Lo scrittore cita Amos Goldberg: “A Gaza c’è un genocidio intenzionale”. E attacca il sionismo.
“L’uso infame e ripugnante dell’epiteto ‘antisemita’, rivolto a persone perbene che sentono come loro fratelli gli ultimi, i vessati, i perseguitati, è una schifezza. È come sputare sulle ceneri dei morti della Shoah“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Battitori Liberi (Radio Cusano Campus) da Moni Ovadia a proposito degli opinionisti che furoreggiano in tv e che sostengono la liceità dei crimini israeliani “per combattere il terrorismo di Hamas”: “Questi giornalisti dicono una stupidaggine di proporzioni ciclopiche, perché sostengono un partito preso a priori. Se fossero onesti, direbbero almeno che Israele ha violato tutte le risoluzioni dell’Onu e la convenzione di Ginevra. Israele, insieme al suo complice, cioè gli Usa – continua- – ha fatto carne di porco del diritto internazionale. Il danno che hanno fatto i sionisti è inenarrabile. Intanto, è la bancarotta fraudolenta di tutto l’Occidente che non si è opposto. Bastava dire agli israeliani che sarebbero stati sostenuti, a patto che avessero rispettato le risoluzioni di Ginevra e dell’Onu. E invece a chiunque muova una critica loro danno dell’antisemita”.
Ovadia si pronuncia sulle proteste dei parenti degli ostaggi israeliani contro Netanyahu: “Io capisco e sento la tragedia dei familiari, ma avrebbero fatto bene a protestare prima, cioè quando le colonizzazioni, l’occupazione, la segregazione e il razzismo si estendevano progressivamente. Il sionismo è sempre stato ab origine un’ideologia colonialista, razzista e segregazionista. Quando hanno esteso le colonie a dismisura, non c’era ancora Netanyahu. Netanyahu non è una deriva rispetto al sionismo ma è l’epitome del sionismo – continua, citando Golda Meir – C’era Ben Gurion quando fecero la pulizia etnica del ’48, non c’era Netanyahu. Ora c’è naturalmente Netanyahu che fa parte del sionismo revisionista, cioè fascista. Quindi, Netanyahu è un fascista e anche peggio. Però tutto il progetto sionista è stato concepito per scotomizzare i palestinesi dalla realtà”. E aggiunge: “Io mi definisco un radicale antisionista. Il sionismo è un progetto fallito nell’infamia. Mi riferisco alle parole del professor Amos Goldberg, il più illustre storico dell’Olocausto israeliano e docente dipartimento di storia ebraica dell’Università ebraica di Gerusalemme e che ha definito quello che accade a Gaza “genocidio intenzionale””.
Lo scrittore conclude: “A Londra manifestano ogni giorno alcuni sopravvissuti alla Shoah. Il loro rappresentante si chiama Stephen Kapos, da Budapest fu deportato per sette anni ad Auschwitz. Lui gira con un cartello attaccato al collo con la scritta “Stop genocide in Gaza”, ogni giorno che Dio manda in terra. Quindi, nessuno può avocare a sé la titolarità di quella terribile catastrofe subita dagli ebrei – chiosa – perché gli ebrei che sono stati sterminati dai nazisti non avevano una nazione, non erano ebrei della Diaspora. Dubito che, se Hitler avesse visto gli ebrei come sono oggi gli israeliani, avrebbe messo in piedi quell’immane macello. E lo dico perché è pieno di antisemiti che sono ultrafilosionisti, soprattutto in America”.
“Il motivo per cui ci consideriamo separati da tutto il resto”, spiegò Nélida, “è precisamente perché stiamo pensando. È il pensiero che ci separa dalla totalità e ci fa dimenticare la nostra comune origine. […]
“Noi tutti, siamo fatti di luce”, continuò Nélida. “La luce attiva il corpo energetico e, anche se abbiamo forma umana, per uno stregone che vede, siamo essenzialmente dei filamenti di luce.”
Nélida disse che il nostro lato umano era un’eredità scimmiesca; e aggiunse che il retaggio animale ci fa agire in modo indisciplinato.
“Ma abbiamo un altro lato che è totalmente nascosto.”
“Come fai a sapere che esiste un altro lato, se è totalmente nascosto?”
“Gli stregoni lo vedono, e tutti noi sappiamo che c’è”,mi assicurò. “Ma anche se è vicino (perché è il nostro vero sé), rimane sempre fuori portata. Finché ci manteniamo aggrappati alla nostra forma scimmiesca, non possiamo mai attingere a quell’altra parte, la parte che gli stregoni chiamano corpo energetico o doppio.”
