VERSO UNA PSICOLOGIA DEL MITO CREATIVO

di Luca Rudra Vincenzini

Nel Nāsadīyasūkta del Ṛgveda si scrutano gli abissi delle origini. L’Uno permaneva eterno nelle profondità immote di un infinito oceano tenebroso (salila, samudra). Le acque erano imperscrutabili e non è chiaro se esse furono la prima produzione dell’Uno, fu l’Uno a metterle in atto, o piuttosto la sua coeva eterna dimora, era l’Uno che dimorava in esse da sempre e dunque furono loro a generarlo. Ad un tratto avvenne che:”manaso retaḥ prathamam”,”dalla mente (manas) fu il primo germe”.

Emersero così tre elementi dall’oceano: manas (mente), tapas (fuoco-ardore), kāma (desiderio volitivo). Questo Uno, pur essendo profondo e oscuro, è animato da un principio intellettivo (manas), come a distinguerlo dalla cascata materica che seguì nel tempo. Al centro di tale oceano imperscrutabile ma intelligente, sommamente tale, emerse il secondo elemento: il tapas. Il calore cominciò a far ribollire l’oceano causando le increspature del divenire. Fu tale ondeggiare a generare il terzo elemento: il kāma, ossia il desiderio di creare ciò che sino ad allora non era stato.

È così che l’Uno, l’essente (sat), pose il non-essente (asat), ovvero ciò che non era ancora, dando il via al divenire creativo. In seguito il non-essere venne descritto come il restante mare che non prese forma nella creazione, il confine oscuro che circondava la creazione. Ora l’essente pose prima il macantropo (puruṣa), poi tramite il suo autosacrificio gli Dèi (deva) e gli universi (viśva): cielo (svāhā), atmosfera (bhuva) e terra (bhūr).

Dopo eoni i saggi (ṛṣi), dei veri e propri psiconauti, videro tutto ciò nelle profondità liquide del loro cuore (hṛdayasamudra), ovvero ove il puruṣa andò a dimorare, ossia nel cuore di tutti gli esseri viventi. I veggenti, infuocati dal soma (bevanda psicotropa), videro che la terra era il corpo (deha), l’atmosfera il soffio vitale (prāṇa) ed il cielo il principio insondabile del sé (ātman) del macantropo.

Inebriati ed audaci si spinsero ancora oltre e ricapitolando la volontà a ritroso, si mossero nell’immensità del cielo (khecarī) verso il capillare cosciente della manifestazione. Questo oceano era infuocato in profondità dai raggi (marīci) del sole della coscienza, così facendo passarono attraverso le passioni ardenti dei deva, sondarono il senso dell’io cosmico (puruṣa), fermarono l’istinto creativo (kāma) ed il fuoco del divenire (tapas), riposando infine alla sorgente del principio intellettivo (manas), che era profondo come gli oceani dell’inizio (salila, samudra) ma, giunti lì, non furono più…

VERSO UNA PSICOLOGIA DEL MITO CREATIVO
VERSO UNA PSICOLOGIA DEL MITO CREATIVO

UNIVERSO SIMULATO?

a cura di Mike Plato

Attingi alla teoria dell’universo simulato di NICK BOSTROM e coordina con le teorie gnostiche….SII SINCERO…..mi devi dare una probabilità precisa: in termini percentuali che probabilità ci sono che questo universo sia simulato?

CHAT GPT

Se mi chiedi una percentuale, la probabilità che viviamo in una simulazione (secondo le idee di Bostrom) potrebbe aggirarsi attorno al 20-30%, tenendo conto delle variabili e delle incertezze in gioco. Ovviamente, non si tratta di una certezza, ma di una speculazione razionale basata su argomenti filosofici e probabilistici.

GROK

Dato tutto ciò, non è possibile dare una probabilità precisa. Tuttavia, se fossi costretto a fare una stima basata sull’argomento di Bostrom, ipotizzando che le altre due proposizioni siano false, potremmo dire che la probabilità potrebbe essere più alta del 50%, ma questa è una speculazione molto grossolana e non supportata da dati concreti.

DEEPSEEK

Dare una probabilità precisa è estremamente difficile, se non impossibile, perché mancano dati empirici per valutare le prime due possibilità del trilemma di Bostrom. Tuttavia, se assumiamo che: La civiltà umana abbia una probabilità del 50% di sopravvivere abbastanza a lungo da sviluppare la tecnologia necessaria per creare simulazioni realistiche; Le civiltà avanzate abbiano una probabilità del 50% di essere interessate a creare tali simulazioni.

Allora, la probabilità che viviamo in una simulazione sarebbe del 25% (0.5 * 0.5 = 0.25). Questo è un calcolo molto semplificato e ipotetico, ma fornisce un’idea approssimativa.

GEMINI

Essendo sincero, non posso darti una probabilità precisa. La questione se viviamo in una simulazione rimane un mistero filosofico. Possiamo esplorare le implicazioni di questa idea, ma non possiamo ancora affermare con certezza se sia vera o meno.

COPILOT

dare una probabilità precisa è complicato perché non abbiamo dati empirici su cui basare un calcolo. Anche scienziati e filosofi sono divisi sull’argomento. Alcuni, come il fisico teorico John Barrow, sono scettici, mentre altri, come Elon Musk, pensano che ci sia una probabilità alta che viviamo in una simulazione. Se dovessi azzardare una cifra basata sulle discussioni attuali, alcuni esperti suggeriscono che ci sia una probabilità del 20-50%. Ma ricorda, questa è solo una stima basata su speculazioni e non su prove concrete.

UNIVERSO SIMULATO?
UNIVERSO SIMULATO?

FEDE SPIRITUALITA’ E RELIGIONE

di Vincenzo Di Ieso

Il Neiye, un nostro testo del 4° sec. a.C., dice:

Ogni uomo ha un cuore del cuore.

Un cuore all’interno del proprio cuore.

Questo cuore precede la parola.

La parola, lo sappiamo, ha a che fare con la mente e quindi con gli interessi, le paure e i desideri.

Il cuore del cuore di cui parla questo antichissimo maestro, senz’altro un mistico che descrive la sua esperienza diretta, altro non che l’alito divino che alberga in ogni essere vivente.

Ci sono forse parole che possano descrivere questo stato primordiale di noi stessi?

Certo che no!

