IL PROCESSO DI UNIFICAZIONE DI EUROPASTAN

di Vincenzo Di Maio

L’Europastan, ovvero l’unificazione dei Popoli d’Europa, in qualità di mesoscopico scopo di generazione concreta della civiltà europea è il nesso centrale di risoluzione dei problemi mondiali, in quanto il vero centro mondiale della globalizzazione occidentalista risiede proprio qui in questo cardine continentale eurasiatico, un centro mondiale derivato dal colonialismo, poi imperialismo, neocolonialismo e infine postcolonialismo europeo che, gestito oggi dai poteri forti dell’Alta Finanza angloamericana e del suo Sionismo Internazionale, fa dell’Unione Europea come se fosse un vero e proprio computer logistico di computazione e di gestione del mondo, uno strumento farraginoso al servizio degli interessi sionisti internazionali presenti in tutte le nazioni del mondo, un computer gestito dal potere politico degli americani, dell’intelligence dei regnanti inglesi e dall’influenza omnipervadente degli interessi dello stato israeliano, uno stato di subalternità dell’Unione Europea che sottomette a sua volta i Popoli d’Europa ad una farraginosa burocrazia contraddittoria, un deep state europeo che si somma alla presenza invadente di tutte le basi NATO situate in Europa.

Abbiamo a che fare con un una situazione complessa generata dalla spartizione storica in aree di influenza decise dalla pace di Yalta nell’immediato secondo dopoguerra tra USA, UK e URSS, da Roosevelt, da Churchill e da Stalin che, dopo aver conquistato tutti i paesi terrestri dell’Europastan con i loro eserciti, hanno imposto accordi bilaterali mediante il loro ruolo di stati occupanti e creditori di guerra, che hanno conformato la famosa cortina di ferro che attraversava simbolicamente quel muro che divideva Berlino in due parti, una cortina che divideva l’Ovest europeo dall’Est europeo ma che con la caduta storica di questo muro il 9 novembre 1989, viene segnato un momento mirabile della storia che sancì poi gradualmente anche la fine dell’URSS di Michail Gorbačëv il 21 dicembre 1991, lasciando il potere di influenzare il mondo alla cosiddetta comunità internazionale di USA, dell’UK e dello stato di Israele, una cortina europea che ancora esiste a causa di un sionismo politico che poi diede impulso al momento storico del monopolarismo occidentale nei confronti del resto del mondo ma che con la crescita economica esponenziale di nuovi giganti economici e politici come la Cina e la Russia, si dà inizio al momento storico del multipolarismo confluito nell’attuale assetto politico multilaterale dei BRICS+.

Questa complessità storica non incomprensibile, può essere definita e semplificata attraverso la disposizione di tre livelli di analisi delle relazioni internazionali, che permettono di chiarire il contesto in cui si trovano i popoli d’Europa: nel livello macroscopico si presentano le influenze dell’ONU e delle sue agenzie ed organizzazioni internazionali che insieme alla NATO ingeriscono dalla loro posizione per interessi che non appartengono ai popoli europei ma al giro di finanziamenti globali che le mantengono ancora in piedi, poi abbiamo il livello mesoscopico in cui si presenta l’Unione Europea con il suo organigramma privo di un’integrazione coerente, tale che favorisce un continuo conflitto istituzionale tra le istituzioni europee, in quanto non vige la sovranità verticale di una guida a senso unico che investa equamente tutte le nazioni ma diventa di fatto tutto un complicato meccanismo farraginoso di gestione dei proventi elargiti dai popoli contribuenti, un livello di analisi a cui si contrappone attualmente tutti il movimento patriota dei paesi sovranisti che, a livello microscopico, cercano di attutire i colpi di questa cattiva gestione dell’Unione Europea attraverso contrapposizioni nel Parlamento Europeo e nel Consiglio d’Europa che cercano di influenzare politicamente la Commissione Europea, una situazione generale in cui ci rimettono soltanto i Popoli d’Europa che, attraverso il loro dissenso ancora disordinato, non sono riusciti ancora a far valere un’istanza congiunta finalizzata alla salvaguardia degli interessi popolari della loro sovranità indipendente dalle ingerenze del Sionismo Internazionale di USA, UK e Israele, delle ingerenze estranee che si nascondono dietro alle parvenze di tutte le tipologie di organizzazioni internazionali presenti in Europa, a cominciare dall’uscita dalla NATO, una situazione che nonostante i venti favorevoli apportati dalla presenza del governo statunitense del conservatore e rivoluzionario Donald Trump e della presenza dei paesi BRICS+, ci troviamo di fronte ad una situazione in cui davvero i Popoli d’Europa sono chiamati all’azione congiunta per la formazione di una Assemblea Costituente Europea che possa realizzare il progetto identitario di una repubblica delle repubbliche, una Repubblica Magistrale Europea che ridia lustro alla civiltà di Europastan che, come vedremo, restituirà il potere decisionale alla voce dei popoli europei.

Quindi, da questa dettagliata analisi generale si evince soprattutto che, per costituire l’Europa dei Popoli si necessita di un processo irredentista dell’identità europea colta nella sua essenza millenaria, quale figlia del rapporto tra l’Impero Romano e le orde delle Grandi Migrazioni dei barbari del nord, come anche dei rapporti costanti fra Flussi di Frontiera di persone bisognose di aiuto a causa di guerre e calamità, di Relazioni Diplomatiche tra imperi e tra nazioni, di Traffici Economici continui tra i mercanti e gli artigiani e di Relazioni Interculturali per scambi di interessi sacri e religiosi come quello tra Cristianesimo e Islam che oggi vede ovunque la costruzione di templi per l’Hindudharma, il Buddhadhamma e il Daojiao, uno spirito del tempo che ha generato e intessuto legami di lunga durata sul suolo della nostra civiltà, portando dopo millenni a far emergere l’idea di una “Europa Unita” che era già il sogno medievale di Carlo Magno come del suo Sacro Romano Impero ma che purtroppo è stata strumentalizzata e manipolata dai poteri forti e occulti che hanno spartito per interesse gli accordi su come e su cosa sarebbe diventata l’Unione Europea, e quindi l’UE non è come invece dovrebbe essere frutto di una attenta valutazione delle comunanze tra i paesi contraenti secondo una saggia filosofia spirituale ma è il prodotto di una serie di convenzioni trattate per consuetudine in rapporti bilaterali e multilaterali, una situazione che paradossalmente era iniziata meglio nel XX° secolo arrivando alla definizione della Comunità Economica Europea ma che con il Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992, deciso già dal potere di influenza inglese sul famoso Yacht Britannia, siamo arrivati così all’attuale e disastrosa situazione concretizzatasi nella conformazione dell’Unione Europea, una struttura sovrastatale farraginosa strutturata come una gigantesca burocrazia lontana dal popolo europeo, che lo riconosce soltanto al momento del voto e della riscossione dei contributi nonché alla influenza sui governi nazionali per decisioni lontane dalla volontà generale e dai bisogni dei popoli europei.

Per realizzare realmente l’unificazione dell’Europa bisogna tener presente che essa non riguarda le nazioni dell’ex-URSS come l’Ucraina o la Georgia, ma riguarda il triangolo insito tra Lisbona, Oslo e l’odierna Istanbul (ex Bisanzio), una triangolazione geografica che racchiude in sé la vera identità europea, rappresentata dal Portogallo, dalla Spagna, dalla Francia, dall’Irlanda, dall’Islanda, dall’Inghilterra, dalla Svizzera, dal Belgio, dall’Olanda, dal Lussemburgo, dall’Italia, dalla Germania, dalla Danimarca, dalla Norvegia, dalla Svezia, dalla Finlandia, dalla Russia europea di Kaliningrad, la Lituania, l’Estonia, la Lettonia, la Polonia, la Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, l’Austria, la Slovenia, la Croazia, la Bosnia, la Serbia, la Romania, la Bulgaria, il Montenegro, il Kosovo, la Macedonia, l’Albania, la Grecia e infine la penisola della Tracia attualmente turca, perché essa è parte integrante del vero spirito di Europastan.