Sospirai e guardai le braci ardenti.
“Tutti noi desideriamo qualcosa che ci sembra irraggiungibile”, disse Nélida, percependo il mio stato d’animo.
“Ne vediamo la possibilità nei sogni; vogliamo essere più energici, ma cerchiamo di realizzarla nelle cose del mondo.
Pertanto, siamo destinati a fallire.
“Perché?”
“Perché la parte che stiamo cercando, e che ci rende completi, non è nel mondo. Quella parte è il corpo energetico. Appartiene al regno della pura energia. Per contattare questa parte, dobbiamo rivolgere lo sguardo altrove.”
Nélida disse che la ricapitolazione ci permette di vedere che i possessi fisici e intellettuali che abbiamo così assiduamente accumulato, sono un miraggio davanti agli occhi.
Eppure ci aggrappiamo come se da questi dipendesse la nostra sopravvivenza, e ci aggrappiamo anche se sappiamo che è solo un accordo illusorio basato sulla nostra partecipazione a un quadro percettivo comune.”
“Perché la ricapitolazione è così importante?”
“Perché la ricapitolazione ti permette di costruire una piattaforma energetica, dalla quale puoi valutare le preoccupazioni e le esperienze che consideri la tua vita. In altre parole, la ricapitolazione ti permette di avere l’opportunità di entrare in contatto con l’altro.”
“A cosa assomiglia l’altro?” Nélida mi guardò attraverso il bagliore delle braci morenti.
“È la luce che ci muove, prima che venga plasmata dalle interpretazioni. Non c’è niente di peggio che limitare la nostra energia alle circostanze della nostra vita. Fin dall’infanzia, veniamo plasmati e deformati con etichette, fino a che pensiamo che il nostro sé personale sia tutto ciò che c’è, e perdiamo completamente di vista il nostro sé energetico o doppio.”
Non giova a Russia e Cina, che infatti si sono offerte per una mediazione, e non giova a tutti i Paesi che stanno traendo beneficio dall’integrazione eurasiatica e dall’interconnesione economica.
Giova invece agli alleati informali dell’India, Israele e Stati Uniti, e all’Occidente collettivo, che vede come fumo negli occhi ogni forma di integrazione cooperativa fra potenze emergenti e gioca, come ha sempre fatto, con la scommessa di destabilizzare lo spazio centroasiatico nella speranza di poter continuare ad esercitare il classico divide et impera.
Gli Stati Uniti hanno l’interesse a ridurre il grado di interazione dell’India con le altre potenze regionali asiatiche, per costringerla ad avvicinarsi il più possibile all’Occidente. Questo in chiave anti cinese.
L’esacerbarsi di un conflitto ormai spento lunga la “zona di contatto” mette a rischio il Corridoio economico Cina-Pakistan, che collega il sistema della Belt-and-Road all’Oceano Indiano, e offre una speranza al mai decollato progetto della Via del Cotone, idea occidentale per antagonizzare la Via della Seta cinese, partendo dall’India e passando per il Medio Oriente fino a Israele.
Israele infine si è sempre giovato di qualsiasi alleato occasionale in chiave anti-islamico, con la logica del nemico del-mio-nemica, trovando una sponda geo-religiosa nel “nazionalismo hindu”.
Giova in ultimo anche allo stesso governo nazionalista indiano nel riattivare una campagna di repressione interna contro la minoranza islamica, e per compattare il consenso in vista delle prossime elezioni (Bihar, Assam, Kerala, Tamil Nadu, Bengala occidentale), con un governo in perdita di consensi.
A CHI POTREBBE GIOVARE UNA GUERRA FREDDA FRA INDIA E PAKISTAN?
In Libano è in corso una campagna silenziosa ma strategica per disarmare i campi profughi palestinesi, a lungo considerati zone autonome con proprie gerarchie politiche e militari. Questo sforzo non riguarda solo la sicurezza interna libanese. Secondo fonti libanesi, questo tentativo sarebbe un “pallone di prova” per neutralizzare l‘arsenale di Hezbollah.
Facendo dei campi il primo teatro del disarmo, gli attori occidentali cercano un’opportunità a basso costo e a basso rischio per testare le reazioni locali. Se il governo libanese riuscisse a privare questi campi delle armi senza innescare una resistenza violenta, potrebbe creare un precedente per uno scontro più ampio con Hezbollah.
