“Per poter perseguire la prospettiva politica, culturale e geopolitica di un’alleanza strategica fra i continenti europeo ed asiatico contro l’egemonismo imperiale americano, prospettiva che ha come presupposto una certa idea di Europa militarmente autonoma dagli USA e dal loro barbaro dominio, bisogna prima (sottolineo: prima) sconfiggere questa Europa, neoliberale (e quindi oligarchica) in economia ed euroatlantica (e quindi asservita) in politica e diplomazia. Senza sconfiggere prima questa Europa non solo non esiste eurasiatismo possibile, ma non esiste neppure un vero europeismo possibile”. (Costanzo Preve)
Noi oggi non abbiamo la concezione che i semiti attribuivano al nome, perciò spesso non afferriamo bene il valore preciso di certe espressioni bibliche. Per noi occidentali il nome serve solo a identificare una persona presso l’anagrafe civile, ma per gli ebrei e per la Bibbia era qualcosa di ben più importante. Il nome per gli ebrei presentava l’essenza stessa della persona, la sua natura, la sua forza, la sua attività.
Per la Bibbia, chi non ha un nome non esiste. Questo concetto ripreso dalla Scrittura era presente presso i popoli semiti. È interessante al riguardo fare un confronto tra il secondo racconto biblico della creazione e le relazioni sumere antiche. Mentre la Bibbia dice: “Non c’era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata” (Gn 2:5), gli antichi testi sumeri dicono la stessa cosa affermando che animali e piante non erano ancora “stati nominati”. Dio dal primo capitolo di Genesi fa venire all’esistenza il creato pronunciando il nome dei suoi molteplici elementi: “Dio disse: ‘Sia luce!’ E luce fu” (1:3); “Poi Dio disse: ‘Vi sia […]’” (v. 6); e così via. Anche Giobbe, per indicare la massima abiezione della plebaglia afferma: “Gente da nulla, razza senza nome [vale a dire inesistente], cacciata via dal paese a bastonate” (Gb 30:8). La punizione divina degli empi è espressa dicendo che il loro nome (vale a dire la loro discendenza) che conserva il nome paterno sarà eliminato: “Tu hai rimproverato le nazioni, hai fatto perire l’empio, hai cancellato il loro nome per sempre” (Sl 9:5). I giusti però sussisteranno per sempre, avranno la vita da Dio: “Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche, e io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli”. – Ap 3:5.
Per la Bibbia, conoscere il nome di qualcuno è conoscerne la natura, è avere un certo dominio su di lui partecipando alla sua potenza. In Mesopotamia e in Egitto (terre pagane) il nome era strettamente associato all’esercizio della magia: conoscere il nome di Dio era disporre in qualche modo della sua potenza divina. Per questo motivo (per non dare adito a pratiche magiche vietate dalla Scrittura) presso Israele gli esseri soprannaturali hanno una certa riluttanza a comunicare il loro nome quando non è necessario: “La donna andò a dire a suo marito: ‘Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio: un aspetto davvero tremendo. Io non gli ho domandato da dove veniva, ed egli non mi ha detto il suo nome’” (Gdc 13:6). Nel famoso passo di Es in cui Mosè domanda il nome a colui che gli parla dal roveto ardente, questi anziché rivelargli il nome rifiuta dapprima di manifestarglielo. Il passo non va inteso nel senso di ‘Io sono colui che è’, ma nel senso di “Io sono chi sono” ovvero: Non ti deve interessare il mio nome, io sono chi sono. La TNM traduce: “IO MOSTRERÒ D’ESSERE CIÒ CHE MOSTRERÒ D’ESSERE” (Es 3:14, il maiuscoletto è loro), e la nota in calce recita tra l’altro: “Qui non si fa riferimento all’autoesistenza di Dio, ma a ciò che egli ha in mente di divenire nei confronti di altri”. È senz’altro molto rincuorante immaginare che Dio dica che sarà o diverrà quello di cui abbiamo bisogno (Hai bisogno di un padre? Sarò padre. Hai bisogno di un amico? Sarò amico. E così via). Tuttavia, pur mostrando all’uomo amore infinito, Dio rimane Dio, e la spiegazione indicata da TNM non è biblica. Non è Dio che deve diventare ciò che noi vorremmo, ma siamo noi che dobbiamo diventare come Dio vuole che siamo. Inoltre, nel testo il soggetto e l’argomento è il nome di Dio, non il suo modo di agire. Infine, non è affatto vero che la risposta di Dio a Mosè sia “l’espressione con cui Dio chiama se stesso” (nota in calce di TNM a Es 3:14). La risposta di Dio a Mosè è quello che è: la risposta di Dio alla domanda precisa di Mosè. Come dire: ‘Perché mi domandi il nome? Io sono chi sono’. O, per essere più chiari: ‘Perché mi domandi il nome? Che t’interessa? Io sono chi sono! Tu va dal faraone e parlagli a mio nome’. Che questa sia l’interpretazione giusta è evidente dal fatto che poi il nome viene cambiato: a Mosè Dio dice “Io sono quel che sono”, ma al faraone Mosè dovrà dire: “Colui che è quel che è” (יהוה, YHVH). Ora i nomi rimangono tali quali sono e non si modificano dalla prima alla terza persona. Si rammenti che nell’ambiente egiziano in cui Mosè avrebbe dovuto parlare, conoscere il nome divino era come possedere una potenza magica. Perciò proprio il faraone (che avrebbe chiesto il nome di Dio a tale scopo) non lo doveva sapere. Anche Yeshùa, che avrà la potenza di Dio per portare l’universo sotto la sovranità di Dio, ha un nome particolare che nessuno può conoscere:
“Vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco;
colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Verace:
egli giudica e combatte con giustizia.
