I PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA METAFISICA DEL SESSO

a cura di Sandro Consolato

Metafisica del Sesso: i tre princìpi fondamentali:

1) “… seppure in forma latente o potenziale, il dio e la dea, il puro maschile e il puro femminile sono realmente presenti in ogni uomo e in ogni donna”;

2) “… l’attivazione delle possibilità più profonde, trascendenti, del sesso si legò appunto all’evocazione effettiva, quasi magica, nell’uomo o nella donna dei corrispondenti archetipi, del dio e della dea, dell’uomo assoluto e della donna assoluta”;

3) “… i processi di cui si tratta, cioè i processi evocatori e trasfiguratori, in forme parziali, inconsapevoli o conative si svolgono già in molte esperienze dell’amore corrente, ovunque esso raggiunga una sufficiente intensità”.

(J.E., Metafisica del Sesso, IV ed., Mediterranee, Roma 1996 [I ed. 1958]

I PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA METAFISICA DEL SESSO
I PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA METAFISICA DEL SESSO

UN UOMO A META’

a cura di Sandro Consolato

Un amico caro un giorno mi disse: “Sandro, quando leggo i tuoi post a volte direi che sei di sinistra, a volte che sei di destra. Spiegami…”

“Penso che l’uomo è un tutto e quando qualcuno mi dice ‘ io sono di destra ‘ o ‘ io sono di sinistra ‘, ho l’impressione che si presenti a me come un uomo a metà. Ed è privo di interesse. Io lavoro di volta in volta con la mia mano destra e con la mia mano sinistra, i miei due emisferi cerebrali, e mi sembra necessario che tutto questo si armonizzi” .

(Ernst Jünger – dall’intervista rilasciata a Frédéric de Towarnicki, per “Les Cahiers de l’Herne”, 1983)

“Essere di destra, come essere di sinistra, implica sempre l’ espellere dall’anima la metà di ciò che c’è da sentire”.

(José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange spagnola, fucilato il 20 novembre 1936 ad Alicante dai repubblicani).

UN UOMO A META'
UN UOMO A META’

Sul mito di Amore e Psiche

di Luigi Angelino

Amore e Psiche sono i protagonisti di un storia senza tempo, nobile antesignana di alcune tra le principali fiabe moderne. La struggente vicenda amorosa è contenuta nella mirabile opera di Apuleio, Le Metamorfosi (o L’asino d’oro)(1), ma si basa probabilmente su una consolidata ed antica tradizione orale. Psiche è descritta come una fanciulla dall’eterea bellezza molto simile ad Afrodite, che sposa, senza conoscere l’identità del marito, perché celato dal buio della notte, l’enigmatico ed affascinante Eros – Amore (2)

Sul mito di Amore e Psiche
Sul mito di Amore e Psiche

La struttura della narrazione è sorprendentemente moderna, rivelando la straordinaria capacità letteraria ed introspettiva di Apuleio. In un regno lontano e non definito, prospera una coppia reale, dalla cui unione nascono tre bellissime figlie, la più giovane delle quali è appunto Psiche. La bellezza della fanciulla colpisce a tal punto l’anima della gente, che molti cominciano a riservarle una sorta di devozione come se si trattasse di una divinità. Ciò nel mondo classico era considerato un comportamento imperdonabile, una specie di peccatum, volendo usare un postumo linguaggio cristiano, in quanto teso al superamento dell’incolmabile divario tra mondo umano e mondo divino. Lo straordinario successo della fanciulla, infatti, provoca l’ira di Afrodite, che si rivolge a suo figlio Cupido, affinchè, usando le proprie arti magiche, faccia in modo che Psiche si innamori di un mostro. Ma anche gli dèi, come abbiamo più volte sottolineato, sono sottoposti all’imprevedibilità del fato. L’immortalità ontologica non li protegge dagli scherzi del destino. Cupido, nel mettere in atto il vendicativo piano ordinato da sua madre, sbaglia mira: una delle sue frecce non colpisce la ragazza, ma il suo stesso piede.

La maldestra azione determina un effetto imprevisto ed imprevedibile, addirittura opposto al crudele progetto di Afrodite: suo figlio Cupido si innamora perdutamente dell’odiata fanciulla. Nel frattempo i genitori di Psiche consultano un oracolo che si pronuncia così: “come a nozze di morte vesti la tua fanciulla ed esponila, o re, su un’alta cima brulla. Non aspettarti un genero da stirpe umana nato, ma un feroce, terribile, malvagio drago alato che volando per l’aria ogni cosa funesta e col ferro e col fuoco ogni essere molesta. Giove stesso lo teme, treman gli dèi di lui, orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui” (3)Le parole dell’oracolo, insomma, sono a dir poco terrorizzanti, prevedendo l’incontro tra la bellissima fanciulla ed una creatura così mostruosa, da incutere timore negli dèi e perfino negli abitanti dei meandri dell’oltretomba. Se guardiamo ai fatti con la nostra mentalità, non proviamo empatia per i genitori che, seppure a malincuore, conducono la ragazza sulla rupe e poi l’abbandonano (4). E’ ovvio che ci dobbiamo calare in un contesto culturale molto diverso dal nostro, molto più antico anche rispetto all’epoca dell’autore. E in più, elemento non affatto trascurabile, è necessario non perdere di vista l’intento simbolico e didascalico del mito, di cui ci occuperemo più avanti.

