DERIVA PSICHIATRICA DELL’ONNIPOTENZA OCCIDENTALE

Videoconferenza del canale YouTube CASA DEL SOLE TV, trasmessa online in live streaming il giorno 13 febbraio 2025.

L’onnipotenza occidentale non trova riscontro nella realtà ma è sostenuta da un apparato informativo che da molti decenni trucca le carte della storia e racconta favole per adulti mai cresciuti. Dalla scoperta dell’America ai film di Hollywood fino al totale appiattimento dell’umanità passando dall’intelligenza artificiale e gli algoritmi. Ne parliamo con Valentina Ferranti, scrittrice, antropologa. Intervista a cura di Jeff Hoffman È oggi, più che mai, necessario ritornare all’Etica del fare. Per restare lucidi aiutaci a divulgare la consapevolezza dei Tempi.

DERIVA PSICHIATRICA DELL’ONNIPOTENZA OCCIDENTALE
DERIVA PSICHIATRICA DELL'ONNIPOTENZA OCCIDENTALE
DERIVA PSICHIATRICA DELL’ONNIPOTENZA OCCIDENTALE

I TRE PURI

di Felipe Guerra

(le Tre Purezze – Sanqing)

Sono un gruppo di tre divinità cinesi, considerate le più grandi del pantheon taoista, poiché rappresentano tutto ciò che significa il Tao, nonché l’origine di ciascuno degli esseri coscienti.

Ogni divinità di questa triade Taoista, ovvero “Puro di Giada”, “Puro Superiore”, “Puro Supremo”, risiede in uno dei Tre Cieli, formatisi quando l’etere cosmologico si frazionò.

Ognuno dei Tre Puri rappresenta quindi sia una divinità sia un cielo.

Dato che i Tre Puri sono manifestazioni dell’Energia Celeste Primordiale, sono senza forma. Per illustrare il loro ruolo nella creazione, sono spesso raffigurati come divinità anziane, sedute sui loro troni e vestite con i tre colori base, da cui tutti gli altri colori originano: Rosso, Blu e Giallo (o Verde).

Ognuno di essi tiene un oggetto divino associato al proprio compito: Yuánshǐ Tiānzūn viene usualmente raffigurato tenendo la Perla della Creazione, a significare il suo ruolo nella creazione dell’Universo dal nulla e dal caos.

Lo scettro Ruyi di Lingbao Tianzun rappresenta l’autorità: la seconda fase della creazione, quando Yang venne separato da Yin, e la Legge delle Cose si impose. Così Lingbao Tianzun prese posto alla sinistra di Yuanshi Tianzun.

Successivamente, quando tutto fu completo, Daode Tianzun prese il suo posto alla destra di Yuanshi Tianzun, con il ventaglio in mano, a simboleggiare la completezza della Creazione, e l’atto di sventagliare a rappresentare il diffondere del Tao a tutta l’umanità.

Scuole di pensiero Taoista si sono sviluppate attorno a ciascuna di queste divinità. L’alchimia taoista aveva una grande parte tra queste scuole, dato che ognuno dei Tre Puri poteva rappresentare uno dei Tre Tesori, i tre campi essenziali dell’essere umano: jng, qi, e shen. Così il raccoglimento dei Tre Puri porterebbe al ritorno al Tao.

Sanqing è anche il nome di una famosa montagna sacra taosta (Sānqīng Shān), situata a 40 chilometri a nord della contea di Yushan, nella provincia di Jiangxi.

Sanqing in cinese significa “Tre Puri”, poiché il monte Sanqing è costituito da tre cime principali: Yujing, Yushui e Yuhua, che rappresentano la trinità taoista.

Una frase cinese, “Tre picchi ripidi, come i Tre Puri siedono sulle vette”, spiega perché è stato chiamato Sanqing.

Ecco le tre divinità nei dettagli.

Yuanshi Tianzun (Yuqing, Puro di Giada)

È il primo Puro, conosciuto come Il Venerabile Celestiale dell’Inizio Originale, o Il Puro di Giada.

La sua esistenza inizia con quella dell’universo, creando sé stesso dal Qi più puro; è responsabile della creazione de Cielo e della Terra.

Risiede nel primo cielo, che si trova nella Montagna di Giada. L’entrata di questo cielo viene chiamata la Porta Dorata.

“Lui è la fonte di tutta la verità, come il sole è fonte di tutta la luce”.

Yuanshi Tianzun rappresenta nella mitologia cinese l’energia dell’universo, della creazione e dell’amore.

Lingbao Tianzun (Shanqing, Supremo Puro)

È il secondo Puro, creato dal primo, conosciuto come il Venerabile Celeste del Sublime Tesoro.

Risiede nel secondo cielo, dove c’è la massima chiarezza.

Rappresenta la creazione umana, nonché l’autorità, poiché nella seconda parte della creazione fu colui che separò Yang da Yin, e nacque la Legge delle Cose; è il regolatore dell’alternanza cosmica yin-yang e del flusso del tempo.

Lingbao Tianzun, quindi, oltre ad essere associato a Yin e Yang, è responsabile come custode dei libri sacri, calcola il tempo e lo divide in differenti epoche.