I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi;
porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui”. – Ap 19:11,12.
Nella Bibbia il nome agisce come se avesse una forza propria, può stare a sé come sinonimo della persona. Geremia, ripetendo due volte (secondo il parallelismo poetico) lo stesso concetto, parla prima di Dio e poi del suo nome: “Tu stesso sei in mezzo a noi, o Geova [Yhvh nel testo ebraico], e su di noi è stato invocato il tuo proprio nome” (Ger 14:9, TNM). Chi conosce il “nome” di Dio, ovvero Dio stesso, deve avere fiducia in lui poiché Dio non lo può abbandonare: “Confidino in te quanti conoscono il tuo nome, perché non abbandoni chi ti cerca, Signore”. – Sl 9:11, TNM.
In Israele il culto del nome di Dio è andato via via sempre più sviluppandosi, sia presso il rabbinismo che presso la prima congregazione dei discepoli di Yeshùa. Il nome diviene una specie di ipostasi (la sostanza che sta sotto i fenomeni), analogo allo spirito santo di Dio e alla sapienza di Dio. Israele conosce il nome di Dio e lo porta, a benedizione e a protezione: “Lo salverò, perché a me si è affidato; lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome” (Sl 90:14). Israele celebra la gloria del nome di Dio nel Tempio: “Alzatevi e benedite il Signore vostro Dio ora e sempre! Si benedica il tuo nome glorioso che è esaltato al di sopra di ogni benedizione e di ogni lode!” (Nee 9:5). Israele deve manifestare questo nome ai pagani che ancora lo ignorano: “Riversa il tuo sdegno sui popoli che non ti riconoscono e sui regni che non invocano il tuo nome” (Sl 78:6); “Copri di vergogna i loro volti perché cerchino il tuo nome, Signore” (Sl 82:17); “I popoli temeranno il nome del Signore e tutti i re della terra la tua gloria” (Sl 101:16); “Lodate il Signore e invocate il suo nome, proclamate tra i popoli le sue opere” (Sl 104:1). Il libro di Malachia sviluppa questi temi: “Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni. Anzi le ho già maledette, perché nessuno tra di voi se la prende a cuore” (2:2): “Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome […] Per voi invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici (3:16,20). Ancora oggi i rabbini e gli ebrei devoti al posto di “Dio” dicono “Il Nome” (השם, hashèm).
Nella cultura biblica pronunciare il nome di una persona significa acquistarne la protezione. Perché la benedizione sacerdotale avesse effetto, doveva esserlo nel nome di Dio, altrimenti sarebbe stata nulla. Il sacerdote non aveva alcun potere, è Dio che benedice (dona cioè del bene). Pronunciando del bene (dire del bene, benedire) esso si compie in virtù della potenza del nome divino:
“Ti benedica il Signore
e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te
e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto
e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli Israeliti
e io li benedirò”. – Nm 6:24-27.
Il salmista afferma: “Il nostro aiuto è nel nome del Signore” (Sl 127:8). Quando la mortalità infuria per l’ira divina, non si osa neppure pronunciare il nome divino: “Quegli dirà: ‘Zitto!’: non si deve menzionare il nome del Signore”. – Am 6:10.
Anche gli apostoli quando cacciano i demòni e guariscono le malattie, lo fanno nel nome di Yeshùa (At 3:6). Yeshùa, in virtù della sua ubbidienza, ha ricevuto “il nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Flp 2:9), come dire: Yeshùa è stato esaltato al di sopra di tutte le creature. È per questo che egli ha una potenza che si estende a tutto l’universo, descritto nelle sue tre parti cosmiche: uomini (terra), angeli (cielo), demòni e morti (sottoterra). Tutti quindi si prostrano davanti a lui in segno di omaggio:
“Nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami che
Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre”. – Flp 2:10,11.
Ecco il nome potente che gli dà tutta l’autorità che Dio stesso gli delega: con la resurrezione egli è divenuto Signore:
“Un nome porta scritto sul mantello e sul femore:
Re dei re e Signore dei signori”. – Ap 19:16.
Yeshùa è, dopo Dio, il più alto in grado: è re dei re.