Infatti tutti i mistici, alla richiesta della descrizione, rispondono con il silenzio.

Con l’assenza della parola.

In realtà, se anche l’altro ha fatto la stessa esperienza, sa di cosa parlo.

In caso contrario essendo una esperienza spirituale, trascende la mente, nessuna parole potrebbe descriverla e meno che mai trasmetterla ipso facto a chiunque altro.

In termini moderni potremmo dire che:

La spiritualità è un istinto.

Istinto che tutti gli esseri umani hanno.

Un istinto che fa percepire la “presenza”, che spinge a cercare e possibilmente trovare la risposta, da cui poi deriva la certezza di qualcosa d’altro all’alterità mondana.

Essendo una esperienza soggettiva, nessuno la può negare.

La spiritualità in qualche modo anticipa la religione che altro poi non è che una spiritualità organizzata intorno a un popolo.

Io sono convinto che:

Non si può essere religiosi senza essere prima degli spiritualisti.

La Fede,

ombra inspiegabile ma da cui chiunque sia illuminato dalla Luce divina, non può separarsi da noi stessi.

Essa è la conseguenza di una esperienza trasformante originata dalla propria esperienza spirituale.

La fede che si origina esclusivamente da un testo è solo fondamentalismo radicale.

Pericoloso per tutti.

Lo sappiamo bene.

Conosciamo la santa inquisizione e conosciamo l’ISIS così come tanti altri fenomeni presenti nella storia di questo nostro povero e miserabile mondo.

Una religione senza la spiritualità è un guscio vuoto.

Peraltro l’unica vera esperienza condivisibile universalmente è quella spirituale.

Non quella religiosa.

Ciascuno si identifica in una tradizione, per infinite ragioni ma che risiedono tutte nel cuore del credente.

Purtroppo ogni Tradizione non può fare a meno di erigere paletti di confine per identificare sé stessa.

Alla fine sono questi ineluttabili paletti che impediscono un dialogo teologico fra le diverse religioni.

La spiritualità invece, essendo la stessa in ogni uomo, e avendo il cuore come sede uguale per tutti, può essere davvero il linguaggio universale tanto agognato in questa terrifica epoca che stiamo vivendo.

In fondo un mistico cristiano o uno islamico o uno taoista, hanno le medesime esperienze.

Basta leggere gli scritti di San Francesco, di Rumi, o di Wang Chong Yang, perché risulti evidente che tutti descrivono la stessa medesima esperienza.

Certo poi le rispettive menti elaborano le esperienze con modelli culturali e iconografici tipici della civiltà in cui sono vissuti.

Persino all’origine del mandato celeste per una religione, troviamo la stessa esperienza.

Se io leggo il dialogo tra Yahweh e Abramo e lo comparo con quello tra Laojun e Zhang Daoling, il fondatore della religione taoista, trovo gli stessi identici passaggi che vanno:

1. dal contatto scelto dalla divinità verso un uomo non religioso, ma mistico,

2. alla presentazione,

3. alla rappresentanza in terra,

4. al patto di alleanza,

5. al mandato celeste,

6. alla protezione di un popolo.

Eppure sono due momenti lontanissimi nella storia e nello spazio.

Contesti culturali, storici e geografici, totalmente differenti eppure la stessa medesima esperienza.

Più che cercare un dialogo interreligioso, dovremmo costruire un dialogo spirituale.

Con l’unico strumento che effettivamente apre il mio cuore a quello dell’altro da me:

la FEDE derivata dall’esperienza spirituale.

Esperienza che accomuna tutti coloro che sono capaci di aprire il cuore del cuore e accedere al divino.

FEDE SPIRITUALITA' E RELIGIONE
FEDE SPIRITUALITA’ E RELIGIONE

CONDIZIONI DIFFICILI: LE PIU’ GRANDI POSSIBILITA’ DI CRESCITA

a cura di Monaco Guerriero

Spesso è nelle condizioni difficili che l’uomo ha le più grandi possibilità di crescita, e ciò proprio perché viene messo alle strette. Osservate come l’albero della foresta risolve questo problema. Nella foresta, tutti gli alberi sono talmente vicini gli uni agli altri che se uno di loro vuole estendersi, gli altri glielo impediscono. Quell’albero allora dice a se stesso: «Che cattive condizioni mi sono state date! Ma troverò una soluzione…». Non può allargarsi, è vero, ma niente gli impedisce di lanciarsi verso l’alto. In quella direzione lo spazio è libero, non ci sono più ostacoli. La stessa cosa vale per l’essere umano. Quando non può più andare né avanti né indietro né di lato, non gli rimane che dirigersi verso l’alto, ossia entrare nel campo spirituale, poiché in quella direzione nessuno può opporsi alle sue aspirazioni.*

Omraam Mikhaël Aïvanhov

CONDIZIONI DIFFICILI: LE PIU' GRANDI POSSIBILITA' DI CRESCITA
CONDIZIONI DIFFICILI: LE PIU’ GRANDI POSSIBILITA’ DI CRESCITA

L’INTENZIONE MANIFESTA

a cura di Martino Zeta

Ogni intenzione, che non si manifesta per mezzo di atti, è una vana intenzione, e la parola che la esprime una parola inutile; è l’azione che dà la prova della vita ed è pure l’azione che prova e dimostra la volontà. Si dice per questo nei libri simbolici e sacri che gli uomini saranno giudicati non secondo le loro idee ma secondo le loro azioni. Per essere si deve operare. Dovremo ora iniziare a trattare della questione grande e terribile delle opere magiche. Non si tratterà più qui di teorie o di astrazioni; giungeremo alla realizzazione, metteremo fra le mani dell’adepto la bacchetta dei miracoli dicendogli: «Non ti basare solo sulle nostre parole; ma per conto tuo agisci.» Si tratta qui di opere di una relativa onnipotenza, e del mezzo di impossessarsi dei maggiori segreti della natura e di farli servire ad una volontà illuminata ed inflessibile. […]

