In questo tempo storico la sfida è quella di essere individuo singolo pensante e critico, indipendente e al di sopra delle parti. Né di destra, né di sinistra ma a favore della verità, anche se quella verità dovesse costarci la disgregazione e la caduta di ogni valore fino a quel momento a noi caro. Il vero cercatore della verità dovrà sentirsi più volte nella propria vita un’ imbecille, rinunciare alle proprie credenze, riconoscerle come errate e morire a sé stesso per poi fare un balzo nella propria evoluzione e nell’ evoluzione del mondo. Chi ha le stesse idee dalla nascita e non le cambia mai, non evolve, e questo è ancora più vero oggi, dove ogni concetto e ogni ideale è volto alla manipolazione delle folle.
Abbiate la forza e il coraggio di fuggire dall’ ideologia e vi sia cara solamente la VERITÀ!
L’antica tradizione di Cerumnos, il dio celtico che veniva venerato soprattutto nella Gallia settentrionale, nell’Italia del nord e nella Britannia meridionale, affonda radici ancora più antiche rispetto all’età considerata storica. Gli studiosi, infatti, ritengono che si tratti di una divinità preceltica con connotazioni sciamaniche, il cui culto era diffuso presso tutte le popolazioni indoeuropee, sebbene sotto diverse forme. E’ di grande suggestione la sua somiglianza con il dio Pasupati, protettore degli animali, le cui prime raffigurazioni risalgono più o meno al 3000 a.C. nell’ambito della civiltà della valle dell’Indo. Pasupati è considerata la divinità antesignana di Shiva, presentando notevoli caratteristiche simili a Cerumnos. Ciò conferma ancora una volta lo strettissimo legame mitico-religioso che intercorre tra tutte le popolazioni di origine indo-europea.
Nel nostro continente, una delle più antiche immagini del dio Cerumnos è stata riscontrata tra le incisioni rupestri della Val Camonica, proprio in Italia. L’incisione sarebbe stata eseguita nel IV secolo a.C. La più conosciuta, invece, quella che ha cioè contribuito maggiormente ad influenzare le rappresentazioni successive, fu trovata sul famoso “calderone di Gundestrup”, in Danimarca, la cui incisione si deve far risalire probabilmente al primo secolo a.C., in grado di testimoniare il culto per la divinità con la testa del cervo anche fuori dall’area geografica di diretta influenza gallica. Il nome del dio risulta noto fin dall’antichità, come dimostrerebbe il “Pilastro dei barcaioli” (Pilier des nautes), una sorta di monumento al giorno d’oggi conservato presso il Musee Nationale du Moyen Age a Parigi. Il pilastro sarebbe stato costruito da alcuni marinai galli intorno al primo secolo d.C., sul quale erano raffigurate promiscuamente alcune divinità romane ed altre celtiche, tra cui il nostro Cerumnos. Questo importante manufatto fu ritrovato all’inizio del diciottesimo secolo tra le fondamenta della cattedrale di Notre-Dame di Parigi, in pratica nel sito dell’antica Lutetia Parisorum, il nucleo romano della metropoli francese, e costituisce il primo riferimento storico accertato del nome del dio-cervo.
Altre iscrizioni antiche, che attestano la denominazione della divinità cornuta, sono state individuate, l’una in lingua greca e l’altra in lingua latina, nell’odierno stato del Lussemburgo, dove un tempo soggiornava l’antica tribù celtica dei Treveri.
E’ necessario sottolineare, tuttavia, che la prima iscrizione trovata a Parigi, poc’anzi accennata, mancava della prima lettera e poteva essere letta come “Erumnos”. Non è stato molto difficile restituire al termine la prima lettera “c”, considerando sia l’evidente raffigurazione di un “dio con le corna”, sia per il fatto che nell’idioma gallico “carnon” o “cernon” vuol dire proprio “corno”, molto affine alla parola “carn” in gallese e in bretone, che in alcuni contesti può assumere anche il significato di “capo” o di “condottiero”. Secondo gli esegeti, tutti questi termini sarebbero derivati, a loro volta, dall’originaria radice indoeuropea “krno” (confronta cornu in latino ed horn in inglese).