Daode Tianzun (Grande Puro, Taiqing)

È il terzo Puro, creato dall’unione del primo e del secondo puro; è conosciuto come il Venerabile Celeste del Tao e delle sue Virtù, è il custode e fondatore del Tao.

Rappresenta tutte le forze presenti sul pianeta.

Gli si deve culto per aver predicato agli uomini la dottrina salvifica.

Daode Tianzun è anche il tesoriere degli spiriti, Signore dell’Uomo, e fondatore del Taoismo.

È il Puro più eminente e anziano, perciò è l’unico raffigurato con capelli e barba bianchi.

Secondo il Daozang, Daode Tianzun si manifestò nella forma di Laozi, autore del classico Tao Te Ching e tradizionalmente considerato intimamente connesso con il Taoismo “primordiale” (o “originale”).

Il Taoismo popolare (“religioso”) presenta tipicamente l’Imperatore di Giada come divinità principale ufficiale. I Taoisti intellettuali (“ortodossi”), come la setta dei Maestri Celesti, solitamente presentano Laozi e i Tre Puri in cima al pantheon degli dei.

Felipe

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I TRE PURI
I TRE PURI

È DAVVERO POSSIBILE UNIRE GLI EUROPEI?

Videoconferenza del canale YouTube LA NUOVA OCCIDENTALE, trasmessa online in live streaming il giorno 12 febbraio 2025

Spesso si ascoltano teorie e parole d’ordine in base alle quali è necessaria un’unione degli Stati europei per combattere l’egemonia americana. Una teoria che ha varie interpretazioni e vari soggetti che la interpretano (dall’“Europa nazione” della destra, all’“Europa dei popoli” della sinistra, passando per la teoria dell’“Eurasia”). Ma nella storia d’Europa sono esistiti gli Imperi, circoscritti e mai unitari e sempre guidati da una potenza ordinatrice. Non è mai esistita un’unità fatta più o meno a tavolino, perché “è bello e giusto essere uniti”. Anzi un tentativo è stato fatto, ed è proprio l’Unione Europea.

È DAVVERO POSSIBILE UNIRE GLI EUROPEI?
È DAVVERO POSSIBILE UNIRE GLI EUROPEI?
È DAVVERO POSSIBILE UNIRE GLI EUROPEI?

I SETTE SENTIMENTI

di Felipe Guerra

I sette sentimenti sono, secondo la Medicina Tradizionale Cinese, i principali responsabili delle malattie psicosomatiche. E’ l’uomo stesso che con il suo modo di viversi e di pensarsi produce questi sentimenti che causano disarmonia e poi mlattia.

I sette sentimenti sono:

1) XI (GIOIA)
2) NU (COLLERA)
3) YOU (PREOCCUPAZIONE-INQUIETUDINE)
4) SI (PENSIERO OSSESSIVO)
5) BEI (TRISTEZZA)
6) KONG (PAURA)
7) TSING (TERRORE)

Quando una o più di queste passioni si cristallizza nell’uomo, la sua essenza si disperde, gli Hun e i Po sono trascinati via, lo Zhi e lo Yi cono confusi e disordinati, così il proposito e il saper fare abbandonano l’uomo.

Hun, Po, Zhi, Yi; sono come delle entità spirituali che risiedono negli organi.

La paura e l’ansia attaccano gli spiriti (Shen), che scappano via come uccelli spaventati da un temporale.

Così l’energia individuale (Qi) fuoriesce, non si trattiene più nulla, la vitalità si spegne e il processo di tesaurizzazione delle essenze si arresta.

I cinque organi vivono anche delle problematiche psicologiche; infatti le cinque volontà rappresentano lo squilibrio prodotto dalla tensione psichica di ogni organo: l’impetuosità del fegato diviene collera, l’allegria del cuore tende verso l’eccitazione, il pensiero riflessivo può portare all’ossessione, la contrazione forzata del polmone diviene tristezza, la mancanza di volontà dei reni porta alla incapacità di agire e quindi alla paura.

I sette sentimenti sono sempre dei movimenti emotivi interiori in risposta agli stimoli esterni.

Fonte: DragoNero

I SETTE SENTIMENTI
I SETTE SENTIMENTI

Gaza e Libano: compagni nel cammino della Resistenza

a cura della Redazione

12-02-2025

I recenti eventi a Gaza e nel sud del Libano rappresentano la lotta tra le potenze coloniali e la volontà dei popoli che rifiutano di inginocchiarsi. Tra Netzarim a Gaza e Maroun al-Ras nel sud del Libano, si incarna la stessa lotta: oppressione, assedio e sterminio sistematico da un lato, e una potente insistenza popolare sulla vita e sul ritorno dall’altro. Non si tratta solo di una crisi dovuta al ritorno degli sfollati, ma è il simbolo di un conflitto storico tra il colonialismo e il diritto dell’uomo a essere padrone della propria terra.

Volontà popolare contro macchina da guerra

Immense folle si muovono a Gaza, con i corpi stremati dall’attesa, aggrappati al sogno di tornare al nord, alla terra divenuta macerie dalla macchina da guerra israeliana. La vista dei palestinesi per strada, distesi a terra e che riempiono l’orizzonte con le loro voci, non è solo una tragedia umana, ma un annuncio al mondo intero che l’occupazione, con tutta la sua potenza militare e il sostegno imperialista che porta con sé, è incapace di sradicare questa volontà.