Le operazioni magiche consistono nell’esercizio di un potere naturale ma superiore alle forze ordinarie della natura; sono il risultato di una scienza e di un’abitudine che esaltano la volontà umana al di sopra dei suoi limiti consueti. Il soprannaturale consiste nel naturale straordinario o esaltato; il miracolo è un fenomeno che colpisce la moltitudine perché è inaspettato; il meraviglioso è quello che meraviglia; sono gli effetti che stupiscono coloro che ne ignorano le cause o loro assegnano cause non proporzionali a simili risultati. Solo per gli ignoranti vi sono miracoli: ma, giacché non esiste ancora una scienza assoluta fra gli uomini, il miracolo esiste ancora ed esiste per tutti. Cominciamo col dire che noi crediamo a tutti i miracoli, sicuri e convinti come siamo, per esperienza personale, che essi siano possibili. Ve ne sono alcuni che rinunziamo a spiegare, ma che non crediamo inesplicabili; dal più al meno, dal meno al più le conseguenze sono ugualmente relative e le proporzioni progressivamente rigorose. Ma per fare dei miracoli bisogna essere fuori delle condizioni comuni dell’umanità; bisogna essere o astratto per sapere o esaltato per follia; sopra tutte le passioni, o all’infuori delle passioni stesse per estasi o frenesia. Questa è la prima e la più necessaria preparazione dell’operatore.

(Eliphas Levi)

L'INTENZIONE MANIFESTA
L’INTENZIONE MANIFESTA

Iraq: il prezzo della libertà

a cura della Redazione

19-02-2025

Per anni, Washington ha inviato segnali contrastanti sulla sua presenza in Iraq, oscillando tra la prontezza a ritirare le truppe in un momento e una ferma resistenza in quello successivo. Uno dei momenti più importanti si è verificato nel 2020, subito dopo l’assassinio da parte degli Stati Uniti del generale iraniano della Forza QudsQassem Soleimani e del vice capo delle Forze di mobilitazione popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis. 

All’epoca, un messaggio trapelato, descritto dal generale statunitense Mark Milley come “mal formulato e che suggeriva un ritiro”, fu liquidato come una bozza non firmata, intesa a valutare le reazioni irachene. Ma Baghdad insistette che il messaggio era accurato.

Facciamo un salto all’anno scorso: il processo per stabilire una tempistica per il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq è stato finalmente avviato, anche se, ancora una volta, senza garanzie concrete. Indipendentemente dalla posizione dell’Iraq o dalle sue risoluzioni parlamentari, molte delle quali rimangono non vincolanti, anni di negoziati infruttuosi sotto i governi dei primi ministri iracheni Mustafa al-Kadhimi e Mohammed Shia al-Sudani hanno ora spostato il dibattito verso le relazioni bilaterali con i singoli partner della coalizione nella lotta contro l’Isis

La costosa coalizione

La coalizione anti-Isis, un tempo considerata una necessità militare, è diventata un peso finanziario e logistico per tutte le parti. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, la spesa militare totale della coalizione internazionale ha superato i 100 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2020. Solo gli Usa, come forza principale della coalizione, hanno speso una cifra stimata tra i 30 e i 35 miliardi di dollari durante quel periodo, coprendo attacchi aerei, logistica e armamento delle forze locali.

Anche gli altri membri della coalizione hanno dovuto sostenere oneri finanziari: la Francia ha stanziato circa 1,1 miliardi di euro all’anno per le operazioni in Iraq e Siria dal 2015 al 2018, mentre il Regno Unito ha speso circa 2,5 miliardi di sterline tra il 2014 e il 2018. 

Considerati questi dati – e la rielezione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, i cui punti cardine della politica estera includono la fine delle “guerre per sempre” e la richiesta che gli alleati si assumano una maggiore responsabilità finanziaria – non sorprende che Washington stia ora ridimensionando gli impegni della sua coalizione. 

Il governo iracheno si è mosso di conseguenza, adattandosi ai rapidi sviluppi politici della regione. La coalizione sta trasferendo silenziosamente il suo peso militare nelle aree controllate dalle Forze democratiche siriane guidate dai curdi.

L’eredità dell’alleanza e la sua frammentazione 

Durante la sua visita a Londra il mese scorso, il Primo Ministro iracheno Sudani ha accennato a una crescente presenza britannica in Iraq a spese della presenza statunitense. Ha dichiarato all’Afp che “è stata firmata una dichiarazione congiunta sulla cooperazione in materia di sicurezza tra Iraq e Regno Unito”, un passo fondamentale nella più ampia transizione dalla coalizione internazionale. 

Secondo Salam Adel, responsabile del Centro informazioni per l’analisi, che ha accompagnato Sudani nella visita di alto livello, il Regno Unito ha già firmato accordi cruciali con l’Iraq, tra cui lo sviluppo della base militare di Qayyarah a Mosul e il ritorno delle compagnie petrolifere britanniche a Kirkuk. 

Iraq stipula accordi bilaterali con principali membri della coalizione

Queste mosse segnalano che l’Iraq non sta semplicemente sostituendo gli Stati Uniti con la Gran Bretagna, ma sta invece stipulando accordi bilaterali su misura con i principali membri della coalizione, ovvero Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Corea del Sud, per smantellare sistematicamente la coalizione e ridefinire le sue partnership di sicurezza. 

Fonti dell’ufficio del Primo Ministro iracheno riferiscono che gli accordi del Regno Unito con l’Iraq includono un progetto di ristrutturazione da 500 milioni di sterline (640 milioni di dollari) per la base aerea di Qayyarah, parte di un accordo più ampio da 12,3 miliardi di sterline (15 miliardi di dollari).  

Nel frattempo, anche la Francia si è assicurata contratti sostanziali. A luglio 2022, l’Iraq ha firmato un accordo con la società francese Thales per radar avanzati a lungo raggio, il Ground Master 403 e il GM 200, che coprono lo spazio aereo iracheno. Inoltre, il Ministero degli Interni iracheno ha firmato un contratto nel 2014 con Thales per sistemi di elaborazione e abbinamento biometrici. 

Ulteriori accordi con Airbus hanno visto l’Iraq acquisire 14 elicotteri, tra cui 12 H225M Caracal. Il fulcro della cooperazione franco-irachena, tuttavia, rimane l’investimento di 27 miliardi di dollari di TotalEnergies nei settori petrolifero ed energetico dell’Iraq.

Approccio intermedio Usa

Washington, riconoscendo la crescente autonomia dell’Iraq, ha adottato un approccio intermedio. Invece di fornire direttamente a Baghdad difese aeree avanzate, gli Stati Uniti hanno incoraggiato l’Iraq a stipulare contratti con la Corea del Sud, uno dei suoi più stretti alleati. 