Al contrario, un fallimento metterebbe a nudo i limiti del controllo statale e sposterebbe altrove le ricadute politiche. Agli occhi di molti osservatori, questa non è solo una questione libanese, ma profondamente legata alle dinamiche di potere regionali e al più ampio programma di neutralizzazione della Resistenza agli interessi israeliani e statunitensi nella regione.
Fonti dell’intelligence dell’esercito libanese riferiscono che, nonostante le pressioni di Washington, non esiste ancora una strategia americana coerente per i campi palestinesi. La priorità immediata degli Stati Uniti rimane Hezbollah, mentre Israele continua a gestire le operazioni sul campo. Tuttavia, la militarizzazione della questione del disarmo dei campi è già iniziata, in particolare nei media e nei corridoi diplomatici libanesi.
Fonti palestinesi sottolineano anche l’incoraggiamento da parte degli Stati Uniti a una “fase pilota” per il disarmo in campi selezionati – probabilmente testata prima ad Ain al-Hilweh e Burj al-Shamali – per valutare la resistenza e la risposta.
L’alleanza silenziosa di Ramallah con Beirut
Una visita poco pubblicizzata di Majid Faraj, capo dell’intelligence dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), il mese scorso a Beirut ha rivelato la disponibilità di Ramallah a contribuire al disarmo dei campi. Faraj ha incontrato a porte chiuse il presidente libanese Joseph Aoun e alti funzionari dell’intelligence. Secondo quanto riferito, i colloqui si sono concentrati sull’offerta dell’ANP di supervisionare il processo di disarmo e di assumersi la responsabilità della sicurezza all’interno dei campi.
Faraj ha anche fatto pressioni per cambiamenti radicali all’interno dell’ambasciata palestinese a Beirut, sostenendo la rimozione dell’ambasciatore Ashraf Dabour. Sebbene i funzionari libanesi si siano rifiutati di agire immediatamente, citando la delicatezza del momento, il programma di Faraj riflette un tentativo dell’Autorità Nazionale Palestinese di aumentare la propria influenza in Libano emarginando le fazioni rivali, in particolare Hamas.
Inoltre, Faraj ha offerto una più profonda cooperazione di intelligence tra l’Autorità Nazionale Palestinese e le agenzie libanesi, in particolare su ciò che Ramallah ha definito “antiterrorismo”. La parte libanese avrebbe espresso riserve, dato che Hezbollah e altre fazioni consideravano ostile la classificazione dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Inoltre, l’Autorità Nazionale Palestinese avrebbe raccolto con discrezione informazioni sulle reti di Hamas e del Jihad Islamico palestinese all’interno del Libano.
Le fazioni della Resistenza palestinese in Libano affermano che Hezbollah ha comunicato che la Risoluzione ONU 1701 – originariamente rivolta a Hezbollah dopo la guerra del 2006 – dovrebbe applicarsi anche alle fazioni palestinesi che operano nel Libano meridionale. Questo allineamento indica una spinta concertata a universalizzare il quadro del disarmo sotto copertura internazionale.
Hezbollah, Hamas e il calcolo del campo
I recenti arresti di agenti legati ad Hamas da parte dell’intelligence dell’esercito libanese, a seguito del lancio di razzi dal Libano meridionale verso il nord di Israele, rivelano l’alta posta in gioco. Fonti palestinesi confermano che diverse figure di Hamas sono state arrestate, con lo Stato libanese e la Resistenza che hanno scelto di minimizzare gli eventi per evitare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Fonti palestinesi rivelano che questi arresti hanno preso di mira diversi comandanti militari di Hamas, nell’ambito di un’indagine sui recenti lanci di razzi verso la Palestina occupata. L’intelligence dell’esercito libanese avrebbe agito in coordinamento con obiettivi di sicurezza più ampi, sebbene la questione sia stata tenuta segreta per evitare che si trasformasse in una controversia pubblica.
Libano e Resistenza
La decisione di mantenere segreti gli arresti è stata influenzata da sviluppi simili in Giordania, dove alcuni detenuti sono stati trattenuti per presunti piani di lancio di razzi, con l’ipotesi che avessero ricevuto addestramento tecnico e di sicurezza in Libano. I gruppi della Resistenza temono che gli arrestati possano essere assassinati se rilasciati senza garanzie, il che rende la gestione interna della questione ancora più urgente da parte delle fazioni.
