Lo scorso 26 marzo, il Bureau of Economic Analysis statunitense ha pubblicato il resoconto trimestrale circa la posizione finanziaria netta nazionale relativa al quarto trimestre del 2024, che ha registrato un passivo record per 26,23 trilioni di dollari. Una cifra sbalorditiva, che segna un peggioramento su base annua pari a circa 7 trilioni di dollari e concorre a spiegare la particolare linea politica assunta dall’amministrazione Trump. Ne parliamo assieme a Giuseppe Masala, economista, analista politico, gestore dell’omonimo canale Telegram e collaboratore della testata telematica «L’Antidiplomatico».
“Purtroppo, da quando il cristianesimo ha soppiantato il pantheon greco, gli dèi greci sono stati relegati a miti e leggende, mentre gli dèi indiani sono ancora venerati oggi.”
Dzongsar Jamyang Khyentse, lama, regista e scrittore bhutanese.
“Come i pensieri del tempo e dello spazio si perdono nell’infinito, cosí l’uomo d’ogni lato si perde nell’umanità. Gli argini dell’egoismo, dell’interesse, e della religione non bastano; la filosofia nostra può aver ragione nella pratica; ma la sapienza inesorabile dell’India primitiva si vendica dei nostri sistemi arrogantelli e minuziosi nella piena verità della metafisica eterna”. (Ippolito Nievo, “Le confessioni di un italiano”, cap. V)
Sapevate che il MOVIMENTO di MEDITAZIONE TRASCENDENTALE fondato da Maharishi Mahesh Yogi ha un patrimonio accertato di 300 milioni di dollari?
Conviene creare un MOVIMENTO. Lo avevano capito anche Ron Hubbard con Scientology, Osho Rajnesh, Sai Baba, e Vianna Stibal col Theta Healing, che hanno fondato imperi finanziari.
I FESSI NUTRONO I VAMPIRI…..E LE VACCHE VANNO A FARSI MUNGERE
L’ho detto a mio fratello che dobbiamo lasciare l’editoria per fondare un MOVIMENTO.
Mi metto un saio, congiungo le mani e mi faccio crescere i capelli con una bella cocozza scoperta, e mi proclamo illuminato avatara di 6a dimensione, disceso già con tutte le memorie.
Ah, e mi serve un rolex al polso, fa status, altrimenti dicono che Dio non è con me e non so fare marketing di me stesso.
Per fare un esercito la Ue dovrebbe farsi Stato, come suggerisce (velleitariamente) Mario Draghi. Ma sarebbe uno Stato senza democrazia.
Chi è per la pace e contro la guerra dovrebbe combattere anche questa Unione Europea che – contro la volontà dei popoli – sta militarizzando l’Europa e sta montando un’isterica campagna di odio bellicistico verso la Russia che mette in pericolo tutti gli europei. Donald Trump è certamente un politico fascistoide: ma l’unica cosa buona che sta facendo – paradossalmente anche a favore dell’Europa che lui odia – è cercare di concludere la guerra in Ucraina. La Ue invece ostacola il suo sforzo in nome di una “pace giusta”(?) e del ritiro completo e senza condizioni della Russia, evidentemente impossibile dal momento che Putin sta vincendo la guerra. Continuare la guerra, come vorrebbe la Ue guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen, mette in pericolo 450 milioni di europei e, ancora di più, l’Ucraina: i russi potrebbero infatti raggiungere il porto di Odessa e chiudere a Kiev l’accesso al mare.
E’ dunque ora di chiudere il conflitto, anche se la conclusione sarà certamente negativa per il presidente Zelensky. Del resto lui stesso è un pessimo politico. Sobillato dagli americani, ha abbandonato lo status di neutralità dell’Ucraina per chiedere l’adesione alla Nato – un’organizzazione militare antirussa che ha combattuto e perso guerre di attacco (e non di difesa) in Serbia, Afghanistan, Iraq, Siria e Libia, provocando centinaia di migliaia di morti innocenti -: così ha contribuito in maniera decisiva a scatenare l’invasione di Putin e alla catastrofe del suo popolo. Putin aveva avvertito che considerava l’adesione alla Nato da parte di Kiev una minaccia diretta alla sicurezza russa e una linea rossa da non oltrepassare: Zelensky ha trascinato irresponsabilmente il suo popolo in una guerra persa in partenza contro la potenza atomica russa.
Se la Ue di Ursula – seguendo gli interessi del presidente francese Emmanuel Macron, del premier britannico Keir Starmer e delle industrie delle armi – accontentasse Zelensky e riuscisse a ostacolare i tentativi di Trump, porterebbe gli europei vicino o dentro alla guerra atomica, semplicemente perché la Russia non cederà mai sulla neutralità politica e militare dell’Ucraina. Se Bruxelles non accettasse la pace che verrà in Ucraina, allora il governo italiano farebbe bene a prendere in seria considerazione la possibilità o la necessità di lasciare questa Ue irresponsabile, stupida, impotente ma guerrafondaia.
Bruxelles vuole riarmarsi per prepararsi all’attacco russo. Ma credere che la Russia voglia conquistare l’Europa è paranoico. Putin è certamente un dittatore ma non è uno stupido e, dopo le grandi difficoltà militari incontrate nella pur inferiore Ucraina, è praticamenteimpossibile che voglia aggredire gli europei e la Nato. E’ meglio avere la Russia amica piuttosto che nemica.
Una difesa coordinata a livello europeo è tuttavia necessaria. Ma la tedesca Ursula, il presidente italiano Sergio Mattarella, la segreteria del Pd Elly Schlein possono mettersi il cuore in pace: non ci sarà mai un esercito europeo. Non può esserci prima di tutto perché Maastricht prevede che la Ue abbia competenze dirette sull’economia ma non sulle questioni della politica estera e della difesa: queste restano e resteranno (fortunatamente) prerogative delle democrazie nazionali. Se Ursula cercasse di costruire l’esercito europeo abuserebbe del suo mandato. Francia e Germania stanno cercando di formare la “unione armata dei volenterosi”, ma la Ue è fuori dai giochi.
Per fare un esercito la Ue dovrebbe farsi Stato, come suggerisce (velleitariamente) Mario Draghi. Infatti solo uno Stato può decidere una sua politica estera e avere un suo esercito. Ma la UE che riunisce 27 paesi differenti non potrà mai avere una strategia unitaria: già oggi Germania e Francia hanno idee molto diverse sull’Ucraina. Anche se la Ue diventasse uno Stato, sarebbe uno Stato senza democrazia. La Ue infatti è un’organizzazione dispotica con una verniciata molto sottile di democrazia. A Bruxelles decidono i capi di governo riuniti nel Consiglio Europeo, e il Parlamento – eletto su base nazionale, e quindi non europeo – ha solo un potere di veto su alcune materie. I popoli europei non hanno nessun controllo democratico su Bruxelles.
Per rimediare all’impotenza della Ue Mattarella e Schlein reclamano l’accelerazione del processo decisionale grazie all’introduzione del voto di maggioranza (qualificata) al posto del voto all’unanimità – richiesto attualmente per le questioni più importanti, relative per esempio alla difesa e al fisco –. Ma questa pretesa peggiora l’autoritarismo della Ue e comunque è destinata a fallire. Nessuna piccola o media nazione (Italia compresa) vuole cambiare sistema di voto con il rischio di dovere andare in guerra solo perché la maggior parte degli altri Stati – guidati da Francia e Germania (che detengono la maggioranza relativa) – la votano.
Se si adottasse il voto a maggioranza sulle questioni della difesa, l’uscita dell’Italia democratica dalla Ue non democratica sarebbe pienamente giustificata.
Nel definire la politica estera della propria Amministrazione, il Presidente deve assecondare gli imperativi geopolitici e gli interessi strategici degli Stati Uniti. Trump potrebbe davvero spingere per un cessate il fuoco in Ucraina, ma aggraverà la guerra commerciale contro l’Europa e non farà a meno della NATO per «tenere sotto» il nostro Continente. In Medio Oriente sembra voler riproporre gli «Accordi di Abramo» per favorire Israele, isolare l’Iran e imporre – da remoto – un nuovo assetto nella Regione. Le principali attenzioni saranno rivolte verso l’Indo-Pacifico per intensificare il contenimento della Cina.
LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI CON TRUMP
La rielezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti ci impone di analizzare quella che potrebbe essere la proiezione della politica estera di Washington nelle Regioni che più ci preoccupano, ovvero la nostra Europa e il Medio Oriente, nonché la posizione che l’America assumerà nei confronti della Cina, unica grande Potenza in grado di sfidarne il primato su scala globale.