Dopo aver trovato l’oggetto del proprio desiderio, Cupido, con l’aiuto di Zefiro, porta Psiche nel suo palazzo, dove la ragazza viene assistita da servitori invisibili che la assecondano in ogni sua necessità. Ci siamo già espressi su come le diverse versioni della Bella e la Bestia, in alcune costruzioni narrative, ricalchino la storia di Amore e Psiche, come lo stesso espediente dei servitori invisibili testimonia (5). Durante la notte, la ragazza riceve le visite di Cupido, che si mostra innamorato e passionale, ma non rivela mai la sua vera identità. Quando la saluta, alle prime luci dell’alba, lo sposo misterioso comunica alla fanciulla che anche i loro successivi incontri avverranno nelle medesime modalità, né lei potrà in futuro cercare di osservarlo oppure tentare di carpirne il nome. Dopo alcuni giorni, pur essendo entusiasta delle attenzioni dello sposo, di cui accetta le stravaganti regole, Psiche insiste per rivedere le proprie sorelle. Cupido acconsente malvolentieri, invitando le due donne presso il suo lussuoso palazzo. Queste, colpite dal lusso in cui vive la fortunata sorella, sono rapidamente mosse da un tossico sentimento di invidia e la persuadono a credere che il suo sposo sia in realtà un mostro che, prima o poi, non esiterà a sbarazzarsi di lei uccidendola. Per prevenire un tragico epilogo, le consigliano di aspettare che scendano le tenebre per farlo fuori con un pugnale. Psiche alla fine si lascia convincere ed una notte, armandosi di pugnale e di una lampada ad olio, si avvicina al suo amante per ucciderlo, non prima però di averne scorto le reali sembianze. Psiche rimane folgorata quando, alla luce della lanterna, invece di un disgustoso mostro, così come suggerito dalle cattive sorelle, appare la bellissima immagine del dio dell’amore. La scena, a questo punto, diventa drammatica e struggente nel contempo (6). Mentre Psiche è abbagliata dalla eccezionale bellezza del giovane, una goccia d’olio cade sulla spalla di Cupido scottandolo e ridestandolo dal “sogno d’amore”. Superlativa ne è la descrizione di Apuleio: “colpito, il dio si risveglia; vista tradita la parola a lei affidata, d’improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della sposa disperata” (7)E Psiche è veramente disperata, una disperazione che esprime tentando in vano di agguantare la gamba del dio che lievita verso il cielo. Lacerata da un  intenso dolore, più volte la fanciulla anela al suicidio, ma gli dèi non hanno previsto per lei un tal finale. Non potendo contare neanche sul sollievo del suicidio, la fanciulla comincia ad errare per tante città alla ricerca disperata del suo sposo, vendicandosi delle perfide sorelle e dedicandosi alla devozione degli dèi presso qualsiasi tempio che scorga sul suo triste cammino.

Quando arriva nel tempio di Afrodite, ne chiede il perdono e a lei si affida, con la speranza di  bloccarne la collera per aver disonorato il nome di suo figlio e di ottenerne misericordia, se non benevolenza. Afrodite non rimane del tutto sorda alle suppliche della giovane, ma assume un atteggiamento severo ed inflessibile.      Le concede, tuttavia, una possibilità di riscatto, sottoponendola ad una serie di difficili prove (8). La prima d queste spaventa la povera sposa di Cupido, in quanto consiste nel dover separare un mucchio di granaglie di diversa forma in tanti gruppetti uguali. La ragazza è così affranta da non voler neanche tentare di risolvere l’empasse, ma inaspettatamente riceve l’aiuto di alcune operose formiche che eseguono il gravoso compito per lei. Nella seconda prova, Psiche deve raccogliere la lana d’oro di un gregge di pecore. Anche in questo caso, la fanciulla riceve un aiuto provvidenziale: una verde canna l’avverte di aspettare la sera per raccogliere la lana rimasta impigliata fra i cespugli, evitando così l’aggressività degli animali provocata dalla luce del sole. Nelle difficoltà della terza prova, ovvero il prelievo di acqua da una sorgente che si trova al centro di una cima a strapiombo e senza appigli, a soccorrere la fanciulla interviene l’attenta ed arguta aquila di Zeus. Ma la quarta prova si presenta ancora più complessa ed irta di ostacoli. Psiche ha il compito di scendere agli inferi e chiedere alla dea Proserpina di dispensarle un po’ della sua grazia. In questa fase, così ardua da superare anche sotto il profilo psicologico, la fanciulla medita di nuovo al suicidio, sporgendosi dalla cima di una torre. La costruzione, però, all’improvviso si anima e, come se si trattasse di un essere senziente, le fornisce indicazioni su come eseguire con successo la prova.

Le peripezie non sono ancora finite, perché la giovane, sulla via del ritorno, non resiste alla curiosità ed apre l’ampolla data da Afrodite, nonostante il divieto sancito dalla dea. All’interno era contenuto il cosiddetto “dono di Persefone”, ossia il sonno più profondo. Per evitare che la sua amata sprofondi nel sonno infernale, come d’incanto riappare lo stesso Amore- Cupido che la sveglia, pungendola lievemente con una delle sue frecce. Ormai la scintilla tra i due innamorati si è riaccesa: entrambi hanno capito la grande importanza dell’uno per l’altra. A questo punto, Cupido si affretta a raggiungere suo padre Zeus, affinchè possa convincere Afrodite a dare il benestare per il loro matrimonio (9). Il padre degli dèi si lascia commuovere dalle sincere ed accorate suppliche del figlio e riesce a persuadere Afrodite ad acconsentire alle nozze. La narrazione finisce con un lauto banchetto a cui partecipano tutti gli dèi dell’Olimpo. Alcune divinità svolgono attività inconsuete rispetto alla loro immagine convenzionale. Efesto, in versione inedita, allestisce i grandi preparativi per il pranzo, mentre le tre Grazie suonano e Dioniso si improvvisa quale elegante coppiere. Qualche tempo dopo, nasce una figlia chiamata Voluttà Piacere, concepita in una delle tante notti d’amore vissute al palazzo, prima della dolorosa separazione (10). Da questa poetica cornice narrativa nasce la tradizione che vuole Psiche protettrice delle fanciulle ed, in maniera trasfigurata, dell’anima, come sposa di Amore e dell’Amore.

Secondo gli storici, i contenuti confluiti nel racconto di Amore e Psiche deriverebbero, almeno in parte, dalla cosiddetta Fabula Milesia, una raccolta di novelle, poi andata perduta, attribuita ad Aristide di Mileto (11). A ciò si aggiunge la considerazione che, nel mito, si riscontrano numerosi elementi di matrice nordafricana, come più volte evidenziato nei suoi scritti dall’antropologo berbero, nonché cittadino algerino, Mouloud Mammeri.  Lo studioso ha sottolineato i punti in comune tra il racconto di Apuleio ed una narrazione di origine cabila, L’uccello della tempesta (12)nonché evidenti assonanze con fiabe molto diffuse in Marocco e nei Paesi limitrofiDel resto lo stesso Apuleio aveva più volte rimarcato la sua origine etnica, metà numida e metà getula, pur componendo le sue opere in lingua latina.