Pertanto dopo aver definito cosa è l’Europa oggi dal punto di vista geografico, storico e antropologico, bisogna comprenderne le strategie politiche, economiche e culturali che ne possano favorire l’integrazione in un processo confederativo di unificazione all’interno del quadro normativo di una Repubblica Magistrale Europea che possa nascere dalla costituzione di una Assemblea Costituente Europea che faccia attraversare indenne la transizione dalla Unione Europea alla Repubblica Magistrale Europea.

Per legittimare una Assemblea Costituente Europea c’è bisogno di fare in modo di allargare il consensus populi in modo trasversale dal mondo extraparlamentare arrivando al mondo parlamentare nelle proprie nazioni di appartenenza, per portare avanti lo scopo obiettivo di realizzare il progetto di una Repubblica Magistrale che, dopo aver chiaro la visione di cosa si intende per tale programmazione, si proceda alla istituzione di una Assemblea Costituente che indica e vigili sulla realizzazione di nuove elezioni sincronizzate in tutto il cardine continentale europeo, come anche di formare i partiti concorrenti europei con i relativi capolista che aspirano a diventare Magister Politicus, attraverso un unico giorno di voto in cui dare fiducia al proprio partito di interesse nel livello regionale, i cui risultati totali europei stabiliscono con uno sbarramento al 7% i partiti che possono accedere ai diversi livelli amministrativi e di governo e un premio di maggioranza del 50%+1% per garantire la governabilità per tutta la legislatura vigente di 5 anni, una ripartizione di tutti i livelli di governo conformati da una “diarchia nuziale” di “due teste un voto” che permetta la condivisione delle politiche di governo in 108 coppie di seggio per ogni livello amministrativo delle due metà del Cielo, un totale di 216 componenti dei livelli di analisi, di amministrazione e di governo che vanno letti secondo un ordine discendente dal Consilium Populi della Civiltà Europea, al Consilium Nationis della Nazione Europea, al Consilium Ethnicus della Regione Europea, al Consilium Districtivus dei Biodistretti Europei, al Consilium Municipium delle Città Municipali e infine al Consilium Villicus delle sue Circoscrizioni Municipali o Comunità di Villaggio, il disegno di una geografia dei limiti amministrativi che definisce rispettivamente il Magister Politicus, il Primus, il Dux, il Prior, il Maior e il Caput, in qualità di governatori di tutte le realtà amministrative della civiltà europea, in cui il giorno di elezione dei Popoli d’Europa il voto viene esercitato votando i partiti europei con collegio regionale e ad elezione diretta del Magister, di modo che le coppie diarchiche degli eletti del Consiglio Etnico della Regione (Consilium Ethnicus) decidono quali coppie nominare come rappresentanti nel livello superiore nazionale (Consilium Nationis) che a sua volta nominerà la rappresentanza diarchica della nazione all’interno del Consiglio dei Popoli d’Europa (Consilium Populi), un procedimento che il Consiglio Etnico della Regione dovrà applicare anche alla nomina dei tre livelli inferiori, di modo che i migliori animatori sociali e politici vengono premiati dal partito vincitore e il senso di appartenenza e di prossimità della politica verso i popoli viene salvaguardato dal rapporto di conoscenza diretta dei politici nei confronti della sua etnia regionale.

Con questo apparato così disposto, il sistema politico e amministrativo della Repubblica Magistrale si concentra nel Consilium Populi, ossia nel nuovo parlamento europeo monocamerale e allo stesso tempo contemporaneamente verticale, in quanto funzionante come il rapporto che nell’attuale Germania vige tra il Bundesland regionale che si relaziona direttamente nel Bundesrat nazionale ma applicato a tutti i nuovi sei livelli di amministrazione sia in senso ascendente dal livello più basso a quello più alto e sia in senso discendente dal livello più alto a quello più basso e così via nei rapporti intermedi tra essi, poiché in questo modo si favorisce la cooperazione sociale e l’ascolto delle popolazioni locali in materia di progettualità che attraversano città e luoghi sensibili che possono deturpare la socialità umana, il paesaggio ambientale e l’impatto generale delle politiche di governo, apportando in tal modo motivate modifiche eventuali alla programmazione politica a livello locale e, ovviamente ciò comporterà la nomina anche dei vari dicasteri di competenza per ogni livello di amministrazione.

Con una simile chiara visione, il Sacro Romano Impero viene onorato dalla presenza del Magister Politicus che, come un Augusto Imperatore, domina la scena di tutte le Legioni d’Europa che a lui giurano fedeltà in qualità di Esercito d’Europa dove il Latino diventa nuovamente la lingua franca degli europei.

Attraverso una tale progettualità inscritta come obiettivo condivisibile e realizzabile sul piano pratico, si avvia così un processo irredentista di adesione popolare plebiscitaria al progetto della Repubblica Magistrale Europea, tale che attraverso una tale legittimità i governi nazionali di qualsiasi stato-nazione europeo sono costretti a provvedere alla realizzazione di tale piano di transizione costitutiva di Europastan, un progetto che poi dovrà di fatto influire sul resto del continente eurasiatico di Aurania, al fine di realizzare l’impalcatura politica e costituzionale utile a coordinare tutte le cinque civiltà cardinali secondo una tale precisa visione che influenzerà a sua volta gli altri continenti nel resto del mondo per realizzare l’Antico Ordine Planetario in attesa della venuta del Salvatore Promesso dall’escatologia profetica delle Cinque Sacre Religioni Tradizionali Rivelate e Autentiche.

Questa è l’unica via possibile per oltrepassare l’attuale fase di decadenza dello Stato-Nazione europeo inserito nel suo sistema internazionale, anche perché questa via percorribile è l’unica che possa permettere pacificamente di attraversare questa transizione di decrescita in atto, altrimenti non ci resta che piangere sul collasso dell’impianto europeo della UE se non di una scellerata intenzione belligerante che pure serpeggia nella Vecchia Europa. A noi la scelta!

IL PROCESSO DI UNIFICAZIONE DI EUROPASTAN
IL PROCESSO DI UNIFICAZIONE DI EUROPASTAN

IL PROCESSO DI UNIFICAZIONE DELLA CINA E DELLA COREA

di Vincenzo Di Maio

Dopo aver affrontato superficialmente in senso macroscopico il nerbo centrale dei processi di unificazione di questo nostro mondo, ci troviamo in senso microscopico nelle relazioni internazionali, ad analizzare due casi molto simili per cultura antropologica, per economia geografica e per politica storica, due casi ricchi di analogie distintive per comunanze e per differenze tra il caso cinese inerente al rapporto insito fra Repubblica Popolare Cinese (Pechino) e Repubblica di Cina (Taipei), come anche il caso coreano inerente al rapporto insito fra Repubblica Popolare Democratica di Corea (Pyongyang) e Repubblica di Corea (Seul), due realtà divise al loro interno che dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 non hanno più senso di esistere e che hanno bisogno di trovare confucianamente un “ponte di pace” tra le parti divise, tale che ne permetta la loro riunione ma senza diventare oggetto di ingerenze esterne come è avvenuto per la Germania in Europa.