A Maroun al-Ras, l’immagine si è ripetuta, ma con un’aggiunta più sanguinosa: i proiettili dell’occupazione che volano verso corpi indifesi, nel disperato tentativo di intimidire coloro che non hanno altra scelta se non quella di persistere. Queste immagini, piene di contraddizioni, portano un messaggio chiaro: l’occupazione è una macchina cieca gestita dall’istinto di dominio, mentre i popoli sono guidati dall’istinto di sopravvivenza e dal loro diritto di esistere.

L’occupazione è una macchina di ricatto sistematica

L’argomentazione israeliana che collega l’apertura delle barriere a Gaza al rilascio di un singolo prigioniero israeliano mostra un altro volto dell’oppressione, in cui il diritto al ritorno – un diritto umano fondamentale – si trasforma in uno strumento di contrattazione politica. Ma ciò che queste forze ignorano è che quando le persone si avvicinano all’orlo del collasso, ottengono ulteriore forza e resistenza al dolore.

È necessario fermarsi a un dato che rivela chiaramente la natura della mentalità coloniale che governa l’occupazione israeliana. La Resistenza ha mostrato flessibilità umanitaria quando ha accettato di rilasciare il prigioniero Erbil in risposta alle richieste dell’occupazione, mentre l’occupazione ha affermato che ai palestinesi sfollati sarebbe stato permesso di tornare nel nord di Gaza lunedì mattina. Tuttavia, questo permesso era solo un passo condizionato soggetto ai suoi calcoli politici, trasformando il diritto umano fondamentale al ritorno nella sua terra in uno strumento di ricatto a buon mercato. Questo approccio, che rivela la profondità della decadenza morale nella gestione del conflitto da parte dell’occupazione, esprime solo un disperato tentativo di giustificare la sua esistenza basandosi sulla violazione dei principi più basilari di giustizia e umanità.

Da parte libanese, l’occupazione non è stata meno ricattatoria, poiché da decenni sfrutta le tensioni ai confini e i fragili accordi per creare zone cuscinetto che svuotano il Libano meridionale della sua popolazione, come se fosse un tentativo di instaurare il “vuoto umano” come politica per stabilire un controllo assoluto.

La Resistenza come inevitabilità storica

Se guardiamo con occhi attenti Gaza e Libano, vedremo un filo rosso che li collega: la Resistenza non è un’opzione, ma piuttosto un’inevitabilità imposta dalle condizioni di occupazione. A Gaza, dove la speranza è appena visibile dietro i muri e dove l’innovazione è diventata una necessità quotidiana, il popolo palestinese si trova di fronte a forze che vogliono svuotarlo della sua terra e insistono per tornare tra le macerie della loro casa.

In Libano, dove il Sud è da tempo teatro di una sistematica aggressione israeliana, la scena si ripete con dettagli diversi: resistenza popolare mescolata a unità militare e popolare che dimostra che l’occupazione non colpisce solo singoli individui, ma interi popoli che rifiutano di essere dimenticati.

Gaza e il Libano, un messaggio al mondo

Da Gaza e dal Libano giungono messaggi al mondo intero: il primo dei quali è che l’occupazione, per quanto cerchi di presentarsi come protettrice della “sicurezza”, è in realtà un’entità coloniale che ha solo il linguaggio di oppressione e distruzione. In secondo luogo, il silenzio del mondo, in particolare delle forze del male nella regione che pretendono di proteggere i diritti umani, è una reale partecipazione ai crimini commessi quotidianamente contro i popoli oppressi.

Ma il messaggio più importante è che le persone non possono essere conquistate per sempre. Questi momenti, in cui i palestinesi e i libanesi sembrano aggrappati alla loro terra nonostante tutto, ricordano il fatto che le potenze coloniali, non importa quanto potenti siano, rimangono impotenti di fronte alla volontà dei popoli che rivendicano il diritto di esistere.

L’inevitabilità del futuro

Nel mezzo di questo conflitto, l’occupazione israeliana sembra vivere l’illusione di una stabilità forzata, ignara che un popolo che insiste sulla vita e sul ritorno renderà tutte le sue strategie semplicemente tentativi falliti di prolungare la vita di un’entità temporanea. Gaza e il Libano oggi sono testimoni che la Resistenza non è solo una reazione, ma piuttosto un atto autentico che esprime la dignità umana di fronte all’occupazione.

Alla fine, le parole dei combattenti della Resistenza e le scene che documentano la volontà del popolo rimarranno una testimonianza vivente che la verità, per quanto lontana possa sembrare, non può essere confiscata per sempre.

Tratto da: Il Faro del Mondo

Gaza e Libano: compagni nel cammino della Resistenza
Gaza e Libano: compagni nel cammino della Resistenza

Likud e l’internazionale bruna: il doppio standard dell’Occidente tra fascismo e Gaza

di Ferdinando Pastore

12 Febbraio 2025

Ora che il Likud si unisce all’internazionale bruna, come faranno gli opinionisti benpensanti a denunciare il fascismo di ritorno negando il genocidio a Gaza? Con quale equilibrismo difenderanno l’Occidente “civilizzatore” e Netanyahu? Dopo 40 anni, scoprono ora l’oligarchia neoliberale.

