i caratteri propri della razza berbera; l’Islam, molto più “universalista” di quanto non si creda comunemente, porta in sé stesso la possibilità di tali adattamenti, senza che si debba fare appello a infiltrazioni estranee. Del resto, la divisione dei Musulmani in Sunniti e Sciiti e ben lontana dall’avere il rigore che gli attribuiscono le semplicistiche concezioni che sono correnti in Occidente; lo Sciismo ha ben dei gradi, ed è così lontano da essere esclusivamente proprio della Persia tanto che si potrebbe dire che, in un certo senso, tutti i Musulmani sono più o meno Sciiti; ma questo ci condurrebbe a troppo lunghi sviluppi. Per ciò che riguarda il Sufismo, vale a dire l’esoterismo islamico, esso esiste tanto presso gli Arabi che presso i Persiani e, a dispetto di tutte le asserzioni dei “critici” europei, esso si ricollega alle origini stesse dell’Islam: si può dire, in effetti, che il Profeta consegna la “scienza segreta” ad Abu Bakr e ad Alì, ed è da questi che procedono le differenti scuole. In generale le scuole arabe si riconnettono soprattutto ad Abu Bakr e le scuole persiane ad Alì; e la principale differenza è che dentro questa, l’esoterismo riveste una forma più “mistica” nel senso che questa parola ha assunto in Occidente tanto che, nel primo, rimane più puramente intellettuale e metafisico; qui ancora, le tendenze di ciascuna razza sono sufficienti a spiegare una tale differenza, che allora, è molto più nella forma che nel fondo stesso dell’insegnamento almeno fino a quando rimane conforme all’ortodossia tradizionale”.(Studi sull’Induismo)

SCIISMO SUNNISMO E GUENON
SCIISMO SUNNISMO E GUENON

L’Europa si arma per la pace (degli altri) tra retorica sudditanza e nazionalismi a orologeria

di Zela Santi

26 Giugno 2025

La corsa alle armi nell’Unione Europea si presenta come una risposta difensiva, ma nasconde contraddizioni ideologiche, strategiche e culturali che minano la stessa idea di un’Europa unita e autonoma.

L’Europa si arma per la pace (degli altri)

Il progetto di riarmo degli Stati europei, rilanciato con vigore dal Segretario della NATO Mark Rutte su pressioni di Donald Trump, viene ufficialmente giustificato con la necessità di difendersi dalla minaccia russa. Tuttavia, questa narrazione risulta ambigua e contraddittoria.

Da un lato, Mosca viene descritta come una superpotenza in grado di mettere in pericolo l’intero continente; dall’altro, la si dipinge come un paese tecnologicamente arretrato, che fatica a prevalere in un conflitto già logorante come quello ucraino. Due rappresentazioni inconciliabili, che sollevano dubbi sulla reale coerenza del discorso politico e militare occidentale.

A ben vedere, la Russia non rappresenta né un colosso invincibile né uno stato in disfacimento totale. È una potenza regionale con capacità militari selettive, ma anche con evidenti limiti: crisi demografica, problemi infrastrutturali e difficoltà a proiettare una vera egemonia al di fuori del proprio spazio storico.

Che interesse avrebbe Mosca ad annettersi territori ostili per cultura, lingua e orientamento politico? Non si tratta tanto di valutare se la Russia sia “buona” o “cattiva”, quanto di riconoscere che l’ipotesi di un’invasione continentale è strategicamente infondata.

La vera motivazione della corsa agli armamenti europea risiede altrove: nella riconfigurazione delle priorità geopolitiche degli Stati Uniti. Con l’attenzione americana sempre più rivolta al confronto con la Cina nel Pacifico, l’Europa è chiamata ad assumersi maggiori responsabilità nella propria sicurezza. Ma non per vera autonomia strategica, bensì come appendice operativa del disegno atlantico.

Il recente e imbarazzante scambio tra Donald Trump e Mark Rutte, in cui il primo pubblica un messaggio in cui il secondo promette un aumento della spesa militare europea, è emblematico del rapporto di subordinazione che ancora lega il continente a Washington.