Quindi queste analogie complesse, nel rispetto delle altre sostanziali differenze antropologiche tra i due casi, si presentano per essere principalmente entrambe succubi di fattori esterni nell’immediato secondo dopoguerra degli anni 1950 e dintorni, in quanto entrambi i paesi sono usciti vincitori “secondari” della seconda guerra mondiale, dei paesi secondari perché l’attenzione della comunità internazionale dell’Occidente colonialista era tutta incentrata a spartirsi il mondo nell’estremo occidente eurasiatico dell’Europa mentre nell’estremo oriente eurasiatico della Cina e della Corea tutto era fuori dall’attenzione sulle spartizioni coloniali dell’Italia e della Germania in seno alla costituente e farraginosa organizzazione internazionale delle Nazioni Unite (ONU), una situazione favorevole che ha permesso in questo frangente ad esse di trovare un momento opportuno di liberazione nazionale che ha cercato di formarsi come nuova unione popolare, con Mao Zedong in Cina che, per ragioni ideologiche spinse Chiang Kai Shek ad isolarsi nell’isola di Formosa quale attuale Taiwan, e con Kim Il Sung in Corea che, per ragioni ideologiche, dopo aver guidato l’esercito rivoluzionario popolare coreano nella resistenza comunista coreana all’occupazione giapponese, si impose come il principale capo della Corea in qualità di segretario generale del Partito dei Lavoratori di Corea, nato dalla fusione del Partito del Lavoro della Corea del Nord con il suo corrispettivo sudcoreano, una situazione in cui il Comitato popolare provvisorio della Corea esercitava le funzioni di governo provvisorio attraverso una serie di leggi su riforme popolari che portò serenità al popolo coreano fino alla spartizione di fatto della Corea, ratificata alla fine del 1948 ma che portò poi alla famosa guerra di Corea tra il Nord e il Sud il 7 luglio 1950.

Queste divisioni interne così impostate, sono quindi il risultato di una cortina di ferro orientale tipica della Guerra Fredda e insita nel bipolarismo tra USA e URSS, i quali utilizzavano il resto del mondo come scacchiere per i loro giochi di forza e di spartizione dei territori di influenza, una situazione che poi ha permesso l’emersione del cosiddetto Terzo Mondo in antitesi netta allo spartizionismo insito tra il Primo Mondo dell’Ovest liberale e il Secondo Mondo dell’Est socialista, un’opposizione ideologica di cui l’attuale movimento dei BRICS ne è pienamente erede per la sua opposizione al monopolarismo dell’Occidente Globalista.

In un tale quadro strutturale e realista delle relazioni internazionali abbiamo che nell’attuale fase di multiallineamento alla Gabriele Adinolfi e di multipolarismo alla Alexander Dugin, ci troviamo in realtà davanti a un nuovo raffreddamento delle relazioni internazionali tra il blocco occidentale globale capeggiato dagli USA di Trump, che domina l’Unione Europea e la NATO, e il blocco orientale mondiale capeggiato dai BRICS, che guidano con equità il resto del mondo affiliatosi ad essi fino ad oggi per la costruzione di un mondo più giusto per tutte le parti contraenti, il contesto di una situazione che vibra pesantemente attraverso gli scellerati scontri in atto in Ucraina e in Palestina, mirati all’approvvigionamento di risorse locali funzionali all’economia americana e israeliana, una situazione in cui la guerra è attualmente ancora il segno distintivo di un darwinismo sociale applicato all’anarchia insita nelle relazioni internazionali, un’assenza di ordine planetario che mina alla base i rapporti pacifici tra le parti e che invece vanno suggellati come nuova prassi nelle relazioni internazionali, una morale superiore stimolata dalla spiritualità religiosa che deve essere il parametro guida nelle relazioni tra gli stati nazionali.

Mediante questa morale superiore, questa virtù fondamentale deve esprimere un’etichetta di rito che permetta la conoscenza reciproca tra le parti in causa e che a livello microscopico deve permettere di coinvolgere i popoli nelle relazioni internazionali, rendendoli protagonisti del cambiamento in atto, proprio come deve avvenire tra Pyongyang e Seul o tra Pechino e Taipei, la costruzione di un impalcatura pacifica che deve iniziare e trarre spunto dall’instaurazione di relazioni diplomatiche tra le parti finalizzate alla condivisione del fine di unificazione concreta del paese in assenza di ingerenze esterne, quale ad esempio potrebbe essere un richiamo al voto popolare unito e sincronizzato in cui si decide quale partito sostenere per definire la transizione inerente alla unificazione, una votazione popolare di tutto il popolo cinese di Taiwan e della PRC che definisca gli equilibri in seno all’assemblea popolare dei partiti rappresentati, i quali per primi devono trovare la sintonia di unificarsi ideologicamente, in quanto sia in Cina che in Taiwan vige un pluralismo democratico, seppure costituzionalmente differente, in quanto in Cina oltre alla presenza di altri partiti esistono i rappresentanti delle 55 etnie che compongono la Repubblica Popolare Cinese.

Quindi allo stesso modo, anche la Corea deve unificarsi seguendo un analogo percorso democratico assicurandosi di non avere alcuna ingerenza esterna né da una parte né dall’altra parte, un mutuo sostegno che possa riportare agli antichi splendori sia la Cina Unificata che la Corea Unificata, una situazione democratica che oltre a definire il partito vincitore, che traghetterà l’unificazione costituzionale nel breve momento di transizione, deve definire il presidente espresso dal partito vincitore che guiderà il mutamento in atto mettendo a ferro e a fuoco il paese per riportare l’ordine originario in considerazione delle proprie radici confuciane comuni, quale viatico di affondo funzionale alla instaurazione successiva di una organizzazione politica superiore, tale che porti i paesi dell’estremo oriente eurasiatico del continente di Aurania, a definire come abbiamo già detto più volte, un nuovo processo confuciano di costruzione di ponti di pace che porti a costituire il cardine continentale della civiltà del Kongfuzistan, il quale comprende tutto il mondo confuciano, che include oltre alla Cina riunita con Taiwan, anche la Corea unificata, il Giappone con tutte le sue isole Curili, la Mongolia, le Filippine, la Thailandia, il Laos, la Cambogia, il Vietnam, la Malesia, il Singapore, il Brunei e l’Indonesia.

Pertanto, questa sfida confuciana è un astro celeste che può portare ad un esemplare gesto di Pace, Giustizia ed Armonia per tutto il mondo, un rituale democratico che può dimostrare alla comunità internazionale dell’Occidente Globalista la forza della giustizia confuciana nel mondo, stimolando a vicenda un progressivo processo di unificazione del mondo in modo giusto, equo, pacifico, armonico e solidale.

Nell’attesa che questo breve saggio possa ispirare sempre più persone, arrivando fino all’estremo oriente eurasiatico di Aurania, Noi Visionari Primordiali continuiamo e continueremo a lavorare per costruire insieme un mondo di Pace, di Giustizia, di Libertà, di Armonia e di Equità per tutti i popoli del nostro pianeta Urantia.

IL PROCESSO DI UNIFICAZIONE DELLA CINA E DELLA COREA
IL PROCESSO DI UNIFICAZIONE DELLA CINA E DELLA COREA

I PROCESSI DI UNIFICAZIONE DEL MONDO SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

di Vincenzo Di Maio

Volenti o nolenti l’unificazione politica del mondo è un processo inesorabile e inarrestabile che sarà sancito e proclamato dal Salvatore Promesso dall’escatologia profetica delle Cinque Sacre Religioni Tradizionali Rivelate e Autentiche, quale futuro Imperatore Planetario definito dalla terminazione della battaglia finale tra forze della luce e forze delle tenebre, nonché re sacerdote del Sole e della Luna che, attraverso la sua universalizzazione cosmica del nostro terrestre pianeta Urantia, determinerà il nostro luogo d’essere nello spazio cosmico.

Pertanto, in preparazione di tale evento ieratico, abbiamo il dovere di affrontare con metodo confuciano il tema di questa unificazione planetaria, in quanto l’unica via di comprensione di questo evento è che esso sia possibilmente un processo pacifico di cooperazione bilaterale e multilaterale tra le parti in causa, un criterio di cooperazione che si basa sulla individuazione di una cartografia antropologica di prossimità tra due o più stati, a seconda del focus di osservazione cartografica planetaria sul locus osservato nella prossimità cartografica mediante il modus osservante dell’approccio cartografico determinato, degli strumenti di conoscenza confuciana che determinano quelli che sono “i ponti di pace tra i popoli”, ossia le comunanze antropologiche bilaterali e/o multilaterali tra i popoli di determinate soggettività che nelle relazioni internazionali il livello più basso di analisi è rappresentato dal rapporto tra gli stati-nazione secondo la prospettiva realista.