Con questo non vogliamo sopravvalutare la funzione del Presidente e la sua capacità decisionale, poiché sappiamo che il suo margine di manovra è inevitabilmente limitato dalle contingenze interne e internazionali, dalla necessaria collaborazione con le varie Agenzie e i Dipartimenti che costituiscono il cosiddetto «Deep State» – lo «Stato Profondo» – ma soprattutto dagli imperativi geopolitici, che trascendono qualsiasi Amministrazione. Vi sono infatti delle priorità che non vengono dettate dall’agenda dei Democratici o dei Repubblicani, bensì dall’interesse nazionale a cui sia Trump che Biden – e i loro predecessori – hanno dovuto allinearsi.
Il compito a cui è chiamato l’inquilino della Casa Bianca è quindi quello di interpretare le esigenze esterne della Nazione e farsi sintesi delle diverse richieste provenienti dall’interno del Popolo, riallineando gli interessi nazionali e la volontà popolare per far sì che gli Stati Uniti mantengano lo status eccezionale di unica super-Potenza. Trump è il protagonista richiamato per frenare il declino dell’Occidente e rinnovare la fede messianica nel «Secolo Americano», non a caso i motti che caratterizzano il Tycoon sono «Make America Great Again» e «America First».
GLI STATI UNITI E L’EUROPA
Trump ha sempre insistito nella convinzione che – con lui alla Casa Bianca – Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina. La promessa di negoziare un accordo di pace – «in 24 ore» – tra Mosca e Kiev è così diventata uno dei punti fermi della sua campagna elettorale, anche per marcare una netta differenza con l’Amministrazione Biden su questo tema.
Il nuovo Presidente deve evitare che, in un momento in cui lungo tutta la linea del fronte si è accumulata un’insostenibile tensione politica e militare, un’escalation ci faccia precipitare in una nuova Guerra Mondiale, questa volta con gli arsenali ricolmi di ordigni nucleari. Al tempo stesso non può però permettere che un eventuale disimpegno dal teatro ucraino metta in discussione il rango che gli Stati Uniti occupano nella gerarchia internazionale, come avvenuto dopo il rocambolesco ritiro dall’Afghanistan.
Raggiungere la pace, ossia creare le condizioni e offrire le garanzie che possano convincere sia la Russia che l’Ucraina a non riprendere le ostilità è pressoché impossibile e nemmeno conveniente per gli Stati Uniti, perché si priverebbero della futura possibilità di riaccendere – all’occorrenza – la guerra per procura in qualsiasi momento. Tuttavia è quasi certo che Trump si impegnerà sinceramente per far sottoscrivere ai belligeranti un accordo per un cessate il fuoco che congeli momentaneamente il conflitto. Una tregua provvisoria anziché una pace definitiva. D’altronde gli Ucraini sono ormai allo stremo delle forze, mentre si può affermare – senza timore di smentita – che Washington abbia già raggiunto i suoi obiettivi strategici.
Non dimentichiamo che l’Ucraina rappresenta un perno geopolitico fondamentale negli «imperativi geo-strategici» per il «primato dell’America», come riconobbe Brzezinski ne La Grande Scacchiera. Privata dell’Ucraina, si sarebbe infatti potuto provocare «un allontanamento della Russia dall’Europa e una sua deriva verso l’Asia». Oggi però Mosca è forse troppo pericolosamente vicina a Pechino.
Con la guerra si è potuto tranciare quel cordone ombelicale che collegava l’Europa e la Russia, così mentre noi soffriamo le ricadute economiche del conflitto, la Russia è impantanata da quasi tre anni in un conflitto che non riesce a risolvere. La porzione di Ucraina che non è stata conquistata dall’Armata Russa è ormai definitivamente sottratta dalla sfera d’influenza del Cremlino e trasformata in un territorio per sempre ostile a Mosca, mentre la NATO, risorta dalla «morte celebrale» con il riemergere dell’antagonismo contro il nemico designato, si è addirittura allargata, includendo ora anche la Svezia e la Finlandia.
Ci sono anche altre ragioni per le quali lo «Stato Profondo» potrebbe permettere alla Casa Bianca di raggiungere un cessate il fuoco. L’Amministrazione Biden ha investito in Ucraina più di 174 miliardi di dollari, di cui 66,5 miliardi in aiuti militari, almeno 30,75 miliardi a sostegno diretto per il bilancio del Governo di Kiev e 5,2 miliardi in aiuti umanitari attraverso USAID. Potrebbe quindi essere giunto il momento di passare all’incasso dei «dividendi» e un «businessman» come Trump non si farà sfuggire l’affare.
Mentre Russi e Ucraini muoiono sul campo di battaglia in questa ennesima guerra civile tra Europei, il Rappresentante Speciale degli Stati Uniti per la Ripresa Economica dell’Ucraina nominato da Biden ha messo gli occhi sul «business» della ricostruzione, un affare stimato 486 miliardi di dollari dalla Banca Mondiale. Egli ha fatto sapere che «il potenziale dell’Ucraina è straordinario. Ha enormi opportunità nell’agricoltura, nell’energia, nei metalli e nelle miniere, nei minerali critici e in una serie di settori diversi». Dopo nemmeno due settimane dalla sua nomina aveva già incontrato trenta aziende private che si erano dette disposte a partecipare agli investimenti.
Nel frattempo JP Morgan e BlackRock si sono assicurate l’incarico da Zelenskij per creare il Fondo per lo Sviluppo dell’Ucraina, una piattaforma finanziaria che gestirà gli investimenti esteri – pubblici e privati – per la futura ricostruzione del Paese.
Chevron, Exxon e Halliburton stanno intensificando i dialoghi con NaftoGaz, il cui Amministratore Delegato aveva dichiarato che non c’è «alcuna intenzione o iniziativa di prorogare» l’accordo che consente il transito di gas dalla Russia all’Europa attraverso l’Ucraina. Inoltre ha reso noto che intende sfruttare la collaborazione dei colossi energetici statunitensi per aumentare a tal punto la produzione domestica da far diventare l’Ucraina un «esportatore netto» di gas naturale.
Spartiti i profitti, all’Europa sarà chiesto di farsi carico delle spese a fondo perduto per la ricostruzione e per la difesa.
Ma torniamo alla soluzione che Trump ha annunciato. I dettagli sono ancora ignoti. Il Vice-Presidente – Vance – ha però rivelato che la proposta consisterebbe nell’interrompere le ostilità sull’attuale linea di contatto, lasciando alla Russia il possesso de facto ma non de jure – ossia senza alcun riconoscimento formale – dei territori conquistati in Crimea e nel Donbass, con l’impegno di creare una zona de-militarizzata lungo il fronte e fortificare le difese ucraine come deterrente per evitare una nuova invasione. Quel che resta dell’Ucraina sarebbe uno Stato sovrano e indipendente, ma neutrale, interrompendo quindi il percorso di adesione alla NATO – autentico casus belli del conflitto – come garanzia da offrire al Cremlino. Anche se non entrerà formalmente nell’Alleanza Atlantica, è però certo che il personale NATO già presente in Ucraina vi rimarrà, ma almeno Putin avrà la sua vittoria – mutilata – da raccontare ai Russi.
L’intenzione del Presidente è avvalorata dall’annuncio di voler nominare il Generale Kellogg come Consigliere e Inviato Speciale per l’Ucraina e la Russia al fine di «garantire la pace attraverso la forza». Kellogg ha infatti già precisato che l’approccio «America First non è isolazionista, né un invito a ritirare l’America dall’impegno nel Mondo». Si tratta infatti di razionalizzare lo sforzo imperiale degli Stati Uniti e la soluzione di Trump sarebbe «un percorso da seguire in Ucraina in cui l’America può mantenere i propri interessi prioritari e allo stesso tempo svolgere un ruolo nel porre fine alla più grande guerra in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale».
Sebbene pare che lo stesso Zelenskij si sia rassegnato all’impossibilità della completa riconquista dei territori occupati e annessi dalla Federazione Russa, l’attuale Presidente rappresenta ormai il volto della guerra a oltranza. L’attuazione della soluzione della nuova Amministrazione Trump potrebbe dover passare attraverso la sua deposizione – preferibilmente per via democratica, attraverso nuove elezioni. Zelenskij è inoltre ritenuto troppo vicino a Biden, tanto che si rifiutò di indagare sull’oscuro ruolo ricoperto dal figlio – Hunter Biden – inserito, all’indomani di Euro-Maidan, quando il padre era il Vice-Presidente dell’Amministrazione Obama, nel Consiglio di Amministrazione di una società energetica in Ucraina – Burisma Holdings – sotto indagine con l’accusa di riciclaggio di denaro.