Gli arresti sarebbero legati alla preparazione di operazioni future, che includevano campi di addestramento e attività di coordinamento. Mentre Ramallah etichetta tali attività come “terrorismo”, Hezbollah e altri la considerano una legittima resistenza, sottolineando le divergenti strategie palestinesi e la tensione che circonda la spinta al disarmo.
A complicare ulteriormente la situazione ci sono le segnalazioni di basi di addestramento segrete collegate ad Hamas e ad altre fazioni nella valle della Beka’a e nei distretti meridionali del Libano, dove il coordinamento con Hezbollah si sarebbe intensificato da quando la guerra di Gaza ha riacceso il sentimento di Resistenza regionale. Queste dinamiche sono viste dai funzionari statunitensi come una potenziale “catena di deleghe” che lega l’influenza iraniana da Gaza al Libano.
L’equilibrio di Salam e gli incentivi degli Stati Uniti
L’inizio del mandato del Primo Ministro Nawaf Salam è stato caratterizzato da una campagna attentamente orchestrata contro i campi profughi palestinesi. Salam ha rilanciato il Comitato per il dialogo libanese-palestinese, un organismo che ha il compito di coordinare le questioni relative ai rifugiati.
Inizialmente, il compito di guidarlo fu affidato al dottor Bassel al-Hassan, che promosse una visione che comprendeva il ritiro graduale delle armi, la revoca dell’autonomia dei campi e la completa integrazione nella vita civile libanese.
Tuttavia, Salam lo ha improvvisamente sostituito con Ramez Dimashkieh , un ex ambasciatore con stretti legami con reti filoamericane. La mossa ha scatenato una forte reazione tra le fazioni palestinesi, soprattutto perché il titolo della posizione è stato modificato in “capo del gruppo di lavoro libanese incaricato di affrontare le questioni dei rifugiati palestinesi”, omettendo qualsiasi riferimento al dialogo, il che suggerisce un approccio libanese unilaterale.
Reinsediare in modo permanente i rifugiati palestinesi in Libano
Nel frattempo, i funzionari statunitensi hanno tenuto incontri segreti con i rappresentanti libanesi per valutare la possibilità di reinsediare in modo permanente i rifugiati palestinesi in Libano, una questione storicamente politicamente importante per lo Stato, dato che cambierebbe il delicato equilibrio settario del Libano e potenzialmente priverebbe i rifugiati palestinesi del loro “diritto al ritorno”.
Secondo quanto riferito, sono stati offerti incentivi economici dai due ai cinque miliardi di dollari per finanziare unità abitative, infrastrutture e formazione professionale per i palestinesi, in cambio dello status legale e del disarmo. I colloqui sono stati coordinati tramite intermediari, con Hassan che ha svolto il ruolo di uomo di punta prima del suo licenziamento.
Secondo fonti vicine ai negoziati, Washington auspica l’istituzione di un comitato di sicurezza congiunto libanese-palestinese per i campi profughi e ha incoraggiato Salam a lanciare una campagna mediatica che evidenzi i “benefici sociali ed economici” dell’integrazione. Tuttavia, Salam si scontra con una crescente resistenza politica, anche all’interno del suo stesso governo.
Trappole legali e identitarie: carte biometriche e permessi di lavoro
Il governo sta valutando una serie di misure controverse volte a regolamentare – e potenzialmente riconfigurare – l’identità palestinese in Libano. Tra le più controverse c’è la proposta di carte d’identità magnetiche biometriche che garantirebbero ai palestinesi il diritto di lavorare senza autorizzazione preventiva. I critici avvertono che questo potrebbe trasformarsi in un cavallo di Troia per il reinsediamento, privando di fatto i rifugiati del loro status politico.
Le fazioni palestinesi temono che queste carte possano omettere la menzione della nazionalità originaria dei titolari, un passo che potrebbe cancellare simbolicamente e legalmente il loro diritto al ritorno. Si fa riferimento ai recenti cambiamenti in Siria, dove ai rifugiati palestinesi sarebbero stati rilasciati passaporti identici a quelli dei cittadini siriani, con lo status di “rifugiato” silenziosamente revocato.
Il Comitato per il Dialogo sta anche esaminando la legge del 2001 che vieta ai palestinesi la proprietà di immobili. È stata avanzata una proposta che permetterebbe ai palestinesi di possedere una sola residenza, senza il diritto di scambiarla o affittarla. Sebbene venga pubblicizzata come un gesto basato sui diritti, molte fazioni la considerano un modo per costruire la stabilità sociale in cambio di concessioni politiche e militari.