Nella Bibbia il nome è anche segno di appartenenza a qualcuno. Avere il nome da qualcuno è essere a lui sottoposto, appartenergli. Uno appartiene a chi gli impone il nome. Chi conquista una città sente pronunciare il suo nome dagli abitanti, che perciò appartengono a lui. Ioab, prima di espugnare una città, manda a dire a Davide: “Raduna il resto del popolo, accàmpati contro la città e prendila, altrimenti se la prendo io, porterebbe il mio nome” (2Sam 12:28). Per indicare il dominio assoluto del sovrano sopra il re di Giuda vinto, il faraone Necao gli cambia il nome in Ioiakìm: “Il faraone Necao nominò re Eliakìm figlio di Giosia, al posto di Giosia suo padre, cambiandogli il nome in Ioiakìm” (2Re 23:34). La gente pagana e straniera nel tempo messianico sarà aggregata alla fede giudaica mediante il nome: “Questi dirà: Io appartengo al Signore, quegli si chiamerà Giacobbe; altri scriverà sulla mano: Del Signore, e verrà designato con il nome di Israele” (Is 44:5). Anche il discepolo di Yeshùa porta un nome nuovo: Pietro spiega che sebbene i non credenti chiamino i discepoli con l’appellativo denigratorio di “cristiano”, tuttavia dietro questo appellativo c’è il nome del cristo o consacrato di Dio: “Se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome” (1Pt 4:16). Il discepolo non appartiene più a sé, ma al Cristo; non intende più seguire la propria volontà, ma quella del Cristo.
Presso gli ebrei il nome era imposto a un bimbo durante la sua circoncisione, per cui anche Yeshùa fu allora chiamato con il nome impostogli da Dio. Il nome di Yeshùa indicava la sua natura: essere cioè lo strumento scelto da Dio per salvare l’umanità. Yeshùa indica appunto che “Yah salva” ovvero “Dio salva”. Il suo nome imposto, essendo stato dato da Dio mediante un angelo, significava che Yeshùa non apparteneva a se stesso, ma a Dio. È per questo che il suo “cibo” era quello di compiere la volontà di Dio (Gv 4:34). Essendo il suo nome un nome divino di salvezza, aveva una potenza straordinaria che si sarebbe palesata in modo particolare dopo la sua resurrezione e la sua gloriosa assunzione al cielo, dove ora siede alla destra di Dio.
Alla luce del profondo significato che i nomi hanno nella Scrittura, si vede quanto poco e male i Testimoni di Geova abbiano compreso della Bibbia, insistendo sulla conoscenza del nome di Dio intesa letteralmente e in maniera occidentale, anagrafica, cosa lontanissima e del tutto estranea alla Scrittura.
Mi rivolgo ai migliori della razza, i miei post non sono per persone ordinarie, new age, e fanatici aderenti ad una scuola esoterica…
Paolo scrive
Filippesi 9
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è superiore ad ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra;
Che diavolo significa NOME SUPERIORE AD OGNI ALTRO NOME? Non puo essere assolutamente che qui si intenda NOME UMANO SUPERIORE A QUALSSASI ALTRO NOME UMANO, percheGesù non è stato il primo ad avere quel nome (sottolineo quanto dissi anni fa che qui si rivela anche che tale NOME SUPERIORE gli fu dato in post resurrezione e i gli scribi lo hanno testimoniato in modo retroattivo, chiamandolo sempre Yeshua, nonostante avesse, umanamente, durante la sua vita, un altro nome, la cui identità lascio alla vostra bravura intuire) e neanche l’ultimo. Ricordo a chi legge che l’erede di Mosè è Yeshua (che noi per distinguerlo dal messia chiamiamo Giosuè). Ergo anche GIOSUE avrebbe ricevuto il NOME SUPERIORE AD OGNI ALTRO NOME…
E dunque, appare scontato che Paolo, esotericamente, non intenda affatto una superiorità onomastica in termini umani, come se Yeshua fosse superiore a Mario o a Ruggero. Ci siamo capiti.
E DUNQUE, COSA DAVVERO INTENDE PAOLO CON QUELL’AFFERMAZIONE? CHE SIGNIFICA DAVVERO CHE YESHUA EBBE IN DONO IL NOME SUPERIORE AGLI ALTRI NOMI?
Lascio a voi intuire, è uno dei grandi misteri del cristianesimo primitivo
“Sono moqaddem (un capo). Bisogna islamizzare l’Europa”
“L’uso della forza è possibile in vista dell’affermazione e della diffusione di una verità vitale? Non vi è dubbio che si debba rispondere in modo affermativo, perché l’esperienza ci dimostra che spesso è necessario fare violenza agli irresponsabili per il loro stesso interesse”
Fritjof Schuon
(“Comprendere l’Islam”, Seuil, Paris 1976).
“parallelamente nel mondo cristiano, mentre ci si dichiara tolleranti e rispettosi, è diffuso un radicato disprezzo per l’islam: lo si accusa di avere una concezione della donna e del rapporto tra religione e politica retriva e inconciliabile con quella cristiana, quando in realtà la posizione cristiana tradizionale (oggi certo inaccettabile per la maggioranza dei fedeli, però mai sostanzialmente rigettata dalla Chiesa) su questi temi è essenzialmente identica.
L’islam sta oggi combattendo contro quei ‘valori’ (laicismo, liberalismo, permissivismo, consumismo…) contro cui per secoli ha combattuto ugualmente il cristianesimo.