Comparando le raffigurazioni di Cerumnos, così come diffuse nell’intero mondo celtico, ci accorgiamo che esse sono più o meno tutte simili, anche se la sua caratteristica più famosa è rappresentata dalle imponenti corna di cervo. Di solito, nell’immaginario collettivo, il dio era concepito come un uomo avanti con gli anni, adornato da un “torquis”, cioè un tipico collare in uso presso le popolazioni celtiche, per simboleggiare particolari posizioni di nobiltà e di potere. Inoltre, per rimarcare la sua opulenza, Cerumnos è stato spesso raffigurato con una borsa piena di soldi, mentre è seduto a gambe incrociate. Questa peculiare posizione è stata intesa da alcuni interpreti come segno di meditazione e di riflessione, mentre altri hanno giustamente evidenziato che si trattava della consueta posa dei Celti, quando si accingevano ad intraprendere operazioni di caccia. Non mancano, poi, incisioni del dio come un giovane di bell’aspetto, virile e dai lineamenti quasi elfici.
E Cerumnos era proprio il dio virile del coraggio, della fertilità e della caccia, invocato soprattutto per conquistare il dominio sulla natura. Il dio, nella maggioranza dei casi, era disegnato in compagnia di un cervo, ma anche di altri animali, come un serpente con le corna di un ariete ed anche un toro, o un cane o perfino un roditore simile a un topo. Cerumnos è legato allo scorrere delle stagioni, che nasce in occasione del solstizio d’inverno e muore nel solstizio d’estate. Ma la primavera è il periodo in cui fiorisce nel suo massimo splendore, a similitudine delle corna del cervo che crescono e si rafforzano in tale stagione, quando servono come efficaci “sensori” per gli accoppiamenti, per poi cadere successivamente. Oltre allo stretto rapporto con la natura, a Cerumnos si attribuiva una notevole importanza come “portatore” di ricchezza materiale o, comunque, come simbolo di grande prosperità. La già citata borsa piena di monete, spesso associata alla sua figura, o l’incisione del cervo “nell’atto di vomitare monete”, individuata nel territorio dell’attuale Lussemburgo, sono attestazioni inequivocabili della sua funzione di buon auspicio. A queste, si aggiungono altre credenze di carattere folcloristico: Cerumnos era anche considerato come una sorta di “protettore della danza” e come “custode delle foreste”, che era destinato a proteggere con le sue possenti corna, quasi ad incarnare lo spirito stesso della natura.
La divinità cervo, però, aveva anche una funzione occulta ed esoterica, in quanto si pensava che potesse essere in grado di mettere in comunicazione il mondo degli uomini con le anime dell’oltretomba, nonché veniva chiamato in causa in molteplici rituali magici, soprattutto nell’ambito della spiritualità druidica. In epoca medievale, l’immagine di Cerumnos è stata confusa con quella del dio Pan di classica memoria, fornendo altresì ottimi spunti per la rappresentazione iconografica del Satana della mitologia cristiana, così legato alla potenza dei beni materiali e prorompente di energia sessuale. Nella “Wicca”, la moderna religione sincretica neo-pagana, sviluppatasi in maniera ufficiale, a partire dalla metà del secolo scorso, il dio cornuto è diventato uno degli emblemi fondamentali per numerosi e variegati percorsi iniziatici o presunti tali, come la cosiddetta “Golden Dawn”, basata su un sistema stregonesco che, secondo i fondatori, avrebbe legami con l’antica tradizione celtica e paneuropea. I seguaci di questa dottrina credono nella fusione di due principi divini, l’uno maschile e l’altro femminile, il Dio e la Dea, la cui unione celebra il perpetuarsi del ciclo naturale in un eterno rinnovamento. Il protagonista maschile (il dio), nella maggioranza dei casi, è appunto raffigurato nelle sembianze del dio cornuto Cerumnos, con le corna che riprendono l’originario significato di abbondanza e di fertilità. La stessa unione sacrale tra il principio maschile e quello femminile che, come già detto, intende simboleggiare il ripetersi ininterrotto del ciclo naturale, è stata ripresa dalle credenze celtiche riguardanti lo stesso Cerumnos e la dea lunare Brigid, considerata la madre delle arti e degli dèi primordiali. Quest’ultima, come dea lunare, racchiudeva in sé le tre forme della donna vergine-amante-madre che, in area egizia e mediterranea, trovò la sua massima espressione nella grande Iside, capace di influenzare anche il culto successivo di molti secoli di Maria Vergine, madre del salvatore Gesù e proclamata anche Madre di Dio.
Pertanto, l’unione tra la dea lunare Brigid ed il dio cornuto Cerumnos consentiva, nella visione dei Celti, al creato di rinascere ad ogni stagione primaverile ed al genere umano di riprodursi e di prosperare, nonostante tutte le avversità e le difficoltà della quotidiana esistenza. Nei rituali di alcuni gruppi “Wicca”, il principio maschile che vuole evocare Cerumnos è anche evidenziato con un fallo eretto, ma si tratta soltanto di una ricostruzione postuma e sincretica, ad ulteriore conferma della confusione che regna in questi movimenti. Si tratterebbe, anche in questo caso, della commistione risalente al periodo medievale, tra la figura di Cerumnos e quella di Pan, a cui abbiamo già accennato. Tra i reperti antichi, raccolti nel corso del tempo ed attualmente a disposizione della comunità accademica, non vi è traccia, infatti, di una simile usanza cultuale presso le tribù celtiche.