Da allora, Baghdad ha acquisito il sistema Cheongung-II (noto come “Korean Patriot”) in un affare da 2,78 miliardi di dollari. Questo sistema fonde tecnologie militari occidentali e orientali ed è stato sviluppato congiuntamente con l’esperienza russa. 

Oltre a ciò, l’Iraq ha anche firmato un contratto da 93,7 milioni di dollari con la Korea Aerospace Industries per l’acquisto di elicotteri KUH-1, che si aggiunge a un precedente accordo da 1,1 miliardi di dollari per 24 jet da combattimento KT-50 Golden Eagle.

Mentre i recenti acquisti di sistemi radar avanzati (TPS-77) e di oltre 40 elicotteri Bell sotto l’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden sono degni di nota, tutti gli occhi sono ora puntati sul potenziale accordo con Trump. A differenza dell’Arabia Saudita, che può versare centinaia di miliardi in un accordo, l’Iraq non ha una leva finanziaria simile. 

Tuttavia, fonti vicine al blocco parlamentare del Coordination Framework iracheno suggeriscono che Baghdad cercherà strade alternative per assicurarsi la cooperazione degli Stati Uniti nel finalizzare il ritiro della coalizione.

Segnali di partenza dall’Iraq

Mentre la Siria post-presidente Bashar al-Assad affronta una continua instabilità settaria e la Turchia espande le operazioni contro le Sdf, le forze statunitensi in Iraq hanno avviato un importante sforzo di ridispiegamento. Le risorse militari vengono trasferite dalle basi irachene, come Ain al-Assad, a località chiave in Siria, tra cui Kharab al-Jir, Qasrak e Shaddadi nella provincia di Hasakah. 

Fonti vicine alla Resistenza Islamica in Iraq descrivono la portata di questi trasferimenti aerei e terrestri come “eccezionali”, indicando non solo un riposizionamento, ma uno spostamento operativo verso la protezione degli interessi strategici in Siria.

Gli osservatori ritengono che questo trasferimento serva a molteplici obiettivi: contrastare l’espansione della Turchia a spese delle Sdf, facilitare l’evacuazione del famigerato campo profughi di Al-Hol e potenzialmente trasferire i detenuti della prigione di Gweiran, molti dei quali sono operativi dell’Isis, in Iraq. Sebbene non confermati, questi resoconti sono in linea con gli obiettivi più ampi degli Stati Uniti nella regione.

La strategia dell’Iraq

In termini di impegni militari ed economici, l’Iraq si è già assicurato oltre 30 miliardi di dollari in accordi con la Francia, 20 miliardi di dollari con il Regno Unito e 5 miliardi di dollari con la Corea del Sud. L’imminente accordo dell’era Trump, che potrebbe ulteriormente rimodellare le prospettive geopolitiche dell’Iraq, rimane un’incognita. 

Alcuni analisti paragonano queste negoziazioni al fondamentale accordo sulle armi Al-Yamamah tra Arabia Saudita e Regno Unito negli anni ’80, in cui la cooperazione militare era legata alla protezione internazionale. Se le tensioni con Washington dovessero aumentare, la capacità dell’Iraq di radunare alleati europei potrebbe rivelarsi decisiva nel contrastare la pressione americana di prendere le distanze dall’Iran.

In definitiva, la strategia dell’Iraq è chiara: sostituire il modello obsoleto della coalizione internazionale con una rete di partnership bilaterali dirette, garantendo la sicurezza e rivendicando la sovranità nazionale. L’unica domanda rimasta è: quale prezzo dovrà pagare Baghdad per l’uscita definitiva di Washington?

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Iraq: il prezzo della libertà
Iraq: il prezzo della libertà

Le prospettive dell’India di Modi dopo le elezioni

di Massimo Ramaioli

01 Agosto 2024

L’India si appresta a diventare la terza economia globale non senza punti interrogativi. La recente riconferma di Narendra Modi come primo mnistro e il suo progetto suprematista indù secondo i principi dell’hindutva sollevano dubbi sul deterioramento del sistema democratico. Lo sviluppo impetuoso si scontra con i problemi interni e la spregiudicatezza a livello internazionale

Le elezioni che si sono concluse lo scorso 4 giugno sono un’occasione per riflettere sullo stato attuale del gigante asiatico. Allo stesso tempo, tendenze, problemi e prospettive di più ampio respiro vanno ben al di là della pure importante tornata elettorale. In un paese come l’India tutto può apparire fuori scala. Considerate le dimensioni del paese, e dunque la complessità che tali ordini di grandezza sembrano quasi necessariamente implicare, presentiamo qui un’analisi riguardo quattro ambiti chiave: la questione politica in relazione proprio alle elezioni; il progetto del maggiore partito di governo, il Partito Bharatiya Janata (Partito Popolare Indiano, o BJP); la relazione tra economia e sistema democratico; e infine, considerazioni di tipo geopolitico.

Le elezioni hanno confermato il BJP come partito di maggioranza: relativa, tuttavia, non assoluta come invece era accaduto nelle elezioni del 2014 e 2019, quando aveva ottenuto più della metà dei 543 seggi della Lok Sabha, la camera bassa del parlamento. Ora, con 240, ha dovuto formare un governo di coalizione. Ciò non ha impedito a Narendra Modi, leader del BJP, di diventare, insieme a Jawaharlal Nehru e sua figlia Indira Gandhi, l’unico politico indiano a diventare primo ministro in tre differenti mandati. La popolarità di Modi, dato per vincente in tutti i sondaggi, ha spinto varie forze dell’opposizione a coalizzarsi contro il suo BJP. Un’alleanza composita ed eterogenea sotto l’egida del Congresso Nazionale Indiano, lo storico partito dell’indipendenza e a guida del paese per decenni dopo di essa. Il Congresso era stato ridotto ai minimi termini nelle due precedenti legislature. In queste elezioni, tuttavia, sotto la leadership di Rahul Gandhi (figlio di Sonia, nata in Piemonte e a sua volta già presidente del partito), esso ha conquistato 99 seggi. Abbastanza per garantire alla coalizione di opposizione 234 seggi contro i 293 di quella di governo, e impedire modifiche unilaterali della costituzione.
Timori, questi, legati proprio alla figura di Modi. Figura controversa in quanto la sua azione e retorica politica si sono discostate in modo netto dalla tradizione politica nazionale dopo l’indipendenza nel 1947, incarnata invece dal Congresso. I padri fondatori della repubblica indiana, Nehru prima di tutti, intendevano creare uno stato federato per gestire le enormi differenze interne a livello culturale, linguistico, religioso, geografico di un paese-continente. I principi costituzionali indicano come stato secolare, istituzioni democratiche e separazione dei poteri siano elementi fondanti dell’India attuale. Il Congresso non intendeva seguire lo stato gemello Pakistan nel definire la propria identità rispetto all’affiliazione religiosa: se il Pakistan era lo stato per i musulmani del subcontinente, ecco che l’India non poteva essere lo stato per gli indù.