La storia di Amore e Psiche ha un’altissima valenza simbolica, come lo stesso nome della protagonista femminile lascia chiaramente intendere. Come è noto, in lingua greca, il termine psichè vuol dire anima e, pertanto, introduce con immediatezza semantica il significato mistico e spirituale del mito di riferimento. Trai due soggetti si instaura un rapporto simbiotico ed, allo stesso tempo, conflittuale così come avviene tra la razionalità e l’istinto, a simboleggiare due parti imprescindibili presenti in ogni essere umano. Secondo i dettami della psicoanalisi di Sigmund Freud, il mito di Amore e Psiche vuole proprio rappresentare l’unione di questi due aspetti fondamentali che guidano i processi della nostra mente. Si tratta di un connubio per nulla facile, che può portare a fratture esistenziali ma che, se gestito con sapienza, può portare all’equilibrio ed alla felicità, dopo il superamento di tante vicissitudini, come suggerisce lo stesso finale della storia (13).

Le prove che dovrà affrontare Psiche sono la metafora del percorso umano che conduce dalla ferinità verso la virtù, dall’ignoranza all’illuminazione intellettuale e spirituale. Le quattro prove richiamano i quattro elementi fondamentali del pensiero classico e misterico: terra, acqua, aria e fuoco. Nella prima prova prevale l’elemento Terra: Psiche deve dividere cumuli di granaglie. In questa fase la fanciulla deve riuscire a comprendere cosa sia positivo, eliminando lo scarto, i semi inutili. Con questa prova si indica l’inizio di un proficuo cammino iniziatico, quando si riesce ad intuire cosa sia davvero importante e si comincia ad abbandonare le cattive consuetudini. Nella seconda prova prevale l’elemento acqua: Psiche deve sottrarre la lana purissima di alcune pecore. E’ evidente come ritorni prepotente il tema e la simbologia del mito del vello d’oro.  Ad aiutare la ragazza si rivela determinante l’intervento della canna del fiume, che suggerisce a Psiche di aspettare il sorgere del sole, volendo così significare che molto spesso è preferibile attendere di trovarsi nella condizioni necessarie, prima di prendere decisioni impulsive ed affettate. Nella terza prova prevale l’elemento aria: Afrodite conduce Psiche sulla cima di un monte, mostrandole un affluente del fiume Stige e consegnandole un ampolla. A soccorrere la giovane, questa volta sarà l’aquila di Zeus, simbolo di limpida visione e di potenziamento delle proprie capacità superiori (14). Nell’ultima prova si distingue l’elemento fuoco, la luce e l’illuminazione raggiunta dall’iniziato che ha terminato con successo il proprio cammino. La fiamma del sentimento di Psiche brucia Cupido, attraverso il simbolo della lampada. Al termine del suo viaggio agli inferi, che simboleggia la discesa verso il lato più oscuro di sé stessa, ammonita dalla stessa torre dalla quale sta per gettarsi, la fanciulla non sarà più quella di prima, ma avrà acquisito un nuovo grado di consapevolezza, necessario per poter conoscere Amore ed intraprendere una nuova esistenza. La scatola della bellezza, in particolare, che Afrodite consegna a Psiche, indica il segreto che il profano non potrà conoscere, fino a quando non avrà terminato il proprio percorso iniziatico. Psiche è la metafora della vita, con tutte le sue gioie e difficoltà, con le sue incessanti prove da superare giorno per giorno con coraggio e determinazione. E’ anche la fiaba che delinea un chiaro cammino per la crescita  dell’anima, fino a conoscere la verità e ad ottenere l’immortalità, superando i vincoli della materia.

Le figure secondarie, a cui abbiamo accennato in precedenza e che fungono da “aiutanti” della fanciulla a superare le quattro prove, rappresentano le voci interiori che sono racchiuse in ciascuno di noi. Non a caso Psiche si mostra, all’inizio di ogni fase, scoraggiata ed inerme, quasi tentata a chiudere gli occhi e a non fare nulla.      In tali contesti si impone l’inconscio che trascende la personalità apparente, facendo emergere le risorse interiori dell’individuo. Andando più nello specifico, potremmo vedere nelle formiche la parte più tenace e decisa della ragazza che riesce a superare l’iniziale scoraggiamento e ad affrontare una situazione solo in apparenza insormontabile. Non a caso, la scelta didascalica ricade proprio sulle formiche, animali minuti, ma molto operosi e indomiti nel portare avanti il proprio progetto di approvvigionamento del cibo in previsione della stagione invernale. La canna, poi, può essere paragonata alle funzioni intellettuali della fanciulla che, dopo aver vissuto la prima prova, si sono già parzialmente evolute. Psiche, infatti, prima di agire d’impulso, riflette e riesce ad individuare una soluzione  che le consente di andare avanti con successo nel percorso. L’aquila, di cui abbiamo già esaltato la prossimità eziologica all’elemento aria, vuole riferirsi allo stato di serenità e di equilibrio che permette alla fanciulla di dominare i propri demoni interiori. Ed, infine, troviamo la torre, peraltro uno dei più importanti simboli tra gli arcani maggiori dei tarocchi, che rappresenta l’ultimo “aiuto esterno” di Psiche.  Nell’ultima prova la ragazza si trova di fronte la parte più oscura di sé stessa, ma è diventata salda e forte, proprio per il fatto di aver superato le tre precedenti prove. La sua torre, ovvero, la sua struttura interiore si è fortificata, rendendola un baluardo inaccessibile, capace di concludere felicemente il cammino iniziatico (15).