Con una terminologia di tipo moderno e con una buona dose di immaginazione, potremmo perfino azzardare che Cerumnos possa essere considerato una “divinità ecologica”, in quanto il suo scopo principale era quello di difendere il mondo della natura e di ricordare all’uomo che non deve esagerare nell’utilizzo e nello spreco delle risorse che ha a disposizione. Per questa sua “vocazione” riconosciuta ex post, il dio cornuto Cerumnos è stato inserito in molti racconti “fantasy” moderni ed in alcune serie tv, i cui autori ed ideatori molto spesso non si curano delle precise ricostruzione storiche, ma vogliono esprimere un certo obiettivo didascalico nel ricordare al genere umano che non deve comportarsi come “il cancro del pianeta”, mirando, invece, sempre a comportarsi come saggio amministratore delle risorse naturali. In particolare, nella serie TV franco-belga Zone Bianche- Black Spot, una figura ispirata al dio Cerumnos fa da sfondo all’intera narrazione, anche se in realtà compare soltanto come un’ombra sfuggente e non come personaggio reale. Il racconto, perseguendo intenti didascalico-morali, si sviluppa nel piccolo paesino di Villefranche, circondato da una vasta foresta dominata, come nella tradizione celtica, da un essere misterioso che si presenta con le fattezze del dio cornuto Cerumnos e che sembra svolgere il suo ruolo di leggendario protettore degli spazi naturali.
I rapporti tra Mosca e Washington sono decisamente ottimi, distesi. Si va verso lo stop completo di aiuti militari e d’intelligence da parte dell’Occidente all’Ucraina: pardon da parte degli Usa, mentre Unioneeuropea e Londra gelano. Sono i “requisiti chiave” solo per la Russia e gli Usa per porre fine alla guerra. Sono le condizioni che Vladimir Putin ha potuto illustrare nella lunga telefonata con Donald Trump: colloquio di due ore “più che produttivo” per il presidente Usa. Putin e Trump sono già oltre la pace, e Russia e Usa guardano già ad affari comuni. Il nodo da sciogliere rimane la belligeranza che Bruxelles e Londra intendono portare avanti contro Mosca, soprattutto contro gli imprenditori russi.
I calcoli parlano di circa 1.000 miliardi tra sterline ed euro che gli oligarchi russi hanno investito tra Londra ed Amsterdam in meno di vent’anni. Oggi né la City di Londra né tantomeno le borse dei “Paesi frugali” sono in grado di restituire quei soldi ai più importanti imprenditori russi. Perché quei capitali sono finiti in un vortice folle d’investimenti immateriali: la creatività finanziaria dei genietti al soldo dei poteri bancari Ue e della City ha bruciato gran parte di quei capitali nell’elettrico sperimentale, nel green a tutto tondo, nell’evanescente sostenibilità, nel circolare effimero e frugale che funziona solo negli spot pubblicitari. Appena finisce la guerra, la Russia presenterà il conto ai poteri bancari Ue ed alla City di Londra: ecco che il Deep State europeo e londinese punta sul protarsi del conflitto per non pagare i conti. Nel caso Ue e Londra debbano proprio onorare i debiti, ob torto collo, provvederanno i cittadini delle rispettive nazioni a fare sacrifici, a stringere a la cinghia. Ecco che Bruxelles ha messo comunque sul tavolo l’opzione di bruciare i risparmi dei cittadini europei per circa mille miliardi. Per gli eurocrati sarebbe mera partita di giro, per i cittadini la fame, il falò di tutti i loro sacrifici che andrebbero o in armi o per risarcire gli imprenditori russi.