Così nel mentre oggi si procede da più parti ad avere prospettive unificatrici basate sul principio darwinista nell’anarchia internazionale basato sull’uso della forza politica oppure basato sull’impiego della capacità economica, il criterio confuciano si basa sulla prossimità antropologica di comunanze finalizzate all’unificazione politica mediante accordi di rito che determinano le modalità processuali di unità tra due o più parti in questione, un principio politico confuciano che, restando per convenzione metodologica nel continente eurasiatico di Aurania, fa dell’Unione Europea un costrutto burocratico tessuto sopra gli stati senza il beneplacito dei popoli per finalità economico-finanziarie, privo di un chiaro procedimento di unificazione politica dell’Europa, un processo di integrazione che parte già dal presupposto erroneo di non aver ancora compreso il significato di Europastan, ovvero di quel triangolo geografico compreso tra Lisbona-Oslo-Istanbul, situato a Ovest di Aurania, che permette di annettere la Turchia europea della Tracia ma non la fantomatica Ucraina, in quanto la penisola della Tracia è per approssimazione una Turchia separatista da annettere all’Europa mentre l’Ucraina è uno stato-nazione appartenente per comunanza storico-antropologica con l’evoluzione di tutta la storia dei Russ’ di Kiev fino all’esteso impero zarista poi sovietico dell’URSS.

In questo modo, secondo tale principio confuciano e territorialista, mentre la Turchia dovrebbe dividersi dalla Tracia lasciandola come stato indipendente, finalizzato alla creazione politica di Europastan, la Turchia di Ankara deve guardare al mondo turco-arabo-persiano del Muslimistan, quale Centro politico-antropologico del continente eurasiatico di Aurania che segue le disposizioni dell’applicazione politica dell’antico Feng Shui confuciano.

Questo processo può avvenire pacificamente attraverso una visione di insieme del continente eurasiatico di Aurania, il quale permette ingegneristicamente di comprendere che in Europa si procede seguendo dettami di applicazione dell’unificazione attraverso il coinvolgimento di tutti i livelli amministrativi, sincronizzati da un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 7% espletato in un unico giorno di votazione sincronizzata per tutti i popoli d’Europa, una votazione che determinerà il partito europeo vincitore con il suo Magister Politicus che, proprio come nell’antica romanitas, guida i popoli d’Europa non solo politicamente ma direttamente attraverso il suo esempio e con un premio di maggioranza del 50%, un vantaggio per tutte le parti in causa che permetterebbe a questa repubblica delle repubbliche di essere una Repubblica Magistrale, una repubblica stabile e democratica che permetterebbe di aiutare il resto del mondo a seguire l’esempio europeo per unificare prima le civiltà cardinali e poi i continenti, e infine il mondo intero, seguendo le orme degli avi e degli antenati che antropologicamente ci hanno preceduto nella storia dell’umanità finora conosciuta.

La parola ai popoli quindi, diventa il motore di un consensus populi che permetterebbe democraticamente di sentire il proprio senso di appartenenza evitando il diritto alla rivoluzione dell’Imperium Populi con tutte le sue implicazioni incognite risultanti, e in questo senso quindi questo approccio riguarderebbe non soltanto l’Europastan e il Muslimistan, ma tutto il continente eurasiatico, ricordando che il Russistan riguarda tutte le ex repubbliche socialiste sovietiche senza il contenzioso con il Giappone sulle isole Curili, come l’Indostan che comprende India, Pakistan, Nepal, Bhutan, Bangladesh, Myanmar e Sri Lanka, e infine il Kongfuzistan che comprende tutto il mondo confuciano, il quale include e prevede in una visione unificata la Cina riunita con Taiwan e Hong Kong, il Giappone con tutte le sue isole Curili, la Corea unificata, la Mongolia, le Filippine, la Thailandia, il Laos, la Cambogia, il Vietnam, la Malesia, il Singapore, il Brunei e l’Indonesia.

Pertanto seguendo il metodo confuciano applicato all’Europastan, si può riprodurlo con opportune differenziazioni particolaristiche di tipo antropologico, a tutte le altre quattro civiltà cardinali del continente eurasiatico di Aurania, e in questo modo a tutte le altre civiltà continentali del mondo, ad esclusione del continente antartico di Aramu che sarà istituito dall’insediamento dell’Imperatore Planetario, un principio costitutivo di civiltà che permetterà di risolvere le differenze geopolitiche attuali dando voce ai popoli anziché ai governi, delle civiltà che di per esse nomineranno dei affidatari per regolare i rapporti tra le civiltà a livello continentale, tale che farà emergere un Visor Continentalis, un supervisore del continente che coordinerà le relazioni tra le parti e che a sua volta rappresenterà il suo continente alla corte imperiale planetaria, nella futura capitale imperiale di Augustalia, per il governo del mondo.

Quindi da questo punto di vista l’unificazione mondiale non è il frutto di un approccio selvaggio determinato dall’anarchia internazionale e dal darwinismo sociale dei rapporti di forza, ma è definito dalla strutturazione di ponti di pace applicati verticalmente e orizzontalmente secondo le indicazioni politiche del Feng Shui e dei suoi cinque guardiani continentali, che vanno così a definire l’intera impalcatura disposta per facilitare il dialogo in assenza di potere di veto o dell’uso della forza che invece si sposta diventando prerogativa esclusiva dell’Imperatore Planetario.

Così in questo modo, seguendo l’iter metodologico confuciano, i processi di unificazione del mondo sono scelti tra due opzioni: i processi di guerra o i processi di pace. Scegliamo bene!

I PROCESSI DI UNIFICAZIONE DEL MONDO SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO
I PROCESSI DI UNIFICAZIONE DEL MONDO SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

Il mistero della tredicesima tribù

di Michele Fabbri

13 Ottobre 2020

Il mistero della tredicesima tribù d’Israele è uno dei più affascinanti temi della storia universale. Com’è noto, la Bibbia ci parla di un popolo ebraico suddiviso in dodici tribù: ma c’è chi ha contato anche una tredicesima tribù, che sarebbe quella dei Cazari, il misterioso popolo delle steppe eurasiatiche, di origine turca, che si stanziò nel nord del Caucaso e nell’est dell’Ucraina alla fine del VII secolo, e che cominciò a praticare la religione ebraica fra l’VIII e il IX secolo.

Originariamente i Cazari erano pagani e praticavano culti sciamanici in onore di Tengri, dio del cielo. Le religioni monoteiste offrono alle classi dirigenti evidenti vantaggi in termini di controllo sociale, e i sovrani cazari venendo in contatto con le “genti del Libro” avranno valutato la possibilità di aderire a questi culti. Poiché l’Ebraismo è oggi conosciuto come una religione che prevede la conversione solo in casi specifici definiti dalle autorità rabbiniche, c’è da chiedersi come sia possibile che un intero popolo si sia convertito alla religione mosaica. Probabilmente i Cazari hanno cominciato a praticare questa religione imitando le comunità ebraiche con cui venivano in contatto, e dato che praticavano il culto in massa le autorità religiose ebraiche non hanno avuto modo di esercitare un controllo nei riguardi di tale fenomeno. Tanto più che gli ebrei che erano perseguitati nell’Impero Bizantino o nei paesi arabi trovavano proprio nel regno cazaro un potente alleato. Da parte dei Cazari, inoltre, l’adozione del Giudaismo probabilmente era percepita come un elemento che li distingueva dai minacciosi vicini cristiani e musulmani. Evidentemente questi sono i motivi che hanno convinto i sovrani e gli aristocratici cazari a praticare l’Ebraismo.

Fra i Cazari erano diffusi anche Cristianesimo, Islam e l’antico paganesimo, ma la scelta della nobiltà venne seguita dalla maggioranza della popolazione, dando all’Impero Cazaro la connotazione di regno giudaico.

Per amministrare la giustizia esisteva anche una sorta di assemblea di magistrati che erano scelti in modo da dare rappresentanza ai fedeli delle religioni praticate nell’Impero: ebrei, cristiani, musulmani, pagani.