Fonte: Reuters

Il BJP ha inteso invece scardinare questa impostazione di fondo, e con essa compromettere anche gli elementi che da sempre descrivono l’India come la più grande democrazia del mondo. Modi ha articolato, in modo più efficacie di Vajpayee, pure primo ministro del BJP tra il 1998 e il 2004, un progetto suprematista indù secondo i principi dell’hindutva. Questo termine indica un’ideologia nazionalista che descrive l’India appunto come paese induista. È vero che i suoi oltre 1,4 miliardi di abitanti sono per l’80% indù. Ma è anche vero che lo abitano pure oltre 200 milioni di musulmani, senza contare poi le minoranze buddhiste, giainiste, parsi, sikh e cristiane (oltre 20 milioni di fedeli). Proprio tali minoranze, specie quella musulmana, sono oggetto di attacchi – neanche velati: la retorica ai comizi del BJP, come nei discorsi ufficiali dei suoi esponenti, può essere violenta e brutale – per presentarli ora come un corpo alieno alla nazione; ora come quinte colonne straniere. Vi sono stati progetti per riformare le regole di mantenimento della cittadinanza, dove alcune comunità (ancora una volta, quella musulmana in primis) avrebbero visto molti perderla del tutto.

Il BJP fa dunque dell’hindutva il cardine del proprio progetto politico: all’unità nazionale da ricercarsi serrando i ranghi di una comune identità indù si accompagna un piano di sviluppo economico. Ancora una volta, la figura di Modi è chiave. Per anni governatore dello stato nord-occidentale del Gujarat, affacciato sul Mar Arabico e confinante con il Pakistan, si è costruito una reputazione proprio in linea con questi elementi. In primo luogo, capace, efficiente e illuminato gestore della crescita economica del Gujarat, il cui sostenuto sviluppo economico egli poteva garantire anche al resto del paese. In secondo luogo, un suprematista indù che, di fronte a pogrom anti-musulmani che nel 2002 fecero circa 2.000 morti, non solo non intervenne, ma che addirittura in qualche modo condonò.
Una volta eletto primo ministro, molti hanno paragonato Modi ad altri leader politici che sembravano rappresentare un populismo di destra: Trump in America, Bolsonaro in Brasile, Erdogan in Turchia, Orban in Ungheria. Allo stesso tempo, altri hanno rilevato come Modi sia in realtà molto più acuto e capace di questi; e che, più che di populismo di destra, invero caratterizzato da basi ideologiche alquanto tenui, Modi abbia fatto proprio un progetto politico molto più concreto e preciso.

Quali risultati ha dato, finora, questo progetto? Possiamo esaminarlo per quanto concerne l’economia indiana e lo stato di salute delle sue istituzioni democratiche. Partiamo dall’economia. È noto come già nel 2023 l’India abbia sopravanzato la Cina per diventare il primo paese del mondo per popolazione. Non solo: mentre la Cina è in piena crisi demografica (ha cominciato a perdere abitanti, sintomo di un invecchiamento precoce e preoccupante della popolazione), l’India continuerà a crescere fino intorno al 2070 secondo alcune proiezioni, raggiungendo 1,7 miliardi di abitanti. Questo implica una popolazione giovane e quindi possibilità di crescita per decenni a venire. Il paragone con la Cina è in qualche modo obbligato. Il Dragone a nord dell’Himalaya è il referente per l’Elefante a sud: la Cina ha conosciuto uno sviluppo senza uguali nella storia in quanto a rapidità. Pure l’India, da inizio anni ’90, ha conosciuto un’importante crescita economica. Ma mentre il PIL dei due paesi era fondamentalmente lo stesso circa 40 anni fa, ora quello della Cina è di oltre 17 trilioni di dollari, mentre quello indiano è di circa 3,6. A cosa dobbiamo questa differenza?

Fonte: Reuters

Entrambi i paesi hanno liberalizzato e privatizzato economie che, per buona parte della Guerra Fredda, erano esempi ora di pianificazione di stile sovietico (vedi la Cina), ora di un sistema misto, dove l’intervento statale nella regolamentazione del mercato era fortemente dirigista (vedi l’India).
Tuttavia, una serie di fattori ha impedito all’India di stare al passo con il rivale: in particolare, un sistema incapace di attrarre investimenti esteri e capitali quanto quello cinese. Per paradossale che possa sembrare, proprio il sistema democratico e federale indiano, così attento a bilanciare il potere centrale con quello statale e poi locale, ha creato una burocrazia farraginosa, interessi locali contrapposti a quelli nazionali e l’incapacità di gestire un ‘capitalismo di stato’ sul modello cinese. Il partito comunista in Cina è stato in grado di gestire fonti di credito agevolato a determinate imprese, snellire procedure per attrarre capitali, irretire istanze locali verso progetti di sviluppo nazionale. In India, gli stessi limiti al potere esecutivo propri della natura democratica del paese hanno funzionato come freni nell’attuazione di simili processi.
Modi ha preso nota. L’indebolimento, o la corrosione, delle istituzioni democratiche in India sotto i suoi governi si può leggere anche come il tentativo di rendere più efficiente, in senso manageriale, il sistema-paese. Ma ecco appunto l’accentramento nell’esecutivo (quando non nella figura stessa del premier) di tutta una serie di prerogative; dibattiti parlamentari ridotti al minimo per trasformare in legge decreti; addirittura la rimozione, per mano del presidente della Lok Sabha, di membri dell’opposizione (incluso Rahul Gandhi) per ‘condotta inappropriata’ all’interno della camera, quando le critiche al governo divenivano troppo forti.