Chi guiderà l’Ucraina non dovrà più ostinarsi nella riconquista territoriale della Crimea e del Donbass – illusione che quotidianamente si infrange sul campo di battaglia – e sull’imporre a ogni costo una sconfitta strategica alla Russia.
Si aprirebbero quindi le porte a figure come l’ex Generale e Comandante in Capo delle Forze Armate d’Ucraina Zaluğnij, attualmente Ambasciatore nel Regno Unito, allontanato forzatamente dal fronte e dai riflettori, perché stava sottraendo consensi al Presidente. In tempi non sospetti il Generale aveva pubblicamente riconosciuto il fallimento della seconda contro-offensiva e non ha mai escluso a priori la possibilità di riaprire un dialogo negoziale con la Russia. Secondo gli ultimi sondaggi Zaluğnij godrebbe perfino di ottima popolarità tra gli Ucraini.
Un’alternativa potrebbe essere il Sindaco di Kiev – Kličko – che non ha mai risparmiato critiche contro Zelenskij, ritenendolo colpevole di non aver preparato adeguatamente il Paese in vista della riesplosione della guerra e di aver permesso ai Russi di raggiungere i sobborghi della Capitale già nei primi giorni dell’invasione, ma anche di aver eccessivamente accentrato il potere nelle sue mani, lanciando l’allarme dell’autoritarismo. Oppure si potrebbe decidere di ripiegare sull’usato sicuro, puntando magari sull’ex Presidente Porošenko.
Un cambio al vertice del Governo a Kiev, oltre a facilitare l’iniziativa diplomatica, accontenterebbe anche il Cremlino, che potrebbe così inventarsi di aver finalmente «de-nazificato» l’Ucraina, in tal modo i sacrifici sofferti nell’improvvisata «Operazione Militare Speciale» non sarebbero stati vani.
Se non proprio la pace, quantomeno un accordo per un cessate il fuoco in Ucraina è senza ombra di dubbio una buona notizia, ma forse l’unica.
Sempre ne La Grande Scacchiera, Brzezinski scrive che «l’Europa è la testa di ponte essenziale dell’America sul Continente eurasiatico». Senza il controllo sull’Europa gli Stati Uniti sarebbero infatti solo una Potenza regionale in un Continente alla deriva tra gli Oceani. È per questo motivo che Washington non può fare a meno della NATO. Inoltre non si può correre il rischio di un’Europa che, muovendosi verso la creazione di una difesa comune, sviluppi una propria autocoscienza militare e politica, iniziando a pensarsi indipendente.
L’Alleanza Atlantica serve ancora a «tenere fuori» dal nostro Continente i Russi, «dentro» gli Americani e «sotto»[messi] i Tedeschi, intendendo per sineddoche tutti gli Europei.
Nonostante i toni isolazionisti che alimentarono false speranze nel corso della prima Amministrazione Trump, la presenza complessiva dei soldati statunitensi in Europa aumentò durante il suo mandato. Oggi quei toni sono un’eco lontana, sovrastati dagli impegni imperiali necessari a mantenere le promesse di «Rendere di Nuovo Grande l’America» e rimettere l’«America al Primo Posto», tanto da solleticare la folle idea di impossessarsi della Groenlandia – oltre a prendere il controllo diretto del Canale di Panama e costringere il Canada ad annettersi agli Stati Uniti.
Le continue minacce del Tycoon rivolte contro gli Stati europei – da ultimo la delirante affermazione secondo cui si sarebbe rifiutato di proteggere e avrebbe addirittura incoraggiato la Russia «a fare quello che diavolo vuole», anche invadere i Paesi che non pagano abbastanza – servono per costringerci a sobbarcarci degli enormi costi necessari a mantenere in vita il complesso militare-industriale della NATO. L’obiettivo del 2% del PIL ormai è diventato la soglia minima di spesa per la difesa, reclamata dalla Casa Bianca. Gli Americani potranno così finalmente razionalizzare gli investimenti e operare una migliore allocazione degli sforzi militari in altri quadranti.
La pretesa della redistribuzione delle spese per il mantenimento dell’Alleanza Atlantica va letta come l’imposizione di un equilibrio tra piccole e medie Potenze europee che si annullano a vicenda anziché moltiplicare le proprie forze e ricercare un’autonomia strategica continentale. Sono infatti consolidate le condizioni affinché in Europa non emerga una forza egemone che possa contendere la primazia agli Stati Uniti. Ora Washington può anche dare la parvenza di allentare la pressione politica e militare, purché aggravi la pressione economica su un Continente che sta soffrendo – più di chiunque altro – le ricadute economiche della guerra in Ucraina e di qualsiasi altra crisi internazionale che si sussegue, per mantenerne il controllo coercitivo e impedirne l’emancipazione.
Il principale strumento che Trump userà per esercitare pressione contro l’Europa saranno i dazi, considerati come un metodo di negoziazione alternativo alle sanzioni, per continuare a perseguire gli interessi degli Stati Uniti. Il nuovo Presidente si dice preoccupato dal risultato negativo della bilancia commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Nel 2023 gli Stati Uniti hanno registrato un disavanzo nei confronti del Vecchio Continente pari a 229 miliardi di dollari e ora la Casa Bianca intende riequilibrare questo rapporto imponendo una tariffa generalizzata tra il 10% e il 20% su tutte le loro importazioni. «Le guerre economiche sono buone e facili da vincere», questa è la convinzione.
Rifiutandosi di continuare a essere i compratori di ultima istanza del surplus commerciale mondiale, gli Stati Uniti accettano di non essere più la Potenza egemone dell’intero sistema internazionale. Sono infatti consapevoli che la globalizzazione – per come l’abbiamo conosciuta – è terminata, che il Mondo sarà sempre più frammentato e conflittuale e quindi pretendono che i loro «clienti» contribuiscano a mantenere la super-Potenza egemone ormai nel solo Occidente allargato.
La prima Amministrazione Trump aveva già preso di mira gli alleati, in particolar modo l’Unione Europea, applicando tariffe del 25% e del 10% rispettivamente sull’importazione di acciaio e di alluminio e aveva minacciato a più riprese di applicare dazi del 25% sui veicoli europei, andando a colpire prevalentemente le industrie automobilistiche in Germania e in Italia, ormai al collasso.
Biden – in perfetta continuità – ha poi condotto una vera e propria guerra commerciale contro l’Europa. Attraverso l’applicazione dell’«Inflation Reduction Act» e del «Chips and Science Act», la Casa Bianca ha introdotto sussidi e misure protezionistiche per rilanciare la manifattura e gli investimenti negli Stati Uniti, andando ad accelerare il processo di de-industrializzazione già in corso nel nostro Continente.
La nuova politica commerciale promessa da Trump sarà l’ennesimo duro colpo alla nostra economia reale. L’Istituto dell’Economia Tedesca prevede che «la guerra commerciale sotto Trump potrebbe costare alla Germania fino a 180 miliardi di euro», mentre uno studio condotto da Goldman Sachs per conto della Banca Centrale Europea stima che le tariffe che saranno imposte dalla nuova Amministrazione ridurranno il già stagnante Prodotto Interno Lordo dell’AreaEuro di un ulteriore 1%.
Un altro obiettivo sarà quello di continuare a indebolire il ruolo dell’Euro, considerata da Washington – ancora oggi – l’unica moneta che per stabilità e fiducia internazionale può proporsi come alternativa al Dollaro. La guerra in Ucraina è servita anche a questo. La Banca Centrale Europea ha infatti informato che «nel 2023 la quota dell’Euro nelle riserve ufficiali di valuta estera detenute a livello mondiale è diminuita», favorendo principalmente il Dollaro e lo Yen. Come se non bastasse, da Francoforte avvisano che la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare a causa delle «misure relative alle sanzioni» che l’Unione Europea continua a rinnovare contro la Russia.
Alla Casa Bianca si vuole un’Europa politicamente, militarmente ed economicamente annichilita, che diventi compratore delle merci prodotte sull’altra sponda dell’Atlantico, come già sta avvenendo per gli approvvigionamenti energetici. Dalla riesplosione della guerra in Ucraina, gli Stati Uniti hanno infatti superato la Russia come esportatore di gas nel Vecchio Continente. La minaccia di chiudere i rubinetti sarà un’ulteriore arma di ricatto che il Tycoon userà per piegarci alla sua volontà.