Dal punto di vista artistico, Amore e Psiche raggiunge la sua più significativa espressione nell’opera di Antonio Canova, attualmente esposta al Louvre di Parigi. La scultura fu commissionata nel 1788 da John Campbell (16)con il preciso intento di raffigurare Amore e Psiche che si abbracciano, così come narra la favola dell’Asino d’oro di Apuleio. Tuttavia, l’artista, per la realizzazione dell’opera, non trasse ispirazione soltanto dalla precitata famosa fonte letteraria, ma anche da numerose fonti icnografiche, tra cui, in particolare Il Fauno con Baccante  Il periodo di elaborazione della scultura durò circa cinque anni, come testimoniano i disegni e i bozzetti custoditi presso il Museo Correr di Venezia. La maggior parte dei critici ha considerato l’opera come contraddistinta da una forma di raffinato erotismo, soprattutto per lo scambio degli sguardi tra i due amanti che si incrociano in maniera intensa e diretta. Come in altre creazioni, Canova rispetta l’equilibrio della tradizione classica, resa evidente dalla presenza dell’intersezione ad X dei corpi dei due protagonisti, simili a due archi che si protendono nello spazio ed illuminati da un chiarore che inebria plasticamente le stesse figure. Si tratta di un vero capolavoro della corrente neoclassica, dove l’artista rende visibile e tangibile l’incontro tra l’Anima e l’Ardore, cioè quel preciso momento ideale in cui la perfezione si fonde con il fuoco dell’amore.  Seguendo, invece, un’interpretazione più di matrice “junghiana”, secondo la quale nella donna sarebbe nascosta una parte maschile, così come nell’inconscio dell’uomo ci sarebbe una componente femminile, l’opera di Canova intenderebbe  evidenziare il completamento armonico dei due sessi opposti, dove non rimane nessuno spazio vuoto per il conflitto di genere, utilizzando un linguaggio di tipo moderno. Tra i pittori che hanno narrato la struggente vicenda di Amore e Psiche, spiccano senza dubbio Raffaello ed il suo allievo Giulio Romano. Il primo, con l’ausilio dei suoi collaboratori, affrescò la Loggia di Amore e Psiche nella Villa Farnesina (17). Si tratta di una solenne celebrazione del mito, dove abbonda l’utilizzo dei nudi presentati in chiave erotica, con l’esaltazione dell’armonia del corpo umano. Grande risalto viene attribuito alla natura, con il tripudio di una copiosa serie di diversi fiori e frutti: non a caso l’intera scena è delineata sul modello di un vivace pergolato all’aperto. L’opera di Giulio Romano, invece, che dipinse la stessa storia all’interno del Palazzo Te a Mantova (18), aggiunge alla dinamica narrativa una vis più drammatica, come si può intuire ammirando i chiaroscuri e l’uso di una prospettiva che parte dal basso per tendere verso la parte alta.

In sintesi, quanto è narrato nel mito di Amore e di Psiche risponde pienamente al paradigma di un “processo animico di carattere iniziatico”, un vero e proprio viaggio introspettivo alla ricerca della parte di sé più nascosta, che spesso si ignora perfino di possedere. L’anima, la psychè, deve pertanto scendere negli abissi del proprio io, gli inferi, per poter far riemergere la propria bellezza sepolta, sotto cumuli di sovrastrutture dovute alle stratificazioni consolidate nel tempo di invadenti, quanto inevitabili, convenzioni sociali.

Note:

1 – L’opera di Apuleio fu composta alla fine del II d.C.;

2 – In ambiente latino lo stesso dio è noto con il nome di Cupido;

3 – Apuleio, Le Metamorfosi, IV,33;

4 – Teresa Mantero, Amore e Psiche: struttura di una fiaba di magia, Istituto di Filologia classica e medievale, Genova 1973;

5 – Luigi Angelino, Di alcune fiabe e di ciò che nascondono, Stamperia del Valentino, Napoli 2025;

6 – Miriam Mirolla, Amore e Psiche. Storyboard di un mito, Edizioni Electa, Milano 2008;

7 – Apuleio, Le Metamorfosi, V,23;

8 – Erich Neumann, Amore e Psiche: un’interpretazione nella psicologia del profondo (titolo originale Amor und Psyche, 1952), Edizioni Astrolabio, Roma 1989;

9 – Rafael Lopez-Pedraza, Su Amore e Psiche: una favola per l’anima, a cura di Marina Gasperini Lagrange, traduzione di Giorgia Delvecchio, Moretti e Vitali editori, Bergamo 2005;

10 – Voluptas è il nome latino, a cui corrisponde il greco Edonè;

11 – Gli studiosi ritengono che l’opera sia stata elaborata tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C.;

12 – V. Brugnatelli, Fiabe del Nordafrica, su http://ww.brugnatelli.net , consultato in data 30 marzo 2025;

13 – Ivan Bedini, Eros e Psiche. Viaggio dell’anima nelle terre dell’amore, Edizioni Univ. Romane, Roma 2007;

14 – Nella tradizione mitologica greca e romana, l’aquila era l’uccello sacro a Zeus/Giove, simbolo di potenza, di prosperità e di vittoria. Peraltro ritroviamo il regale uccello in numerosi miti, come nel rapimento di Ganimede e nella vicenda legata a Prometeo;

15 – nota nr. 8;

16 – Si trattava di un esponente della nobiltà scozzese, che aveva visitato l’Italia in occasione del cosiddetto Grand Tour, in quell’epoca molto in voga fra i giovani ricchi europei;

17 – La loggia è situata al pian terreno della villa Farnesina ed è formata da cinque archi protetti da vetrate;

18 – L’ambiente dove è affrescato il mito di Amore e Psiche è senza dubbio il più sontuoso del palazzo ducale della città lombarda.