Per afferrare il problema basta solo andare con la mente al caso dell’oligarca russo più famoso in Inghilterra, perché ne hanno parlato tivù e giornali: è la storia di Roman Abramovich, proprietario di importanti aziende e noto per il Chelsea Football Club. I rapporti tra le autorità del Regno Unito ed Abramovich si erano rovinati quando Abramovich ha iniziato a chiedere conto, tramite i legali, dei soldi che ha investito nella City londinese. La risposta di Londra è stata la repentina revoca del visto britannico: ma gli inglesi avevano ignorato che Abramovich ha anche un passaporto israeliano, così tramite Israele ha denunciato al mondo la scorrettezza degli operatori finanziari occidentali. Questa mossa ha consentito al proprietario del Chelsea di avere ancora nel Regno Unito un patrimonio immobiliare di circa 350 milioni di sterline. Londra non s’è certo fermata, ha subito accusato Abramovic di essere prossimo alle persone che avrebbero avvelenato l’ex spia sovietica Sergej Skripal, poi la polizia britannica ha persino esteso in Svizzera le proprie indagini per accusare il proprietario del Chelsea di riciclare soldi nel sistema bancario elvetico. Abramovich sta puntualmente rispondendo a tutte le accuse. Il patrimonio mondiale di Abramovich ammonta a circa 14 miliardi di dollari: certo l’imprenditore (che è anche un politico russo) non intende farsi bruciare da Londra i suoi 350 milioni di sterline investiti nel Regno Unito. Abramovich è stato il primo a denunciare la scorrettezza del sistema finanziario inglese ed europeo. Ma anche altri imprenditori russi hanno concorso ad investire, per un totale di circa 1.000 miliardi tra sterline ed euro, tra mattone e titoli azionari a Londra ed in Europa; era stato loro garantito l’anonimato, anche perché è stato calcolato che nella sola City di Londra i russi hanno speso un miliardo e mezzo di sterline in proprietà immobiliari, alimentando sia il circuito fiscale britannico che la manutenzione dei palazzi.
Per non parlare del prestigioso ateneo di Cambridge, che annovera tra i principali benefattori Dimitri Firtash, oligarca ucraino in dissenso con Volodymyr Zelens’kyj e molto attivo nella filantropia: Firtash nel Regno Unito non ha mai avuto problemi con la giustizia, ma oggi dalla City è visto male solo perché alla sua immensa ricchezza avrebbero contribuito gli investimenti nella Gazprom. Logicamente Firtash ha buoni rapporti col Cremlino, e questo non piace a Londra. Infatti, durante la gestione Biden, sia Londra che Washington hanno tentato di portare Firtash davanti ad un tribunale Usa per presunte attività illecite compiute su suolo americano: ovviamente l’oligarca s’è difeso, ben conscio che la City avrebbe voluto bruciargli tutti gli investimenti.
Mille miliardi sono un bell’investimento, un bel capitale da erodere, far sparire, bruciare: Vladimir Putin ha sul tavolo i dossier dei tentativi di Londra ed Unione europea di alienare gli investimenti dei cittadini russi. L’allora premier Boris Johnson aveva varato misure per colpire l’oro di Mosca investito nel Regno Unito: l’enorme pacchetto di sanzioni economiche studiate per azzoppare l’economia russa è stato poi varato con la scusa della guerra in Ucraina. La manovra Johnson nasce da lontano, da circa dieci anni Londra lavora a troncare la dipendenza da petrolio e da gas russo per boicottare le politiche del presidente Putin. Ma la City ormai è nota come Londongrad: le scuse di Londra per bruciare capitali ai cittadinirussi sarà il tema dei prossimi colloqui tra Putin e Donald Trump.
Del resto che l’obiettivo, non tanto velato, della City fosse boicottare le azioni russe quotate al London Stock Exchange è emerso negli ultimi due anni. La guerra è servita a Londra per tentare d’isolare la Russia dal sistema finanziario. L’esclusione del Cremlino dal sistema di pagamenti Swift è stato il segnale notato anche dall’uomo di strada. La City di Londra conta ancora tantissimo finanziariamente, è ancor oggi il centro globale di riferimento per le quotazioni nelle borse. La guerra è servita a Londra per bruciare 570 miliardi di dollari dal valore di mercato di 23 titoli russi quotati presso la City: i più noti sono Gazprom PJSC, Sberbank of Russia PJSC, Magnit Pjsc e Rosneft Pjsc. Il London Stock Exchange ha persino boicottato la Severstal, la più grande compagnia siderurgica e mineraria russa gestita da Alexei Mordashov, e danneggiato Oleg Deripaska (il maggiore operatore dell’alluminio). Nel mirino della City anche il miliardario Andrei Guriev, proprietario di Witanhurst ad Highgate a Londra (la più grande casa privata della capitale britannica, seconda solo a Buckingham Palace per dimensioni come edificio privato inglese). Nel mirino dei bruciatori londinesi ed europei di capitali dell’energetica Lukoil, Polyus (il più grande produttore russo di oro), i capitali di Suleiman Kerimov, la Sberbank, Novolipetsk Steel (una delle quattro maggiori società siderurgiche russe). Poi c’è stato il blocco completo di oltre 60 asset russi tra la City ed i mercati Ue, atto che ha comportato per gli imprenditorirussi danni miliardari: con la pace potrebbe essere presentato il conto sia a Londra che a Bruxelles, Donald Trump certamente non spezzerebbe lance a favore di poteri finanziari prossimi a Ursula von der Leyen e City di Londra.
