Il totalitarismo col volto liberale: l’Europa che ci comanda e ci prepara alla guerra

di Ferdinando Pastore

6 Giugno 2025

Le élite denunciano le autocrazie lontane, ma tacciono sul totalitarismo europeo: l’UE impone un dogma economico apolitico, soffoca la democrazia, commissaria l’Italia e prepara la guerra, il tutto in nome della concorrenza, della stabilità e della libertà.

Il nostro totalitarismo: l’Unione Europea

Le tante vedette culturali sempre attente nel denunciare l’assenza di afflato democratico in Iran, in Russia, in Cina e in Venezuela, sempre così aggrottate quando si lanciano in campagne di sensibilizzazione sul diniego alla libertà dei costumi che qualche autarchia ancora tenta di diffondere, sembrano mute, sorde e cieche quando si prova a ragionare sul totalitarismo di casa nostra, quello che non permette l’esplicazione di semplici libertà politiche, magari lasciando all’individuo il permesso di scorrazzare tra le più feconde fantasie.

Spoliticizzare l’economia. Questa locuzione sembra, a prima vista, la definizione di un fenomeno tecnico, quasi impalpabile, poco attinente con i desideri, le aspettative, l’emancipazione di ogni essere umano; ma in realtà una società nella quale l’economia di mercato non è più oggetto di disputa politica, perché costituzionalizzata, non può in alcun modo definirsi democratica, anche se promette una radicale autodeterminazione del singolo per ciò che concerne le sue predilezioni.

Questo perché private della lotta, della coscienza economica e di classe, quelle inclinazioni si rigireranno nel vuoto, in un’euforia inconsapevolmente adolescenziale, e cadranno esauste in una futura approssimazione personale.

A conferma di ciò passa quasi inosservata la solita velina di Bruxelles sui compiti che l’Italia dovrà compiere perché il pedigree dell’inappuntabile nazione neoliberale possa essere esposto con orgoglio.

Il feldmaresciallo Valdis Dombrovskis, a nome di tutto il Reich, afferma, con la pacata violenza verbale tipica della sociopatia da management, che, tutto sommato, l’Italia non ha bisogno di nuove misure di risanamento. E ci mancherebbe dopo trent’anni di avanzo primario nell’ossequioso rispetto dei vincoli di bilancio. Ma che comunque dovrà necessariamente mettere mano al proprio genetico difetto: la spesa improduttiva e l’efficienza dei fondi di coesione.

Detto per chi non vuol proprio capire, l’Italia deve far guadagnare, e tanto, gli investitori esteri che, con spirito ecumenico, hanno investito o vogliono investire nel Paese per sostituirsi alla sfera pubblica. Per cui un altro tassello da implementare in modo che la stima degli stati frugali resti immutata è l’aggregazione tra piccole e medie imprese.

Perché il discorso non lasci adito a dubbi si raccomanda anche un ulteriore passo perché la Pubblica Amministrazione sia modernizzata e resa più efficiente, che insomma sia messa a disposizione della speculazione dei privati.

Il tutto, è chiaro, rispettando la stabilità di bilancio e lo spirito di concorrenza. Cioè quei tasselli costituzionali resi ermetici dal Trattato di Maastricht in poi, che rendono l’Unione Europea una struttura istituzionale al servizio dell’ideologia di mercato.

Sistema aggravato, nella suo totalitarismo, dalle regole che accompagnano l’edificazione del PNRR. Una buona resilienza, difatti, si può ottenere solo con una strettissima vigilanza della Commissione europea, la quale può in qualsiasi momento verificare e stravolgere l’attuazione del Piano se questo non si attiene alla specificità costituzionale dell’Europa Unita.

Così ragionò il nostro maresciallo Pétain in doppiopetto, quel Mario Draghi a capo del governo collaborazionista ideato dal Presidente della Repubblica, che concepì la struttura del nostro PNRR, blindata e resa inamovibile proprio per salvaguardare il corretto andamento del totalitarismo di mercato, oggi indorato dall’ultima raccomandazione europea, quella sulla spesa militare.