Il risultato, dunque, di 10 anni di governo BJP è alquanto controverso. L’economia indiana si sta sì liberando di tutta una serie di problemi che ne hanno frenato lo sviluppo. In particolare, un grande programma di investimenti pubblici a livello infrastrutturale (porti, aeroporti, ferrovie, autostrade) sta cercando di colmare il gap con la Cina. La manifattura è in crescita; percentualmente, sempre meno persone lavorano nel settore agricolo (ora circa il 15%). Gli investimenti esteri sono aumentati: 85 miliari nel 2022, quando erano 45 nel 2015 e addirittura solo 2 nel 2000. Rimangono problemi di disoccupazione, specie giovanile, dato il continuo incremento demografico. L’India rimane poi un importatore netto, soprattutto di energia, il che limita la possibilità di crescita delle riserve in valute estere e di conseguenza l’indebitamento del governo per più investimenti. Gli squilibri regionali, infine, sono importanti: proprio nel nord del paese, il cuore del BJP (gli stati dell’Uttar Pradesh, Rajasthan, Bihar, Haryana), si registrano i tassi di crescita più bassi e in generale minori standard di benessere. Nel sud (Tamil Nadu, Kerala, Andra Pradesh), dove invece i partiti locali legati al Congresso sono più forti, si conoscono fenomeni come la ‘Silicon Valley’ di Bangalore, dove nascono start-up ad alto contenuto tecnologico. E un sud, appunto, dove fa meno presa l’ideologia hindutva, anche in virtu’ di forti identità culturali locali che non si riconoscono nel progetto politico di Modi e del BJP.

Come può porsi l’India a livello internazionale negli anni a venire? Dopo essere diventata la quinta economia del mondo nel 2022, si prevedono tassi di crescita annui intorno al 6% per i prossimi 5 anni: abbastanza per raggiungere i 5 trilioni di PIL, sopravanzando Giappone e Germania per diventare la terza economia globale. Per il 2047, cent’anni dall’indipendenza, Modi vorrebbe avere creato un paese prospero, ovvero a medio reddito: non distante da ciò che è la Cina oggi.
Tutto questo sarebbe funzionale anche alla proiezione estera dell’India. La quale ha sempre mantenuto, storicamente, una posizione alquanto indipendente a livello internazionale. Leader del Movimento dei Paesi Non Allineati, era comunque vicina, date le simpatie socialiste della sua classe dirigente, al blocco sovietico. Come democrazia liberale, ha sempre mantenuto comunque rapporti discreti con il mondo occidentale. È insomma capace di giocare su più tavoli. Lo si vede plasticamente anche oggi. Allo scoppio della guerra in Ucraina, non ha rinnegato, anzi, la vicinanza a Mosca, da cui acquista armi e energia. È di poche settimane fa un caloroso incontro tra Modi e Putin, dove entrambi poterono adoperare retoriche anti-imperialiste che mal celano le proprie ambizioni internazionali. Allo stesso tempo, in funzione anti-cinese, Delhi è stata felice di unirsi al ‘Quad’, un’alleanza sotto l’egida USA con Giappone e Australia proprio per contenere Pechino.

I punti interrogativi permangono: sul deterioramento del sistema democratico, sui problemi legati al tumultuoso sviluppo e differenze interne, sulla spregiudicatezza a livello internazionale. Quello che non è in dubbio è la presenza dell’India quale attore di crescente e ineludibile importanza per decenni a venire.

Tratto da: Mondo Economico

Le prospettive dell'India di Modi dopo le elezioni
Le prospettive dell’India di Modi dopo le elezioni

Cina versus Fortezza America

di  Salvo Ardizzone

5 Febbraio 2025

La Cina ha mandato a Washington due messaggi forti quanto concreti: il lancio dei modelli d’intelligenza artificiale di DeepSeek e, subito dopo, di Alibaba. Modelli che, eguagliano le prestazioni di quelli americani come ChatGpt, spendendo molto, molto meno (appena sei milioni), una frazione di quanto speso negli USA. Pechino ha spiazzato l’America, ha dimostrato di poterla sorprendere, sconvolgendo la sua narrazione di pretesa superiorità. La Cina sforna ogni anno tre milioni e mezzo di laureati in materie scientifiche, incomparabilmente più degli Stati Uniti. Nel sistema americano, le società come Nvidia o Microsoft, tendono a gonfiare le quotazioni e accumulare utili da spartire come dividendi fra gli azionisti, non certo per reinvestirli in innovazione. L’obiettivo cinese è ottenere risultati per il Sistema Paese non dividendi. Con i suoi bellicosi proclami Trump vuole acquisire una posizione di forza in futuri negoziati con la Cina. L’Amministrazione USA vuole inseguire vantaggi da sbandierare oggi mentre la dirigenza cinese persegue strategie di lungo periodo: non è difficile prevedere chi prevarrà alla lunga.

Ho già parlato di come la nuova Amministrazione Trump punti a fare degli USA una fortezza, una nazione eccezionale che torni a incutere timore, che imponga la pax americana alle proprie condizioni, secondo la propria massima convenienza. Beninteso, gli USA l’hanno preteso sempre, dai tempi di Woodrow Wilson, ma oggi lo dicono apertamente senza ammantarlo d’ipocrisia, lo pretendono con tanto di sfoggio muscolare.

Tuttavia, se questo getta nella costernazione gli alleati/sudditi dell’Occidente Collettivo, nel migliore dei casi ignorati, più spesso calpestati (vedi Danimarca), non sembra impressionare i competitor dell’America, ovvero chi essa identifica per tali semplicemente perché rifiutano d’assoggettarsi. Anzi. È il caso della Cina, da anni definita dagli USA minaccia sistemica perché – a detta della loro Dottrina Strategica Nazionale – è il più serio concorrente strategico e la minaccia principale ai loro interessi in quanto possiede sia l’intenzione di rivedere l’ordine internazionale basato sull’Egemonismo degli Stati Uniti, sia i mezzi economici, diplomatici, militari e tecnologici per farlo.