Più armi, meno Europa

Uno degli argomenti più ingannevoli della retorica sul riarmo è l’idea che si stia gettando le basi per un futuro esercito europeo unificato. In realtà, i fondi per la difesa non vanno a un ente sovranazionale, ma ai singoli stati. Non esiste un comando integrato, né una catena di comando comune. Il risultato non è maggiore coesione, ma un rafforzamento degli eserciti nazionali, con tutte le conseguenze simboliche e culturali del caso.

Costruire un esercito non significa soltanto acquistare armi, ma creare una macchina retorica e ideologica che giustifichi la presenza di soldati, ufficiali e strutture militari. Significa alimentare narrazioni identitarie, erigere nuovi miti patriottici, riscoprire orgogli nazionali. In altri termini, significa alimentare il nazionalismo. E il nazionalismo, per sua natura, è centrifugo rispetto al progetto europeo: produce diffidenza tra stati, ostilità verso le istituzioni sovranazionali, insofferenza verso vincoli esterni come quelli imposti dai mercati o dal diritto comunitario.

Il paradosso è che mentre l’Europa si arma dichiarando di voler rafforzare la propria coesione, ne mina le fondamenta. E non è nemmeno detto che questo risveglio nazionalista sia in contrasto con la strategia americana. Gli Stati Uniti hanno sempre gestito le relazioni internazionali secondo la logica delle “sfere di influenza”, e l’Europa, divisa in entità nazionali forti ma coordinate da Washington, risulta più maneggiabile rispetto a un soggetto politico realmente autonomo.

A fare da apripista in questo gioco di doppiezze sono i governi più conservatori, come quello italiano, il cui retroterra ideologico unisce una certa nostalgia identitaria all’atlantismo più servile. Non è un caso che i discendenti politici del Movimento Sociale Italiano, oggi al governo, riescano a conciliare richiami nazionalisti e fedeltà assoluta all’amico americano.

Se questa è l’autonomia strategica europea, è più un’illusione fotografica che una prospettiva reale.

Tratto da: Kultur Jam

L’Europa si arma per la pace (degli altri) tra retorica sudditanza e nazionalismi a orologeria
L’Europa si arma per la pace (degli altri) tra retorica sudditanza e nazionalismi a orologeria

BUGIE E SCIVOLONI AL VERTICE NATO

di Roberto Vivaldelli (Termometro Geopolitico)

26 Giugno 2025

Il sempre più imbarazzante Rutte si fa umiliare da Trump: bugie e scivoloni al vertice Nato

Negli ultimi giorni, il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha toccato vertici di inadeguatezza tali da far rimpiangere – incredibile a dirsi – il suo predecessore, il grigio Jens Stoltenberg (nomen omen). Se è vero che questo ruolo richiede una fedeltà assoluta alle posizioni del vero leader dell’organizzazione, il Presidente degli Stati Uniti, Rutte è riuscito a sprofondare negli abissi del grottesco (e del ridicolo) con le sue recenti esternazioni. E se questo è il livello – morale e intellettuale – del capo dell’Alleanza Atlantica allora ha proprio ragione un noto ministro quando ha recentemente affermato che la Nato non ha più ragione di esistere. Con questi leader, a maggior ragione.

Il messaggio di Rutte a Trump

Con un gesto più o meno calcolato, il presidente statunitense Donald Trump ha messo in ridicolo il segretario generale della Nato, Mark Rutte, pubblicando su Truth Social un lungo messaggio che questi gli ha inviato dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Iran. Il contenuto del messaggio, di un servilismo sconcertante, rivela, se mai ce ne fosse bisogno, la competizione tra i leader euroatlantici per conquistare il ruolo di vassalli più zelanti.

Rutte, infatti, ha lodato l’operato di Trump per aver spinto l’Europa a incrementare significativamente la spesa per la difesa. Il messaggio, condiviso tramite screenshot durante il viaggio di Trump all’Aia, alla vigilia del vertice Nato, evidenzia il ruolo cruciale del presidente americano nel convincere gli alleati a puntare al 5% del Pil per la difesa.