GLI STATI UNITI E IL MEDIO ORIENTE
L’approccio che l’Amministrazione Trump avrà in Medio Oriente sarà orientato dalla grande rivoluzione energetica in corso in America. Non ci riferiamo alla transizione verso fonti considerate «rinnovabili» – che a oggi è più una trovata propagandistica, che non una realtà fattuale – bensì al fatto che gli Stati Uniti sono diventati tra i principali produttori ed esportatori di combustibili fossili. Grazie alla tecnica della fratturazione idraulica, si è aperto l’accesso per lo sfruttamento delle vaste riserve ancora presenti nel loro sottosuolo. Il potere e l’influenza della Casa Bianca e del Dollaro non sono più dipendenti dal petrolio e dal gas estratto nella Penisola Arabica e l’OPEC+ non è più in grado di condizionare – e sconvolgere – il mercato internazionale dell’energia come invece era solita in passato.
Washington non ha quindi più la necessità strategica di mantenere una presenza militare consistente in Medio Oriente e mira a mantenerne il controllo, ma da remoto. Con la collaborazione di Israele e sfruttando la conflittualità in atto, si vorrà imporre un nuovo ordine nella Regione, a cominciare dalla riproposizione e dall’estensione degli «Accordi di Abramo», promossi da Trump nel 2020.
Proprio gli «Accordi di Abramo» devono essere il punto di partenza per comprendere le cause alla base della riesplosione del conflitto tra Israeliani e Palestinesi.
Il contenuto degli «Accordi» non è particolarmente rilevante, si tratta di un documento diplomatico alquanto retorico nel quale – in sostanza – si afferma la promessa di un non ben definito impegno a perseguire «una visione di pace, sicurezza e prosperità in Medio Oriente e nel Mondo». L’eccezionalità risiede nella forma, perché la sottoscrizione – sotto la supervisione degli Stati Uniti – da parte di Israele, del Bahrein e degli Emirati Arabi Uniti, poi estesa al Marocco e al Sudan, implica de facto il riconoscimento dello Stato di Ebraico, fino a quel momento negato dalla maggioranza del Mondo Arabo e Musulmano.
L’intento esplicito degli «Accordi» è di accompagnare Israele e le Monarchie del Golfo verso una graduale normalizzazione dei rapporti, quello implicito è – avvicinandole a Tel Aviv – di isolare Teheran. Sullo sfondo delle crescenti tensioni con l’Iran, Israele ha infatti siglato poi un Memorandum d’Intesa con il Bahrein per la cooperazione in materia di sicurezza e un contratto con gli Emirati Arabi Uniti per la vendita di un sistema di difesa aerea.
L’Arabia Saudita era a un passo dalla sottoscrizione degli «Accordi» e questa decisione avrebbe modificato radicalmente i rapporti di forza nella Regione. Nell’Agosto 2023 il Jerusalem Post pubblicò un’analisi intitolata: «Gli «Accordi di Abramo» possono essere il precursore di un accordo tra Israele e l’Arabia Saudita».
L’Iran ha potuto – e dovuto – far leva sull’odio contro l’«Entità Sionista» per convincere Hamas e altre milizie armate palestinesi minori presenti nella Striscia di Gaza a sferrare l’attacco del 7 Ottobre 2023, con l’obiettivo di dimostrare al Mondo Arabo la vulnerabilità di Israele e convincerlo a non delegargli la sicurezza della Regione.
Inquadrando le dinamiche in questa prospettiva si spiega pienamente la risposta spropositatamente violenta di Tel Aviv. Le intenzioni genocidarie contro i Palestinesi non sono mancate tra le fila dei fondamentalisti sionisti che hanno composto il Governo, ma il calcolo del Primo Ministro – Netanyahu – è molto più razionale. Israele ha invaso, devastato e occupato la Striscia di Gaza e ha intenzionalmente esteso il conflitto su più fronti – in Cisgiordania, in Libano, in Iran, in Iraq, in Siria e nello Yemen – per affermare il proprio primato militare in Medio Oriente e ristabilire la propria credibilità presso gli Arabi, questi ultimi per nulla intenzionati a farsi coinvolgere nelle ostilità né tantomeno a cercare il martirio in nome della causa palestinese.
In un discorso tenuto di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 27 Settembre 2024, Netanyahu ha esposto la sua visione, imponendo di scegliere tra «la maledizione dell’incessante aggressione dell’Iran o la benedizione di una storica riconciliazione tra Arabi ed Ebrei», ricordando che «un accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele sembrava più vicino che mai, ma poi è arrivata la maledizione del 7 Ottobre». Mentre parlava mostrava al pubblico due mappe, una – quella della cosiddetta «maledizione» – che raffigura in nero la «Mezzaluna Sciita», ovvero quegli Stati che rientravano nella sfera d’influenza dell’Iran e l’altra – quella della «benedizione» – che raffigura in verde gli Stati che hanno sottoscritto o sono in procinto di sottoscrivere gli «Accordi di Abramo», con una particolarità, una freccia che parte dall’India e attraversa la Penisola Arabica puntando verso l’Europa.
Si tratta del «Corridoio Economico India – Medio Oriente – Europa», nel cui disegno Israele sarà l’affaccio sul Mediterraneo e la proiezione verso l’Europa. Nel 2023 – a margine del G20 – gli Stati Uniti, l’India, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Francia, la Germania, l’Italia e l’Unione Europea hanno siglato un Memorandum d’Intesa in cui si impegnano a collaborare per la sua realizzazione. Questo «Corridoio» – già ribattezzato «Via del Cotone», perché pensato come infrastruttura tecnologica e commerciale alternativa alle «Vie della Seta» proposte dalla Cina – punta a «stimolare lo sviluppo economico attraverso una maggiore connettività e integrazione economica tra Asia, Golfo Arabico ed Europa».
Ecco la vera posta in gioco in Medio Oriente, che si estende ben oltre le sorti della Striscia di Gaza.
L’Arabia Saudita è la chiave per la realizzazione del nuovo assetto voluto per il Medio Oriente. Il ripristino dei rapporti diplomatici concordato con l’Iran attraverso la mediazione della Cina a Marzo 2023, i crescenti rapporti con Pechino e l’ostinazione della soluzione «Due Popoli – Due Stati» per porre fine al conflitto fra Israeliani e Palestinesi potrebbero essere posizioni assunte da Riyad al fine di farle pesare in fase di negoziato per la sottoscrizione degli «Accordi di Abramo», verso cui i Sauditi tendono. Questi ultimi sono interessati e ingolositi dalle prospettive economiche dell’apertura della «Via del Cotone», utile nella loro «Visione» per diversificare le entrate del Regno dai combustibili fossili.
L’Arabia Saudita pone il riconoscimento dello Stato della Palestina – affidato all’Autorità Nazionale Palestinese, spodestando Hamas – come precondizione per l’agognata normalizzazione dei rapporti con Israele. «È la creazione di uno Stato della Palestina indipendente che produrrà i dividendi che cerchiamo», vale a dire «stabilità regionale, integrazione e prosperità» ha scritto il Ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita in un editoriale pubblicato dal Financial Times.
Solo così si spiega il raggiungimento di una seppur fragile e precaria tregua a Gaza. La collaborazione tra l’uscente Amministrazione Biden e l’entrante Amministrazione Trump è riuscita a imporre a Tel Aviv un accordo per un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. La Casa Bianca pone in secondo piano la conquista territoriale di Gaza e l’eliminazione di Hamas, nonostante ciò metta a rischio la tenuta del Governo Netanyahu – con la fuoriuscita della frangia più intransigente – ma l’urgenza della normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita deve prevalere sulle mire espansionistiche dello Stato Ebraico.
La nuova Amministrazione degli Stati Uniti – confermata dalle nomine negli incarichi governativi – vorrà affidare a Israele, ma solo in collaborazione con l’Arabia Saudita – in una logica di equilibrio tra Potenze – il controllo del futuro ordine del Medio Oriente e l’onere del mantenimento del nuovo status quo contro qualsiasi avversario che possa minacciarlo. Un esperimento già testato nell’Aprile 2024, in occasione dei bombardamenti diretti lanciati dall’Iran contro l’«Entità Sionista», dove i Sauditi hanno collaborato all’intercettazione dei missili e dei droni che hanno sorvolato il loro spazio aereo.