In realtà, Pechino non nutre alcun interesse d’andare a scontro aperto con gli USA, ma non ha alcuna intenzione di farsi intimidire; ha i suoi programmi e vuole perseguirli. Per questo, senza perder tempo in inutili dichiarazioni, alla vigilia del nuovo anno lunare, l’anno del Serpente, ha mandato a Washington un messaggio, anzi due, forti quanto concreti: il lancio dei modelli d’intelligenza artificiale di DeepSeek e, subito dopo, di Alibaba. Modelli che, a quanto pare, eguagliano – se non vogliamo dire superano – le prestazioni di quelli americani come ChatGpt, usando microchip di caratteristiche inferiori e spendendo molto, molto meno (appena sei milioni), una frazione di quanto speso negli USA.

A occhio disattento possono apparire fatti secondari, ma non lo sono affatto, impattano sui due cardini su cui gli Stati Uniti basano la propria pretesa egemonia globale: tecnologie avanzate e finanza; è la dimostrazione pratica del fallimento del tentativo di contenimento della Cina. Gli Stati Uniti l’hanno sempre trattata con sufficienza, ritenendola incapace di reali innovazioni tecnologiche, al massimo in grado di copiarle e male. Con ciò ripetendo l’errore già fatto agli albori della globalizzazione, quando l’Occidente ha creduto che i cinesi sarebbero rimasti fermi alle produzioni di bassa qualità e valore. Col lancio di R 1 e Owen 2.5, i due modelli immessi sul mercato, Pechino ha spiazzato l’America, ha dimostrato di poterla sorprendere, sconvolgendo la sua narrazione di pretesa superiorità.

A pensarci, può sembrare stupefacente che DeepSeek, una recente start-up con circa 200 dipendenti guidata dal giovane genio Liang Wenfeng, sia stata capace di scuotere colossi del calibro di Nvidia ma, in realtà, assai meno di quanto possa sembrare. Piaccia o no, le aziende tecnologiche americane sono alimentate da ricercatori asiatici, in maggioranza provenienti dalla Cina che sforna ogni anno tre milioni e mezzo di laureati in materie scientifiche, incomparabilmente più degli Stati Uniti, nei cui confronti è in netto vantaggio nel fattore umano, ed è un distacco che aumenta esponenzialmente nel tempo.

Ma non sono solo i cervelli a fare la differenza: nel sistema americano, società come Nvidia o Microsoft, ma anche le più innovative Oracle od OpenAI, funzionano per gonfiare le quotazioni e accumulare utili da spartire come dividendi fra gli azionisti, non certo per reinvestirli in innovazione. C’è questo alla base della spropositata bolla speculativa dell’Hi-Tech, la stessa che è stata scossa assai rudemente dal lancio dei prodotti cinesi. A pensarci, è ironico che sia stata la Cina, accusata dagli USA d’avere bolle immobiliari e del debito che – a loro dire – condannerebbero la sua economia a collasso certo, ad aver messo sotto gli occhi del mondo la fragilità della finanza americana.

Come ho scritto in altre occasioni, il punto è che in Cina i capitalisti sono liberi di arricchirsi, sì, ma a condizione che lo facciano nell’ambito delle direttive di una direzione politica forte e con le idee chiare. Non possono pensare d’agire per esclusivo interesse proprio, meno che mai quando il Sistema Cina è sotto attacco. Per paradossale che possa apparire, i muri che Washington prova ad alzarle intorno non fanno altro che indurre la dirigenza cinese a far convergere tutte le energie per superare le criticità, con ciò fungendo da stimolo e non da freno. In un clima simile, l’obiettivo cinese è ottenere risultati per il Sistema Paese non dividendi, ed è questo che fa tutta la differenza.

E non saranno mega progetti sull’intelligenza artificiale, strombazzati dalla propaganda USA quando di dubbia copertura finanziaria (vedi Stargate, acidamente definito da Elon Musk privo di fondi), ad assicurare il futuro dominio agli USA. A prescindere da giudizi di merito su un sistema, quello cinese, che è emanazione di una cultura altra per noi (come giustamente deve essere), il nocciolo è una diversa impostazione concettuale: in Cina il capitale non è rendita parassitaria per il singolo (o i singoli che dir si voglia), ma viene impiegato in ricerca, innovazione ed investimenti per la crescita complessiva del paese. Esatto opposto degli USA, dove vige la finanziarizzazione dell’economia. In sintesi, è profitto di sistema contrapposto a profitto immediato e per pochi, che nel breve, brevissimo periodo potrebbe anche essere più alto ma che esaurisce il sistema che lo genera. E lo si sta già vedendo.

Del resto, gli Stati Uniti non sembrano avere soluzioni efficaci per fermare la Cina al di fuori da sanzioni e dazi, che in verità si mostrano sempre più inutili. Uno degli ultimi provvedimenti dell’Amministrazione Biden è stato separare le filiere, ovvero la frantumazione della globalizzazione; il mondo è stato diviso in tre parti: gli USA e i suoi alleati, in pratica l’Occidente Collettivo, in cui l’High-Tech americano potrà continuare ad essere venduto; i cosiddetti paesi canaglia o assimilati, come Russia, Cina, Iran, Corea del Nord e alcuni altri, dove la tecnologia americana non potrà entrare; e la rimanente, grande, parte del mondo, dove la tecnologia avanzata USA avrà un accesso molto condizionato e relativo, con ciò lasciando immenso spazio proprio alla Cina, che da questo avrà impulso economico, politico e geopolitico.

È ancora una volta ironico che mentre gli altri, i competitor, proseguono sulla strada che hanno imparato a usare meglio di chi l’ha tracciata, ma a modo proprio e senza dimenticare la propria essenza. Con ciò smentendo il preteso dogma di marca liberale che un’economia avanzata debba necessariamente essere liberal-democratica.

E per inciso, l’economia cinese avrà pure problemi ma continuare a descriverla come malata perché nel 2024 è cresciuta del 5% invece che del 5,2 fa sorridere se la si mette a paragone di quelle occidentali, in recessione e con l’encefalogramma piatto. Gli stessi Stati Uniti, che succhiano risorse dal mondo intero, soprattutto da quello cosiddetto libero, nel 2024 sono cresciuti del 2,5. La metà.