L’Impero Cazaro finirà con l’espansione della nuova potenza emergente nella regione: la Russia. Del resto sappiamo che quando il sovrano della Russia di Kiev, Vladimiro il Santo, decise di scegliere una religione monoteista per il suo popolo, valutò oltre al Cristianesimo e all’Islam anche l’Ebraismo: pare quindi che l’esempio dei Cazari sia stato preso in considerazione.

La storia dei Cazari non era sconosciuta, ma il primo intellettuale che ha portato il tema all’attenzione del pubblico di massa è stato Arthur Koestler, col libro del 1976 La tredicesima tribù.  Koestler affermava che con la dissoluzione dell’Impero Cazaro, grandi masse di persone che praticavano l’Ebraismo si diffusero in tutta l’Europa dell’Est, e richiamava l’attenzione sul fatto che la maggior parte degli ebrei sterminati dal nazismo fossero probabilmente di origine cazara. Secondo questa tesi quasi tutti gli ebrei ashkenaziti altro non sarebbero che i discendenti dei Cazari. L’ipotesi di Koestler è stata tenuta in considerazione inizialmente, ma poi è stata ridimensionata dalla storiografia più recente, e le ricerche genetiche hanno dato risultati frammentari (tuttavia nel valutare questi dati occorre tener presente che viviamo in un’epoca in cui la politica esercita un controllo asfissiante sulla ricerca storica).

L’ipotesi cazara ha suscitato un dibattito sull’identità israeliana e sui fondamenti del sionismo: protagonista di questo dibattito è lo storico israeliano Shlomo Sand che si segnala per l’onestà intellettuale delle sue affermazioni, al punto che viene considerato quasi come un “traditore” nello stato ebraico. In Israele i Cazari sono stati oggetto di un documentario televisivo e di un libro pubblicato da una piccola casa editrice: l’argomento tuttavia è diventato piuttosto “imbarazzante” e i media israeliani e occidentali tendono a non parlarne…

Sand ha operato una radicale decostruzione dell’identità israeliana, e cita esempi di fedeli dell’Ebraismo che non appartengono alla popolazione stanziata in Terra Santa nell’antichità: il caso più famoso è quello dei Falasha, gli ebrei etiopi. Ma ci sono altre significative manifestazioni di una propensione missionaria dell’Ebraismo: il regno himyarita nel IV secolo, il regno della regina berbera Kahina in Nord Africa, testimonianze latine di antichi romani convertiti alla religione di Mosè…

Inoltre la leggenda delle tribù perdute d’Israele suggerisce l’idea che l’Ebraismo possa assumere forme non abitualmente prese in considerazione dalla cultura corrente. A questi elementi si possono anche aggiungere le ipotesi di Sigmund Freud sull’origine egizia dell’Ebraismo.

La questione è tutt’altro che secondaria: la pista cazara e la possibilità di conversione all’Ebraismo non riguardano solo l’origine etnica di coloro che oggi sono considerati ebrei ma, cosa ancor più importante, pongono il quesito se l’Ebraismo possa essere considerato religione missionaria. Le evidenze storiche mostrano che, almeno in alcuni momenti, la religione di Mosè ha fatto proselitismo.

La definizione dell’identità ebraica è un tema storiografico che può portare a conclusioni assolutamente destabilizzanti per gli equilibri strategici mondiali: non c’è bisogno di sottolineare quanto sia importante il mito di Israele per la psicologia delle masse contemporanee. La questione ebraica, il sionismo, l’antisemitismo sono temi sui quali i nostri illuminati governanti legiferano con grande leggerezza, verosimilmente senza nemmeno sapere di cosa parlano. E se il mito dell’identità israeliana dovesse crollare, trascinerebbe nella sua rovinosa caduta l’intera classe dirigente occidentale, che di quel mito ha fatto la sua stessa ragion d’essere!

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Arthur Koestler, La tredicesima tribù, UTET 2004, p.215

Kevin Alan Brook, The Jews of Khazaria, Rowman & Littlefield Pub Inc 2018, p.357

Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, Rizzoli 2010, p.536

Shlomo Sand, Come ho smesso di essere ebreo, Rizzoli 2013, p.149

Sigmund Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica. Tre saggi, Bollati Boringhieri 2013, p.152

Sito web: http://www.khazaria.com/


Tratto da: Centro Studi La Runa

Il mistero della tredicesima tribù
Il mistero della tredicesima tribù

LA QUESTIONE PALESTINESE SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

di Vincenzo Di Maio

Tralasciando tutta la storia di soprusi subiti dai palestinesi dal 1947, anno di fondazione dello Stato di Israele fino ad oggi, ciò che emerge è un quadro di spietato colonialismo militare e politico di un territorio assegnato dagli imperialismi di Yalta in seno all’ONU, un’insediamento di massa di giudei provenienti da tutto il mondo con il beneplacito di Stati Uniti d’America (USA) e dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), che è stata la progressiva rovina della vita del popolo palestinese, un soggetto abbandonato nelle Relazioni Internazionali che è stato lasciato solo a reagire contro incredibili finanziamenti all’economia di guerra degli israeliani.

Per fare ciò Israele ha fatto tesoro del sostegno di un Sionismo Internazionale che lo ha protetto e messo sempre in posizione di predominio, rispetto sia ai palestinesi e sia al mondo arabo del Muslimistan in generale, attraverso fondi a pioggia delle potenti multinazionali angloamericane e dei cartelli bancari mondiali, un’apparato internazionale influente che è l’unica vera forza dello Stato di Israele nell’area.

Questo apparato internazionale sempre più complesso, sia politico che economico e culturale mondiale denominato Sionismo, è il fondamento su cui poggia l’esistenza di questo “stato inesistente” che è lo stato nazione di Israele, uno stato che esiste soltanto come fondazione moderna nel XX secolo e che non è mai esistito storicamente, in quanto la famosa terra promessa agli ebrei (e non ai giudei), era il territorio situato intorno all’anno 1000 A.C. nei pressi del fiume Hebron, prima della famosa diaspora di queste dodici tribù fondate da Giacobbe e protette dal suo angelo Israele, detto anche Israel o Azrael, di cui l’unica rimasta fu quella dei giudei che poi ebbero vicissitudini con il vicino Regno di Babilonia.

Ai giudei poi, si aggiunsero nell’alto medioevo la tribù dei Kazari askhenaziti, che secondo Arthur Koestler viene definita come tredicesima tribù, i quali dopo essersi convertiti in massa all’ebraismo, incrementarono le fila dei giudei che perlopiù vennero sterminati nel 70 d.C. dall’esercito romano, guidato da Tito Flavio Vespasiano (il futuro imperatore Tito) che assediò e conquistò la città di Gerusalemme, occupata dai ribelli giudei sin dall’inizio della rivolta, nel 66 d.C..

Quindi questa accozzaglia razziale dei giudei, i quali si sono nel tempo insediati in quasi tutti i paesi del mondo, hanno generato nel XIX secolo l’ideologia nazionalista del Sionismo che faceva del capitalismo economico iniziato dai mercanti altomedievali e sostenuto dai guelfi, era il baluardo del loro operato finanziario, proprio come il comunismo politico di Karl Marx, era per certi versi il baluardo del loro operato culturale, la commistione di una struttura colonialista che ha conquistato il mondo attraverso la globalizzazione tecnoeconomica dell’Alta Finanza e la sua cultura ideologica di Globalismo Satanico dell’americanismo, o se preferiamo dell’Anglosfera in generale, la quale non solo ha permesso la creazione di uno stato inesistente nel 1947 ma di arrivare a minacciare di sterminio i palestinesi durante il genocidio iniziato il 7 ottobre 2024.