Perché dopo averci reso tutti più resilienti, più poveri e più ebeti, l’Europa ha in mente di portare, estaticamente, tutti noi in guerra. Certo, a difesa della libertà. Ovvio.

Tratto da: Kultur Jam

Il totalitarismo col volto liberale: l’Europa che ci comanda e ci prepara alla guerra
Il totalitarismo col volto liberale: l’Europa che ci comanda e ci prepara alla guerra

Regno Unito e Russia: La Storia di un Conflitto Permanente

di Lelio Antonio Deganutti

2 Giugno 2025

Londra, 2 giugno 2025 — Le recenti dichiarazioni del Primo Ministro britannico, che ha affermato che “il Regno Unito è pronto a ogni eventualità, anche a uno scontro diretto con la Russia”, riaccendono una rivalità secolare che affonda le radici nella geopolitica imperiale dell’Ottocento.

Quella tra la Gran Bretagna e la Russia non è solo una contrapposizione legata all’attuale guerra in Ucraina. È il riemergere di un’antica dinamica storica: due potenze profondamente diverse per natura, cultura strategica e obiettivi, ma da sempre destinate a sfidarsi. Una potenza talassocratica, la Gran Bretagna, padrona dei mari e delle rotte globali; l’altra tellurocratica, la Russia, impero continentale per vocazione e minaccioso nella sua espansione via terra.

Il “Grande Gioco”: una lunga rivalità

Come ben descritto dallo storico Peter Hopkirk nei suoi celebri studi — tra cui Il Grande Gioco e Verso il Grande Oceano — l’Ottocento fu teatro di una guerra silenziosa e strategica tra Londra e San Pietroburgo per il controllo dell’Asia centrale. Afghanistan, Persia, Tibet: ogni lembo di terra tra l’Impero russo e quello britannico in India era potenziale casus belli.

Nonostante l’assenza di guerre aperte tra le due potenze durante quel periodo, la diffidenza reciproca plasmò le politiche estere di entrambi per decenni. L’obiettivo britannico era chiaro: impedire alla Russia di raggiungere l’Oceano Indiano e minacciare la perla dell’Impero, l’India. Quello russo, invece, era spingersi verso sud per ottenere uno sbocco nei mari caldi e influenzare il Medio Oriente.

Il Novecento: un secolo di tregua armata

Paradossalmente, il XX secolo segnò un momento di relativa distensione, almeno fino alla Guerra Fredda. Due guerre mondiali videro la Gran Bretagna e la Russia (poi URSS) dalla stessa parte della barricata. Ma già nel 1946, il celebre discorso di Churchill a Fulton, Missouri, segnava l’inizio di una nuova fase di ostilità — stavolta ideologica e nucleare.

Durante la Guerra Fredda, Londra si schierò saldamente con Washington nel contenimento del comunismo sovietico. Il conflitto si spostò su altri terreni: intelligence, diplomazia, sfere d’influenza. Ma la logica di fondo era la stessa del “Grande Gioco”: limitare l’espansione dell’altro.

Ucraina: il nuovo fronte

Oggi, la guerra in Ucraina riporta in primo piano questa storica opposizione. Il Regno Unito è stato tra i primi paesi europei a fornire supporto militare e strategico a Kyiv. A livello simbolico e pratico, Londra si propone come leader di un fronte europeo duro nei confronti di Mosca. Le parole del Primo Ministro, pur forti, sono l’eco di una continuità storica: quella di un Paese che non ha mai smesso di vedere nella Russia una minaccia sistemica.

Due visioni del mondo

Il conflitto tra Russia e Regno Unito non è solo militare. È uno scontro tra due visioni del mondo. Da un lato, la proiezione globale, marittima, commerciale, che si rifà ai principi del diritto internazionale e dell’equilibrio di potere. Dall’altro, l’espansionismo territoriale, l’autocrazia politica, la volontà di revisionare l’ordine mondiale nato dopo il 1945.