Likud e l’internazionale bruna: contraddizioni e convulsioni

“Diamo un cordiale benvenuto al Likud Party in qualità di membro osservatore. Insieme rafforzeremo i nostri legami e promuoveremo i nostri valori condivisi di democrazia, libertà e patrimonio culturale”.  Lo ha scritto l’account su X del partito dei Patrioti europei.

Ora che il Likud entra a far parte a pieno titolo dell’organico dell’internazionale bruna, con Orban, Salvini, i franchisti di Vox e la generalessa di Vichy, come faranno i notisti più cattedratici, i cronisti benpensanti, i professori più carismatici, le personalità più ricercate a sentenziare contro il fascismo di ritorno e, allo stesso tempo, negare l’esistenza di un genocidio a Gaza?

Con quale equilibrismo questi impiegati della pedanteria strafottente riusciranno a decantare le virtù dell’Occidente civilizzatore, alle quali Benjamin Netanyahu si ispira nel suo razzismo terrorista di Stato, e biasimare le sue amicizie pericolose?

Probabilmente, qualora lo smantellamento dell’USAID si rivelasse efficiente e rapido, questo esercizio di stile sarà ancora più controverso e impegnativo. Nel caso, come faranno i quotidiani/fotocopia ad allinearsi su tutte le questioni dirimenti che spaziano nell’etere?

Come potranno gli editorialisti fabbricati in serie, sempre così rifocillati e dignitosi quando alludono alla “liberaldemocrazia”, partorire quelle colonne d’inchiostro prestampate dagli uffici di Washington?

Questi altezzosi appassionati di signorilità classista che da pochi giorni hanno scoperto, all’improvviso, il domino della tecnica rispetto al pensiero, la protervia del capitalismo digitale non più visto come leggendario elemento di progresso civile e di coraggio visionario, la possibilità che la democrazia si trasformi in oligarchia, la scomparsa dei diritti sociali in ragione di uno spasmodico spirito libertario.

Loro, i sapienti, se ne sono accorti ora, dopo soli quarant’anni.

Tratto da: Kultur Jam

Likud e l’internazionale bruna: il doppio standard dell’Occidente tra fascismo e Gaza
Likud e l’internazionale bruna: il doppio standard dell’Occidente tra fascismo e Gaza

LO SVASTICA

di Ralù Raluca Antohie

Lo svastica rivolta a destra (nell’induismo 卐) significa l’evoluzione del primo principio della creazione — l’evoluzione dell’innocenza e della divinità. Lo svastica rivolta a sinistra (nell’induismo 卍) è invero simbolo di distruzione, ma della distruzione degli ostacoli alla via dell’evoluzione divina. Il primo principio della creazione — la Divinità — elimina tutti gli impedimenti nel suo proprio auto-svilupparsi.

(Nirmala Srivastava)

Lo svastica (anche croce gammata, croce uncinata o croce polare) è un antico simbolo religioso originario delle culture dell’Eurasia, specialmente, ma non esclusivamente, quelle di matrice indoeuropea. Rimane un simbolo largamente utilizzato nelle religioni dell’India e della Cina, nonché nello sciamanesimo della Mongolia e della Siberia, e in vari nuovi movimenti religiosi. Il termine italiano ha origine direttamente dal sostantivo maschile sanscrito swastika (devanagari: स्वास्तिक), che, tra gli altri significati, indica, appunto, in quella lingua, il disegno di una croce greca con i bracci piegati ad angolo retto.

LO SVASTICA
LO SVASTICA

Musk e Altman nella guerra da 97 miliardi di dollari per OpenAI

di Andrea Muratore

11 Febbraio 2025

Come funziona OpenAI

Dal 2019, OpenAI è una organizzazione passata dallo status di non-profit a quella di capped for profit: ogni socio può ricevere ritorni massimi fino a cento volte il capitale investito. Per ora tutte le manovre compiute per alzare l’asticella del gruppo e trasformarlo in impresa hanno dovuto scontrarsi con un problema di fondo: la difficoltà a trovare un valore definito e preciso per il laboratorio di San Francisco, che vanta il sostegno di un colosso come Microsoft (che partecipa col 49% del capitale) con l’accordo, però, che l’azienda fondata da Bill Gates non entri direttamente nelle questioni gestionali, e possiede le chiavi della più diffusa tecnologia di Ia generativa al mondo.

Quanto vale il produttore di ChatGpt? Se lo chiedono in molti, specie dopo l’avvio del progetto Stargate promosso dall’amministrazione di Donald Trump per iniettare 500 miliardi di dollari nell’Ia a stelle e strisce col sostegno di OpenAI, Oracle e SoftBank, il cui patron Masayoshi Son si è detto pronto a investire direttamente dai 15 ai 25 miliardi nelle attività del gruppo di Altman.

Per Musk, prevenire la trasformazione di OpenAI in una società a tutto tondo significa rendere attivi e scalabili i profitti della sua xAI e del suo tool, Grok, mantenere condizionato ai risultati dell’amministrazione federale di cui fa parte il successo del gruppo di Altman, e prendersi una principale rivincita sull’odiato rivale. Musk è uscito sbattendo la porta da OpenAI, che aveva contribuito a fondare, nel 2018 contestando da un lato il superamento dello status di non profit e dall’altro l’abbraccio con Microsoft, sui cui supercomputer e sulle cui piattaforme Azure girano gli algoritmi di Altman.