Per fortuna nel mondo giudaico, il sionismo non è endemico e totale ma salva una buona parte di essi che, come Naturei Karta sono un gruppo religioso ortodosso che rifiuta di riconoscere l’autorità e la stessa esistenza dello Stato di Israele, in base alla rigida interpretazione del giudaismo, della Torah e di passi del Talmud, a dimostrazione del fatto che il sionismo internazionale non è una questione religiosa e spiritualista ma prettamente politica e materialista, una questione nodale che interpreta in modo orizzontale i segni della fine dei tempi, diventando essi stessi emissari di Satana e guida dell’Anticristo di San Paolo di Tarso, che ricordiamo essere non tanto una singola persona ma una moltitudine di persone che vivono tra noi, all’interno dell’umanità terrestre, sia socialmente quanto psicologicamente come i cattivi pensieri devianti e culturalmente come modelli culturali perversi come la cultura Woke del movimento LGBTQ+ e non solo.

Pertanto il sionismo internazionale che si nasconde in quasi tutti i paesi del mondo, è un movimento criminale che avversa l’umanità intera, di cui i palestinesi non sono altro che il popolo più succube degli ultimi 80 anni di persecuzione e di vero e proprio genocidio lento e inesorabile, che autorizza a tutti gli effetti, non solo la rivolta aperta dei palestinesi rispetto all’occupazione militare di israeliani e del loro sostegno geopolitico e militare degli angloamericani, ma spinge gli arabi ad unirsi nella regione per impedire la formazione del progetto sionista del “grande israele” e spinge il resto del mondo a prendere una posizione netta in tale direzione in tutti gli stati del mondo, ivi compresi gli Stati Uniti d’America, in cui di recente il presidente Trump ha fatto una proposta indecente al presidente dello Stato di Israele Netanyahu di deportare i palestinesi da Gaza per realizzare una costa turistica israeliana nel mediterraneo.

Molti sono i contrasti che stanno emergendo da più parti e trasversalmente in tutti i livelli di analisi, ma ciò che conta è sapere che la Palestina Storica deve tornare a splendere, in quanto la tesi di “due popoli in due stati” non è neanche comprensibile o da prendere in considerazione, poiché l’intera Palestina appartiene ai Palestinesi, che sono tutti arabi e allo stesso tempo musulmani, cristiani e buoni giudei i quali possano finalmente convivere insieme al più presto in uno stato laico e religiosamente tollerante.

LA QUESTIONE PALESTINESE SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO
LA QUESTIONE PALESTINESE SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

Atlantide: Mistero svelato

di Felice Vinci

“È vero quello che Platone narra? Questa è la domanda di chiunque s’avvicina al racconto di Atlantide”. Così il famoso grecista Enrico Turolla (1896-1985) introduce il mito dell’isola scomparsa, che è stato evocato per primo da Platone nei dialoghi Timeo e Crizia e che da allora nel corso dei secoli ha fatto sempre scorrere fiumi d’inchiostro.

La risposta che si dà questo illustre studioso è chiara e netta: a suo avviso, Platone “è portatore di una voce che viene di più lontano. Egli ha ricevuto, ha sistemato; non ha inventato; anzi ha conservato fedelmente, come l’accenno al continente al di là del mare (Timeo, 25a1) senza possibilità di dubbio, dimostra”. Il riferimento è al passo in cui Platone afferma che nell’Atlantico, al di là dell’isola perduta, vi sono altre isole, oltre le quali quell’immenso mare è circondato da “una terra che veramenteindubbiamentecon assoluta certezza si può chiamare un continente”. Ora, che un grandissimo pensatore come Platone, con una prosa sempre elegante, abbia messo in gioco la propria credibilità scommettendo – attraverso l’uso invero inconsueto di tre avverbi consecutivi, l’ultimo dei quali al superlativo – sull’esistenza di un continente oltremare che alla sua epoca era del tutto sconosciuto, ci attesta l’attendibilità del suo discorso (e della fonte a cui aveva attinto, nella quale evidentemente riponeva la massima fiducia), visto che noi oggi ben sappiamo che quel continente al di là dell’oceano esiste davvero!

Altro argomento che a mio avviso rende verosimile il racconto platonico sta nel fatto che il Crizia si sofferma a descrivere, in parallelo con Atlantide, un’Atene antichissima, fondata e guidata da Atena e da Efesto, inserita in un’Attica morfologicamente tutta diversa da quella attuale: “In quel tempo aveva per montagne alte ondulazioni di terra; le piane che ora si chiamano campi di Felleo, erano coperte di una terra grassa; c’erano vaste foreste sulle montagne (…) Dovunque scorrevano copiose acque di fiumi e sorgenti”. Era differente anche lo stesso territorio della città: “A quel tempo la zona dell’Acropoli non era come è adesso (…) Allora era tanto vasta, che si estendeva fino all’Eridano e all’Ilisso, comprendeva la Pnice e dalla parte opposta era limitata dal monte Licabetto”. In una parola, l’Atene preistorica descritta nel Crizia è alquanto differente dall’Atene greca. Ora, secondo la teoria esposta nel mio volume Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade, l’Atene greca avrebbe effettivamente avuto il suo prototipo in un’altra Atene, quella citata da Omero, fiorita nel secondo millennio a.C. nel mondo del Baltico, dove si sarebbero svolti gli eventi raccontati nei poemi omerici, che solo successivamente sarebbero stati trasposti nel Mediterraneo da popoli discesi dal nord, i quali vi ricostruirono la loro perduta patria baltico-scandinava usando i nomi dei luoghi che avevano dovuto lasciare (come dopo di loro avrebbero fatto tanti altri popoli di migratori: pensiamo a New York, New Orleans e così via). D’altronde, l’ampiezza attribuita dal Crizia al territorio di quella remota città preistorica (situata nella zona della moderna città svedese di Karlskrona, non lontana da quello che era l’omerico Capo Sunio) ha un preciso corrispettivo nell’aggettivo “spaziosa” con cui Omero “fotografa”, si può ben dire, la sua Atene nordica.

Alla localizzazione di Atlantide tutto ciò dà una nuova prospettiva: infatti nel mondo nordico, a partire dalla fine dell’era glaciale, si sono ripetutamente verificati allagamenti e sommersioni di vasti territori. Ad esempio, il Rydbeck ha ipotizzato l’esistenza, durante il periodo megalitico, di un territorio intermedio emerso, nel mare del Nord, fra le isole britanniche e la penisola cimbrica (ossia lo Jutland, chiamato dai Romani Chersonesus Cimbrica). Si tratterebbe dell’antica isola recentemente battezzata con il nome di Doggerland, ma ormai sommersa da millenni, su cui attualmente gli studiosi continuano ad indagare (e che già qualcuno ha accostato al mito di Atlantide). Ora, ciò corrisponde a una precisa indicazione geografica di Platone, secondo cui l’aggressiva civiltà degli Atlanti avrebbe colonizzato, sul continente europeo, una regione detta “Gadirica”, il cui nome sembra accostabile a quello dell’attuale territorio di Agder, nella Norvegia meridionale, situato proprio di fronte al mare del Nord. E qui l’Odissea ci consente di chiudere il cerchio: infatti proprio in quell’area della Norvegia, in una zona non distante da Agder, è collocabile la civiltà dei Feaci, che, come è stato rilevato da vari studiosi, presentano diversi tratti in comune con gli Atlanti del Crizia: pensiamo alla loro vocazione marinara  (Omero li definisce nausiklytoí, cioè “navigatori famosi”), alla loro discendenza dal dio Poseidone, alle caratteristiche della reggia di Alcinoo, ai sacrifici di tori, alla stessa parentela del re con sua moglie, che era figlia di suo fratello.

Soffermiamoci ora per un attimo sulla ricollocazione nordica dei poemi omerici, tema centrale di Omero nel Baltico: essa risulta necessaria per risolvere tutte le macroscopiche incongruenze geografiche, morfologiche e climatiche della tradizionale ambientazione mediterranea, già notate nell’antichità. Ad esempio, l’enigmatico Peloponneso omerico, descritto in entrambi i poemi come pianeggiante a dispetto della tormentata orografia della Grecia, è identificabile con Sjaelland, la grande isola danese dove attualmente sorge Copenaghen; l’unico arcipelago al mondo che corrisponde perfettamente alle puntuali indicazioni dell’Odissea riguardo alle isole adiacenti ad Itaca si trova in Danimarca; nella più lunga battaglia dell’Iliade si combatte ininterrottamente per due giorni consecutivi, il che presuppone il fenomeno della “notte bianca” tipica delle alte latitudini; il clima dei poemi omerici è sempre freddo e perturbato, e invero l’abbigliamento pesante degli eroi corrisponde a quello delle tombe danesi dell’età del bronzo. Inoltre, in Omero ritroviamo tutti i fenomeni delle alte latitudini, dalle aurore boreali alle notti bianche, dalle tenebre del solstizio d’inverno al sole di mezzanotte, D’altronde, secondo Bertrand Russell, la civiltà micenea in Grecia aveva tratto origine dai “biondi invasori nordici che portavano con sé la lingua greca”.