Questo processo potrebbe passare attraverso un innalzamento delle tensioni contro l’Iran, al quale – già amputato dei suoi proxies – deve essere impedito di ottenere un arsenale nucleare. Nel 2018 Trump pose fine alla partecipazione degli Stati Uniti al «Piano d’Azione Congiunto Globale» e impose le sanzioni precedentemente revocate, ma ora potrebbe addirittura permettere il bombardamento degli impianti di arricchimento dell’uranio pur di annichilire definitivamente Teheran. Il Times of Israel ne è convinto: «L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti offre un’opportunità senza precedenti per eliminare la minaccia che Israele deve affrontare dall’Iran». La politica di «massima pressione» e il contenimento sempre più aggressivo contro l’Iran potrebbe anche provocare – direttamente o indirettamente – una «Primavera Persiana», una «Rivoluzione Colorata» che minaccerebbe di rovesciare lo Stato degli Ayatollah e il potere dei Pasdaran.
Nell’equazione del nuovo ordine mediorientale non si può trascurare l’incognita Turchia, Stato membro della NATO, ma determinata a perseguire i propri interessi strategici, non sempre convergenti con quelli degli Stati Uniti, né tantomeno di Israele. Il «Comitato Nagel» – la Commissione Governativa guidata dall’ex Capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale e incaricata di formulare indicazioni per rinnovare il bilancio della difesa e la strategia di sicurezza nazionale – ha avvertito che Tel Aviv dovrebbe prepararsi a un confronto diretto con Ankara. Le ambizioni neo-ottomane e pan-turaniche della Turchia sono considerate in aperto contrasto con quelle dello Stato Ebraico e nel medio-lungo periodo potrebbero diventare una minaccia maggiore rispetto a quella rappresentata dall’Iran, a maggior ragione dopo che i «Ribelli» – eterodiretti e protetti da Ankara fintantoché erano arroccati nella Provincia di Idlib – hanno preso il controllo della Siria.
GLI STATI UNITI E LA CINA
Repubblicani e Democratici sono concordi nel considerare la Cina come la più grande minaccia per gli Stati Uniti. Alla Casa Bianca sanno che il Dragone è l’unica grande Potenza in grado di sfidare la «supremazia» di Washington e la nomina di Rubio a Segretario di Stato sembra indicare il deciso ri-orientamento dell’America verso l’Indo-Pacifico per contenere le crescenti ambizioni di Pechino.
Il «Pivot to Asia» venne lanciato da Obama, ma fu la prima Amministrazione Trump a inaugurare la guerra commerciale contro la Cina. Con la motivazione di «incoraggiare» la Repubblica Popolare ad abbandonare le pratiche considerate «sleali» in materia di tecnologia e innovazione, ma soprattutto per costringerla ad «aprire il suo mercato ai beni degli Stati Uniti e accettare relazioni commerciali più equilibrate con gli Stati Uniti», a partire dal 2018 si è dato inizio a un susseguirsi di dazi e contro-dazi che hanno colpito praticamente tutti i settori strategici e commerciali. Si è calcolato che in totale sono state imposte tariffe su circa 550 miliardi di dollari di merci cinesi e 185 miliardi di dollari di merci statunitensi.
Nel 2020 Washington e Pechino sottoscrissero un «Accordo Commerciale di Fase Uno», il quale prevedeva una regolazione in merito ai temi della proprietà intellettuale e del tasso di cambio dello Yuan, inoltre impegnava il Dragone ad «aumentare le importazioni di beni [prodotti manifatturieri, prodotti agricoli, energia] e servizi americani di almeno 200 miliardi di dollari». L’«Accordo» aveva però lasciato in vigore le tariffe esistenti e la Repubblica Popolare non rispettò gli obiettivi fissati, che erano eccessivamente sbilanciati in favore dell’America.
In piena continuità, «in risposta alle pratiche commerciali sleali della Cina e per contrastare i danni che ne derivano» l’Amministrazione Biden decise di prolungare i dazi ereditati dal Tycoon, estendendoli a ulteriori ambiti di importanza strategica, tra cui spiccano tariffe del 25% sull’alluminio, del 50% sui semiconduttori e addirittura del 100% sui veicoli elettrici, poiché – secondo la Casa Bianca – Pechino «sta inondando i mercati globali con esportazioni a prezzi artificialmente bassi».
A seconda di quanto si aggraverà la competizione con la Cina e la conseguente guerra commerciale, Trump ha minacciato tariffe tra il 60% e il 100% qualora i BRICS si impegnassero nella creazione di una valuta comune per scardinare il primato internazionale del Dollaro.
La questione più delicata nei rapporti tra Washington e Pechino ruota però attorno a Taiwan. Per uscire dalla propria dimensione regionale e tellurica e poter così proiettare la propria influenza economica, politica e militare su scala globale, la Cina continentale deve a ogni costo prendere il controllo di Taipei, de jure ma non de facto soggetta alla sovranità cinese. L’isola di Formosa costituisce infatti un avamposto dell’Occidente, una portaerei terrestre perennemente ancorata di fronte alla costa che impedisce al Dragone l’accesso diretto all’Oceano Pacifico.
Il Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, nonché Presidente della Repubblica Popolare Cinese – Xi Jinping – ha ambiziosamente fissato la data della «completa e pacifica riunificazione nazionale» entro il 2049, ma si dice pronto anche all’uso della forza pur di porre fine all’indipendenza di Taiwan.
Nonostante gli Stati Uniti abbiano adottato la «One China Policy», ovvero riconoscono la sovranità di Pechino su Taipei, con il «Taiwan Relations Act» Washington si è comunque impegnata a garantire la difesa dell’Isola in caso di attacco. Trump sembra intenzionato a portare avanti questa «ambiguità strategica» e continuare a fornire assistenza militare. Nel corso del suo primo mandato aveva venduto armi a Taiwan per un valore di circa 18 miliardi di dollari, oltre il doppio del valore fornito dalla successiva Amministrazione Biden.
La Casa Bianca è consapevole che il contenimento aggressivo della Cina deve partire proprio da Taiwan e dal provocare il «disaccoppiamento» delle relazioni commerciali con l’Unione Europea – come già ci è stato imposto nei confronti della Russia – andando così a sabotare la «Belt and Road Initiative» – il progetto infrastrutturale delle moderne «Vie della Seta» – che ha come suo terminale proprio il nostro Continente. Nel 2023 il nostro interscambio con il Dragone si aggirava intorno ai 738 miliardi di dollari.
Non a caso negli ultimi anni anche la NATO ha iniziato a rivolgersi sempre più spesso verso l’Indo-Pacifico, tanto che il nuovo «Strategic Concept» riconosce esplicitamente la Repubblica Popolare Cinese come una minaccia, così da costringerci a intraprendere ostilità politiche, economiche e forse perfino militari contro Pechino. Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Giappone sono invece ormai diventati partner permanenti dell’Alleanza Atlantica.
La nuova Amministrazione non sembra orientata verso la ricerca di un’escalation nei suoi rapporti con la Cina, ma il peso della crescita esponenziale del debito pubblico – prossimo alla cifra record di 36.000 miliardi di dollari, in aumento al ritmo di 1.000 miliardi di dollari ogni 100 giorni – potrebbe rivelarsi insostenibile per il bilancio federale e una crisi del debito, magari accelerata da chi – come Pechino – potrebbe rifiutarsi di continuare ad acquistare ingenti quantità di Titoli di Stato statunitensi, imporrebbe la necessità di scaricare al di fuori dei propri confini le criticità che altrimenti minaccerebbero di far collassare l’America su se stessa.
CONCLUSIONI
Gli scenari appena descritti non divergono, anzi approfondiscono le dinamiche e le prospettive analizzate nel nostro quaderno «L’Europa – Nel Nuovo Mondo Multipolare».
Gli Stati Uniti continueranno a perseguire i propri interessi, anche a discapito dei loro più stretti alleati, pur di mantenere il rango di unica super-Potenza nel sistema internazionale. Le antipatie e i timori che la Casa Bianca nutre nei confronti dell’Europa, rimasti abilmente celati durante l’Amministrazione Biden, saranno resi manifesti dalla retorica minacciosa che contraddistingue la comunicazione di Trump. L’aggravarsi dei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico dovrà essere la spinta a rivendicare la nostra indipendenza, perché sarà sempre più ampia ed evidente la divergenza di interessi tra noi e l’America.
La concreta eventualità di raggiungere quantomeno un cessate il fuoco in Ucraina aprirebbe uno spiraglio che consentirebbe all’Europa di ristabilire normali rapporti diplomatici ed economici con la Russia. Se Trump e Putin possono negoziare una tregua, sarà però solo l’intervento diplomatico e politico dell’Europa a trasformare quella tregua in una pace effettiva e duratura.