È quindi paradossale che quest’ultimo veda oggi nell’islam un nemico e non invece, come sarebbe logico, un prezioso alleato.”
La liberazione espressa con le pregnanti parole della Haṭhapradīpikā सलिले सैन्धवं यद्वत् साम्यं भजति योगतः । तथात्ममनसोरैक्यं समाधिरभिधीयते ॥ यदा संक्षीयते प्राणो मानसं च प्रलीयते । तदा समरसत्वं च समाधिरभिधीयते ॥ तत्समं च द्वयोरैक्यं जीवात्मपरमात्मनोः । प्रनष्टसर्वसङ्कल्पः समाधिः सोऽभिधीयते ॥
salile saindhavaṁ yadvat sāmyaṁ bhajati yogataḥ tathātmamanasor aikyaṁ samādhir abhidhīyate yadā saṃkṣīyate prāṇo mānasaṁ ca pralīyate tadā samarasatvaṁ ca samādhir abhidhīyate tat samaṁ ca dvayor aikyaṁ jīvātmaparamātmanoḥ pranaṣṭasarvasaṅkalpaḥ samādhiḥ so’bhidhīyate
Come il sale [che] si scioglie nell’acqua, in conseguenza di tale unione, [diventa] la stessa cosa [con l’acqua], così l’identità del sé con la mente è detta samādhi. Quando il respiro è distrutto e la mente è riassorbita, allora [si ha] la medesima essenza [di essi] e [siffatta condizione] è detta samādhi. Tale eguaglianza e unicità fra i due principi, [ossia] l’essere vivente e quello supremo, [è conseguito allorquando si verifica] la cessazione di ogni idea discorsiva: questo è detto samādhi.
Il sostantivo samādhi, a mio avviso, andrebbe tradotto come assorbimento metacognitivo. Traduzione personale da Haṭhapradīpikā IV, 5-7
Intervista a cura di Davide Sabatino (con Geminello Preterossi)
Marcello Veneziani, lei nel suo libro intitolato La Cappa, pubblicato nel 2022, traccia un quadro abbastanza fosco e tragico del nostro presente. In un passaggio di questo testo, infatti, si legge:
«Espiantata la religione, perduto il timor di Dio, sradicato il legame comunitario e territoriale con una patria, una famiglia; perduto ogni orizzonte ulteriore, o inaccessibile ogni apertura spirituale, culturale, metafisica; la vita resta desolata, in un deserto. Vivere senza movente per le masse, uccidere o uccidersi senza motivo per le menti più disturbate. Il nichilismo di un’epoca si fa nichilicidio nelle sue punte più degenerate». Considerando le ripercussioni che il sistema nichilistico-consumistico ha sulla vita della maggior parte delle persone, e prendendo atto della mancanza culturale di visioni spirituali alternative a questo sistema: quali sono le contraddizioni più evidenti di questa Megamacchina infernale che è diventato il “Capitalismo dei disastri”, come l’ha soprannominato Naomi Klein? Da quali punti critici partirebbe lei per approfondire il tema del risveglio spirituale legato ad un discorso più politico-rivoluzionario?
La prima osservazione che mi viene da fare è che viviamo in un’epoca di sostituzione dei mezzi rispetto ai fini. Nella nostra società gli strumenti, i mezzi, quali l’economia e la tecnologia, sono diventati gli scopi stessi dell’organizzazione sociale. Essi sono i fini supremi che hanno in qualche modo esautorato la politica, la cultura, i grandi temi collegati alla civiltà, alla tradizione e alla religione. In pratica si è voluto sostituire, anche nelle pratiche di vite, gli orizzonti finali dell’umanità con gli strumenti dell’economia e della tecnologia. Questo è il primo elemento che emerge nella nostra società. Il quale produce quell’alienazione radicale che caratterizza la nostra epoca. Quanto all’idea di rivoluzione, essa viene ormai applicata soltanto agli oggetti, agli strumenti. Si usa infatti il termine rivoluzione solo a proposito della tecnologia, ma non si parla più di rivoluzione dei soggetti. Della rivoluzione intesa come elemento umano che riesce a cambiare gli assetti storici e politici, non se ne parla. Si è creato un determinismo che ha una base, diciamo, tecnologica e utilitaristica. Questo determinismo, inoltre, produce una sorta di espulsione di tutti i temi che hanno caratterizzato la condizione umana da quando noi abbiamo consapevolezza, cioè i temi collegati al senso del sacro, al pensiero, al senso storico, al legame comunitario e politico; tutto questo è diventato il patrimonio di un passato (ormai irripetibile), mentre il presente è giudicato soltanto attraverso la chiave dell’espansione di questi due mezzi tecnici, che sono per l’appunto, da una parte, l’economia, la finanza e il mercato globale; dall’altra, la tecnica, con il dominio planetario della tecnologia. Entrambi questi mezzi, dunque, costituiscono oggi gli unici nuovi elementi di riferimento per umanità.