Torniamo ad Atlantide, che con Omero e con il mondo nordico condivide anche altri legami: ad esempio, un passo dell’Iliade racconta che un guerriero troiano, colpito alle spalle, “esalò la vita e muggì, come muggisce il toro tratto intorno a Poseidone Eliconio mentre lo tirano i giovani” (Il. XX, 403-405). Qui il riferimento è al santuario di Poseidone, situato nel luogo che Omero chiama Helikē (da cui l’epiteto di “Eliconio”, Helikōnion, dato al dio del mare): esso è identificabile con l’attuale Helgoland (o Heligoland), una delle isole frisoni, situata nel mare del Nord, a ovest dello Jutland. Ora, Helgoland ha anche un altro nome, Fositeland, derivato da quello di un antico dio frisone, chiamato Fosite, nome che ricorda da vicino quello di Poseidone. Non solo: il corrispondente vichingo di Fosite, chiamato Forseti, che secondo gli studiosi sarebbe un dio piuttosto antico, aveva una dimora, Glitnir, ossia “splendente”, con “pareti, pilastri e colonne d’oro” che viene naturale accostare alla “bellissima casa (…) d’oro, scintillante” di Poseidone (Il. XIII, 21-22). Insomma, è senz’altro plausibile che l’attuale Helgoland (il cui nome significa “terra sacra”) si identifichi con l’omerica Helike, santuario di Poseidone.

Inoltre Glitnir, il palazzo splendente d’oro del dio nordico Forseti, corrisponde non soltanto alla casa scintillante d’oro del Poseidone omerico, ma anche allo splendido tempio costruito al centro della città capitale di Atlantide, descritto in dettaglio nel Crizia e dedicato proprio a Poseidone: “All’esterno tutto il tempio era ri­vestito d’argento; unica eccezione, il fastigio, il quale era d’oro. L’interno invece presentava alla vista il soffitto d’avorio, ornato tutto d’oro, d’argento e d’oricalco (…) E vi erano statue d’oro; il Dio stante in un cocchio, auriga di sei destrieri alati; la sua persona così alta da toccare il tetto con l’estremità del capo (…) In quanto al­l’altare, era in piena corrispondenza, per dimensioni e per prezioso lavoro, con lo splendore dell’ambiente…” (Crizia, 116d-117a).

Un altro punto di contatto fra il mito di Atlantide ed il mondo omerico sta nel passo dell’Iliade letto poco fa: infatti il toro sacrificato a Poseidone Eliconio nel santuario di Helike-Helgoland trova riscontro in un rito che si svolgeva nell’isola scomparsa. Qui infatti, al centro della città capitale di Atlantide, nel fastoso tempio di Poseidone di cui abbiamo appena letto la descrizione, i dieci re dell’isola periodicamente si riunivano per procedere ad una sorta di caccia rituale a un gruppo di tori, seguita dall’immolazione dell’esemplare catturato.

Questo sacrificio era in realtà l’introduzione al rito più solenne di tutti: i re di Atlantide, dopo un sacro giuramento con il sangue del toro sacrificato, diventavano una corte giudicante e pronunciavano sentenze, sempre all’interno del tempio di Poseidone, che così diventava un tribunale (anzi, una sorta di Corte Suprema). È stupefacente il fatto che una significativa traccia di questo tribunale sia rimasta nella mitologia nordica, con riferimento proprio a Forseti e al suo palazzo Glitnir “che è sorretto da colonne d’oro ed è coperto d’argento: Forseti vi risiede per molti giorni e regola tutte le liti” (Grímnismál str. 15). Sempre su Glitnir, “è il tribunale migliore per gli dei e per gli uomini” (Gylfaginning 32): ecco uno straordinario punto di contatto fra Atlantide e la mitologia nordica.

Notiamo a questo punto che anche il ricercatore tedesco Jürgen Spanuth, nel suo Die Atlanter, colloca Atlantide nell’area di Helgoland (con argomentazioni diverse da quelle qui accennate, il che accresce il valore di tale convergenza): egli ritiene che a portare il mito dell’isola perduta in Egitto – dove poi, secondo il Timeo, un sacerdote lo avrebbe raccontato all’ateniese Solone – siano stati i cosiddetti “popoli del mare”, a suo avviso discesi dalle coste nordeuropee.

È stato peraltro osservato che nessuna terra presenta contemporaneamente tutte le caratteristiche che Platone attribuisce alla sua mitica isola. Per superare tale difficoltà, a mio modesto avviso non è irragionevole supporre che il mito di Atlantide nasconda un antichissimo substrato, ossia il ricordo di una sede primordiale ancora più antica, precedente a Helgoland (la quale corrisponde bene ad alcune delle indicazioni che Platone ci fornisce, ma non a tutte). Ad esempio, nel racconto platonico lascia perplessi la presenza degli elefanti: ora, nell’isola siberiana di Wrangel sono stati recentemente ritrovati resti di mammut nani risalenti al 2000 a.C. Dunque gli enigmatici “elefanti” di cui parla il Crizia potrebbero essere l’ultimo ricordo dei mammut con cui in un lontanissimo passato gli Atlantidi avrebbero convissuto, presumibilmente in una terra artica o subartica; successivamente, quando il tracollo di un periodo climatico favorevole la rese inabitabile, essi scesero verso il Mare del Nord e, in una fase ancora successiva, nel Mediterraneo.

Insomma, questa ipotesi dei due substrati, quello originario artico e poi quello nordico, potrebbe spiegare molti enigmi del racconto del filosofo greco, il quale nel Crizia avrebbe privilegiato il primo dei due (penso ad esempio alle grandi montagne che circondavano la vastissima pianura centrale: è una morfologia molto particolare, che trova uno straordinario riscontro nella ricostruzione del suolo groenlandese al di sotto della calotta glaciale, come vedremo tra poco), mentre le pagine del Timeo dedicate ad Atlantide sembrerebbero più influenzate dal ricordo delle bassure del Doggerland (vi è tra l’altro la memoria dell’isola inghiottita dal mare, lasciando sedimenti e fondi melmosi che ostacolavano la navigazione). Ciò inoltre si sposerebbe molto bene sia con l’ipotizzata origine artica dei Celti (provenienti, secondo un’antica tradizione, “dalle isole a nord del mondo”), sia con le possibili relazioni, indagate ad esempio da Vittorio Castellani in Quando il mare sommerse l’Europa, tra la civiltà di questi ultimi, quella di Atlantide e le culture megalitiche, delle quali si ritrovano le tracce praticamente in tutto il mondo.

Ma dovevano esservi anche stretti rapporti con il primitivo mondo indoeuropeo, di cui il mondo omerico ha conservato l’ultima memoria nella “dimora in rovina di Ade”, che, in base a Omero nel Baltico, l’Odissea colloca in un desolato contesto artico (essa trova riscontro nella Terre Gaste delle leggende celtiche e, forse, anche nel ricordo della biblica “terra desolata” di Isaia). Invero con la fine dell’epoca felice di Crono, il signore dell’età dell’oro, il paradiso primordiale indoeuropeo, situato nell’estremo nord, si era trasformato nella gelida terra dei morti, anche se il suo ricordo idealizzato sarebbe rimasto nella memoria dei discendenti migrati verso plaghe più accoglienti: pensiamo all’omerica “pianura Elisia, ai confini del mondo (…) dov’è il biondo Radamanto e la vita per gli uomini è bellissima” (Od. IV, 563-565).