“Donald, ci hai condotto verso un momento davvero, davvero importante per l’America, l’Europa e il mondo”, ha scritto Rutte, celebrando il successo di Trump nel persuadere gli alleati a raggiungere un obiettivo che “NESSUN presidente americano è riuscito a realizzare in decenni”. Secondo Rutte, “l’Europa pagherà alla grande, come dovrebbe, e sarà la vostra vittoria“. Il segretario generale ha anche elogiato l’azione decisa di Trump contro l’Iran, definendola “straordinaria” e senza precedenti.

Come nota lo studioso Branko Milanovic, “l’email di Rutte è un’accusa schiacciante contro l’élite dell’Ue. Falsità, menzogne, pretesti. Nessuna convinzione, di alcun tipo. E nemmeno spina dorsale”. Secondo Arnaud Bertrand, con questo messaggio “Abbiamo raggiunto l’apice del vassallaggio europeo, perfino i servi medievali avevano più rispetto di sé”.

I deliri (e le bugie) del Segretario della Nato

Oltre alla figuraccia rimediata con l’sms pubblicato da The Donald, Rutte è riuscito anche a dire una palese falsità quando ha difeso il bombardamento americano contro l’Iran. Alla vigilia del vertice Nato all’Aja, Rutte ha dichiarato: “Non sono d’accordo con chi considera l’attacco degli Usa in Iran come in contrasto col diritto internazionale”. Una posizione che ha immediatamente attirato critiche da parte di esperti di diritto internazionale e analisti politici, che sottolineano come un’azione militare unilaterale, senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o una chiara giustificazione di legittima difesa ai sensi dell’Articolo 51 della Carta Onu, è a tutti gli effetti una violazione del diritto internazionale, piaccia o meno a Rutte, che evidentemente non sa di cosa parla.

Secondo la Carta delle Nazioni Unite, l’uso legittimo della forza da parte di uno Stato contro un altro è consentito solo in due casi: su autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, ai sensi del Capitolo 7, per mantenere o ripristinare la pace e la sicurezza internazionale, oppure in autodifesa, come previsto dall’articolo 51, in caso di attacco da parte di un altro Stato. Nel contesto del programma nucleare iraniano, il Consiglio di Sicurezza ha adottato diverse risoluzioni, ma nessuna ha mai autorizzato l’uso della forza militare contro l’Iran da parte di Israele o degli Stati Uniti, escludendo quindi la legittimità di un attacco sulla base di tali risoluzioni, come ha spiegato all’Independent Donald Rothwell, professore di diritto internazionale presso l’Australian National University. Posizione condivisa dalla maggior parte degli esperti.

Il delirante messaggio bellicista

E non finisce qui. Perché sempre alla vigilia del vertice Nato, Rutte ha affermato che “gli Stati membri sono pronti a combattere insieme e, se necessario, a soffrire e morire insieme”. Questo poco prima di essere nuovamente umiliato dal presidente Usa Donald Trump, il quale ha messo in dubbio il principio di difesa collettiva dell’alleanza sancito dall’Articolo 5, secondo cui “un attacco armato contro uno o più Stati membri in Europa o Nord America è considerato un attacco contro tutti”. In tali circostanze, riporta l’articolo 5, “ogni Stato membro si impegna ad assistere il paese attaccato, adottando le misure ritenute necessarie“.

Interrogato sulla continuità dell’impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Articolo 5 della Nato, Trump ha risposto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One: “Dipende dalla vostra definizione. Ci sono numerose definizioni dell’Articolo 5. Lo sapete, vero? Ma sono impegnato a essere loro amico. Sono impegnato a salvare vite. Sono impegnato per la vita e la sicurezza. E vi darò una definizione precisa quando sarò lì. Solo non voglio farlo sul retro di un aereo”. Altro che “combattere” e “morire insieme”: perché poi sappiamo che, in caso di guerra – vera – quelli che combatterebbero in prima linea non sarebbero certo né i Rutte né gli altri “falchi” coraggiosi solo a parole.