Bruxelles e i singoli Stati membri non devono quindi cadere nell’errore di insistere in una «una politica pazza e dalla vista corta», poiché non vi sarà né pace né prosperità nel nostro Continente fintantoché continueremo ad alimentare l’ostilità contro il Cremlino.
Gli Stati Uniti hanno la necessità di orientare i loro sforzi imperiali verso altri teatri e la nuova Amministrazione potrebbe spingere gli Europei a stanziare un contingente militare in Ucraina per monitorare il rispetto del cessate il fuoco. Sarà una prova di maturità per l’Europa. Dovremo approfittare di questa occasione e della momentanea distrazione della Casa Bianca per gettare le fondamenta di un sistema di sicurezza alternativo alla NATO e per emanciparci finalmente da Washington.
Ampliando lo sguardo oltre il nostro Continente, noi Europei dobbiamo iniziare a definire e perseguire una nostra specifica politica estera comune nel Mediterraneo e nel Medio Oriente allargato, inoltre non possiamo più permettere che siano gli Stati Uniti a stabilire quali saranno i nostri rapporti con la Cina, imponendoci un nuovo antagonismo contro Pechino, come già successo con Mosca. In altre parole dobbiamo ricercare una nostra autonomia strategica in un nuovo Mondo multipolare.
“TEMONO L’AMORE PERCHE CREA UN MONDO CHE NON POSSONO CONTROLLARE” – George Orwell
“IL FEMMINISMO ha portato l’IDEA CONFUSA che le Donne sono LIBERE quando servono il loro PADRONE ma sono SCHIAVE quando AIUTANO il loro Marito a casa.”
Un progetto di ROCKEFELLER nato tantissimi anni fa per sfruttare pure Donna. Bella mossa, ora hanno ottenuto 2 operai al costo di 1. Ma non solo, DIVIDERE la Donna dall’uomo, come lo stesso allontanarli dai propri figli, fa parte proprio dei loro piani, disintegrare la FAMIGLIA, e a quanto pare stanno andando pure a gonfie vele.
Infatti dice Rockfeller: “Abbiamo fatto nascere il movimento femminile per poter tassare entrambi i sessi. In questo modo abbiamo mandato le donne a lavorare e abbiamo preso il controllo dei loro figli.”
Pianificando un prossimo viaggio, Li ha istintivamente aperto una nota applicazione di IA per chiedere consigli. Sebbene l’app avesse prontamente generato le sue solite raccomandazioni, una nuova dicitura ha attirato la sua attenzione: “Questa risposta generata dall’IA è solo a scopo informativo. Si prega di verificare attentamente le informazioni.”
Il rapido progresso dell’IA generativa e delle tecnologie di sintesi profonda negli ultimi anni ha alimentato l’espansione economica, diversificato i contenuti digitali e migliorato la vita quotidiana. Tuttavia, queste innovazioni hanno allo stesso tempo facilitato la proliferazione di disinformazione e perturbato gli ecosistemi digitali.
In risposta, la Cina ha recentemente emanato le “Disposizioni per l’identificazione dei contenuti sintetici generati dall’IA”, che entreranno in vigore il 1° settembre 2025.
Un portavoce della Cyberspace Administration of China ha chiarito che le misure mirano a standardizzare l’etichettatura dei contenuti sintetici generati dall’IA. Meccanismi obbligatori di disclosure consentono agli utenti di distinguere contenuti autentici da quelli sintetici, chiarendo al contempo le responsabilità dei fornitori durante i processi di creazione e diffusione dei contenuti. Il quadro normativo punta a ottimizzare i protocolli di sicurezza attraverso soluzioni efficienti e a promuovere uno sviluppo sostenibile dell’industria dell’IA.
Tian, utente di una piattaforma di knowledge-sharing, si è imbattuto in una recensione cinematografica con la dicitura: “Questo dramma presenta una struttura narrativa avvincente con sviluppo multidimensionale dei personaggi. Attraverso uno storytelling episodico, stimola riflessioni critiche su questioni sociali contemporanee…” Il post mostrava un’etichetta in testa con la scritta “Contenuto sospettato di essere generato da IA” e aveva ottenuto una visibilità algoritmica drasticamente ridotta nei feed di raccomandazione.
Un portavoce della piattaforma ha chiarito che le linee guida comunitarie esistenti impongono la dichiarazione esplicita dei contenuti creati con l’assistenza dell’IA. I post non conformi attivano protocolli automatici di rilevamento, che portano a etichettatura obbligatoria, riduzione della visibilità nei sistemi di ranking, meccanismi di compressione del contenuto o potenziale sospensione dell’account.
Tali protocolli di governance acquisiranno una base giuridica rafforzata con le “Disposizioni per l’identificazione dei contenuti sintetici generati dall’IA”, che richiedono ai servizi di distribuzione di contenuti online di verificare la presenza di marcatori identificativi incorporati nei metadati dei file. Al rilevamento di identificatori espliciti o firme tecniche di sintesi IA, le piattaforme devono classificare automaticamente il contenuto come potenzialmente generato dall’intelligenza artificiale, applicare avvisi ben visibili accanto ai contenuti e rilasciare notifiche pubbliche con dichiarazioni standardizzate.
Jin Bo, vice direttore del Terzo Istituto di Ricerca del Ministero della Sicurezza Pubblica, ha sottolineato l’ampliamento del quadro di responsabilità previsto dai nuovi regolamenti. Le disposizioni chiave definiscono ora esplicitamente gli obblighi per le piattaforme di distribuzione di applicazioni e per i fornitori di servizi ausiliari, stabilendo una governance completa dell’ecosistema che copre l’intero processo di creazione, modifica e diffusione dei contenuti.
Un’innovazione fondamentale nelle misure di identificazione dei contenuti generati dall’AI risiede nella distinzione codificata tra sistemi di etichettatura espliciti e impliciti. Le normative impongono che i metadati associati ai contenuti sintetizzati dall’AI includano marcatori di identificazione impliciti, i quali codificano sistematicamente attributi essenziali come: categoria di classificazione del contenuto, identificazione del fornitore di servizi (nome/codice univoco) e numero di serie del contenuto.
Zhang Zhen, ingegnere senior presso il National Computer Network Emergency Response Technical Team/Coordination Center of China, ha spiegato: “Come protocollo supplementare, lo standard tecnico di cybersicurezza per l’identificazione dei contenuti generati dall’AI specifica i campi di metadati richiesti per le etichette implicite. Questi campi sono progettati per registrare informazioni cruciali riducendo al minimo l’impatto sul trattamento e sulla trasmissione dei metadati, garantendo che i contenuti generati dall’IA rimangano tracciabili lungo tutto il loro ciclo di vita.”
Queste normative non solo migliorano la trasparenza e la sicurezza nell’uso dell’intelligenza artificiale, ma creano anche un ambiente favorevole all’innovazione e allo sviluppo responsabile dell’IA.
Alla luce della pubblicazione di alcune parti di una conversazione “privata” tra Pete Hegseth e JD Vance in cui viene preventivato un attacco su vasta scala contro lo Yemen, pubblico un mio articolo sull’argomento, apparso sul sito di “Strategic Culture” (consiglio a tutti di seguire il sito ed il relativo canale telegram), dal titolo “L’attacco USA allo Yemen e l’Heartland mediorientale”.
Negli anni ’20 del secolo scorso, il pensatore tedesco Karl Haushofer definiva la geopolitica come una “scienza dinamica” che osserva i processi politici e militari del presente e del passato per pronosticare la loro potenziale evoluzione futura. Tuttavia, allo stesso tempo, si vedeva costretto ad ammettere che la geopolitica, essendo strettamente legata agli umori delle masse ed ai “grandi spiriti” che le guidano, poteva fare previsioni esatte solo in un numero piuttosto limitato di casi. Qualche anno più tardi, Ernesto Massi, il padre della geopolitica italiana a cavallo tra i due conflitti mondiali, definiva la medesima come la scienza che deve determinare le politiche degli Stati in relazione a precise leggi geografiche. In questo senso, la geopolitica era capace sia di potenziare che di depotenziare i conflitti.