Insomma, grande ottimismo da parte di Trump, che ha parlato di un colloquio telefonico “molto buono e produttivo” su Truth (Truth Social è il social network creato dalla Trump Media & Technology Group). “Questa guerra − ha spiegato Trump − non sarebbe mai iniziata se fossi stato io il presidente! Sia il presidente Putin che il presidente Zelensky vorrebbero vedere la guerra finire”. Così mentre migliorano le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Russia, invece in Europa e Gran Bretagna viene alimentata la pubblicistica in favore della guerra. E sorge il dubbio che oscuri finanziatori, prossimi a certi poteri europei, intendano allontanare la pace per non pagare penny.
Il crollo del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024, ha segnato l’inizio di una nuova era in Siria. In seguito agli eventi, i leader degli Stati del Golfo, guidati dagli Emirati Arabi Uniti, hanno reagito con tensione e paura di fronte all’ascesa di un regime “radicale” e al rafforzamento del progetto dei Fratelli Musulmani in Siria e nella regione. Gli Emirati Arabi Uniti, che avevano profuso grandi sforzi per costruire relazioni politiche ed economiche con il precedente regime, si sono trovati in una situazione delicata, soprattutto dopo il fallimento dei tentativi del capo del governo ad interim di Damasco, Ahmed al-Sharaa, di normalizzare le relazioni con Abu Dhabi.
Nonostante le pressioni americane sui Paesi della regione e sui ministri degli Esteri europei affinché riconoscessero il nuovo governo in Siria, gli Emirati Arabi Uniti non avevano fretta di ripristinare le relazioni con Damasco, decidendo di aspettare che la situazione diventasse più chiara prima di prendere misure significative. Nonostante avessero legami aperti con al-Sharaa, era chiaro che nella pratica gli Emirati non erano interessati a rafforzare i legami con lui.
Tahnun bin Zayed recluta ufficiali alawiti per controllare la costa siriana
Gli Emirati Arabi Uniti non si sono accontentati dei soli disaccordi diplomatici e hanno deciso rapidamente di agire per destabilizzare la Siria e impedire alla Fratellanza Musulmana di stabilire il potere a Damasco.
Tahnoon bin Zayed, capo dell’intelligence degli Emirati Arabi Uniti, ha progettato di reclutare ufficiali alawiti dall’ex esercito di Assad per compiere un colpo di stato militare contro il regime di al-Sharia sulla costa siriana, considerata un’area strategica e delicata. La costa siriana costituisce un terreno fertile per le operazioni militari contro il nuovo regime, soprattutto a causa del senso di oppressione della comunità alawita e delle popolazioni cristiana e drusa, che subivano e continuano a subire violazioni dei diritti umani da parte delle milizie del nuovo regime.
Sala operativa degli Emirati a Beirut per destabilizzare la Siria
Due mesi fa, l’intelligence degli Emirati ha iniziato a mantenere contatti con ufficiali alawiti della costa siriana, con l’obiettivo di organizzare una forza militare che avrebbe preso il controllo delle principali città della regione (Latakia, Tartus, Banias e Jabala) e avrebbe istituito un cantone alawita che avrebbe consentito agli Emirati di espandere la propria influenza e di assicurarsi un punto d’appoggio nelle risorse energetiche del Mediterraneo.
Circa due settimane prima della rivolta sulla costa siriana, si sono tenuti degli incontri tra i rappresentanti dell’intelligence emiratina, guidati da Tahnoon bin Zayed, e alti ufficiali alawiti, in una sala operativa allestita a Beirut. Secondo fonti di sicurezza, una delle figure chiave del complotto è il generale Kamal Ali Hassan, ex capo del dipartimento di intelligence militare di Assad, che ha ricevuto protezione dall’ambasciata degli Emirati a Beirut e un generoso sostegno finanziario.
Il generale Kamal Hassan ha dichiarato agli Emirati di avere 35mila combattenti pronti alla battaglia, in grado di prendere il controllo della costa siriana nel giro di poche ore. Tuttavia, quando l’operazione ha avuto inizio, si è scoperto che il generale era riuscito a reclutare solo circa 400 ex soldati.