Tratto da: Pagine Filosofali

LE SFERE D’INFLUENZE EUROPEISTE DELLA GERMANIA UNITA

di Matteo Luca Andriola

Hans-Peter Schwarz, storico conservatore e biografo del politico democristiano tedesco Konrad Adenauer, apre il suo lavoro sul ruolo della Germania in quanto “potenza centrale d’Europa” (il volume “Die Zentralmacht Europas. Deutschlands Rückkehr auf die Weltbühne”, Siedler, Berlino 1994) con la considerazione che tra le grandi svolte della storia tedesca è da annoverare il 1° settembre 1994, giorno della partenza delle ultime unità russe dalla Germania. “Con ciò un’epoca, iniziata mezzo secolo prima, volge alla fine”, dice a p. 7. Cosicchè, quattro anni dopo l’annessione della RDT, l'”Anschluss” come l’ha definita l’economista marxista Vladimiro Giacché, la RFT è di nuovo tre cose in una: è uno Stato nazionale, è una grande potenza europea ed è la potenza centrale d’Europa. “Perchè esiste un solo paese che, grazie alla sua posizione geografica, alle sue potenzialità economiche ed alla sua influenza culturale, grazie alle sue dimensioni ed ancora grazie al dinamismo di cui dispone può sentire il compito di una potenza centrale – e questo è proprio la Germania”, scrive Schwarz a p. 8 del suo libro. La Germania è già una grande potenza europea. Ma poichè il concetto di “grande potenza” risveglia il ricordo di sfrenata politica egemonica, guerra ed annientamento, Schwarz propone il nuovo concetto di “potenza centrale d’Europa” – che vuol dire la stessa cosa.

E puntualmente, proprio il giorno della grande svolta, 1° settembre 1994, il leader della frazione CDU/CSU Wolfgang Schäuble insieme con il portavoce per la politica estera del gruppo parlamentale, Lamers, hanno pubblicato un documento strategico intitolato “Überlegungen zur europäischen Politik”, cioè “Riflessioni sulla politica europea”, consultabile online a questo link: https://www.cvce.eu/…/Piermattei_schauble+lamers… . Ivi sono formulati gli obiettivi della nuova politica tedesca da grande potenza – proprio nello stesso senso di Schwarz – e ci si pronunzia a favore della costruzione di un “nocciolo duro europeo” comprendente Germania, Francia e gli Stati del Benelux come nocciolo, mentre Germania e Francia sarebbero il “nocciolo del nocciolo duro” – con l’intenzione di risorgere finalmente dopo quasi 50 anni d’astinenza come potenza ordinatrice nel continente. Di fianco alla “stabilizzazione dell’Est” Schäuble e Lamers citano l’accesso allo spazio mediterraneo e lo sviluppo di una partnership strategica con la Turchia come ulteriori obiettivi strategici.

Il loro testo di 14 pagine può essere considerato come abbozzo strategico di base per il salto della RFT a potenza mondiale. I suoi autori ritengono che il paese sia destinato a diventare una grande potenza “in base alla sua posizione geografica, alle sue dimensioni ed alla sua storia”. E se la Francia e gli Stati del Benelux non dovessero essere d’accordo sulla costruzione del nocciolo europeo, la RFT potrebbe “essere tentata, in base a considerazioni sulla propria sicurezza, di effettuare da sola la stabilizzazione dell’Europa orientale, nella maniera tradizionale”, riportava il Politische Berichte n°19, 1994, p. 3. Le “tradizionali” risistemazioni tedesche dell’Est in questo secolo hanno causato al mondo per due volte milioni di morti ed anni di oppressione e distruzione bellica.

Per le loro tesi sull'”Europa del nocciolo duro” Schäuble e Lamers hanno trovato sostegno nel portavoce della direzione della Deutsche Bank, Hilmar Kopper, che nell’edizione domenicale della FAZ.NET – Frankfurter Allgemeine Zeitung, il più influente quotidiano tedesco, legato all’apparato industriale-finanziario, rendeva noto che nel documento della Unione era stato detto solamente ciò che tutti in effetti già “pensavano, sapevano o temevano”. Nello stesso tempo il presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, riproponeva alla discussione il concetto dei “cerchi concentrici”, relativamente al futuro della politica europea della Germania, riportato sul FRankfurter Allgemeine Zeitung del 13 settembre 1994, p. 1.

In conclusione del turno di presidenza tedesco della UE il governo Kohl, in occasione del vertice di Essen del dicembre ’94, decideva un “approccio strategico” per gli Stati dell’Europa orientale, mirante all’estensione ad Est dell’Unione Europea – inizlamente la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria si associarono all’Unione, mentre gli Stati Baltici e la Slovenia si prepareranno i relativi accordi per un’ingresso successivo. Sarà innanzitutto la RFT a trarre profitto dall’allargamento della Unione, visto che il 50% degli scambi commerciali della UE con l’Europa dell’Est toccano alla RFT. Pertanto l’Est è visto come “campo d’azione della politica estera tedesca”.

Qui comprendiamo cos’è la vera essenza dell’UE, perché il suo nucleo commerciale è la Germania, perché tale nucleo non solo si è espanso a est, ma perché fa leva per creare un’asse coi francesi – che hanno l’atomica, gli unici – a scapito dell’Italia. Per Germania, che ormai ha archiviato ogni velleità imperialistica manu militari, l’impegno primario è tenere avvinti i paesi est-europei al progetto d’integrazione europea di cui è forte promotrice, e lì la partita è principalmente geoeconomica. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Ungheria, Slovenia e Croazia sono legate alla Bundesrepublik soprattutto in quanto parte della sua filiera industriale, produttiva e commerciale attraverso le direttive di un’area mitteleuropea, tutto ciò nel contesto più ampio della formulazione, iniziata nel 1990, di politiche atte alla cooperazione territoriale europea, cioè il famoso programma noto anche come INTERREG che, tramite il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, punta alla costruzione delle collaborazioni transfrontaliere, transnazionali e interregionali tra Stati Membri confinanti. Qui capiamo il ruolo strategico della Germania nella destabilizzazione dei Balcani, che serviva per penetrare un’entità anomala (socialista ma estranea al Patto di Varsavia e indebitata con i paesi occidentali e addirittura col Fondo Monetario Internazionale) facendo leva sui micronazionalisti regionali della zona, sloveno e croato in primis, complementare al ruolo della Turchia, che dagli anni ’80, ben prima dell’avvento del neo-ottomano Recep Tayyip Erdoğan, guarda ai Balcani – in primis la Bosnia-Erzegovina, il Kosovo e l’Albania – e al Caucaso in un’ottica di recupero dell’influenza di cui godeva nel periodo ottomano, memore del suo passato imperiale. E qui si spiega l’appoggio a leader islamisti, ma presentati come moderati dai media occidentali, come il bosniaco Alija Izetbegović, leader dello SDA, che si rifaceva a tesi panislamiche che il regime socialista jugoslavo mise al bando, e il kosovaro Ibrahim Rugova.