Tratto da: Giornale Sera

Regno Unito e Russia: La Storia di un Conflitto Permanente
Regno Unito e Russia: La Storia di un Conflitto Permanente

I TRE RIFUGI DEL TAOISMO

di Felipe Guerra

Il taoismo che ha ricevuto una forte influenza dal Buddismo ha tre tesori: il Tao, i Sutra (discorsi del Buddha) e il Maestro, conosciuti anche come i Tre Rifugi.

Il fulcro della dottrina taoista afferma: “Il primo è il tesoro del Tao, il secondo è il tesoro del Sutra Supremo e il terzo è il tesoro del grande maestro (Guru).

Si dice anche: “Il Signore Supremo Taoista insegna attraverso la forma (il suo esempio), che è chiamata il tesoro dell’insegnante; risponde alla volontà attraverso il Qi(energia), che è chiamato il tesoro del Tao; e dimostra il Dharma (21) attraverso scritti meravigliosi, che sono chiamati il ​​tesoro delle scritture.

Da ciò possiamo comprendere che le scritture e i maestri taoisti rappresentano il regno più elevato del culto taoista.

Le Scritture possono eliminare i disastri nel mondo e il suono del canto delle Scritture può curare le malattie nascoste nel cuore delle persone.

Il potere delle Scritture è come l’acqua, e anche il bene supremo è come l’acqua. Non solo purifica e rende limpida l’anima umana, ma consente anche alle buone gemme nel cuore di prosperare, stimolando così la latente “natura del Tao”. Il motivo per cui le scritture vengono tramandate di generazione in generazione è che trasformano parole tangibili in risultati intangibili.

Il taoismo ha molte scritture, ognuna delle quali registra i meriti della recitazione di questa scrittura e i meriti della recitazione di quell’altra scrittura.

Leggiamo una testimonianza:” Dopo aver sentito o visto ciò, tutti divennero ossessionati dai meriti e si impegnarono tutto il giorno, recitando questo e quel sutra. Poiché avevo fretta di portare a termine un compito, recitai le Scritture molto velocemente, il che risultò molto dannoso per la mia energia. Di conseguenza, invece di praticare bene, si svilupparono malattie. Ciò è dovuto a un fraintendimento del merito. Il merito non si trova nelle Scritture scritte nero su bianco, ma nei nostri cuori”.

Quando recitiamo le Scritture sacre, comprendiamo i principi e i metodi di pratica. Possiamo quindi praticare secondo questi principi e metodi e passare dall’essere persone comuni al regno dei santi. Questo è il grande merito contenuto nelle scritture!

Se ci limitiamo a recitare e cantare, ma non comprendiamo i principi delle scritture, non sappiamo come praticare e rimaniamo comunque al livello delle persone comuni senza fare alcun progresso, da dove verrà il merito?

Ci sono anche persone che, pur comprendendo alcuni principi, non sono disposte a metterli in pratica o a coltivarli, ma li studiano solo come conoscenza, il che è inutile.

Come si può vedere, le righe sono importanti. Il semplice studio o la recitazione delle scritture senza praticarle non porterà meriti sufficienti.

In secondo luogo, dobbiamo avere una corretta comprensione della parola “merito”.

Il cosiddetto merito è un risultato pratico, una sorta di potere, il potere di realizzare una causa.

Noi cinesi siamo molto attenti alla creazione dei caratteri. Il “gong”(abilità) del merito e della virtù è il “gong” del lavoro più il “li”(interno) della forza, è il potere che ci consente di agire e raggiungere i nostri obiettivi.

Nel Taoismo, la nostra comune mente umana verrà elevata alla suprema mente del Tao. In realtà si tratta di una sublimazione della mente. Non è forse il raggiungimento di una grande causa? Non è forse il compimento di un risultato fruttuoso?

Il “de” in merito e virtù significa virtù diffusa in tutto l’universo.