Salam ha anche incaricato i ministeri di valutare l’estensione dell’accesso dei palestinesi alle scuole pubbliche e a settori lavorativi a basso rischio come l’agricoltura e l’edilizia. Tuttavia, questi piani incontrano l’opposizione di sindacati e fazioni politiche, in particolare tra i cristiani, che temono i cambiamenti demografici. Il comitato ha proposto un sistema di permessi di lavoro temporanei per valutarne l’impatto.
La dottrina della sicurezza al primo posto per Aoun
Mentre il Primo Ministro Salam parla di equilibrio, il Presidente Joseph Aoun ha assunto una posizione più intransigente. Ex capo dell’esercito e ora capo di Stato, Aoun ritiene che il disarmo debba precedere qualsiasi discussione sui diritti. I suoi precedenti sforzi per il controllo delle armi ad Ain al-Hilweh e Nahr al-Bared hanno incontrato resistenza, ma continua a sostenere il monopolio statale sulla violenza.
Durante la sua guida come comandante delle Forze Armate Libanesi, Aoun ha preso parte a iniziative congiunte con UNIFIL e le fazioni palestinesi, come il progetto “Community Police”, volto a gestire la sicurezza interna dei campi. Il progetto, parzialmente finanziato dagli Stati Uniti, è stato accantonato a causa del timore che la nuova amministrazione Trump preferisse opzioni più aggressive.
Le recenti attività nei pressi dei campi indicano una rinnovata urgenza. Testimoni oculari segnalano un aumento di militari libanesi ai posti di blocco, in particolare intorno ai campi di Nahr al-Bared e Ain al-Hilweh. Fonti affermano che un documento del Ministero della Difesa libanese raccomanda perquisizioni domiciliari alla ricerca di armi illegali. Altre misure includono controlli più rigorosi ai punti di ingresso e una maggiore sorveglianza.
Secondo quanto riferito, l’esercito ha formato un comitato per coordinarsi con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina su un piano di disarmo graduale della durata di un anno, subordinato al sostegno internazionale. Si segnalano anche pattugliamenti congiunti esercito-UNIFIL a sud del fiume Litani, nelle aree vicine ai campi di Rashidieh e Burj al-Shamali.
Pressione regionale, frammentazione locale
Si dice che anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti stiano esercitando una pressione discreta sul governo libanese affinché tenga sotto controllo i campi. Il loro obiettivo, secondo fonti politiche, è limitare l’influenza di Hamas e isolare Hezbollah per procura. In cambio, entrambi i Paesi hanno accennato a un potenziale sostegno economico al Libano.
Ma la questione è tutt’altro che risolta. Anche all’interno del Comitato per il Dialogo permangono profonde divisioni. A quanto pare, Bassel al-Hasan preferiva collaborare con Fatah, emarginando le fazioni legate ad Hamas. Si prevede che il suo sostituto segua l’esempio di Washington, ma il direttore del Comitato, Abdel Nasser al-Ayi, è considerato più vicino alla causa palestinese.
Ayi ha proposto un piano che prevede il trasferimento della sicurezza del campo all’esercito libanese, offrendo al contempo garanzie di processi equi e sostegno alle famiglie dei detenuti. Sostiene inoltre un percorso legislativo – attraverso il Parlamento o un decreto governativo – per garantire ai palestinesi diritti limitati. Tuttavia, il background legale di Salam suggerisce una certa riluttanza a eludere le procedure legislative.
Ayi ha anche sostenuto definizioni legali più chiare dello status di rifugiato e dei relativi diritti, e ritiene che lavoro e armi debbano essere trattati come questioni separate. Propone di consentire ai palestinesi di possedere un piccolo appartamento e di ereditarlo, rifiutando qualsiasi baratto di armi in cambio di diritti civili.
Un’equazione precaria
Il 5 marzo, una delegazione guidata da Azzam al-Ahmad , alto funzionario di Fatah, ha incontrato il Primo Ministro Salam per presentare una proposta di legge completa sui rifugiati. La proposta consoliderebbe i diritti in un quadro unificato, respingerebbe il reinsediamento e garantirebbe l’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria e alla proprietà. La bozza è ancora bloccata presso il Ministero della Giustizia libanese in attesa di un consenso politico.