Alla luce di ciò, l’attacco statunitense contro le postazioni Houthi nello Yemen deve essere interpretato sulla base di diversi fattori che si cercherà di esaminare nel dettaglio. In primo luogo, è importante sottolineare che, tre giorni prima dell’annuncio del bombardamento, Russia, Cina ed Iran avevano concluso le esercitazioni navali “Security Belt 2025”. Queste si sono concentrate attorno ad una vasta area che dal porto iraniano di Chabahar (centrale all’interno del sistema di interconnessione eurasiatica della Nuova Via della Seta) arriva al Golfo di Aden in prossimità delle coste yemenite. L’area racchiude due tra i più importanti snodi strategici globali: lo stretto di Hormuz e quello di Bab el-Mandenb che, insieme allo stretto di Malacca, vengono generalmente definiti come il “triangolo d’oro”, considerato il loro rilievo sul piano dei flussi energetici marittimi internazionali. A ciò si aggiunga che lo stretto di Bab el-Mandeb è direttamente collegato al Canale di Suez: un altro “collo di bottiglia” (o chokepoint) dal quale transita una cospicua quantità di commercio da e verso l’Europa.
Ora, appare evidente che il controllo di uno o più di questi snodi da parte di un attore geopolitico (regionale o meno) rappresenta un evidente vantaggio sui diretti concorrenti. Il caso iraniano è abbastanza emblematico. La Repubblica Islamica, infatti, attraverso la sovranità sulle isole di Abu Musa, Tunb al-Kubra e Tunb al-Sughra, poste in prossimità dello stretto di Hormuz, può controllare direttamente l’intero traffico petrolifero che transita attraverso lo snodo. La storia di queste isole è del tutto particolare visto che lo Shah Reza Pahlavi le strappò all’Emirato di Sharjah nel momento in cui la Gran Bretagna concesse l’indipendenza a quelli che poi sono divenuti gli Emirati Arabi Uniti (nel 1971). Sulla base di ciò, durante il conflitto Iran-Iraq degli anni ’80, Saddam Hussein ne rivendicò la sovranità in nome di un panarabismo funzionale al suo piano di annessione delle regioni petrolifere iraniane a maggioranza araba.
Ad ogni modo, il controllo iraniano diretto sullo stretto di Hormuz rappresenta una notevole forma di deterrenza per la Repubblica Islamica. La sua eventuale chiusura in caso di attacco diretto contro Teheran, di fatto, comporterebbe una crisi globale senza precedenti (assai superiore a quella prodotta dalla fase della “guerra delle petroliere” legata al suddetto conflitto Iran-Iraq), visto che nel Golfo Persico si trovano i principali porti attraverso i quali le monarchie del Golfo esportano le loro risorse (Qatar, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita – le risorse di quest’ultima sono concentrate nell’area nord-orientale del Regno dove la componente confessionale sciita ha un notevole impatto demografico). Ragione per cui l’Iran sta potenziando proprio il porto di Chabahar (che si affaccia direttamente sull’Oceano Indiano bypassando lo stretto di Hormuz), e motivo principale per cui le stesse monarchie del Golfo stanno ricercando canali alternativi (anche e soprattutto terrestri) per garantire i loro introiti commerciali.
Allo stesso tempo, appare chiaro che un eventuale attacco (reale) alla Repubblica Islamica, più volte paventato tanto da Israele quanto da diverse amministrazioni USA (da Bush Jr. a Donald J. Trump), più che sulle infrastrutture petrolifere iraniane (o su quelle rivolte allo sviluppo della tecnologia nucleare – da non sottovalutare anche il ruolo iraniano sul commercio internazionale di uranio grazie alla partecipazione governativa sul controllo della miniera di Rossing, in Namibia) – sarà indirizzato in primo luogo ad ottenere il controllo sulle isole adiacenti allo stretto.
Ma la Repubblica Islamica, grazie all’alleanza informale con gli Houthi yemeniti, può giocare un ruolo di rilievo anche sull’area adiacente allo stretto di Bab el-Mandeb (dove anche la Cina esercita la sua influenza attraverso la sua presenza a Gibuti). Qui, a partire dall’ottobre 2023, il gruppo al potere a Sana’a è riuscito a svolgere una notevole pressione (oscurata dai mezzi di informazione occidentali) nei confronti del traffico diretto verso il porto israeliano di Eilat, dimostrando anche la sostanziale vulnerabilità dello “Stato ebraico”, completamente dipendente dal traffico marittimo.
Israele, di fatto, si presenta come un’entità geopolitica che soffre della permanente assenza di profondità strategica. Problema che, nel corso della sua breve storia, l’ha spinto a ricercarla a discapito dei Paesi confinanti (Egitto, Libano e Siria, in particolar modo). Non bisogna dimenticare, a questo proposito, i tentativi di costruire un’entità regionale direttamente controllata dallo stesso Israele nel Libano meridionale nel corso del conflitto civile libanese; o l’attuale tentativo di creare nel sud della Siria uno “Stato druso” capace di spingersi fino alla periferia di Damasco.
L’assenza di connessione commerciale con l’entroterra del Vicino Oriente è uno dei problemi geopolitici più rilevanti per la geopolitica dei trasporti israeliana. Israele, infatti, rimane uno spazio chiuso i cui porti (simbolo della localizzazione industriale) sono privi (o estremamente limitati) in termini di retroterra logistico. La prima amministrazione Trump ha cercato di porre rimedio a questo problema per mezzo dello schema degli “Accordi di Abramo” e lo sviluppo di quella che è stata nominata come “Via del Cotone” o IMEC – India, Middle East, Europe Economic Corridor: un progetto infrastrutturale alternativo e competitivo rispetto alla Nuova Via della Seta cinese, il cui obiettivo finale è quello di contrastare/limitare la proiezione di influenza cinese proprio sui porti del Mediterraneo orientale (da Haifa, in Israele, dove le compagnie indiane sono in diretta concorrenza con quelle cinesi, al Pireo in Grecia). L’IMEC, in questo modo, rappresenterebbe anche un canale alternativo per il transito degli idrocarburi delle monarchie del Golfo e rivestirebbe un ruolo centrale per la connessione della megalopoli futuristica saudita di Neom (prima città interamente gestita dall’intelligenza artificiale, secondo i piani sauditi, la cui costruzione dovrebbe rappresentare un volano per lo sviluppo economico anche di Giordania ed Egitto). Tuttavia, i Sauditi, utilizzando una sapiente strategia geopolitica di “multiallineamento”, mirano a collegare la megalopoli anche con la Nuova Via della Seta (da non dimenticare il fatto che la Cina acquista il 18% delle esportazioni petrolifere saudite e che la stessa Arabia Saudita riveste un ruolo di primo piano nella realizzazione del CPEC – China Pakistan Econimic Corridor, il cui obiettivo è consentire alla Repubblica Popolare di bypassare lo Stretto di Malacca per garantirsi le proprie forniture energetiche).
In questo quadro si inseriscono anche i complessi rapporti tra Iran e Arabia Saudita che la Cina ha cercato di mediare attraverso il fondamentale accordo sulla riapertura dei canali diplomatici del 2023. Entrambe le potenze regionali hanno costruito le loro fortune sul fatto che la sicurezza degli approvvigionamenti energetici costituisce nella contemporaneità uno dei principali obiettivi della politica estera e dell’azione geopolitica dei principali attori internazionali. I Sauditi, in particolare, hanno spesso utilizzato la loro sovrapproduzione petrolifera come arma geopolitica per tenere i prezzi della risorsa bassi e fare pressioni indirette sui concorrenti diretti e sull’Iran in primo luogo. Nonostante i vantaggi geopolitici di cui ha potuto godere Teheran a seguito della caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq (soprattutto in termini di proiezione di influenza sull’Heartland mediorientale, le regioni irachene in prossimità dei principali santuari sciiti, ricche di risorse e, non a caso, costantemente sottoposte a forme di destabilizzazione), l’Arabia Saudita ha sfruttato le migliori capacità tecnologiche di estrazione della risorsa (a differenza dell’industria iraniana afflitta dal regime alternato di sanzioni ed embarghi) ed una demografia favorevole (30 milioni circa di abitanti contro i quasi 90 milioni iraniani) per portare avanti la propria agenda geopolitica. Fattore che ha portato allo scontro aperto nello Yemen, dove la coalizione a guida saudita, tuttavia, ha sostanzialmente fallito nell’azione di contrasto contro gli Houthi. Qui, i tentativi di strappare alle forze ribelli il fondamentale porto di Hodeida (sottoposto a più riprese ad attacchi aerei ed anche ad operazioni via terra da parte emiratina) sin dal 2018 non hanno ottenuto in alcun modo gli esiti sperati, consentendo agli Houthi di sfruttarlo sia come strumento di rifornimento militare che di finanziamento diretto al loro governo.