Siria, fallimento del colpo di Stato e il massacro degli alawiti
Gli Emirati hanno fissato l’”Ora Zero” per giovedì 6 marzo 2025, al tramonto. Gruppi armati guidati da Kamal Hassan hanno avviato un’ampia offensiva con l’obiettivo di prendere il controllo delle città di Banias, Jebelah e Latakia. Tuttavia, l’annuncio della mobilitazione generale da parte dell’organizzazione Tahrir al-Sham e degli alleati in tutta la Siria ha portato alla mobilitazione di 200mila combattenti nella regione costiera. In meno di 48 ore, queste forze sono riuscite a riprendere il controllo delle città e a compiere un massacro di massa senza precedenti contro gli alawiti, considerato uno dei peggiori crimini di genocidio nella storia siriana.
Israele ha consigliato agli Emirati di prendere il controllo dei porti siriani
Secondo quanto riferito, la Turchia avrebbe informato al-Sharia che dietro al fallito colpo di stato ci sono gli Emirati Arabi Uniti e che l’intenzione non era solo quella di controllare la regione costiera, ma anche di rovesciare l’intero regime di al-Sharia. Questa informazione ha lasciato al-Shara sbalordito, soprattutto dopo che aveva pubblicamente attribuito la colpa ad altri fattori, come l’Iraq, l’Iran ed Hezbollah.
Fonti di intelligence indicano che è stato Israele a suggerire agli Emirati Arabi Uniti di sfruttare la debolezza delle regioni alawite e di stabilirvi un’influenza emiratina, con l’obiettivo di impedire alla Turchia di controllare le fonti di petrolio e gas della Siria. L’obiettivo più ampio di Israele è quello di dividere la Siria in regioni rivali, per indebolirla strategicamente.
Le conseguenze del fallimento degli Emirati Arabi Uniti
Il fallimento del colpo di Stato sulla costa siriana ha creato l’opportunità per gli Stati Uniti di costringere al-Shara’a a un accordo con le “Forze democratiche siriane” (curdi), che in precedenza aveva respinto ma che era stato costretto ad accettare. L’accordo, sbilanciato a favore dei curdi, ha suscitato l’ira della Turchia, che successivamente ha lanciato attacchi militari contro le forze curde per indebolire l’accordo.
In risposta, le “Forze democratiche siriane” hanno annunciato la cancellazione dell’accordo con il nuovo regime di Damasco, hanno rimosso le bandiere del Paese e hanno iniziato arresti di massa di membri di “Tahrir al-Sham”.
La sharia tra lealtà agli Usa e sostegno turco
Gli eventi sulla costa siriana hanno messo in luce le complesse dinamiche tra gli attori regionali. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Giordania sono preoccupati per l’ascesa al potere della Fratellanza Musulmana e stanno cercando di destabilizzarla, mentre Turchia, Qatar e Stati Uniti le forniscono protezione.
Nonostante gli stretti legami tra al-Sharaa e la Turchia, è diventato chiaro che la sua lealtà è rivolta principalmente agli Stati Uniti. La sua decisione di firmare l’accordo con i curdi ha danneggiato gli interessi turchi, spingendo Ankara a informarlo che il presidente Erdogan non si sarebbe recato a Damasco nel prossimo futuro, a causa dei suoi recenti impegni con gli Stati Uniti, che hanno danneggiato la posizione della Turchia in Siria.
“Ma l’Unione Europea è fascista, è nazista, no è liberale…..!”
Dal Manifesto di Ventotene: “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita. La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. […] La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.”
a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
Siate l’anomalia. L’aberrazione. L’errore. L’inconveniente. La diversità. Il dato indecifrabile. Lasciate che guardandovi scuotano le loro teste uniformate. Lasciate che si vergognino di voi. Che si imbarazzino. Che si incazzino. Voi lasciateli fare. Una tigre non perde il sonno curandosi di ciò che pensano le pecore. Andate avanti. Siate la cicatrice sul loro modo di vedere le cose e sulla loro normalità. Vi detesteranno. Vi temeranno. Desidereranno essere come voi.
“Ogni amico rappresenta un mondo dentro di noi, un mondo che non sarebbe eventualmente nato senza il suo arrivo, ed è solo grazie a questo incontro che nasce un nuovo mondo.”
Alexandra David‑Néel non fu soltanto un’esploratrice. Fu un’iniziata, una filosofa, una ribelle dello spirito. Nata in un’epoca (fine Ottocento) in cui alle donne era precluso quasi tutto ciò che oltrepassava i confini del salotto o del confessionale, Alexandra scelse invece l’altrove: non l’esotico da cartolina, ma l’invisibile. Il suo viaggio non fu mai solo geografico: fu un percorso iniziatico, volto a decifrare il linguaggio sottile delle realtà interiori, dove il confine tra materia e spirito si fa permeabile.