Un finto ecumenismo sembra regnare sovrano fra i discorsi dei politici, quando, in realtà, tutti sanno che si tratta di una omologazione ai diktat dell’economia e dell’ordine politico neoliberista. È d’accordo sulla tesi secondo cui non esiste politica senza la consapevolezza dell’esistenza di un nemico?
R. In effetti, l’assenza del conflitto è uno dei lati più drammatici della nostra epoca. È come se il sottinteso fosse che noi abbiamo un’unica direzione da seguire e che, di conseguenza, il conflitto non esiste, non può esistere. Ciò che esiste è soltanto l’etichetta del bandito, del delinquente, del criminale. O, comunque, di colui che si sottrae a quest’ordine stabilito. Il quale, a sua volta, è fondato unicamente sull’idea dell’assenza di un futuro diverso rispetto al presente. Dunque il conflitto viene ucciso nel momento in cui non si dà la possibilità dialettica di un confronto tra posizioni diverse. Un confronto che preveda sia la confluenza sia il conflitto. La possibilità dello scontro dev’esserci per forza quando si fa politica. Altrimenti nel momento in cui non c’è più questa possibilità, perché la direzione è unica e obbligata, praticamente si dà scacco matto alla politica. In pratica, una politica senza conflitto non ha più senso d’esistere, poiché non deve progettare niente, non deve raccogliere le tensioni e le aspettative di un popolo, non deve rappresentare il senso di una comunità (né l’appartenenza né tantomeno la prospettiva di un futuro di questa comunità). Quindi sparendo la politica sparisce anche il “nemico”. Esso non c’è più, perché il nemico, inteso in questo modo, è sempre colui il quale ha un percorso diverso rispetto al nostro. Nel momento in cui io riconosco l’esistenza di un nemico, gli conferisco anche legittimità. In quanto riconosco il fatto che lui abbia un percorso antagonista rispetto al mio. Quando si vuole cancellare la figura del nemico, perché si sostiene che esiste soltanto il criminale, il bandito, cioè colui che si sottrae a questa sorta di legge universale inderogabile, allora si è fatto cessare in una sola volta il criterio politico, l’idea di rivoluzione, il futuro e quindi, in ultima istanza, la libertà. Perché alla fine è il principio della libertà quello che viene negato quando si squalifica il proprio avversario politico usando l’etichetta di “demonio”.
È stato evocato il termine “sconfinamento”. Anche lei Veneziani utilizza spesso questa parola in relazione alla nostra epoca. La sociologia parla ormai da diversi anni della “liquidità” come di una delle caratteristiche predominanti nella società consumistica. Penso, ad esempio, agli studi molto importanti del sociologo polacco Zygmunt Bauman. E, in particolare, al suo famoso libro Modernità liquida (Laterza, 2002). È possibile ripartire da questo recupero del concetto di rivoluzione fisica e spirituale? Quali sono gli ostacoli principali che incontra la donna o l’uomo che si avvia in questa direzione?
Volendo tentare un discorso complessivo su quello che sta accadendo, io credo che se paragoniamo la nostra epoca alle epoche precedenti e se confrontiamo anche i sistemi di vita di oggi con quelli di ieri, ci troviamo di fronte sicuramente a dei motivi anche di fierezza e di orgoglio del presente. Noi viviamo nell’epoca con il maggior benessere, e quindi nell’epoca più longeva che la storia abbia mai conosciuto. Eppure, al tempo stesso, quello che noi avvertiamo è che stiamo quasi raggiungendo un punto di non ritorno. Ovvero stiamo perdendo delle condizioni che costituivano il modo di essere e di pensare degli uomini collegati al senso religioso, al senso politico, al senso delle radici, delle identità, della cultura. E la cosa più preoccupante è che non stiamo sostituendo questo universo di principi e di riferimenti con nulla se non con la pura espansione della potenza tecnico-economica. La mia impressione è che il punto di non ritorno verso cui stiamo andando sia un punto di totale disumanizzazione in cui un giorno non ci accorgeremo più di aver smesso di pensare alla rivoluzione, smesso di pensare alla politica, smesso di collegarci alla storia, cioè smesso di riattivare le funzioni vitali basilari che attengono all’umanità; ma piuttosto ci renderemo conto di aver proprio smesso di pensare come uomini, delegando a intelligenze artificiali il compito di organizzare il nostro avvenire.
Stiamo scivolando in una condizione post-umana o dis-umana senza neanche accorgercene. Come fosse una comodità o un modo di vivere più agevole, più tecnologicamente avanzato rispetto al quale non ha senso porsi domande, perché ciò significherebbe soltanto rimpiangere il passato e attestarsi su posizioni che storicamente sono ormai superate. È questo il lato più drammatico della nostra epoca: il fatto che stiamo arrivando a un punto di non ritorno oltre il quale avremo la compiuta atrofizzazione di tutte quelle facoltà spirituali, mentali, di libertà, di dignità e di intelligenza che hanno costituito, nel bene nel male, l’umanità che conosciamo. Perciò, da un lato, le condizioni materiali di esistenza, perlomeno in Occidente, sono le migliori rispetto a quelle di ogni altra epoca passata; ma, dal lato opposto, le condizioni spirituali, culturali e mentali della nostra esistenza procedono nella direzione di una totale alienazione. In un contesto simile qualunque discorso sulla rivoluzione, sull’evocazione dell’idea della figura di Cristo o, più semplicemente, la stessa idea di un cambiamento nemmeno inteso come rivoluzione ma come banale riforma della politica, diventa qualcosa di impraticabile. In quanto le cose si fanno indipendentemente dalle volontà dei soggetti e al di là dei processi storici e politici.