L’ufficio di Salam ha avviato colloqui con l’UNRWA per “condividere l’onere” dei servizi educativi e sanitari, ma i palestinesi temono che questo sia l’inizio dello smantellamento del ruolo dell’agenzia e della ridefinizione dei rifugiati come residenti permanenti. I colloqui con i donatori europei e arabi hanno incluso proposte per deviare i finanziamenti attraverso i ministeri libanesi, suscitando aspre critiche da parte dei difensori dei diritti dei rifugiati.
I campi palestinesi in Libano sono da tempo un ricordo fisico e simbolico della lotta palestinese incompiuta. Oggi, però, sono coinvolti in una pericolosa convergenza di interessi regionali, politiche settarie e disperazione economica.
Libano e la polveriera dei campi profughi
Mentre attori stranieri e locali promuovono visioni sovrapposte e a volte contraddittorie – il reinsediamento per gli aiuti, il disarmo per la stabilità, l’integrazione per il contenimento – i campi rischiano di trasformarsi in arene di scontro o cooptazione. Se la leadership libanese riuscirà a destreggiarsi in questa equazione ad alto rischio senza sacrificare la sovranità – o l’identità palestinese – rimane una questione aperta.
Ma ciò che è chiaro è questo: il destino dei campi profughi palestinesi non è più una questione interna. È una cartina tornasole regionale, il cui esito potrebbe prefigurare il futuro della Resistenza, del ritorno e dell’autonomia regionale in tutta l’Asia occidentale.
Invece di concentrarsi unicamente sui sintomi manifesti, la Medicina Cinese adotta un approccio olistico, cercando di comprendere lo squilibrio alla radice del problema.
Potremmo dire che il processo diagnostico è come dipingere un quadro complesso della persona, raccogliendo informazioni da diverse angolazioni per poi interpretarle secondo i principi della teoria dei Cinque Elementi, dello Yin e Yang, e delle Sostanze Fondamentali (Qi, Sangue, Liquidi Organici, Essenza e Shen).
Le principali metodiche diagnostiche utilizzate includono:
L’Osservazione (望診 – Wang Zhen): Questo va ben oltre la semplice ispezione visiva. L’esperto osserva la vitalità generale della persona, il colorito del viso, la postura, il modo di muoversi, ma anche la lingua, che fornisce una miniera di informazioni sulla condizione degli organi interni. La forma, il colore, la patina e la presenza di eventuali fessure sulla lingua sono tutti elementi importanti.
L’Ascolto e l’Olfatto (聞診 – Wen Zhen): Si presta attenzione alla voce (il tono, la forza), al respiro, alla tosse e ad eventuali odori corporei, che possono indicare la presenza di calore, freddo o altri squilibri.
L’Interrogatorio (問診 – Wen Zhen): Questa è una fase cruciale in cui si raccolgono informazioni dettagliate sulla storia clinica, sullo stile di vita, sulle abitudini alimentari, sul sonno, sull’umore, sulla sensibilità al caldo e al freddo, e su qualsiasi sintomo specifico. Le domande sono spesso mirate a comprendere la natura dello squilibrio energetico.
La Palpazione (切診 – Qie Zhen): La palpazione più nota è quella del polso radiale. In Medicina Cinese, si distinguono fino a 28 diverse qualità di polso, ognuna associata a specifici quadri clinici e disarmonie degli organi e dei meridiani. Si valutano la profondità, la velocità, la forza, la forma e il ritmo del polso. La palpazione può essere utilizzata anche per valutare altre parti del corpo, come l’addome o i meridiani.
Una volta raccolte tutte queste informazioni, il praticante di Medicina Cinese le analizza per formulare una diagnosi energetica (辨證 – Bian Zheng). Questa diagnosi non corrisponde necessariamente alla diagnosi biomedica occidentale, ma descrive il modello di squilibrio energetico sottostante ai sintomi. Ad esempio, una persona con mal di testa potrebbe essere diagnosticata con un “eccesso di Yang del Fegato” secondo la Medicina Cinese.
La diagnosi energetica è dinamica e può evolvere nel tempo con il progredire del trattamento. È questa diagnosi che guida la scelta dei punti di agopuntura, delle erbe medicinali e delle altre tecniche terapeutiche volte a ristabilire l’armonia nel corpo.