Salasso per gli Stati, esultano i grandi fondi finanziari

Chi può esultare per le parole del Segretario generale della Nato sono senza dubbio i grandi fondi finanziari. Il professor Alessandro Volpi evidenzia come le posizioni del segretario generale della Nato, che tanto si è mosso per favorire l’aumento della spesa militare europea al 5% del Pil (ovviamente a discapito del welfare), generino benefici per i grandi fondi finanziari, in particolare americani. Con il varo di ReArm Europe, osserva Volpi in un post pubblicato sui social, “sono proliferati strumenti come gli Etf che replicano indici legati alla spesa militare nato, come quello su piattaforma Hanetf, che ha guadagnato oltre il 30% da gennaio, o altri che includono titoli di aziende di armi europee e Usa, gestiti da colossi come Vanguard e Black Rock”.

Questi prodotti, accessibili a 15-20 euro, “attirano i risparmiatori europei, rafforzando la liquidità e l’influenza globale della finanza USA”. Volpi sottolinea che “l’enfatizzazione dei pericoli russi e cinesi alimenta questi meccanismi”, mentre in Italia si nota la cessione del 20% di Plenitude (Eni) al fondo Ares, controllato da Vanguard e Black Rock, a scapito degli interessi nazionali.

BUGIE E SCIVOLONI AL VERTICE NATO
BUGIE E SCIVOLONI AL VERTICE NATO

L’ invasione russa immaginaria: ovvero come ci prendono per scemi mentre ci tolgono tutto

di Marquez

25 Giugno 2025

L’Europa si prepara alla guerra…non contro la Russia ma contro la propria intelligenza. Nessuno crede davvero all’invasione russa del Vecchio Continente: è solo un alibi per giustificare la folle corsa al riarmo. Perché Putin dovrebbe voler conquistare paesi deindustrializzati, in crisi demografica, inermi e già colonizzati economicamente?

L’ invasione russa immaginaria

In un Paese dove le emergenze si moltiplicano come i talk show, e la memoria storica evapora più in fretta di un bonus edilizio, pare ancora esserci un barlume di lucidità: nessuno – o quasi – crede davvero che Putin stia per invadere l’Europa. Figuriamoci poi l’Italia! Nessuno sano di mente, almeno.

D’altronde, proviamo a metterci nei panni dello Zar del XXI secolo: perché mai dovrebbe gettarsi in un’impresa suicida, coinvolgendo i suoi 145 milioni di cittadini, rischiando un’apocalisse nucleare, per annettere che cosa?

Perché mai Putin dovrebbe invadere la Germania, Paese che si ostina a dismettere il nucleare e a legarsi mani e piedi al gas statunitense, mentre cerca di rimpiazzare la manifattura con la burocrazia verde? O la Francia, dilaniata da proteste cicliche, con mezza banlieue pronta all’insurrezione e l’altra mezza disillusa dalla République? Per non parlare della Spagna, alle prese con tensioni separatiste mai sopite, un’economia basata sul turismo low-cost e una gioventù disoccupata che emigra a Berlino per fare i rider.

Invadere la Grecia, poi, significherebbe accollarsi un paese sfiancato da anni di austerità tedesca, dove l’unica resistenza armata la fanno i pensionati in fila alla farmacia. Il Portogallo? Delizioso, certo, ma talmente spopolato e disindustrializzato che neanche i russi saprebbero dove mettere un blindato.

E la Polonia, pur guerresca a parole, si è già offerta spontaneamente come bastione Nato. Quanto al Benelux, già oggi è una porta girevole per ogni flusso economico-finanziario internazionale: invaderli sarebbe meno utile che aprire un conto offshore.

Insomma, nessun paese europeo ha un valore strategico che giustifichi la follia atomica di una guerra su scala continentale. Solo una propaganda disperata può tentare di convincerci del contrario.

Vogliamo parlare dell’Italia?

E l’Italia? Questa meravigliosa repubblica del Superbonus, dove ci si accapiglia per un cantiere più che per un laboratorio di ricerca? Un Paese senza materie prime, senza una vera industria strategica, popolato da signori d’altri tempi che prediligono il valore immobiliare alla meccanica quantistica, e i fondi pensione alle innovazioni tecnologiche?