Fu buddhista e anarchica, cantante d’opera e orientalista, ma mai racchiusa in una sola definizione. Il suo sguardo, acuto e sacro, violava ogni frontiera imposta — di genere, di religione, di sapere — per fondare un nuovo paradigma: la donna che non cerca il permesso per conoscere, per accedere, per essere.
Lhasa: il centro del mondo sottile
Nel 1924 Alexandra entrò a Lhasa, la capitale del Tibet, camuffata da pellegrina mendicante, violando così il divieto assoluto imposto agli stranieri. Fu la prima donna occidentale a riuscirci. Ma il suo obiettivo non era la conquista coloniale di un luogo geografico. Ciò che cercava a Lhasa non era una meta, ma una soglia.
Il Tibet per Alexandra era il cuore vivente di un sapere arcaico, una terra dove lo spirito non era metafora ma sostanza, dove la mente si esercitava non per dominare, ma per svanire. Era la prova estrema per chi cerca il reale oltre il reale. Lì incontrò lama, asceti, yogin, pratiche di tummo e di morte rituale, insegnamenti orali, viaggi interiori.
Nel vuoto gelido dell’Himalaya, Alexandra divenne partecipe del silenzio delle montagne, divenne ella stessa simbolo vivente di un sapere trasmesso non per istituzione, ma per risonanza.
Ponte tra i mondi: scritti iniziatici
I suoi scritti — Mystiques et magiciens du Tibet, La connaissance transcendante, Initiations lamaïques — non sono semplici reportage. Sono testi di soglia, libri-labirinto da attraversare più che da leggere, dove ogni pagina è insieme racconto, insegnamento e sfida all’identità ordinaria.
Alexandra non trascrive, trasmette. Chi la legge senza ascoltarla, fallisce. Le sue parole sono impregnate di simbolismo, sottilmente rivoluzionarie. Non addomestica mai il mistero: lo lascia bruciare come un incenso antico, e lo porge a chi è pronto a respirarlo senza paura.
Il suo linguaggio è iniziatico perché invita, inquieta, non consola. Chi vuole comprendere deve disfarsi: delle proprie certezze, del proprio io rigido, delle categorie duali. E deve accettare che il sapere autentico passa dal non sapere.
Alexandra David‑Néel non fu solo una donna che viaggiò in oriente. Fu una soglia vivente tra visibile e invisibile, tra occidente e oriente, tra sapere e intuizione. Non cercò la luce esterna, ma l’illuminazione senza palco, quella che si ottiene attraversando l’inferno interiore con occhi aperti e cuore spoglio. Oggi, leggerla è ancora un atto iniziatico. Un invito. Un viaggio.
“L’erudizione da sola non è sufficiente; esiste un sapere del cuore, capace di offrire spiegazioni più profonde. Il sapere del cuore non si trova nei libri, né in bocca ai maestri, ma cresce da te, come il verde frumento dalla terra nera.”
L’ex sindaco di Londra sostiene che l’Unione europea sia un’idea propagandata anche dal Terzo Reich. I media ridono ma la sua tesi non è isolata
Boris Johnson, ex sindaco di Londra, ha seminato lo scompiglio con un’intervista al quotidiano Telegraph in cui spiega i motivi per cui la Gran Bretagna dovrebbe uscire dall’Unione europea votando leave (lasciare) al referendum del 23 giugno. «Tutto inizia con l’Impero romano. Gli ultimi duemila anni sono stati segnati da tentativi – un po’ freudiani – di unificare l’Europa per tornare all’infanzia, all’età dell’oro vissuta sotto Roma, in pace e prosperità. Napoleone, Hitler e altri hanno cercato di fare una cosa del genere, ed è finita in modo tragico. L’Unione europea è l’ennesimo tentativo, con metodi diversi». Il leader conservatore ha aggiunto che manca «un’autorità che goda del rispetto universale. Ciò sta causando un colossale vuoto di democrazia». Per sottolineare lo strapotere di Berlino, Johnson tira in ballo noi italiani: «L’Italia, grande potenza manifatturiera, è stata del tutto distrutta dall’euro, così come voleva la Germania». Winston Churchill ha salvato l’Europa sconfiggendo i nazisti. Boris Johnson, suo biografo, spiega: «Aveva una visione della Gran Bretagna inconciliabile con la sottomissione a un Super-Stato europeo». In queste parole risuona anche la lezione di Margaret Thatcher.