Perché Musk spinge per alzare il valore di OpenAI

Secondo il Financial Times OpenAI “è in trattativa per raccogliere nuovo capitale con una valutazione pre-finanziamento di 260 miliardi di dollari” e nel contesto del passaggio allo status di società “non ha alcun obbligo di vendere l’organizzazione non-profit” a cui Musk punta. Secondo il quotidiano della City di Londra, però, molti investitori ricordano che “come parte della conversione di OpenAI in un’organizzazione a scopo di lucro si era discusso di una valutazione” dell’entità non-profit con sede a San Francisco. Altman ha ipotizzato un valore di circa 30 miliardi di dollari per l’organizzazione, che Musk mira almeno a triplicare.

In quest’ottica, aver rifiutato l’offerta del suo rivale condizionerà la marcia di Altman per trasformare in una compagnia privata a tutto tondo, libera da vincoli, il suo gruppo. Rendendo più difficile veicolare investimenti volti a produrre profitto e sviluppo nell’Ia su ChatGpt e garantendo vantaggi competitivi a Grok e xAI. Uno scenario articolato in una partita miliardaria dove anche offerte con pochi paragoni nella storia finanziaria possono essere, in fin dei conti, manovre nate solo per distrarre e condizionare le mosse altrui.

Tratto da: Inside Over

Musk e Altman nella guerra da 97 miliardi di dollari per OpenAI
Musk e Altman nella guerra da 97 miliardi di dollari per OpenAI

NATO – CSTO: un confronto tra le due organizzazioni

di Fabrizio Verde

La geopolitica contemporanea è attraversata da dinamiche complesse che vedono contrapposte le principali organizzazioni di sicurezza internazionale. In questo contesto, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) ha espresso una posizione chiara riguardo alla questione delle spese militari e alle tensioni con la NATO, sottolineando sia la propria autonomia strategica che le preoccupazioni per il crescente allargamento dell’Alleanza Atlantica e la sua aggressività.  

Secondo fonti interne citate dal quotidiano russo Izvestia, la CSTO non ritiene necessario aumentare i propri budget difensivi al momento, a differenza della pressione esercitata dal presidente statunitense Donald Trump affinché i paesi membri della NATO innalzino le proprie spese militari fino al 5% del PIL. Anche a discapito di welfare e pensioni, ha affermato il Segretario Generale Mark Rutte – un austero frugale pentito – per compiacere il nuovo capo. La CSTO sostiene invece di essere in grado di gestire efficacemente i propri compiti senza dover adeguarsi alle crescenti richieste belliche globali. Questa posizione riflette un approccio pragmatico basato sulla valutazione delle risorse disponibili e delle priorità operative.

I dati confermano questa impostazione: mentre alcuni paesi come l’Armenia e la Russia hanno deciso di incrementare notevolmente le loro spese militari (rispettivamente al 6% e al 6,3% del PIL), altri membri della CSTO, come il Kazakistan e il Kirghizistan, mantengono livelli molto più contenuti, oscillanti tra il 0,68% e il 1,5%. Tale diversità evidenzia una certa flessibilità interna all’organizzazione, consentendo a ciascun membro di adattare le proprie politiche difensive alle specifiche esigenze nazionali.

Preoccupazioni per l’espansione NATO  

Nonostante l’atteggiamento cauto verso un aumento delle spese militari, la CSTO manifesta forti preoccupazioni per l’espansione del NATO verso est. Secondo dichiarazioni ufficiali, l’organizzazione è particolarmente turbata dall’intensificazione della presenza militare dell’Alleanza nei paesi baltici e in altre regioni vicine ai confini dei suoi membri, soprattutto della Russia e della Bielorussia. Questa dinamica è vista come una minaccia diretta alla stabilità regionale e come un chiaro segnale di crescente aggressività.

Il generale Andrej Serdjukov, capo dello Stato Maggiore congiunto della CSTO, ha recentemente denunciato l’installazione di forze multinazionali NATO in paesi come la Bulgaria, la Polonia e l’Estonia. Secondo il militare delle forze aviotrasportate russe, tali mosse rappresentano un’inquietante escalation delle tensioni, alimentata da una retorica sempre più aggressiva nei confronti di alcuni Stati membri della CSTO. Il presidente russo Vladimir Putin ha altresì criticato l’espansione NATO, definendola una “polzuchaja interventija” volta a indebolire la sovranità russa e quella dei suoi partner regionali.

Possibilità di collaborazione?  

Nonostante le tensioni, la CSTO ha ribadito la sua apertura al dialogo con il NATO su temi comuni di sicurezza globale. Secondo fonti interne, l’organizzazione è disposta a discutere di argomenti come la lotta contro il terrorismo, la gestione delle crisi umanitarie e la cooperazione in situazioni di calamità naturali. Esperti come Vladimir Olen?enko dell’Istituto di Economia Mondiale e delle Relazioni Internazionali (IMEMO) – secondo quanto riportato da Izvestia – sostengono che queste aree potrebbero costituire un terreno fertile per una collaborazione futura.