Netanyahu annuncia l’invasione massiccia di Gaza con l’operazione “I carri di Gedeone”, prevedendo un’occupazione prolungata e il trasferimento dei palestinesi. I media occidentali minimizzano o distorcono, evitando di parlare di genocidio e giustificando l’azione come autodifesa.
Continua il silenzio mediatico su Gaza
“Siamo alla vigilia di un’invasione massiccia di Gaza”. Con queste parole il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il 5 maggio, ha annunciato l’ampliamento delle operazioni militari nella Striscia. Il piano, dal nome evocativo “I carri di Gedeone”, è stato approvato dal gabinetto di sicurezza israeliano e punta non a semplici raid, ma a un’occupazione prolungata del territorio.
Netanyahu ha dichiarato che la popolazione palestinese “sarà spostata per la sua stessa protezione”, senza però precisare né come né dove.
Eppure, mentre il governo israeliano annuncia apertamente piani che molti osservatori internazionali definiscono come una “soluzione finale” per Gaza, i principali media occidentali sembrano mantenere un silenzio assordante o, nella migliore delle ipotesi, offrono una copertura distorta e parziale degli eventi che contribuisce a normalizzare politiche e azioni che potrebbero configurarsi come crimini contro l’umanità.
“Soluzione finale”? Per i media lo stesso copione
Anche di fronte alla dichiarazione d’intenti che preannuncia a chiare lettere la soluzione finale per i palestinesi, la sceneggiatura televisiva per assolvere Israele resta pressoché immutata. Strategia vincente non si cambia.
I dispensatori di opinioni a contratto recitano il loro salmo con alcune varianti a seconda del momento. In questi giorni la strategia migliore per dispensare Israele dalla riprovazione assoluta è porsi come incudini. Un’aria, dunque, sommessa, che, nonostante alcune decisioni del governo discutibili, come l’annuncio di un genocidio, vuole rappresentare con garbo e senza l’enfasi dei primi tempi, il pogrom del 7 ottobre.
La ricostruzione di quella giornata, in questa fase, deve necessariamente essere molto minuziosa, perché il ricordo riaffiori nella distrazione del pubblico, troppo concentrato ora a riflettere sulla volontà di sterminio messa in atto da Israele.
Ma se si può ammettere che la difesa appare leggermente sproporzionata si può, al contempo, ammonire l’uditorio per la sua indifferenza nei confronti dei molteplici casi di antisemitismo sparsi per l’Europa, come se fosse imminente una riedizione ammodernata della notte dei cristalli.
Resta precluso il termine genocidio. Chi ha l’imprudenza di utilizzarlo viene immediatamente impagliato perché, pian piano, sia dimenticato il suo nome.
Lo Shaykh al Akbar Ibn ‘Arabi inizia il capitolo delle Gemme (Fusus) spiegando perché il Nostro Maestro Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sia associato alla Saggezza della Singolarità o Unicità (Fardiyya), con il suo duplice ruolo di profeta umano e di realtà metafisica:
“La sua saggezza è singolare perché egli è il più perfetto tra gli esseri umani. Per questo motivo egli inizia la vicenda e la suggella. Egli era un profeta ‘mentre Adamo era ancora tra l’acqua e l’argilla’. Quindi fu il Sigillo dei Profeti nella sua costituzione elementare… [Muhammad], la pace sia su di lui, è la prova più visibile del suo Signore. Gli furono inoltre date parole complete, che sono la realtà dei nomi che furono insegnati ad Adamo.”
[Dissolversi nell’Essere: La Saggezza della Filosofia Sufi, pag. 298]
Quando l’orrore diventa norma e si rivendica con trasparenza, la diplomazia tace. Israele esplicita ciò che la prassi già mostrava: genocidio e pulizia etnica come missione sacra. L’ideologia? Solo un velo su un progetto coloniale a scopo di profitto globale.
Gettare la maschera: Israele
Perseguire un obiettivo non dissimulando altre velleità è pratica feroce, a volte indigesta, ma contribuisce a una maggior trasparenza. D’altro canto è proprio la ricerca ossessiva della trasparenza, della purezza d’animo, stati d’animo ideali per difendere strenuamente una rivendicazione, a complicare enormemente la dialettica democratica e i percorsi di pace.
Trasparenza e purezza d’animo diventano obiettivi politici nella pratica delle lotte che, ad esempio, richiedono politiche d’inclusione per le minoranze, con una specificità: nessuno può comprendere a pieno la condizione di un soggetto prevaricato per il proprio status esistenziale. Per cui l’incomunicabilità diventa un registro discorsivo pacifico, non più risolubile.