Ad esempio, un insulto come: “sei immorale” significa che hai fatto qualcosa di sbagliato che danneggia gli altri e avvantaggia te stesso. Dobbiamo stringere buone amicizie e salvare tutti gli esseri senzienti, fare cose che siano di beneficio a tutti gli esseri viventi e portare benefici all’umanità. Questa è una grande virtù.

Ma se non possiamo salvare noi stessi, come possiamo salvare tutti gli esseri viventi? Ad esempio: una persona cade nel fiume e sta per annegare, ma tu non sai nuotare e non conosci alcuna tecnica salvavita. Come puoi scendere per salvarlo? Se non puoi salvarlo, allora dov’è la tua virtù?

Pertanto, dobbiamo praticare secondo i principi enunciati nelle Scritture e compiere sforzi continui, ancora e ancora. Solo allora potremo raggiungere il successo e apportare benefici a tutti gli esseri senzienti.

Salva prima te stesso e poi salva gli altri; salva prima te stesso e poi salva gli altri. Solo quando sarai salvato potrai parlare di salvare e liberare gli altri. Altrimenti, se tu stesso confuso; i principi di cui parli confonderanno sicuramente gli altri.

Ma sicuramente puoi aiutare gli altri in base alle tue capacità. In altre parole, ricorda che le tue capacità devono essere all’altezza delle tue parole e delle tue azioni. Altrimenti, se le tue capacità non corrispondono alle tue parole e alle tue azioni, non sarai in grado di controllarle e fallirai inevitabilmente.

Come abbiamo detto prima, quando studi e reciti le scritture, la tua mente e la tua natura cresceranno, la tua saggezza si risveglierà, e questo è merito.

Pratichiamo la coltivazione per vedere attraverso la vita e la morte e per sfuggire alla vita e alla morte, per non parlare di accumulare meriti e guadagnare capitale.

Se dai importanza ai meriti e alle virtù, cadrai nella routine. Non sarai in grado di comprendere la vita e la morte, e andrai sempre più fuori strada.

Ciò che coltiviamo nella pratica è la mente, e la mente è ciò che trasmette i misteri.

I TRE RIFUGI DEL TAOISMO
I TRE RIFUGI DEL TAOISMO

LA LIBERAZIONE NELLA VERITA’

di Ralù Raluca Antohie

“Coloro che sono destinati alla Liberazione saranno condotti a conoscere la Verità e molti, con questo mezzo, raggiungeranno la Liberazione. Ma coloro che superbamente sono radicati nella cattiveria e caparbiamente seguitano a caricarsi di colpe dovute alla forza delle illusioni, impossibilitati a riconoscere la Verità, se ne allontaneranno discendendo a precipizio sempre più in basso.”

(Bardo Thodol, Libro Tibetano dei Morti)

LA LIBERAZIONE NELLA VERITA'
LA LIBERAZIONE NELLA VERITA’

AFFRONTARE IL NOSTRO DESTINO

a cura di Martino Zeta

Siamo tutti soggetti a un determinato destino, che è la causa diretta del nostro retaggio umano. Presta attenzione, non ho detto conseguenza ma causa. Ragioniamo all’indietro; ci è stato insegnato che la causa precede l’effetto, e abbiamo finito per crederci. Eppure, le streghe e gli stregoni sanno che non è così, sanno che non c’è nulla di lineare nel passare del tempo. Gli antichi Toltechi hanno dimostrato che viviamo in un eterno presente; ciò significa che il passare del tempo è un’interpretazione che noi facciamo.

La pressione che le emanazioni esercitano sulla memoria è ciò che crea la sensazione di continuità, dove la realtà è percepita come un flusso continuo. Si passa da un atto all’altro, portando il groviglio del passato che ci definisce. Questo è ciò che crea il senso dello scorrere lineare del tempo: dove finisce un evento, ne inizia uno nuovo.

Il vedere dissipa quell’illusione, e, all’improvviso: ecco! Capiamo che tutto accade simultaneamente in questo vasto infinito.” Esclamò, muovendo le mani in una divertente caricatura: una perfetta imitazione di Carlos.