Inoltre, è stata avanzata l’ipotesi di promuovere partenariati a livello locale o regionale, coinvolgendo territori contigui appartenenti a entrambe le organizzazioni. Ad esempio, si è ipotizzato uno scambio di esperienze tra la regione di Pskov, in Russia, ed Estonia, membro della NATO. Un approccio del genere potrebbe facilitare la costruzione di fiducia reciproca, seppur gradualmente.

Tuttavia, bisogna riconoscere che il precedente storico di collaborazione tra CSTO e NATO è limitato. Dal 2004, la CSTO ha presentato numerose proposte per avviare discussioni su temi cruciali come il controllo degli armamenti e il disarmo, ma queste iniziative sono state sistematicamente ignorate dall’Alleanza Atlantica. La preferenza della NATO per relazioni bilaterali con singoli stati membri della CSTO – come nel caso dell’Armenia – dimostra un atteggiamento diffidente verso l’organizzazione come interlocutore strategico.

La situazione attuale riflette un equilibrio fragile tra competizione e opportunità di cooperazione. La CSTO, pur mantenendo una posizione difensiva rispetto all’espansione NATO, mostra interesse per forme di dialogo che possano contribuire alla stabilità globale. Tuttavia, qualsiasi progresso dipenderà dalla volontà delle parti di superare ostacoli ideologici e strategici consolidati.

NATO – CSTO: un confronto tra le due organizzazioni

La NATO e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) rappresentano due delle principali alleanze militari a livello globale, ma differiscono radicalmente in termini di struttura, obiettivi e ruolo nella gestione della sicurezza internazionale. Mentre la NATO rappresenta un’organizzazione aggressiva, guidata dagli interessi geopolitici degli Stati Uniti e responsabile di numerosi conflitti armati nel mondo, la CSTO si distingue per il suo impegno nella promozione della pace e della stabilità regionale, senza mai aver avviato alcuna guerra.

La NATO, fondata nel 1949 con lo scopo dichiarato di proteggere i paesi europei occidentali dalla minaccia sovietica, ha gradualmente ampliato il proprio campo d’azione fino a diventare una sorta di braccio armato dell’imperialismo statunitense. La sua espansione verso est, nonostante le promesse iniziali alla dirigenza sovietica, ha contribuito ad aumentare le tensioni con la Russia e gli stati post-sovietici, alimentando una dinamica di militarizzazione sempre più destabilizzante. Gli interventi militari della NATO in regioni come il Kosovo, l’Afghanistan, la Libia e la Siria dimostrano chiaramente come questa organizzazione sia spesso stata utilizzata come strumento di potere politico e economico piuttosto che come garante della pace.

Al contrario, la CSTO, istituita nel 2002 come risposta all’espansionismo NATO, si fonda su principi di cooperazione e solidarietà tra i propri membri. L’organizzazione ha dimostrato di essere un pilastro fondamentale per la sicurezza nei paesi del Caucaso e dell’Asia Centrale, agendo principalmente attraverso misure preventive e operazioni di mantenimento della pace. Un esempio significativo è l’intervento della CSTO in Kazakistan nel gennaio 2022, quando forze multinazionali sono state inviate per restaurare l’ordine durante le proteste violente che avevano minacciato la stabilità del paese. Le truppe della CSTO hanno svolto un ruolo di peacekeeping, supportando le autorità locali senza coinvolgere il paese in conflitti armati o destabilizzanti.

Un’altra importante distinzione riguarda i processi decisionali all’interno delle due organizzazioni. La NATO opera sotto il principio del consenso, garantendo formalmente uguale influenza a tutti i membri. Tuttavia, in pratica, le decisioni cruciali vengono spesso imposte dagli Stati Uniti, che detengono il maggior peso politico ed economico all’interno dell’alleanza. Questo ha portato ad azioni militari contestate da alcuni paesi membri, ma imposte comunque dall’egemonia statunitense.

Invece, la CSTO adotta un approccio collettivo basato sulle decisioni prese dai capi di Stato dei paesi membri. Questo sistema permette una maggiore autonomia e trasparenza, evitando che un singolo paese possa imporre unilateralmente le proprie politiche. Anche se la Russia riveste un ruolo centrale nell’organizzazione, la collaborazione tra i membri è incentrata sulla difesa comune e sulla risoluzione pacifica dei conflitti.

Mentre la NATO dispone di una struttura militare avanzata, con un budget collettivo elevatissimo e una vasta rete di basi sparse in tutto il mondo, la CSTO si concentra sui bisogni specifici dei propri membri, privilegiando la cooperazione e il coordinamento tra forze armate nazionali. L’assenza di una struttura militare unificata permette alla CSTO di evitare uno sfoggio di forza eccessivo, mantenendo un profilo più contenuto e pragmatico.

Gli obiettivi prioritari della CSTO includono la lotta contro il terrorismo, il traffico di droga e altre minacce transnazionali, nonché la promozione dello sviluppo economico e sociale nei paesi membri. Inoltre, l’organizzazione ha sempre evitato di interferire negli affari interni di nazioni estranee, limitandosi a intervenire solo quando richiesto dai propri membri per preservare la loro sicurezza.