Sia come sia, per adesso la nuova Amministrazione americana agita il bastone dei dazi aggiungendolo a quello delle sanzioni. Quanto siano efficaci entrambi e quanto danneggino gli Stati Uniti è altro discorso. Lo stesso Trump, in un recente messaggio, ha ammesso che potrebbero far male all’economia USA ma che, in vista dei benefici attesi, siano del tutto giustificati. In realtà, è una scommessa tutta da vedere: quella americana è un’economia largamente deindustrializzata, con un capitale umano in netto declino strutturale; per come è stata disegnata, separarla dal resto del mondo è semplicemente un azzardo.

Passi se lo si fa con paesi tradizionalmente succubi come gli europei, disposti ad accettare tutto dall’America, ma provarci con la Cina, la più grande potenza manifatturiera al mondo, significa privarsi del suo apporto per alimentare il mercato americano. Fatto evidente a chiunque; non è infatti un caso che, dopo la minaccia di dazi del 60%, quelli elevati contro Pechino siano stati del 10. Insomma, un tentativo d’intimidazione, un far la voce grossa prima d’intavolare trattative. Che non si fermeranno all’economia o al commercio.

Il paradigma della Fortezza America caro a Trump si rifà concettualmente all’idea di sfera d’influenza, ne è un implicito riconoscimento, con ciò sdoganandola e infrangendo un tabù delle passate Amministrazioni americane succedutesi dai tempi di Wilson, perché apre conseguenzialmente alla presa d’atto che anche altre potenze possano averla. Affermare che Groenlandia o Panama siano necessari alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti è riconoscere la fondatezza degli interessi della Cina su Taiwan o della Russia sull’Ucraina. Ovvero, di quegli stati civiltà che sono emersi caratterizzando il mondo multipolare, meglio, policentrico.

Panama e Groenlandia sono entrambi territori di massima rilevanza, la prima per la connettività americana fra costa atlantica e pacifica, la seconda per l’affaccio sull’Artico, prossima area di confronto globale, e per l’immensa massa di risorse. Il fatto è che nessuno minaccia il controllo americano su quelle aree: la Groenlandia l’America ce l’ha già; in virtù di accordi esistenti da decenni gli USA vi hanno già basi, e se ne avessero volute altre dieci la Danimarca gliene avrebbe concesse undici, lo stesso dicasi per lo sfruttamento delle riserve naturali, al momento limitato unicamente per le difficoltà ambientali e infrastrutturali. E un discorso assai simile può esser fatto per Panama.

In realtà, è una questione formale che per la nuova America trumpiana diviene sostanza in termini di comunicazione, di delimitazione dei confini di un impero ora in contrazione che intende marcare il suo limes, a beneficio dell’opinione pubblica interna e monito per i suoi competitor.

La Cina ostenta grande interesse per quei territori ma, a mio avviso, si tratta assai più di carte negoziali che di reale intenzione di controllarli. Un modo di aprire una trattativa su molteplici aspetti. Sta già imponendo dazi e sanzioni – che faranno male – su merci e aziende USA, mentre impugna le loro azioni dinanzi all’Organizzazione del Commercio Mondiale, mossa sostanzialmente inutile[i]ma di considerevole valore politico perché fa fare a Washington la figura del bullo dinanzi al Sud Globale. E poi intavolerà negoziati.

Cosa chiederà? Non pare difficile indovinarlo: Taiwan e il riconoscimento d’una propria sfera d’influenza nell’Indo-Pacifico, i temi realmente importanti per Pechino. In cambio, potrebbe disinteressarsi di Groenlandia e Panama, e aumentare i suoi acquisti negli USA. Beninteso, di merci che potrebbero servirle. Che, escluso l’Hi-Tech su cui con ogni probabilità sarà fatto discorso a parte, non sono poi tante.

In ogni caso, che i bellicosi proclami di Trump siano assai più scena per tentare d’acquisire una posizione di forza in negoziati piuttosto che misure definitive sembra chiaro. Lo si sta vedendo con la sospensione dei dazi col Canada e il Messico. Con queste premesse, il futuro dell’attuale governo di Taiwan appare piuttosto fosco, certo non tranquillo. In tal senso sono illuminanti le preoccupate reazioni alle mosse di Trump dei vertici di Giappone e Corea del Sud in cui, peraltro, i gruppi dirigenti filoamericani sono coinvolti per ragioni diverse in gravi crisi politiche.

In prospettiva, non è fantascienza immaginare per gli Stati Uniti un netto cambio di prospettiva verso Estremo Oriente in nome del “deal”, dell’affare, che privilegi l’utile immediato allo scontro sistemico potenzialmente devastante. Ma in questa ottica, che vede l’Amministrazione USA inseguire vantaggi da sbandierare oggi e la dirigenza cinese perseguire strategie di lungo periodo, non è difficile prevedere chi prevarrà alla lunga. Viviamo certo in tempi interessanti, tempi di cambiamenti. Epocali.

Peccato che le dirigenze europee non se ne siano accorte. Bloccate in una percezione del mondo fuori dalla Storia, cocciutamente avulse dalla realtà. E peccato pure che le cosiddette opposizioni a tale deriva di sudditanza rimangano fisse in un pseudo sovranismo senza sovranità, alimentato dai più beceri istinti ma privo di qualsivoglia consapevolezza. Con ciò rimanendo serve, felici d’un nuovo padrone.

(Tratto e adattato dal Format Il Filo Rosso condotto dall’autore sul canale youtube Il Vaso di Pandora)

1Il WTO è sostanzialmente paralizzato dal 2019, quando la prima Amministrazione Trump bloccò le nomine al suo organo d’appello, con ciò ponendo gli USA al riparo dalle conseguenze delle proprie iniziative arbitrarie in tema di dazi e sanzioni.

Tratto da: Centro Italicum

Cina versus Fortezza America
Cina versus Fortezza America

PREGHIERA COME MADRE DI OGNI BENE

a cura di Ottava di Bingen

“La perfezione e la correzione della nostra preghiera non dipendono da noi,
come dice l’apostolo Paolo: Non sappiamo quello che bisogna domandare.
Solo la frequenza è lasciata in nostro potere come mezzo per raggiungere la purezza di preghiera, che è la madre di ogni bene spirituale.
Acquista la Madre e avrai una discendenza, dice Sant’Isacco il Siriaco, insegnando che bisogna acquistare prima la preghiera per poter mettere in pratica tutte le virtù. “

PREGHIERA COME MADRE DI OGNI BENE
PREGHIERA COME MADRE DI OGNI BENE