“Quando impariamo a guardare il tempo presente, invece di quello che è passato; il tempo delle nostre immense e misteriose possibilità, invece del tempo della nostra storia personale; allora non sarà più una questione di destino imminente o di causa ed effetto, perché allora, queste possibilità, si trasformano in sfide da guerrieri.”

“Da noi dipende convertire le nostre azioni in giustificazioni o affrontare con coraggio le sfide che ci attendono”.

“Ci hanno preparato al nostro destino come preparano il bestiame che va docilmente al macello. Questa è senza dubbio la questione più importante per gli esseri umani, eppure tutti evitano di parlarne o anche solo pensarci.

Alcuni, forse, passano qualche minuto ogni anno a visitare i loro morti, ma evitano di pensare a quella realtà; infatti, non credono davvero che domani saranno lì, sepolti, insieme ai loro morti.”

“Altri scherzano cinicamente, come se la loro superbia lì potesse liberare dal destino che lì attende, ma quando sarà il momento di morire, non scherzeranno più”.

“Dividono anche il tempo della vita in cicli: nascita, infanzia, giovinezza, vecchiaia e morte.

Questa descrizione è accettata implicitamente, senza mai mettere in discussione o riflettere sul suo significato.

“Così, il dato destino si è convertito in un dittatore, passando dall’essere una conseguenza a imporre un’impostazione, a essere la causa del vivere e del morire in questo modo. Questa è la condizione, la più deplorevole, in cui una specie cosciente può essere trascinata. In altre tradizioni questo si chiama karma, taglione, o causa ed effetto. Per gli sciamani, non è altro che stupidità.”

“Se si potesse scegliere, sicuramente tutti i sani di mente di questo mondo sceglierebbero di fuggire dalla fine che ci aspetta. Non credi? Se è così, allora perché continuare a fingere che non stia succedendo nulla? Perché non affrontare a testa alta il nostro destino imminente e scoprire così le incredibili possibilità che ci sono nascoste? Perché?”

(Armando Torres – La Ragnatela Universale)

AFFRONTARE IL NOSTRO DESTINO
AFFRONTARE IL NOSTRO DESTINO

SUL PELLEGRINAGGIO INTERIORE

di Giuseppe Aiello

Per chi segue una via iniziatica ed esoterica, la Ka’ba fisica nel mondo rappresenta il Cuore spirituale umano, il “luogo” all’interno ‎dell’essere umano dove dimora il Divino, dove il vero essere umano (insān) incontra il Divino faccia ‎a faccia. ‎

In realtà si può dire che la Ka’ba e il cuore non sono realmente due cose: la vera Ka’ba è il cuore ‎umano perfetto, la fonte originaria della preghiera, e chi porta il proprio cuore a quello stato di ‎perfezione e prega da lì, prega dalla Ka’ba. Allora il Tempio celeste viene a circumambulare l’Essere ‎Umano.‎

Tuttavia, conoscere questo posto dentro ognuno di noi è una cosa. ‎

Un’altra è intraprendere il viaggio per raggiungerla e superare gli ostacoli sulla strada. ‎

Per intraprendere il viaggio verso il cuore interiore, ognuno di noi parte da dove si trova, più o ‎meno distante dal polo centrale del Cuore. Dobbiamo intraprendere un viaggio particolare, con un ‎suo percorso particolare. Portiamo il nostro bagaglio, leggero o meno. Possiamo fermarci lungo il ‎tragitto, per riposare e raccogliere provviste, ma se la nostra intenzione è abbastanza chiara, questi ‎luoghi di sosta sono temporanei – non li scambieremo per la nostra destinazione. È essenziale ‎tenere sempre a mente com’è quella destinazione finale – il che rende altrettanto essenziale ‎ascoltare coloro che sono arrivati, che portano notizie della vera natura del Cuore.‎