Il tutto senza mettere in discussione la NATO, perché, se volessimo esser “gradualisti”, l’Italia della Prima Repubblica ci insegna che il problema non è esser nella NATO, ma come ci si stà, da protagonisti e sovrani (si veda la politica estera mediterranea inaugurata da Amintore Fanfani nel 1958 e portata avanti da Aldo Moro, da Bettino Craxi e Giulio Andreotti) e qui notiamo che la Germania (e la Turchia) lo fa, a differenza dell’Italia post-Maastricht.

LE SFERE D'INFLUENZE EUROPEISTE DELLA GERMANIA UNITA
LE SFERE D’INFLUENZE EUROPEISTE DELLA GERMANIA UNITA

LA TROTTOLA DI DIO

a cura di Giuseppe Aiello

«L’uomo di oggi, non importa quale istruzione abbia ricevuto, non è più in grado di mettere in discussione alcunché né di sollevare dubbi di qualsiasi genere sulla natura di alcunché. L’uomo è ormai in grado di trangugiare passivamente qualsiasi cosa gli venga somministrata, sia essa una teoria scientifica, la concezione del mondo, un ordinamento sociale o quello esattamente opposto, qualsiasi farmaco, qualsiasi aberrazione comportamentale, sessuale, sociale […]

per lui ormai tutto si è già compiuto, tutto è esattamente come deve essere e non resta che cercare di ottenerne nella quantità maggiore e per il tempo più lungo possibile: più piaceri, più vita, più esistenza e infine non poteva che esserci un’arena finale in cui vengono innalzati i più grotteschi simulacri della libertà, il mercato e la politica, dove il simulacro dell’uomo, ormai carne da manovra, viene scagliato a recitare la ultima farsa della propria effimera esistenza.

Chi dovesse nutrire dei dubbi in proposito non deve fare altro che esaminare con quale naturalezza l’uomo occidentale, che è la quintessenza dello spirito antitradizionale, riesca a trangugiare le più disparate dottrine esoteriche, comprese le principali testimonianze della tradizione, senza provare il minimo turbamento o dubbio. In pratica egli riesce a sopravvivere benissimo sostenendo un principio metafisico e poi vivendo secondo tutte le modalità che negano proprio quel principio.

Ora, se ci si pensa attentamente, non c’è modo più efficace per esorcizzare il sacro che il nasconderlo sotto le forme più esasperate del profano in modo da svuotarlo del suo contenuto, farlo apparire quasi come una cosa scontata e annetterlo alla concezione profana del mondo.

A questo proposito si è fatto osservare che il mondo moderno è un carnevale perenne. Questo significa che lo spazio “terapeutico” concesso al libero sfogo delle tendenze inferiori dell’uomo, le sue pulsioni infernali e devianti, si è ormai dilatato fino a inglobare tutto lo spazio umano perché ormai ogni attività dell’uomo è lo sfogo di una tendenza inferiore-infernale: dalla caramellosa sentimentalità sino al cinismo più radicale passando per le patetiche esibizioni di sé che gli uomini danno sui ‘media’, ogni comportamento umano è una caricatura carnevalesca dell’uomo normale, e proprio perché la norma del mondo moderno è data dalla media dei comportamenti di tutti gli uomini, la media scende continuamente e gli uomini, rispecchiandosi in essa, vi si adeguano con scrupolosa aderenza in un volano automatico di azioni e reazioni […]

Qualche sprovveduto potrebbe pensare che questo carnevale si sia prodotto spontaneamente oppure, il che è patetico, che esso sia stato progettato da centri occulti di potere politico, economico, finanziario o quant’altro, ma ciò sarebbe la più pericolosa delle illusioni perché implicherebbe che costoro siano in possesso di conoscenze sovrumane che invece non possono avere: semplicemente, essi sono inclini a servirsi e a favorire per istinto mercantile le bassezze più nocive che vengono a galla di volta in volta. È vero piuttosto che questo carnevale nasce da una volontà sovrumana – in qualsiasi modo gli uomini possano immaginarselo – che fa parte essa stessa del destino del mondo e che perciò gli uomini non possono evitare nell’insieme dei suoi effetti: in pratica questo destino, che fa dell’uomo una marionetta, non è manipolabile da parte dell’uomo ma è esso stesso la causa del delirio, di cui l’uomo è vittima, che lo spinge a manipolare la struttura del mondo».

Raffaele Marolda, ‘La trottola di Dio. La Medicina, l’Uomo, il Sacro nella Tradizione’, Nuovi Orizzonti, Milano 1997, pp. 203-205

LA TROTTOLA DI DIO
LA TROTTOLA DI DIO

HAMZA: IL PRINCIPE DEI MARTIRI

di Gabriele Lungo

6 Aprile 2025

Il 7 Shawwal ricorre il martirio e la dipartita (عرس) di uno dei grandi eroi dell’èpos Islamico dell’epoca dei pii Antenati, il valente Leone di Dio (أسد الله) Hamza, figlio di ‘Abd al-Muttalib.

Zio paterno del Profeta Muhammad ﷺ, famoso fra le Tribù Coreiscite per la sua possente forza fisica, il suo grande coraggio e le sue superiori doti guerriere e venatorie, un giorno facendo ritorno da una battuta di caccia assistette alle angherie impunemente inflitte dai pagani a suo nipote Muhammad ﷺ, in odio alla Rivelazione monoteista di cui era Latore ﷺ: al Profeta ﷺ era stato infatti prescritto in quel frangente di sopportare pazientemente, senza difendersi dalle violenze subìte. A quella vista, Hamza depose allora l’arco, si erse in tutta la sua imponenza dinanzi agli aguzzini ed esclamò, per fede e lealtà: “Insultate Muhammad ﷺ mentre io ho abbracciato la sua Rivelazione e creduto in ciò che professa? Rispondetemi, se ne avete il coraggio!”.