Il nostro tessuto sociale, ormai logoro, regge appena grazie a una manodopera migrante invisibile che raccoglie la verdura, accudisce gli anziani, lava le automobili a dieci euro e ringrazia pure. Immaginare che il Cremlino covi brame di conquista su questo scenario equivale a credere che Gengis Khan fosse a caccia di centri benessere.

Eppure, con incredibile disinvoltura, la narrazione dell’”invasione russa” viene impacchettata quotidianamente come una verità incontestabile. Telegiornali, editoriali, dichiarazioni parlamentari – tutti impegnati a recitare il copione della minaccia incombente. Non una parola, invece, sul fatto che questa paranoia confezionata serva solo a giustificare un’impresa ben più concreta e devastante: la folle corsa europea al riarmo.

In Italia si parla ormai apertamente – e senza alcun imbarazzo – di portare la spesa militare al 5% del PIL. Una cifra mostruosa, da economia di guerra totale, che farà a pezzi le ultime briciole del welfare, la sanità pubblica, la scuola, la ricerca. Tutto sacrificato sull’altare della “sicurezza”, concetto ormai talmente deformato da coincidere con l’interesse di industrie belliche transnazionali.

E il bello – si fa per dire – è che lo si fa in silenzio, come se fosse ovvio, naturale, ineluttabile. Nessuna resistenza significativa, nessun dibattito reale. L’opinione pubblica, anestetizzata e confusa, accetta supinamente l’idea che l’unica alternativa all’estinzione sia il moltiplicarsi delle armi. L’orrore si consuma a bassa voce, in giacca e cravatta, tra tecnicismi contabili e interviste rassicuranti.

La verità, però, rimane lì, evidente a chi voglia ancora vederla: la propaganda dell’invasione è un diversivo. Serve a nascondere il fatto che stiamo smantellando, pezzo dopo pezzo, ogni residuo di civiltà democratica. Non per difenderci da un nemico esterno, ma per rendere definitivo il dominio di quelli interni: i nuovi sacerdoti della spesa bellica, dell’economia di guerra, dell’Europa forte con i deboli e servile con l’atlantismo.

E così, mentre nessuno – tranne forse qualche ingenuo irriducibile – crede davvero che i carri armati russi sbarcheranno a Lampedusa, stiamo già vivendo un’altra invasione: quella della menzogna armata, che ci ruba tutto, persino la lucidità.

Tratto da: Kultur Jam

L’ invasione russa immaginaria: ovvero come ci prendono per scemi mentre ci tolgono tutto
L’ invasione russa immaginaria: ovvero come ci prendono per scemi mentre ci tolgono tutto

SOPRAVVIVERE SEMPRE

di Manuela Atisha

Chi l’ha detto che l’uomo è sulla vetta della catena alimentare? Questa visione poteva solamente venire in mente ha un essere umano. Per gli inorganici siamo noi la preda.

Ma cosa credi di star facendo tu quando ti mangi una lattuga o una bistecca? Stai mangiando vita! la tua sensibilità è ipocrita.

I depredatori cosmici non sono né più né meno crudeli di noi. Quando una razza più forte consuma un’altra inferiore sta aiutando la sua energia a evolvere.

Ti ho già detto che nell’universo c’è solo guerra. Gli scontri degli uomini sono un riflesso di ciò che accade la fuori. E’ normale che una specie tenti di consumarne un’altra: la caratteristica di un Guerriero è di non lagnarsi per questo e fare in modo di sopravvivere.

(C. Castaneda)

SOPRAVVIVERE SEMPRE
SOPRAVVIVERE SEMPRE

IL FALLIMENTO DI ISRAELE

di Daniele Perra

Ad oggi, si può affermare con una certa cognizione di causa che l’operazione israeliana “Rising Lion” sia stata un totale fallimento.