Forse, Veneziani, dobbiamo cogliere questo rifiuto di specchiarsi nel proprio orizzonte spirituale come un segno dei tempi apocalittici che stiamo attraversando? Se dovessimo arrivare a una conclusione un po’ netta di questa nostra densa conversazione, possiamo dire, senza tema di smentita, che oggi è la tradizione la vera rivoluzione?
Io credo che in effetti la tradizione possa costituire davvero un elemento importante per generare una rivoluzione. Perché la tradizione oggi è la vera trasgressione. Tutto ciò che in quest’epoca è in qualche modo controllato dal canone globale, se ci pensiamo, è esattamente il contrario dell’idea di tradizione. Quest’ordine globale permette solo ciò che si conforma al proprio tempo e che si separa da ogni tempo antecedente o che segue il nostro. Viviamo una continua e permanente frattura con il passato, con il futuro e con il senso dell’eterno che dovrebbe scaturire dal sentimento religioso della nostra vita. Ed è proprio lì che si verifica questa forma plumbea qual è la Cappa, cioè questa negazione di ogni altro orizzonte possibile rispetto a quello disumanizzante. Riuscire a ricollegare il presente al passato, il presente al futuro, il presente a qualcosa che trascende il presente e che quindi ha desiderio di eternità, costituisce davvero la vera rivoluzione rispetto alla nostra epoca. Naturalmente tradizione non vuol dire culto del passato, ripetizione stanca e meccanica di ciò che è accaduto. Né può vuol dire tornare indietro. Semplicemente significa imparare a stabilire il senso della continuità e ritenere che noi ci troviamo all’interno di una catena rispetto a cui non siamo né l’anello terminale né l’apice dell’umanità. La verità è che noi siamo soltanto una parte di questa lunga storia. Occorre perciò ritrovare il senso del nostro limite e riaprirsi a questa idea della continuità.
In tal senso, credo che la tradizione rappresenti l’unica possibile rivoluzione che possiamo auspicare per l’oggi. Sicuramente la più radicale. Essa, se bene intesa, rimette in discussione l’idea che l’uomo sia soltanto un soggetto creato dal Caso. Chiarisce che l’essere umano non si auto-gestisce, non si auto-crea né si auto-distrugge. Al contrario, per la visione tradizionale l’umano è sempre dipendente da un sistema di relazioni, di eredità e di principi. I quali, naturalmente, vengono rielaborati dal soggetto con la sua intelligenza e con la sua libertà; ma, tuttavia, costituiscono il segno della sua appartenenza a un mondo che lui non ha creato e all’interno del quale si trova a vivere. La vera rivoluzione, quindi, consiste proprio nell’uscire da questo paradigma dominante, che non so se definire moderno, ultra-moderno o di fine della Modernità, ma che di certo ci ha ormai inglobato e ogni giorno di più ci sta costringendo a dimenticare la nostra umanità.
Le scimmie, con al loro comando Hanuman, contemplavano l’oceano prima di attraversarlo: “quell’oceano (sāgara) aveva l’aspetto del firmamento (kha) ed il firmamento era simile ad esso; non li si poteva distinguere; l’acqua si confondeva con il cielo e viceversa; il formicolio delle stelle corrispondeva a quello delle pietre preziose e delle perle (contenute nell’oceano) sulle quali si muovevano frotte di mostri (makara). Le valorose scimmie contemplavano sconvolte quell’immensità che sembrava loro l’espressione di un’emozione profonda”, Rāmāyaṇa.
In una lettura psicanalitica il cielo è l’inconscio superiore che guida nell’oscurità della notte. Le stelle (tārā) sono, con la loro luminosità (virtù), a rischiare il percorso: il travagliato viaggio dell’io verso l’individuazione. Il roboante temporale si mischia al frastuono delle onde, mentre sotto le stelle l’oceano profondo è percorso dai mostri (makara) dell’inconscio istintuale (pulsioni) che sovrastano e proteggono i suoi tesori preziosi (pietre-perle-poteri-siddhi). Le scimmie, che valorose portano con loro l’energia della natura animale, useranno dei tronchi (parti rimosse della vecchia personalità) per costruire un ponte verso Laṅkā.
Le armate sono capeggiate dal valoroso Hanuman, contraddistinto dalla forza e dal coraggio, ma sopra ogni altra caratteristica dalla devozione (bhakti) e dalla fiducia incrollabile (śraddhā) che l’amore per Rāma (il Sé) avrebbe, senza dubbi (niścitam), prodotto l’effetto trionfale sopra qualsiasi altro imprevisto accadente in quel immenso, terrifico e meraviglioso spazio in cui cielo e mare si mischiano.