Una delle caratteristiche distintive dei veri percorsi spirituali è la CONVERGENZA. Tutte le divisioni e ‎gli antagonismi che appaiono al livello esteriore si dissolvono e scompaiono al livello del Cuore ‎singolare. Come dice Rūmī,‎

“Per alcuni la strada viene da Rūm [Anatolia], per alcuni dalla Siria, per alcuni dalla Persia, per alcuni ‎dalla Cina, per alcuni via mare dall’India e dallo Yemen… una volta arrivati alla Ka’ba, ci si rende ‎conto che quella guerra (quest’uomo che dice a quell’uomo “sei falso, sei un infedele”, e l’altro che ‎risponde a tono) riguardava solo le strade, e che il loro obiettivo era uno.‎”

C’è un ostacolo su tutti, secondo Ibn ʿArabī, che si frappone a questa armonia:‎

“Il peccato più grande è quello che uccide il cuore, e non viene ucciso da nulla se non dalla mancanza ‎di conoscenza di Dio, che si chiama IGNORANZA (jahl), perché [il cuore] è la ‘casa’ (o tempio, bayt) ‎che Dio ha scelto da questa formazione umana per Se Stesso. Tuttavia, è stato indebitamente ‎appropriato da questo usurpatore (ghāṣib), che interviene tra esso e il suo Proprietario. È il più ‎grande oppressore della sua anima, perché le impedisce di [ricevere] la bontà che [altrimenti] le ‎sarebbe spettata dal Padrone di questa casa, se solo l’avesse lasciata [il cuore] a Lui. Tale è la ‎privazione dell’ignoranza.‎”

Possiamo notare due punti importanti in questo passaggio senza compromessi. ‎

In primo luogo, il cuore appartiene propriamente a Dio; Egli è il Proprietario del cuore, ed è ‎attraverso questo cuore che tutto il bene giunge all’anima. ‎

Nella mente araba, e in particolare per Ibn ʿArabī, il cuore non è il luogo delle emozioni o dei ‎sentimenti, come potremmo pensarlo oggi. ‎

Essa è anzitutto la casa della VERA CONOSCENZA: è il luogo dove Dio stesso è conosciuto e il tempio ‎in cui Dio già abita. In realtà è il Suo Cuore, non il nostro. ‎

In secondo luogo, l’usurpatore che “interviene” tra il cuore e il suo Proprietario, che si è ‎appropriato indebitamente del Tempio che Dio ha scelto per Sé, non è una cosa, non è un ego, non ‎è un sé – è semplicemente IGNORANZA DEL VERO STATO DELLE COSE, o meglio, un’assenza di ‎conoscenza del Vero Dio. Se non conosciamo Dio, possiamo dire che non abbiamo un cuore vivo, o ‎che il nostro cuore è morto.‎

Ci sono due aspetti distinti, complementari e apparentemente opposti (in termini intellettuali) ‎riguardo alla Via della Verità. Da un lato, è un viaggio verso la Ka’ba del Cuore, un viaggio che può ‎essere raggiunto solo attraverso la PURIFICAZIONE e la LUCIDATURA. Come scrive Ibn ʿArabī, ‎

‎”il Reale cerca da te il tuo cuore e ti dà tutto ciò che sei. Quindi purificalo e lucidalo [il cuore] ‎attraverso la PRESENZA (ḥuḍūr), la VIGILANZA (murāqaba) e il TIMORE REVERENZIALE ‎‎(khashya).’ A volte egli usa la metafora tradizionale del cuore come uno specchio riflettente che ‎ha bisogno di essere lucidato – lo specchio che sottolinea la natura ultima del cuore come ‎completamente e infinitamente ricettivo alla rivelazione divina.”‎