Assicurò la protezione del Profeta ﷺ dai suoi persecutori, emigrò con lui a Medina, condusse vittoriosamente i guerrieri di Badr e fu onorato col martirio durante la battaglia di Uhud – dove i nemici pagani, in odio al suo valore, prima assoldarono appositamente un sicario per ucciderlo, poi ne smembrarono il corpo e infine ne mangiarono le carni: ciò non fece d’altronde che innalzarne il rango e la memoria, manifestando con ancor maggiore chiarezza la radicale differenza fra la nascente civiltà dell’Islam – cavallerescamente rispettosa della vita e della morte – e la morente società dell’idolatria del sangue e del denaro. Il Profeta ﷺ avrebbe poi attestato solennemente: “Il Principe dei Martiri – per valore, coraggio e lealtà – è Hamza, figlio di ‘Abd al-Muttalib”.

HAMZA: IL PRINCIPE DEI MARTIRI
HAMZA: IL PRINCIPE DEI MARTIRI

ESSERI CIBERNETICI

di Mike Plato

La verita è una sola…

Noi siamo esseri CIBERNETICi in un regno simulato. La carne, la materia, sono pura illusione della mente.Non lo dico io, lo disse il Buddha parlando di Maja, samsara e nirvana, lo disse Cristo con quel suo TUTTO È COMPUTER e con IL REGNO DI DIO (IL REALE) È DENTRO DI VOI; lo dissero gli gnostici che sapevano del kenoma e del Pleroma; lo hanno detto i fisici dei quanti; lo disse magnificamente Platone, sapendo che solo in un futuro si sarebbe finalmente compreso il mito della caverna.

Per cui dico a tutti voi cavernicoli CIBERNETICI. Era inevitabile che, vivendo in un regno simulato, prima o poi, per la legge delle corrispondenze, avremmo sviluppato all’interno della simulazione una nuova simulazione, e che i CIBERNETICi nella simulazione si sarebbero diretti verso una società cibernetica, espandendo il frattale. Se questo mondo fosse stato reale, non avremmo sviluppato una cosa simile.

La società cibernetica che sta emergendo, seppur aberrante, è uno sviluppo naturale e inevitabile a causa della natura del nostro sistema di realtà esteriore.

ESSERI CIBERNETICI
ESSERI CIBERNETICI

Una Nuova Prospettiva sulla Realtà: Il Corpo Vivo ed il Principio di Indeterminazione di Heisenberg

di Lelio Antonio Deganutti

Il principio di indeterminazione di Heisenberg, affermando che non possiamo conoscere simultaneamente la posizione e la velocità di una particella, ci offre una chiave di lettura unica per comprendere la realtà. Questa idea ci invita a riflettere su come la nostra osservazione non sia un atto neutro, ma un intervento attivo che modifica il fenomeno osservato. In questo contesto, possiamo esplorare un metodo alternativo di percepire la realtà, considerandola non come un’entità inerte e statica, ma piuttosto come un corpo vivo, pulsante e interconnesso.

La Realtà come Corpo Vivo

Immaginare la realtà come un corpo vivo implica riconoscere che ogni cosa è in costante movimento e cambiamento. Proprio come un organismo vivente, la realtà è composta da interazioni, relazioni e dinamiche, che si intrecciano in un tessuto complesso. Questa visione ci incoraggia a percepire il mondo non come una serie di oggetti separati, ma come un ecosistema vibrante, dove ogni elemento contribuisce al benessere dell’intero sistema.

L’Osservatore come Co-Creatore

Il principio di indeterminazione di Heisenberg, ci insegna che l’osservatore non è un’entità passiva, ma gioca un ruolo fondamentale nella creazione della realtà. Ogni atto di osservazione non solo registra, ma anche modifica ciò che viene osservato. Questo ci porta a comprendere che la nostra coscienza ed i nostri pensieri hanno il potere di influenzare il mondo intorno a noi. Riconoscere questa interconnessione ci invita a vivere con maggiore consapevolezza, comprendendo che le nostre azioni e le nostre intenzioni possono contribuire alla trasformazione della realtà.

Un Metodo Alternativo di Percezione

per arrivare a mettere in pratica questo metodo alternativo di percezione, occorre passare attraverso cinque fasi, che prevedono ciascuna una disciplina interiore specifica, che sono le seguenti:

  1. Coltivare la Consapevolezza: Iniziare a praticare la consapevolezza quotidiana ci aiuta a riconoscere come ogni pensiero e ogni emozione influenzino la nostra realtà. Attraverso tecniche di mindfulness possiamo imparare a osservare le nostre reazioni ed a scegliere consapevolmente come interagire con il mondo.
  2. Abbracciare la Relazione: Riconoscere che siamo in relazione costante con ciò che ci circonda. Ogni interazione è un’opportunità per influenzare e modificare la realtà. Investire nelle relazioni significative e coltivare il senso di comunità contribuisce a creare un ambiente più armonioso e interconnesso.
  3. Praticare la Creatività: L’atto di creare, che si tratti di arte, musica, scrittura o qualsiasi forma di espressione, è un modo potente per partecipare attivamente alla realtà. La creatività, ci consente infatti, di esprimere la nostra visione e di contribuire a un mondo più vibrante e vivo.
  4. Riconoscere la Relatività: Accettare che la realtà, è relativa ed influenzata dalla prospettiva di chi osserva. Questa comprensione ci aiuta a sviluppare empatia verso le esperienze altrui, riconoscendo che ognuno vede il mondo attraverso un proprio filtro unico.
  5. Integrare la Natura: Immergersi nella natura e riconoscere il suo ruolo come parte integrante della nostra esistenza. La natura, infatti, è un corpo vivo che interagisce costantemente con noi ed il riconoscerlo come tale, può aiutare a farci sentire più connessi ed a vivere in armonia con il nostro ambiente.