Il fanatismo, da non confondere con il radicalismo politico, si dota di una nuova grammatica perfettamente intelligibile da chiunque; tutti, anche le menti meno compromesse con la complessità, comprendono facilmente quanto l’intransigenza sbandierata con linguaggio moralistico, possa rivestirsi di onore, di stima sociale e di futura celebrazione. Non poi così differente il sentimento di autenticità alla base della tanto sbandierata e, contemporaneamente, esecrata mentalità ultras.
Allo stesso modo la diplomazia non ha più alcun significato quando la determinazione dell’orrore è disciplinata da leggi supreme; potrà, a quel punto, far parte di un pacchetto legislativo che pianifica un genocidio.
Alla fine c’è molta trasparenza nel piano approvato dal Gabinetto israeliano, quando candidamente annuncia al mondo ciò che i non detti e la prassi avevano già svelato: il genocidio, l’espulsione del popolo palestinese dalla loro terra e l’occupazione finale facevano parte di una missione condivisa da Dio e dal popolo, quindi non soggetta a interpretazioni, mistificazioni, retromarce o illusionismi.
I palestinesi vivi saranno quelli che se ne andranno da Gaza, per gli altri non ci sarà alcuno scampo. In seguito si ragionerà per una soluzione finale anche in Cisgiordania.
Purificare il mondo e gli individui da ciò che si considera alla stregua di scorie tossiche, sembra essere il tratto comune di questo scorcio di secolo nella mentalità dell’Occidente “libero”.
La missione può connotarsi come civilizzatrice, pedagogica, razzista, religiosa; può rappresentare intenzioni progressiste o conservatrici, ma in realtà conserva la sua struttura imperialista e coloniale per ragioni strettamente economiche e di sfruttamento.
L’ideologia a copertura delle nuove crociate contro gli infedeli può sembrare intermittente: reazionaria contro i palestinesi, illuminata contro i russi; ma risponde a un solo imperativo morale, quello di difendere e di accrescere i profitti privati che si nascondono nell’esaltazione del nostro stile di vita. Sotto questo aspetto la guerra alla Cina metterà tutti d’accordo, progressisti e conservatori, Stati Uniti e Unione Europea.
In questi giorni molte parole sono state scritte, condivise e lette. Parole forti, parole dolorose. Racconti che mettono a nudo ferite profonde in contesti spirituali dove, in teoria, si dovrebbe respirare solo amore, devozione e consapevolezza.
Chi legge potrebbe pensare che tutto questo sia un attacco, una ribellione o una vendetta. Ma non è così. Non stiamo parlando per distruggere, ma per liberare lo spirito originario che anima ogni sincero cammino di devozione.
Questa voce nasce dal cuore, da chi ha amato profondamente la via della Bhakti, da chi ha cantato, servito, studiato, offerto. Da chi è stato ferito, ma non ha dimenticato la luce che aveva intravisto nel cammino. E anche da chi, pur non seguendo un sentiero preciso, sente che la spiritualità autentica non può essere basata sulla paura, sull’omertà o sull’abuso.
La Bhakti, quella vera, è unione con il Divino e con gli esseri viventi. È rispetto, è compassione, è verità. Non ha nulla a che fare con l’autoritarismo cieco, le gerarchie corrotte o la spiritualità usata come maschera per il potere.
Non vogliamo dividere, vogliamo unire.
Unire devoti, ricercatori, anime in cammino. Unire chi ha vissuto dentro alcune strutture e chi ne è uscito. Unire anche chi guarda da fuori con timore, perché sente che qualcosa di sacro c’è — ma teme di rimanere ferito.
Forse non serve clamore, né scontri. Forse serve solo una riforma interiore e collettiva, fatta di sincerità, dialogo, accoglienza. Forse non dobbiamo più aspettare che “qualcuno lassù” cambi le cose. Forse dobbiamo solo ritrovarci tra di noi, creare piccoli cerchi di verità, canto, studio, amore. Dove le gerarchie cadono e rimane solo il cuore.
Questo non è un “contro”. È un “per”.
Per la verità.
Per l’anima.
Per Krishna — o per come ciascuno chiama il Divino.
È tempo di creare qualcosa di nuovo.
Insieme.
VERSO UNA BHAKTI VERA: PERCHE’ E’ TEMPO UNIRSI E NON DI DIVIDERSI