Il programma nucleare iraniano è solo parzialmente scalfito. Il dominio aereo non è sufficiente. Netanyahu non è riuscito a spingere gli Stati Uniti ad entrare direttamente nel conflitto (nonostante l’attacco piuttosto debole, e molto di facciata, ad alcuni siti nucleari iraniani). Israele non può colpire in modo pesante le infrastrutture petrolifere iraniane, troppo importanti per un “peso massimo” come la Cina, che non può essere indispettita più di tanto (visti i tanti interessi economici anche in Israele). Il “cambio di regime” a Teheran è ben lontano dal realizzarsi, a prescindere dallo scongelamento dell’impresentabile Reza Ciro Pahlavi (chi pensa che gli iraniani lo vogliano alla guida del loro Paese ha seri problemi mentali). La diplomazia di Russia, Cina e Pakistan è stata fondamentale, quantomeno per fare capire a Washington che avrebbero partecipato alla partita in caso di un allargamento del conflitto. L’Iran ha ampiamente dimostrato che Israele può essere colpito (anche con una sostanziale facilità) e, al contempo, che non cerca alcuno scontro diretto con gli Stati Uniti (e gli attacchi telefonati alle basi USA nella regione ne sono la prova evidente).

Questa, tuttavia, rimane solo una fase. Se la questione dovesse chiudersi così, la sconfitta israeliana è evidente. Se dovesse continuare, il rischio di un crollo di Tel Aviv potrebbe seriamente portare gli Stati Uniti a correre in aiuto del suo “alleato” (rimane difficile chiamarlo così visti i danni che la lobby sionista ha portato alla politica estera USA).

IL FALLIMENTO DI ISRAELE
IL FALLIMENTO DI ISRAELE

Midnight Hammer: l’operazione propaganda

a cura della Redazione

24-06-2025

Riportiamo i dettagli principali dell’Operazione “Midnight Hammer” contro l’Iran:

  • 7:30 (ora di Teheran) del 21 giugno, bombardieri B-2 accompagnati da numerosi aerei da rifornimento decollarono dalla base aerea di Whiteman. Dopo 16 ore, alle 23:30 (ora di Teheran), raggiungono l’area operativa del CENTCOM.
  • 00:30 del 22 giugno, 30 missili da crociera Tomahawk vengono lanciati da un sottomarino classe Ohio di stanza nell’Oceano Indiano settentrionale, verso gli impianti nucleari di Isfahan.
  • 01:30, i bombardieri, scortati da jet da combattimento, entrano nello spazio aereo iraniano da ovest.
  • 02:10, l’impianto nucleare di Fordow viene colpito da sei bombardieri B-2 che utilizzano 12 bombe antibunker GBU-57, con due bombe sganciate per bersaglio.
  • 2:30 del mattino, un altro bombardiere B-2 lancia due bombe GBU-57 contro il sito nucleare di Natanz. Entrambe le bombe puntano sullo stesso punto per massimizzare la penetrazione.
  • 3:00 del mattino, i bombardieri lasciano lo spazio aereo iraniano e rientrano alla base aerea di Whiteman, nel Missouri, negli Stati Uniti.

Secondo il portavoce militare statunitense, all’operazione Midnight Hammer hanno partecipato in totale 125 aerei militari statunitensi. Sono state lanciate 75 muni zioni a guida di precisione contro obiettivi designati in Iran, inclusi 30 missili da crociera dal sottomarino e 14 bombe GBU-57.

Midnight Hammer: l’operazione propaganda
Midnight Hammer: l’operazione propaganda

Elon Musk: la fine della politica?

Videoconferenza del canale YouTube PROGETTO RAZZIA, trasmesso online in live streaming il giorno 24 giugno2025

Musk come fenomeno storico è l’inversione ulteriore tra potere economico e potere politico, con un potere economico e privato sempre più in grado di sottrarre al politico i compiti che gli sono propri (o che abbiamo assunto gli fossero propri): dalla gestione dei viaggi spaziali, alla difesa del diritto di parola, all’ambito militare vero e proprio. Questa privatizzazione dello spazio politico che è da un lato necessità delle nuove forme del Capitale, dall’altro intrinsecamente forma più performante di Politica e quindi più Politica del vecchio politico ha oggi il volto di Musk. Analizziamo questo processo e il ruolo epocale di Musk: il TecnoSciamano.

Elon Musk: la fine della politica?