“Il mio cuore si è aperto a tutte le forme: è un pascolo per le gazzelle, un chiostro per i monaci cristiani, un tempio per gli idoli, la Kàba del pellegrino, le tavole della Torah e il libro del Corano. Io seguo la religione dell’Amore: in qualunque direzione avanzino le sue carovane, la religione dell’amore sarà la mia religione e la mia fede.”
Muhyi’d Din Ibn Al’Arabi
“Che fare, dunque, oh musulmani, che io me stesso non conosco? Non sono giudeo, né cristiano, né zoroastriano o musulmano. Né orientale, né occidentale, né terrestre, né marino, né impastato di terra, né venuto dal cielo. Non di Terra, non di Acqua, non di Vento, non di Fuoco, non di Empireo, non di Trono, non di Essere o di Essenza. E non di India, non di Cina, né di Sassonia o Bulgaria, non di Persia o Babilonia, né del Korashan. Non di questo mondo, non dell’altro, né di Inferno o Paradiso. Non d’Adamo, non di Eva, non di eterei giardini. Il mio luogo è oltre lo spazio, il mio segno è senza segno, non è anima, non corpo: sono solo dell’Amato. Cacciai via da me ogni dualità, dei due mondi io ne vedo uno solo. Uno cerco, uno conosco, uno canto, uno contemplo. Egli è l’Ultimo, egli è il Primo, egli è l’Interno, egli è l’Esterno.”
Una sinistra emancipata dal conflitto di classe abbraccia l’espansione illimitata dei diritti individuali, scivolando nell’americanismo e nel mito dell’imprenditore di sé. Il dissenso si fa consumo culturale, integrato nel mercato. Ogni critica di stampo marxista (perchè l’hanno dimenticato o non lo conoscono affatto) è bollata come rossobrunismo.
Il Manifesto, i centri sociali e la paranoia rossobruna
Esiste una porzione della popolazione che si percepisce più libera, più emancipata, meno costretta all’interno del sistema neoliberale dei mercati rispetto a quello costituzionale del conflitto mediato dallo Stato. La cosiddetta società civile, così orgogliosamente di sinistra, non si identifica più con la classe ma fa riferimento solo ed esclusivamente all’espansione illimitata dei diritti individuali.
L’ossimoro “comunismo libertario”, al quale, più o meno, si rifanno i lettori de “Il Manifesto”, tenta di condensare in uno slogan questa sensibilità posturale. Nonostante la positività del nuovo “approccio Erasmus” all’esistenza, questi pirati della lotta alla desublimazione repressiva sono ossessionati da istituzioni che vorrebbero rieditare la vecchia società autoritaria, dove si faceva leva sulle inibizioni morali per soggiogare l’individuo alle regole etiche delle strutture collettive.
Lo Stato capace di esercitare una qualsiasi sovranità su una determinata nazione e la Chiesa cattolica, rappresentano gli enti ai quali contrapporre la leggerezza empatica dei “cittadini del mondo”. Ma anche i partiti e i sindacati hanno le loro colpe.
In questo quadro di riferimento tutto ciò che si frappone alle febbrili pulsioni di soggetti eternamente desideranti è classificabile come fascismo o, nel suo corollario più maligno, come rossobrunismo. Il fascismo evocato è ovviamente del tutto destoricizzato, reso così uno spauracchio utile perché il potere liberale possa adottare continue misure d’emergenza antipopolari, fino ad arrivare alla costruzione ideologica della guerra.
La variante rossobruna ha intenti discorsivi più sinistri poiché la si immagina un’ostile concorrente nell’area dell’antagonismo, dove il libertarismo post-operaista ha da tempo conquistato un’egemonia intellettuale.
Quest’area tutto sommato considera la rivoluzione neoliberale un passo in avanti rispetto al vecchio patto conflittuale delineato dalla Costituzione, poiché l’assenza di limiti alla libertà dei mercati riproduce, all’interno della società, lo sprigionamento di energie creative, vere e proprie epigone della scintilla imprenditoriale.
Ma è proprio su questo campo logico, quello dell’uomo/impresa, che il neoliberalismo ha conquistato le coscienze politiche dei vecchi sessantottini e dei loro eredi e, al di là di qualche manieristico proclama, è l’americanismo ad aver rappresentato il collante ideologico di quel mondo, ormai inesorabilmente sedotto dall’orizzonte postmoderno.
Motivo per cui, da anni, sollecita le rivoluzioni colorate contro gli autocrati nemici delle libertà occidentali e aderisce, con dedizione, alla crociata contro il multipolarismo delle dittature, perseguita in prima persona dai democratici americani.
Questa nuova cultura americanizzata fece irruzione nel panorama politico verso la metà degli anni ’80, quando, in pieno riflusso, dal protagonismo dei collettivi politici si passò a una sorta di rifugio sociopatico, raffigurato nella proliferazione dei centri sociali.