L’Europa, per i nostri media, è sacra per motivi a dire il vero oscuri ai cittadini. Johnson, quindi, è stato descritto come un demagogo, uno che gioca sporco e raschia il barile della propaganda. Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha preso posizione: «Tesi così assurde dovrebbero essere fiduciosamente ignorate, se solo non fossero state formulate da uno dei più influenti politici del partito al potere. Johnson ha superato i limiti del discorso razionale, dimostrando amnesia politica, in qualche modo esprimendo il pensiero e le emozioni di molti europei, non solo dell’Unione europea. In nessun modo, tuttavia, ciò può essere una scusa per questo pericoloso blackout».
Ne Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l’Europa (Mondadori) Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano ricordano un episodio. Nel 2002, quando era un giornalista dello Spectator, Boris Johnson «scrisse un editoriale in cui sosteneva che le origini di una moneta unica europea andavano fatte risalire a un progetto nazista. Il riferimento è al progetto Europäische Wirtschaftsgesellschaft, un piano, del 1942, di integrazione monetaria e industriale degli Stati europei, allora tutti sotto il tallone tedesco, messo a punto dal ministro dell’Economia del Reich, Walther Funk, e dal collega titolare del dicastero degli Armamenti, Albert Speer. I ministri di Hitler avevano disegnato un’area di mercato aperta, senza dazi doganali, basata su una moneta unica, con al centro la Germania quale Stato leader. La sconfitta militare impedì ai nazisti di realizzare il loro progetto, richiamato da Johnson nel suo articolo».
In Gran Bretagna, Boris Johnson non è certo l’unico a pensarla così. Giovedì scorso è stato ripubblicato The Tainted Source di John Laughland (solo ebook, Sphere, pagg. 416, euro 7,49). Il titolo significa: La sorgente infetta. Il sottotitolo è questo: Le origini antidemocratiche dell’idea europea. Il libro, edito per la prima volta nel 1997, ebbe un discreto successo e suscitò reazioni contrastanti. In Italia non è mai uscito, ma Riccardo Chiaberge fece comunque un’interessante recensione sul Corriere della Sera. Scriveva Chiaberge: «Capovolgendo uno dei luoghi comuni più tenaci della vulgata federalista, Laughland cerca di dimostrare che il progetto di un’Europa unificata non è figlio del pensiero liberale, ma delle ideologie totalitarie, naziste e fasciste, nelle loro molteplici varianti. E che lungi dal rappresentare una conquista di libertà, il superamento della sovranità nazionale mina alla base lo Stato di diritto e le garanzie fondamentali del cittadino». Insomma, secondo lo storico inglese, i «padri» dell’Europa unita sono Hitler e Mussolini, anche se c’è molta differenza tra i colpi di cannone e gli articoli di un trattato. Lo storico, a suffragio delle proprie tesi, porta un’ampia documentazione. Ecco qualche esempio. Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich: «La tecnologia dei trasporti e delle telecomunicazioni sta accorciando le distanze tra i popoli e questo condurrà inevitabilmente all’integrazione europea». Goebbels bis: «Tempo cinquant’anni e la gente non penserà più in termini di nazione». Adolf Hitler: «Noi siamo più interessati all’Europa di qualsiasi altro Paese. La nostra nazione, la nostra cultura, la nostra economia, sono cresciute entro un più ampio contesto europeo. Pertanto dobbiamo essere i nemici di ogni tentativo di introdurre elementi di discordia e distruzione in questa famiglia di popoli». Si potrebbe proseguire, aggiungendo discorsi e dichiarazioni dei ministri del Duce, di Quisling, dei collaborazionisti francesi.
Tutta propaganda per rendere «accettabile» l’avanzata dei panzer? Secondo Laughland, i progetti per la creazione di una moneta unica all’interno di una «Comunità europea» senza frontiere ma a trazione tedesca non erano estemporanei. Questa dunque sarebbe la sorgente infetta dell’europeismo democratico del dopoguerra. Lo storico prosegue nell’analisi. L’ideologia europea prescrive l’abolizione dello Stato nazionale al fine di creare un mercato unico (che non significa libero) affidato alle cure di una élite tecnocratico-finanziaria. Il nuovo ordine implica uniformità, cioè omologazione, come scriveva proprio nel 1997 Ida Magli in Contro l’Europa (Bompiani). In nome di questa uguaglianza senza libertà si saldano gli interessi di tecnocrati e socialisti. Dobbiamo dunque abbattere le frontiere? Risposta a questo punto scontata di Laughland: «Senza sovranità territoriale non può esistere lo Stato liberale. La storia dello Stato di diritto e quella dell’idea nazionale sono inseparabili. Lungi dall’essere una minaccia per l’ordine liberale, la nazione ne costituisce il fondamentale presupposto».
Si può concordare con Boris Johnson o dissentire dalle sue opinioni, ritenere fondate o immotivate le posizioni di John Laughland.