Gli attacchi diretti degli Stati Uniti contro lo Yemen – dopo che gli stessi USA avevano sostenuto lo sforzo logistico della coalizione a guida saudita negli anni precedenti – aprono un nuovo capitolo dello scontro geopolitico nel Medio Oriente e del suo (ri)potenziamento. Il rinnovato protagonismo nordamericano nel Mar Rosso, oltre che alla “protezione” del commercio verso Israele, è funzionale alle aspirazioni di controllo diretto di Washington sulla striscia di Gaza. Questa, infatti, situata nelle vicinanze del Canale di Suez, di diversi ed importanti bacini gassiferi e dei progetti di interconnessione legati al progetto Neom, possiede un enorme potenziale geopolitico e geoeconomico. Attraverso la presenza nella Striscia, gli USA potrebbero infatti controllare direttamente i flussi energetici verso l’Europa, una volta ottenuto, tramite il conflitto ucraino, la definitiva separazione del potenziale industriale dell’Europa dalle risorse energetiche russe. Un aspetto che richiama in pieno la teoria geopolitica spykmaniana sul controllo del Rimland. Alla pari del più ampio complesso continentale eurasiatico, anche nella macroarea mediorientale l’obiettivo USA rimane il controllo sul Rimland per evitare il pieno sfruttamento del potenziale dell’Heartland. Al contempo, il disimpegno USA dal teatro ucraino risulta funzionale ad un maggiore impegno in termini di contenimento dell’Iran e della Cina nell’area mediorientale. Con la seconda che ambisce ad una maggiore connessione tra l’Estremo Oriente ed il Medio Oriente.
L’ATTACCO USA ALLO YEMEN E L’HEARTLAND MEDIORIENTALE
Mi soffermo un attimo sull’affermazione di Donald J. Trump che, sostenendo la tesi del suo vice JD Vance, dichiara che gli europei sarebbero dei “parassiti”. Prima di tutto mi pare doveroso sottolineare il fatto che tali idee non siano particolarmente originali. Già Kissinger considerava gli europei come alleati deboli e inadeguati, troppo concentrati sullo sviluppo economico (e, di conseguenza, potenziali diretti concorrenti degli USA) e poco responsabili sul piano militare. Questi, anche secondo il vecchio stratega da poco scomparso, avrebbero dovuto spendere di più in armi anche per “armonizzarsi con gli interessi economici e globali degli Stati Uniti”. Esattamente ciò che chiede all’UE il presidente USA. Interessante anche il fatto che Washington voglia un’Europa più armata ma, al contempo, priva di sovranità militare, sotto suo diretto controllo per ciò che concerne gli approvvigionamenti energetici, separata dalla Russia (con la quale solo gli USA possono trattare) e totalmente divisa sul piano politico. Con buona pace dei grotteschi “patriots” europei, a Washington (a Trump e Vance stessi) poco interessa che questi raggiungano posizioni di potere in seno alle istituzioni europee; l’importante è che rappresentino una costante spina nel fianco per impedire una reale unità politica (i principali Stati europei devono sempre rimanere reciprocamente ostili – stessa strategia utilizzata in Sud America).
Infine, è curioso il fatto che l'”impero” parassitario per eccellenza (una Nazione, tra l’altro, nata e costruita sullo schiavismo) accusi qualcun altro di essere un parassita, ma questo appartiene al campo della “geopolitica critica” ed allo studio della propaganda come strumento per (ri)affermare precise relazioni di potere. Ad ogni modo, sul tema del parassitismo statunitense, riporto quanto scritto tempo fa in un articolo pubblicato sul sito informatico di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal titolo “Modelli geopolitici a confronto”.
Buona lettura.
Il teorico cinese Wang Huning è stato uno dei primi a sostenere la tesi secondo la quale per capire la strategia nazionale americana sia necessario in primo luogo capire il modo americano di essere Nazione: ovvero, osservare con attenzione il loro stile di vita prima di dare credito a ciò che appare nelle pubblicazioni geopolitiche dei loro Think Tank.
Huning, durante il suo soggiorno negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, giunse alla conclusione che il fondamento dello stile di vita americano è l’idea di ricchezza o prosperità. Tale prosperità (apparente o reale) si mantiene solo attraverso il flusso continuo di capitale internazionale nelle casse statunitensi. E per fare in modo che questo flusso di capitale si mantenga costante si rende necessario che la posizione egemonica del dollaro non venga in alcun modo intaccata. Questa è la reale fonte di potere che, per ora, mantiene gli Stati Uniti forti e prosperi.
Questo, naturalmente, comporta il quesito: come è stato possibile raggiungere tale posizione? La risposta va ricercata nella storia contemporanea. All’inizio della Prima Guerra Mondiale gli Stati Uniti erano uno dei Paesi con il più grande debito al mondo. Al termine del conflitto, invece, gli Stati Uniti erano un Paese creditore sul piano globale. Nel 1917, l’Intesa ricevette da Washington una linea di credito di 2,3 miliardi di dollari. Nel medesimo periodo, la Germania, sconfitta nella Battaglia dello Jutland (1916) e già sottoposta al blocco navale britannico, ottenne poco più di 27 milioni di marchi in aiuti esteri.
Di fatto, gli Stati Uniti sono stati tra i primi ad intendere la guerra esclusivamente come impresa economica nel momento in cui gli Imperi tradizionali europei, ancora convinti che la vittoria sarebbe stata determinata solo ed esclusivamente dalla forza degli eserciti sul campo (cosa possibile solo in caso di guerra lampo), erano ormai divenuti incompatibili con la base economica del capitalismo. La Prima Guerra Mondiale, dunque, è stato anche il primo conflitto in cui il flusso di capitale ha avuto un ruolo più importante del flusso di sangue inteso nel senso letterale del termine. Gli stessi Stati Uniti intervennero solo nel momento in cui erano ormai certi che non ci sarebbe stata nessuna sostanziale differenza tra vinti e vincitori (usciti entrambi con le ossa rotte dal conflitto). Questo perché l’obiettivo reale era quello di scalzare la Gran Bretagna dal ruolo di potenza talassocratica egemone sul piano globale. Obiettivo che sarà raggiunto solo a seguito della Seconda Guerra Mondiale e dopo che la stessa Gran Bretagna (grazie a quello che viene forse erroneamente definito come grande politico e stratega, Winston Churchill) contribuirà in modo determinante al suicidio suo e dell’Europa in generale.
Il 15 agosto 1971 è un’altra data fondamentale per la storia contemporanea e, soprattutto, per i fini di questa analisi. Quel giorno, il Presidente Richard Nixon annunciò la chiusura della cosiddetta golden window spezzando il legame tra dollaro e oro e tradendo il sistema creato a Bretton Woods. A partire da quella data, gli Stati Uniti hanno ottenuto il potere teorico di poter stampare dollari a volontà. Non solo, a seguito del conflitto arabo-israeliano del 1973 e di un accordo con l’OPEC, gli Stati Uniti ancorarono il dollaro al commercio globale del petrolio trasformando la loro moneta nell’unica valuta per il regolamento internazionale del traffico petrolifero. Così facendo, hanno imposto al mondo il principio secondo il quale per comprare petrolio servono dollari. Dunque, se un Paese ha bisogno di petrolio, ha bisogno anche dei dollari per poterlo comprare. La globalizzazione economica, in questo senso, è stato l’inevitabile risultato della globalizzazione del dollaro.
In questo senso, gli Stati Uniti, afferma l’ex generale dell’aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare Qiao Liang, hanno dato vita alla prima civiltà finanziaria trasformando tutte le valute del mondo in accessori del dollaro. A partire dagli anni ’70, inoltre, hanno iniziato a delocalizzare le industrie manifatturiere di basso e medio livello nei Paesi in via di sviluppo (favorendone il consumo di ambiente e risorse) tenendo sul proprio territorio solo quelle con un alto valore aggiunto in termini tecnologici. Gli effetti nefasti di tali politiche hanno avuto modo di riflettersi sulla stessa economia americana nel momento in cui la crisi del 2007 ha messo in evidenza la sua natura esclusivamente virtuale a fronte dell’azzeramento del settore produttivo. Una tendenza che sia l’amministrazione Obama che quella Trump hanno cercato (fallendo) di controbilanciare. Di conseguenza, le fortune/sfortune statunitensi ancora per molto tempo si baseranno sulla capacità di Washington di concentrare/convogliare il flusso di capitali internazionali sul suo territorio generando crisi geopolitiche ed eliminando potenziali concorrenti.
In altri termini, gli Stati Uniti hanno dato vita ad un impero vuoto, totalmente parassitario, fondato sulla produzione di dollari mentre il resto del mondo produce la merce che viene scambiata con i dollari. La globalizzazione afferma Qiao Liang non è altro che una moda finanziaria tenuta in ostaggio dal dollaro americano.