Allo stesso tempo, è un viaggio del cuore (safar al-qalb) verso il Cuore, del cuore del mistico verso ‎la realtà del Cuore. Si tratta, quindi, di un movimento che si allontana dalle considerazioni ‎dell'”io”, del “mio cuore”, per concentrarsi solo su Dio, sul “Suo Cuore”, lontano dall’usurpatore per ‎il vero Proprietario, dall’ignoranza per la testimonianza e la Conoscenza. Può anche essere descritto ‎come un viaggio dall’essere un vaso limitato a diventare ciò che nella tradizione cristiana è ‎raffigurato sulle pareti della chiesa di Chora a Istanbul come “il contenitore dell’incontenibile”. Per ‎Ibn ʿArabī il “cammino” è in realtà il cuore rivolto verso Dio nel ricordo.‎

“quando Dio ha creato il tuo corpo, ha posto in esso una Ka’ba, che è il tuo Cuore. Egli fece di questo ‎tempio del cuore la più nobile delle case nella persona della fede (muʾmin). Egli ci ha informato che ‎i cieli, in cui c’è la Casa Frequentata (al-bayt al-maʿmūr), e la terra, in cui c’è la Ka’ba [fisica], non Lo ‎circondano e sono troppo confinati per Lui, ma Egli è circondato da questo cuore nella costituzione ‎dell’umano credente. Ciò che qui si intende per “comprendere” è la conoscenza di Dio”.

SUL PELLEGRINAGGIO INTERIORE
SUL PELLEGRINAGGIO INTERIORE

La lunga sera dell’Italia: declino e senescenza di una nazione in stallo

di Marquez

27 Giugno 2025

L’Italia affonda in una senescenza senza progetto: giovani scoraggiati, anziani prigionieri di paure, classe dirigente assente. Tra declino demografico e culturale, serve un cambio di rotta radicale e lungimirante, o resteremo prigionieri del nostro stesso passato.

Italia, declino e senescenza

Un tempo, in condizioni ancora più complesse delle attuali, l’Italia seppe darsi un progetto comune. Forze politiche profondamente distanti – comunisti, liberali, democristiani, perfino monarchici – trovarono un terreno d’intesa attorno a obiettivi essenziali: la Liberazione, il referendum istituzionale, la Costituzione. Non si trattava di utopie, ma di pochi punti concreti e condivisibili, capaci di accendere una mobilitazione popolare e costruire un futuro.

Oggi quello slancio appare lontano, quasi irraggiungibile. L’Italia sembra un paese invecchiato non solo nei dati demografici, ma nello spirito: incapace di visione, privo di fiducia, ripiegato su se stesso.

La politica si è ridotta a gestione del presente, incapace di pianificare o immaginare. La società, sempre più frammentata e sfiduciata, si rifugia nell’inerzia o nell’individualismo.

In un contesto in cui l’età media supera i 48 anni, ogni proposta di cambiamento si scontra con un corpo sociale irrigidito, incapace di elaborare una direzione comune. Il declino non riguarda solo infrastrutture o servizi: è culturale, simbolico, profondo. A venir meno è il desiderio stesso di futuro.

Demografia, lavoro, rappresentanza: perché l’Italia non è un Paese per giovani

Molto si è detto sulla crisi demografica italiana, ma spesso in modo superficiale. Il problema non è solo il numero di nascite, ma la struttura stessa della popolazione: una piramide rovesciata che produce un vortice inarrestabile di invecchiamento e quindi di ulteriore sterilità, biologica e culturale. Dal 1977, l’Italia è costantemente sotto la soglia dei due figli per donna. Questo dato non è neutro: implica un ridimensionamento radicale della proiezione nel futuro.

L’emancipazione femminile, l’incertezza economica, la precarietà abitativa e lavorativa, un welfare obsoleto: tutto concorre a congelare la fascia sociologicamente centrale della popolazione, quella che altrove costruisce famiglie, investe, si radica. In Italia, i ceti medi, anziché essere motore di trasformazione, vivono in difesa, arroccati nella paura di perdere quel poco che resta.

A peggiorare il quadro, si aggiunge una cultura pubblica che infantilizza i giovani, li deresponsabilizza e nel contempo li esclude. In nessun altro paese europeo un quarantenne è definito “giovanissimo”. Solo in una società dominata da sessantenni può ancora avere senso questa distorsione lessicale. Ma le parole contano, e dietro l’uso improprio dei termini si cela una realtà più profonda: l’Italia non solo non investe nei giovani, ma non li riconosce nemmeno.