La NATO mantiene stretti legami con l’Unione Europea e le Nazioni Unite, utilizzando spesso queste piattaforme per giustificare le sue azioni militari. Tuttavia, tale prossimità viene sfruttata per celare l’aggressività intrinseca dell’alleanza, presentandola come un attore legittimo della comunità internazionale. D’altra parte, la CSTO preferisce concentrarsi sui rapporti con i propri partner regionali, come la Russia e altri Stati post-sovietici, promuovendo una visione di sicurezza basata sulla reciprocità e sul rispetto sovrano.

Dunque, mentre la NATO continua a fungere da strumento di potere globale sotto l’egida degli Stati Uniti, avviando conflitti armati in diverse parti del mondo, la CSTO rappresenta un modello alternativo di cooperazione militare incentrato sulla pace e la stabilità. Il suo ruolo positivo nel Kazakistan e la sua totale assenza di iniziative offensive dimostrano come l’organizzazione sia un pilastro essenziale per la sicurezza regionale, meritevole di maggiore riconoscimento e sostegno.

Verso un nuovo equilibrio globale

Attualmente il mondo attraversa una fase di trasformazione epocale, segnata dal graduale tramonto dell’ordine unipolare dominato dagli Stati Uniti e dalla NATO, e dall’ascesa di un sistema multipolare incentrato su nuove alleanze e organizzazioni internazionali. Questo cambiamento non rappresenta solo un ribaltamento delle dinamiche geopolitiche tradizionali, ma anche l’emergere di un approccio più inclusivo e cooperativo alla gestione della sicurezza globale.

La CSTO e altre organizzazioni come l’Organizzazione di Shangai per la cooperazione (SCO) si pongono come esempi paradigmatici di questa nuova era. Entrambe le organizzaioni incarnano valori fondamentali del multipolarismo: rispetto della sovranità nazionale, promozione della stabilità regionale e cooperazione equilibrata tra paesi con diversi livelli di sviluppo economico e potenziale militare. Il loro impegno nella prevenzione dei conflitti, nel contrasto alle minacce transnazionali e nello sviluppo sostenibile offre un modello alternativo rispetto all’approccio aggressivo e spesso unilateralista tipico della NATO.

In particolare, la CSTO dimostra che la sicurezza può essere garantita senza ricorrere a logiche di espansione militare o interferenza esterna. La sua azione in Kazakistan ha mostrato come sia possibile intervenire rapidamente e efficacemente per preservare l’ordine pubblico, rispettando sempre i princìpi di legittimità e proporzionalità. Similmente, la SCO sta costruendo ponti tra Asia, Europa e Medio Oriente, promuovendo partenariati economici e culturali che superano le divisioni ideologiche del passato.

Questo nuovo ordine multipolare non elimina le sfide e le tensioni globali, ma offre strumenti più adeguati per affrontarle. L’abbandono della logica guerrafondaia e l’adozione di approcci basati sul dialogo e sulla collaborazione sono indispensabili per costruire un futuro più pacifico. In questo contesto, l’evoluzione delle relazioni tra NATO, CSTO e SCO sarà cruciale per determinare se il mondo riuscirà a transitare verso un equilibrio duraturo o resterà prigioniero di vecchie rivalità.

In ultima analisi, mentre il vecchio ordine unipolare prosegue nel suo inevitabile declino, è chiaro che il futuro appartiene a coloro che sapranno adattarsi alle nuove realtà geopolitiche, abbracciando la diversità e promuovendo forme di cooperazione fondate sul rispetto reciproco. La storia ci insegna che i momenti di transizione possono essere critici come ammoniva Antonio Gramsci, ma anche ricchi di opportunità. Siamo ora di fronte alla possibilità di costruire un mondo più giusto e equilibrato, dove la pace e la prosperità non siano più privilegi di pochi, ma diritti universali da condividere e di cui possano goderne anche i popoli del cosiddetto Sud del mondo.  

Tratto da: L’Antidiplomatico

NATO – CSTO: un confronto tra le due organizzazioni
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PANTA REI

a cura di Tra Scienza e Spirito

L’espressione “Panta rei” (πάντα ῥεῖ), tradotta in italiano come “tutto scorre” e molto conosciuta e pronunciata anche nella sua formulazione in greco antico, è considerata una delle più influenti massime della storia della filosofia occidentale. Attribuita al filosofo Eraclito, vissuto tra il VI e il V secolo a.C. a Efeso, città ionica della penisola dell’Anatolia (parte dell’odierna Turchia), “tutto scorre” è anche uno dei più radicati e abusati cliché linguistici che siano esplicitamente riconducibili alla tradizione del pensiero filosofico. Il senso è generalmente ricavato da uno dei più conosciuti e citati frammenti di Eraclito che ci siano pervenuti – «Nello stesso fiume non è possibile scendere due volte» – e di cui “Panta rei” rappresenterebbe la sintesi, pur avendo un’origine diversa.

La frequenza con cui questa espressione è stata ed è utilizzata sia nelle conversazioni quotidiane che in discorsi più formali e a volte paludati e ampollosi, in genere per indicare la mutevolezza delle cose sottolineando che niente è permanente, ha tuttavia contribuito a consolidarne un significato piuttosto parziale e per certi versi opposto rispetto a quello che gli studi di filosofia tendono ad attribuirle.