Conclusione

Abbracciare il principio di indeterminazione di Heisenberg e vedere la realtà come un corpo vivo, ci offre dunque una nuova prospettiva sulla nostra esistenza. Ci ricorda che non siamo semplici spettatori, ma co-creatori attivi del mondo in cui viviamo. Questa visione ci invita a vivere con più consapevolezza, responsabilità e creatività, riconoscendo che ogni pensiero, emozione ed azione contribuiscono ad un tessuto interconnesso di esperienze. Scegliere di partecipare a questa creazione non solo può trasformare la nostra vita, ma può anche avere un impatto profondo e positivo su tutte le forme di vita che condividono con noi questo viaggio. Con questa consapevolezza, possiamo lavorare insieme per costruire un futuro più luminoso e vitale, in armonia con tutto ciò che ci circonda.

Tratto da: La Tribuna di Roma

Una Nuova Prospettiva sulla Realtà: Il Corpo Vivo ed il Principio di Indeterminazione di Heisenberg
Una Nuova Prospettiva sulla Realtà: Il Corpo Vivo ed il Principio di Indeterminazione di Heisenberg

IL MISTERO DELLA PERCEZIONE

a cura di Martino Zeta

La percezione era davvero una faccenda illimitata e misteriosa. Dei miliardi di possibilità percettive che esistono nell’universo, l’uomo ne isola solo alcune. La sua capacità di isolare e selezionare è ciò che gli dà un senso di sicurezza, riduce la dissonanza e gli permette di vivere in quello che crede sia un ambiente sicuro, dove la morte non è un evento che può accadere subito. Tuttavia, per allontanarsi dal conosciuto, bisogna, come fanno i fenomenologi, mettere in discussione i modi di percepire basilari e scontati. Ma per mettere in discussione la sicurezza della propria realtà, occorre una minima possibilità di percepirla diversamente. Solo allora si può imparare qualcosa che ancora non si sapeva; o vedere qualcosa che non si era già visto. Poi capii che quello che Clara ed Emilito volevano insegnarmi era un nuovo modo di percepire con il corpo; un modo in cui il sé personale o il sé psicologico non ha la precedenza. Un mucchio di volte avevano ribadito che abbiamo a disposizione altre possibilità di percezione; possibilità non incluse nella comprensione quotidiana del mondo. […] Lasciar andare il conosciuto e l’abituale era la chiave, avevano detto. Immagazzinare energia per muoversi era il mezzo. “Da cosa devo stare lontana?” insistei. “Dalle tue aspettative, di ciò che gli altri si aspettano da te, in breve da tutto ciò che eri, sei o speri di essere”, rispose Clara. “Lasciati andare e lascia che l’energia lavori direttamente sui tuoi sensi, senza interpretare o pensare con la tua mente limitata. Se devi interpretare, fallo nel modo delle streghe, che elaborano le categorie, e poi di se ne sbarazzano.” “Dimmi Clara, che cos’è esattamente uno stregone?” le chiesi. “Uno stregone è una persona che, attraverso la disciplina e il risparmio dell’energia, è in grado di percepire più di quel che percepiamo nel mondo di tutti i giorni”, rispose. A poco a poco capii che gli stregoni avevano il loro modo di percepire e interpretare. L’intento stabilito da una lunga stirpe di stregoni e streghe, aggiungendo ciascuno il proprio potere, la propria comprensione, le proprie spiegazioni personali, aveva portato a una realtà parallela, tanto reale e prevedibile quanto quella in cui siamo nati. Bisognava usare la stregoneria per comprendere la percezione, poi applicarne le tecniche per abbattere le barriere che ci tengono prigionieri. “Ma siamo condannati per sempre a spiegare e interpretare il mondo?” Chiesi. Clara scosse la testa. “No. Alla fine si arriva al punto in cui non è necessaria alcuna spiegazione o non può essere data alcuna spiegazione. Lì si smette di pensare e ci si immerge in silenzio nel mistero.”

IL MISTERO DELLA PERCEZIONE
IL MISTERO DELLA PERCEZIONE

GIUSEPPE TUCCI: UNO DEI PIU’ GRANDI ORIENTALISTI DELLA STORIA

a cura di Giuseppe Aiello

Il sottovalutato e sottostimato Giuseppe Tucci – amico di Evola e firmatario del Manifesto sulla Razza

Portava lo smoking con rara eleganza, benché girasse sempre con un manoscritto nella tasca posteriore […]. Non

dormiva più di due o tre ore per notte. Si occupava a quel tempo della traduzione in sanscrito di alcuni testi di logica cinese.

Camminava per la stanza col testo cinese in mano, e traduceva ogni frase a voce alta. Quando non riusciva ad azzeccare

la parola esatta, lanciava contro la porta il pugnale con cui giocava. I suoi domestici credevano che invocasse

gli spiriti e lo abbandonavano gli uni dopo gli altri […]. Le ampie finestre aperte sulla campagna, la lampada accesa

tutta la notte in una stanza dove i libri e i manoscritti erano sparpagliati per terra e dentro alcune casse aperte o su mensole

ricoperte di polvere. Tucci si muoveva da un angolo all’altro, il pugnale in una mano, il testo cinese nell’altra […].

L’ultima volta che lo incontrai è stato sulla nave che ci portava entrambi verso l’Europa […]. Lo scorgevo talvolta

nel salone di prima classe mentre leggeva una commediola sanscrita e rideva fra sé, così che le inglesi si giravano sussurrando

in francese per non essere intese dal poveruomo:

“C’est un peu fou et très comique, n’est-ce pas?…“. La notte passeggiavamo tutti e due in coperta ed egli mi faceva

l’analisi dei più oscuri sistemi filosofici indiani, mi raccontava le biografie di lama morti cinque secoli prima

[Eliade su Tucci]

Uno che a 13 anni seminudo i faceva yoga sul balcone di casa d’inverno….

GIUSEPPE TUCCI: UNO DEI PIU' GRANDI ORIENTALISTI DELLA STORIA
GIUSEPPE TUCCI: UNO DEI PIU’ GRANDI ORIENTALISTI DELLA STORIA