In quel contesto, l’aggregazione si formò attraverso la partecipazione di nuove soggettività perfettamente allineate alla logica del brand, del marketing e del consumo alternativo. Quella nuova cultura, veicolata da piccoli gruppi identitari, americanizzò il dissenso in chiave libertaria e culturale, stimolando un antagonismo non più anticapitalista.
La contro-cultura creativa spinse alla partecipazione un ceto mediamente istruito, dalle alte aspettative professionali, totalmente sconnesso dalla realtà proletaria e di classe, in un’atmosfera incentrata su un soggettivismo totalmente performativo.
Il dissenso così si spostò su piani esclusivamente espressivi, col tempo politicizzato attraverso le cosiddette guerre culturali; le stesse che foraggiano ideologicamente la nuova sete imperiale dell’Occidente collettivo.
Un rinnovato attivismo, nel percorso indicato dai centri sociali, fu sorretto dalla dimensione amicale e diede vita a un impegno politico meno ideologizzato, nel quale la prospettiva indicata dalla Rete, quale spazio aperto e nuova frontiera per l’emancipazione soggettiva, rappresentò la molla per la costruzione di un modello antropologico imperniato sulla figura dell’imprenditore di sé stesso che rompe in solitudine il patto sociale.
Una socialità alternativa in fin dei conti omologata al mito del privato, tanto che i centri sociali sorgono principalmente nelle periferie ma non le abitano appieno, in una forma di radicamento non perfettamente adiacente al territorio, che diventa superfluo e volatile.
Ed è in nome di quella socialità che i centri sociali sono diventati, col passare degli anni, delle vere e proprie aziende commerciali che, in quanto tali, hanno un estremo bisogno dell’amministrazione pubblica per la loro sopravvivenza.
Per concludere, senza con questo voler gettare il bambino con tutta l’acqua sporca, riconoscendo momenti e percorsi di conflitto spesso condivisibili, le battaglie sui diritti culturali, sulle identità, nascondono una volontà di integrazione dentro il sistema e non di opposizione al sistema.
Danno forma a soggettività politiche incentrate sugli stili di vita, sulle prerogative della quotidianità; sono meno propense a una trasformazione radicale della società.
Il ceto di riferimento, quello dei lavoratori della conoscenza, attraverso l’attivismo, sviluppano continue interrelazioni con possibilità d’impresa in una riproduzione estatica del modello Silicon Valley. Un ceto, dunque, ultra-capitalista, perfettamente integrato nel sistema dei mercati che ha bisogno di pulirsi la coscienza con un’adesione acritica a un comodo immaginario di sinistra, purché esso non torni a ragionare in termini marxisti, socialisti o di classe.
In quel caso, le squadracce dell’intellettualismo libertario saranno in prima linea a colpire i reprobi con l’infame accusa di rossobrunismo, a copertura di vere e proprie rendite di posizione.
Il sacro mese di Ramadan, come sanno ormai anche i non musulmani, è dedicato al digiuno e alla preghiera e di conseguenza anche al controllo e al dominio del proprio corpo e delle sue funzioni.
Ecco, il nostro corpo.
Ovviamente dando per scontato che noi NON SIAMO il nostro corpo, molto spesso chi si avvicina alle pratiche religiose e spirituali tende a guardare al proprio corpo in maniera negativa.
Molti di coloro che si incamminano lungo un percorso di crescita interiore tendono sempre più a guardare con insofferenza questo “involucro” di carne che ci impegna quotidianamente con tutti le sue funzioni – mangiare bere etc – i suoi acciacchi, le sue malattie, i suoi malfunzionamenti, la sua vecchiaia e infine, la sua “cessata attività”.
Ma cerchiamo di vedere la cosa in una prospettiva diversa.
E’ grazie al nostro corpo che possiamo fare esperienza di questo mondo, che altrimenti ci sarebbe precluso, ci sfilerebbe davanti come un ologramma, una immagine fantasma che invano tenteremmo di toccare, afferrare o modificare.
Il corpo è come una tuta da sub, grazie alla quale possiamo ammirare i fondali marini, fare incontri straordinari con i suoi abitanti, vivere esperienze indimenticabili e imparare tante cose che altrimenti non potremmo mai conoscere. Chi ne ha indossato una di queste tute, sa come è scomoda, quanto stress si accumula nell’indossarla per lungo tempo, quanti problemi funzionali si devono affrontare; ma sa che quella non è la sua condizione originaria e ordinaria, è solo un rivestimento “momentaneo”, scomodo ma indispensabile per poter fare esperienza di cose che altrimenti dovremmo limitarci ad ammirare dall’alto, fuori dall’acqua, senza poter intervenire ed essere protagonisti.
Lo stesso dicasi per una tuta spaziale.
Esattamente come le entità intelligenti che non possiedono un corpo: non possono fare esperienza di cose che comunque possono servire a una crescita positiva lungo la spirale degli stati di esistenza.
A noi umani è concessa questa straordinaria opportunità.
Dunque cerchiamo di vedere il nostro corpo nella giusta prospettiva, e di conseguenza cerchiamo di non sprecare il nostro tempo e di fare tesoro di ogni minuto di questo viaggio che Allah ci ha concesso.