In breve: che le cose siano soggette al cambiamento e alle trasformazioni, secondo le interpretazioni prevalenti del pensiero di Eraclito, è l’“essenza” delle cose stesse, quindi una condizione della loro stabilità e non una ragione della loro presunta ineffabilità.

Gran parte dell’ambiguità legata al concetto sintetizzato dall’espressione “Panta rei” deriva dall’origine di questa frase, oltre che dai diversi usi e interpretazioni del pensiero di Eraclito presenti nella storia della filosofia e nel lavoro di altri pensatori influentissimi e molto studiati a loro volta come Platone, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger. A complicare molto l’interpretazione contribuisce la frammentarietà con cui ci sono pervenuti i testi di Eraclito e il fatto che il suo stile fosse già dai suoi contemporanei ritenuto alquanto criptico e oracolare.

Una delle più complete e utilizzate catalogazioni di frammenti e testimonianze del pensiero dei filosofi greci presocratici, di cui Eraclito rappresenta uno dei massimi esponenti, si deve al lavoro di raccolta dei testi superstiti compiuto dai filologi tedeschi Hermann Diels e Walther Kranz nella prima metà del Novecento. Stando alla numerazione Diels-Kranz, la frase “tutto scorre” non è attestata in nessuno dei circa cento frammenti diretti di Eraclito che ci siano stati tramandati. Il primo a riportarla esattamente in quei termini (“Panta rei os potamòs”, tutto scorre come un fiume) fu il filosofo e matematico bizantino Simplicio, vissuto nel VI secolo d.C.

La formulazione “Panta rei” proviene a sua volta da uno dei dialoghi di Platone, il Cratilo, dal nome di un seguace delle dottrine eraclitee che nel dialogo platonico è un personaggio che fa da spalla a Socrate, protagonista dell’opera. «Eraclito dice che “tutte le cose si muovono [panta chorei, πάντα χωρεῖ] e nulla permane” e, paragonando le cose che sono alla corrente di un fiume, dice che “non puoi entrare due volte nello stesso fiume”», è scritto in un passaggio del Cratilo.

Come sappiamo dalle descrizioni presenti nel dialogo di Platone e anche nella Metafisica di Aristotele, Cratilo estremizzò il pensiero di Eraclito al punto da ritenere insufficiente l’affermazione secondo cui non ci si può immergere due volte nello stesso fiume. Aggiungeva che anzi non è possibile farlo nemmeno una volta, perché la realtà è intrinsecamente mutevole e non è possibile conoscerla veramente e afferrarla. Per questo motivo arrivò a credere che le parole stesse siano una forma di espressione cristallizzata e quindi inadatta a indicare la realtà, e che piuttosto i gesti siano preferibili.

Sebbene lo definisca come uno dei più importanti filosofi del divenire, in opposizione alla visione “statica” dell’Essere della scuola presocratica di Elea e del suo più importante esponente Parmenide, la tradizione filosofica attribuisce a Eraclito un pensiero molto più complesso ed elaborato rispetto alle sintesi e alle semplificazioni tratte nel corso dei secoli a partire dal Cratilo di Platone.

Per Eraclito, probabilmente, la realtà è in perenne divenire: al giorno segue la notte, alla nascita succede la morte, alla sazietà la fame e così via. E questo principio supremo regola il mondo senza produrre contraddizioni, esattamente come un fiume scorre incessantemente e riceve acque sempre nuove senza per questo smettere di essere un fiume. Come afferma Eraclito in uno dei suoi frammenti diretti, stabilendo il parallelismo con il fiume poi ripreso da Platone, «acque sempre diverse scorrono per coloro che s’immergono negli stessi fiumi» (Diels-Kranz 12).

Esiste per Eraclito una costante tensione in tutto ciò che esiste, un’«armonia contrastante» (Diels-Kranz 51), un’unità degli opposti che permette a tutte le cose di essere ciò che sono e al contempo anche altro da sé, in un continuo divenire. È per questa ragione che afferma, in un altro dei suoi frammenti più noti (Diels-Kranz 49): «Negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo». Ma questi cambiamenti non tolgono niente alla stabilità delle cose: in un certo senso, ne costituiscono anzi la premessa. Diversamente non esisterebbe niente in cui possa verificarsi il cambiamento.

Come osservato dal docente di Lettere e filosofia dell’Università di Cambridge James Warren nel libro I presocratici, il fatto che l’acqua vi scorra è proprio ciò che costituisce un fiume: se non scorresse, sarebbe l’acqua di un lago o di uno stagno. L’affermazione secondo cui “nello stesso fiume non è possibile scendere due volte» (Diels-Kranz 91) genera una sorta di complicazione logico-linguistica – peraltro notata dal filosofo Seneca in un passaggio delle Lettere a Lucilio – dovuta al fatto che il concetto legato alla parola “fiume” resta invariato sebbene la forma di ciò che quella parola denota muti continuamente. Che è esattamente la tensione alla base di tutte le cose, per Eraclito.

Per Eraclito, in definitiva, è vero che tutto cambia ma – allo stesso tempo e in un certo senso – è anche vero che le cose permangono. Un fiume è sempre lo stesso fiume anche se composto da diverse gocce d’acqua.

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