Le migrazioni, che avrebbero potuto essere un fattore di riequilibrio, sono state gestite in modo miope o ideologico. Negli anni ’90, si sarebbe potuto avviare un piano per attrarre giovani famiglie dal Sud America, culturalmente affini e spesso di origine italiana. Non lo si è fatto. Oggi, è troppo tardi: quale trentenne con ambizioni sceglierebbe di trasferirsi in una provincia italiana depressa, dove anche i connazionali fuggono?

Il disarmo della classe dirigente: quando il futuro si scrive con le spalle al passato

La decapitazione della classe dirigente italiana alla fine della Guerra Fredda ha avuto effetti devastanti. Mani Pulite, pur necessaria, ha prodotto un vuoto che non è mai stato colmato. L’illusione che la sola onestà bastasse a rifondare un sistema ha aperto la strada a una lunga stagione di mediocrità, improvvisazione e consociativismo.

L’IRI, esempio di intervento pubblico intelligente, è stato smantellato. Figure come Mattei, Olivetti o Craxi (al netto dei giudizi morali) seppero leggere la propria epoca, usarne le contraddizioni per produrre valore e visione. Oggi, la classe dirigente italiana – politica, imprenditoriale, accademica – appare inadeguata e senza respiro strategico. Non pianifica, non investe, non rischia. L’università è ridotta a un sistema svuotato, i ricercatori costretti a emigrare o adattarsi a logiche inefficienti.

Persino l’informazione ha smesso di svolgere il proprio ruolo. Non si tratta più nemmeno di propaganda o manipolazione: semplicemente, il giornalismo italiano è diventato un contenitore vuoto, incapace di stimolare senso civico o partecipazione.

L’Italia di oggi riesce nella paradossale impresa di combinare i peggiori difetti del pubblico e del privato, senza i pregi di nessuno dei due. Non ha diritti sociali avanzati né un sistema efficiente. Non tutela la scuola, né la sanità, né l’ambiente. Eppure, sopravvive, grazie forse a una diffusa resilienza quotidiana che però rischia di trasformarsi in abitudine alla rassegnazione.

Ripartire dal reale: una politica del lungo periodo

Non serve un nuovo fuoco di paglia, un’altra meteora elettorale destinata a dissolversi in pochi mesi. Serve una visione lunga, una politica capace di pensare a trent’anni, di costruire lentamente ma con costanza, su basi pragmatiche. Serve la consapevolezza che ogni comunità può risollevarsi, ma solo se accetta di guardarsi con lucidità, senza retorica, senza alibi, senza illusioni salvifiche.

La decadenza non è mai definitiva. Ma solo se si riconosce l’entità del disastro, si può cominciare a immaginare una ricostruzione. L’Italia può ancora dire qualcosa al mondo, ma per farlo deve prima capire cosa vuole dire a sé stessa.

Tratto da: Kultur Jam

La lunga sera dell'Italia: declino e senescenza di una nazione in stallo
La lunga sera dell’Italia: declino e senescenza di una nazione in stallo

CANCELLARE IL MONDO ORDINARIO

a cura di Martino Zeta

Disse che infrangere la barriera della percezione è il massimo di tutto quello che fanno i guerrieri. Dal momento in cui la barriera è infranta, l’uomo e il suo destino acquistano un diverso significato. Per la trascendentale importanza di infrangere quella barriera, i nuovi veggenti usano l’atto di infrangerla come una prova finale. La prova consiste nel saltare dalla cima di una montagna in un precipizio, stando nella consapevolezza normale. Se il guerriero che salta nell’abisso non cancella il mondo ordinario e non ne allinea un altro prima di toccare il fondo, morirà.

(Carlos Castaneda – Il fuoco dal profondo)

CANCELLARE IL MONDO ORDINARIO
CANCELLARE IL MONDO ORDINARIO