Iran: il grande errore di calcolo di Israele

a cura della Redazione

23-06-2025

Iran – I servi occidentali stanno andando in crisi mentre guardano il loro padrone venire massacrato dopo il suo fallito attacco a sorpresa che si è ritorto contro. Invece di un cambio di regime a Teheran, Tel Aviv e Haifa stanno bruciando mentre i missili dell’Irgc paralizzano infrastrutture chiave:

  • Complessi d’armamenti Rafael (missili, droni, guerra informatica).
  • Raffineria di petrolio e centrale elettrica di Haifa.
  • Quartier generale di Mossad, Shin Bet e Unità 8200.
  • Cupola di Ferro? Più simile a Cupola di Carta.

I missili iraniani stanno penetrando più livelli di difesa aerea, seminando il caos nell’occupazione sionista.

L’asse sionista ha commesso un enorme errore di calcolo. L’Iran non si limita a reagire: sta riscrivendo le regole del gioco, dimostrando di poter paralizzare l’economia israeliana con attacchi chirurgici. Nel frattempo, gli Stati Uniti inciampano in una “guerra calda”. Intanto, Russia e Cina osservano da vicino, pronte a cambiare marcia.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Iran: il grande errore di calcolo di Israele
Iran: il grande errore di calcolo di Israele

L’IRAN NON LOTTA PER LA MINIGONNA

di Alessandro Orsini

Proverò a demistificare la propaganda della televisione italiana per punti al fine di ristabilire la verità sostanziale dei fatti in uno Stato satellite degli Stati Uniti con un sistema dell’informazione iper-corrotto.

Uno: gli iraniani non lottano per indossare la minigonna. Indossare o meno la minigonna è un fatto pressocché irrilevante per la quasi totalità degli iraniani. Gli iraniani lottano per non essere trasformati in un popolo di schiavi degli Stati Uniti. Gli iraniani lottano perché sanno che, con un regime filo-americano, starebbero molto peggio di adesso. Sanno che, con un regime filo-americano, l’Iran diventerebbe un altro complice d’Israele nel genocidio del popolo palestinese, come l’Italia e la Germania. Gli iraniani lottano perché sanno che, con un regime filo-americano, l’Iran avrebbe un ministro degli Esteri come Tajani che fornisce sostegno militare a Netanyahu a sterminio in corso e che dice a Rai Tre: “Israele non ha compiuto crimini di guerra” (gennaio 2025). Gli iraniani lottano contro gli Stati Uniti per non fare schi […] fo; per non essere guidati da un uomo come Trump che progetta la pulizia etnica della Palestina tramite lo sterminio sistematico dei bambini palestinesi.

Due: gli iraniani non lottano per indossare la minigonna. Gli iraniani lottano per non fare la fine della Cina dopo le guerre dell’oppio.

Tre: gli iraniani non lottano per indossare la minigonna. Gli iraniani lottano contro l’Occidente di Trump che disprezza l’Islam e che concepisce i musulmani come un pericolo e come un problema da superare.

Pensare che gli iraniani lottano per indossare la minigonna significa non avere capito niente dell’Iran, dell’Italia, dell’Occidente, del Medio Oriente e della politica internazionale in generale. Chi afferma che gli iraniani lottano per indossare la minigonna e per essere governati da un regime filo-occidentale è un corrotto dell’informazione italiana, nel senso sociologico inteso nel mio ultimo libro.

Gli iraniani lottano per rimanere musulmani, lottano per conservare le loro tradizioni, lottano per non essere trasformati in un nuovo popolo palestinese o nei nuovi indiani d’America.

Gli iraniani non sono un popolo stupido. Non passano il loro tempo a preoccuparsi della minigonna o del velo. Crederlo significa essere razzisti, significa credere che gli iraniani sono cretini. Gli iraniani amano la libertà. Ecco perché la quasi totalità degli iraniani lotta contro gli Stati Uniti e contro l’Occidente, non contro Khamenei.

Oggi sento le stesse stupidaggini che sentivo il 24 febbraio 2022: “I russi sono schierati con la Nato contro Putin”.

Il sistema dell’informazione in Italia sulla politica internazionale funziona come nelle dittature. Il mondo sarà salvato dal coraggio intellettuale e dal pensiero critico.

L'IRAN NON LOTTA PER LA MINIGONNA
L’IRAN NON LOTTA PER LA MINIGONNA