Riguardo al tracollo climatico che segnò la fine dell’età dell’oro e che forse costrinse il popolo di Atlantide a fuggire dalla sua patria originaria verso latitudini più meridionali, un indizio potremmo trovarlo nel “castigo” che Zeus meditava di infliggergli per punirlo della sua crescente malvagità (evidentemente è nel subconscio del genere umano il senso di colpa per i disastri climatici). Non conosciamo la natura di questo castigo, perché il Crizia a questo punto s’interrompe, ma, se pensiamo ad un noto passo dell’Avesta iranico – il dio Ahura Mazda avvertì Yima, primo re degli uomini, che una serie di rigidissimi inverni avrebbe distrutto il suo paese e che dopo di allora vi sarebbero stati dieci mesi d’inverno e due d’estate, ossia l’attuale clima delle regioni artiche – si può supporre che la punizione divina per le malefatte degli Atlanti sia consistita nella distruzione del loro primordiale mondo artico ad opera del gelo e del ghiaccio (forse a causa di una terrificante eruzione vulcanica, oppure per la caduta di un meteorite).

Una possibile conferma della localizzazione artica potrebbe trovarsi nel fatto che le modalità del sacrificio del toro riportate dal Crizia hanno impressionanti analogie con il sacrificio della renna nel mondo lappone: anche in questo caso, come mostrato dal professore finlandese Juha Pentikäinen, vi sono alcuni animali in un recinto chiuso, uno di essi viene catturato con dei lacci e, dopo il sacrificio, un po’ del suo sangue, versato in una coppa, viene bevuto dallo sciamano che dirige il rito. Nel Crizia al posto dello sciamano compaiono i re di Atlantide, tuttavia è indubbia l’atmosfera sciamanica, dai connotati estremamente arcaici, che aleggia attorno ai riti connessi col sacrificio e con le azioni ad esso susseguenti.

Per inciso, sarebbe suggestivo ipotizzare che la corrida spagnola (che nella sua forma attuale risale a tempi recenti) possa aver tratto le sue lontane origini proprio da un rito di questo genere: essa infatti, a ben vedere, più che ad una lotta fra l’uomo e il toro fa pensare a un vero e proprio sacrificio rituale dell’animale, dapprima incalzato e stremato dai picadores e dai banderilleros e poi finito dal matador con un colpo alle spalle, proprio come il guerriero troiano paragonato al toro eliconio. Notiamo anche che nel rito lappone della renna è importante coprire con un panno la testa dell’animale prima di ucciderlo: che in questo gesto trovi la sua lontana origine l’uso del matador di far volteggiare la muleta davanti al toro prima di colpirlo? In ogni caso, è ben noto che gli antichi abitanti della Spagna, i Celtiberi, avevano un’origine celtica e, pertanto, appartenevano ad una cultura in cui è centrale il mito della città scomparsa in fondo al mare, esattamente come Atlantide. D’altronde, per i Celti il sacrificio dei tori è l’elemento più importante del rituale.

Tutto ciò premesso, il primo grande merito del lavoro di Marco Goti è quello di proporre una collocazione originaria di Atlantide basata su solide argomentazioni, quindi molto logica e ragionevole: si tratta della Groenlandia, la grande isola nordatlantica che adesso è in gran parte coperta dai ghiacci, ma che verso l’anno mille della nostra èra, allorché fu colonizzata dai vichinghi norvegesi, venne chiamata “Terra Verde” per la grande estensione di prati che essi vi trovarono al loro arrivo.

Quella era l’epoca del cosiddetto “periodo caldo medioevale”, durato all’incirca dal IX al XIII secolo, allorché la banchisa polare si ridusse notevolmente all’interno del Mare Artico e i ghiacci galleggianti si fecero rarissimi sia intorno all’Islanda, la quale divenne allora una terra fiorente, sia dinanzi alla Groenlandia. È ragionevole supporre che le favorevoli condizioni del mare e l’assenza dei ghiacci nell’Atlantico settentrionale durante quel periodo abbiano favorito non poco le navigazioni dei vichinghi tra la Norvegia, l’Islanda e la Groenlandia. In particolare, come sottolineato dal prof. Franco Ortolani, “le paleotemperature evidenziano un marcato incremento della temperatura media, che consentiva la coltivazione dei vigneti in Norvegia”; ma la vite a quell’epoca cresceva anche in Inghilterra, mentre sulla costa occidentale della Groenlandia, rivolta verso il Labrador, attorno al XII secolo fioriva una diocesi cattolica con un vescovo vichingo (poi distrutta dal ritorno dei ghiacci in seguito all’avvento della PEG, la “piccola età glaciale”, protrattasi per diversi secoli, fino alla metà dell’Ottocento). Ora, effetti così rilevanti nel periodo caldo medioevale furono provocati da un incremento medio delle temperature del nostro continente che restò comunque al di sotto rispetto a quello che millenni prima si era verificato durante l’optimum climatico preistorico.

Invero la particolarissima morfologia “a catino” di Atlantide, con una vastissima pianura centrale oblunga circondata tutt’attorno da catene montuose, consente di identificarla immediatamente con la Groenlandia.

Questa conformazione è in grado di dare un senso logico al complesso sistema di canali che gli Atlanti realizzarono sia all’interno della pianura stessa, sia lungo il suo perimetro, dove era stato costruito un enorme fossato quadrangolare che “riceveva i corsi d’acqua che scendevano dalle montagne, faceva il giro della pianura, tornava da una parte e dall’altra verso la città e da lì andava a scaricarsi in mare” (Crizia 118d). Infatti, in quella situazione geografica così particolare, era assolutamente necessario drenare le acque che, scendendo dai monti verso il centro dell’isola, tendevano periodicamente ad allagarla! Dunque le straordinarie capacità ingegneristiche che Platone attribuisce agli Atlanti non sono assolutamente un frutto di fantasia, bensì rispondono ad una precisa finalità; inoltre sono perfettamente coerenti con le stupefacenti dimensioni di certi manufatti megalitici che tuttora non cessano di stupirci.

Un altro importante indizio a favore dell’identificazione della sede primordiale degli Atlanti con la Groenlandia è che essa corrisponde perfettamente ad una specifica indicazione di Platone, il quale definisce Atlantide sempre “isola” e mai “continente” ma, nel contempo, afferma che essa era “più grande di Libia e Asia insieme”. Per spiegare questa apparente contraddizione, occorre considerare che, mentre per noi il concetto di “grandezza” di un territorio si riferisce normalmente alla sua superficie, per gli antichi la grandezza di un’isola si identificava con la lunghezza del suo profilo costiero, grossolanamente stimabile attraverso una semplice circumnavigazione (a differenza dell’area, che richiede ben altri mezzi). Ciò lo vediamo ad esempio in Diodoro Siculo, allorché riporta la “grandezza” della Gran Bretagna identificandola con il perimetro, inteso come somma dei suoi tre lati (Biblioteca storica, V, 21), ma anche Cristoforo Colombo procede allo stesso modo per l’isola Juana, l’attuale Cuba. Insomma Platone, o meglio la sua fonte, ha confrontato la “grandezza” dell’isola Atlantide con lo sviluppo costiero della Libia e dell’Asia Minore e, in effetti, il perimetro della Groenlandia – che, non dimentichiamolo, è l’isola più grande dell’orbe terracqueo – risulta leggermente superiore allo sviluppo complessivo delle coste della “Libia” (ossia l’Africa settentrionale, da Gibilterra al Sinai) e dell’“Asia” (la Palestina, il Libano, la Siria e la costa anatolica fino al Bosforo).

L’altro grande merito della trattazione di Marco Goti, che ne costituisce a mio avviso l’aspetto più originale e suggestivo – e che conferisce alla sua teoria il requisito popperiano della falsificabilità – sta nella sua proposta, anch’essa motivata con argomenti tutt’altro che banali, di cercare nei pressi di una baia groenlandese, di cui qui non rivelo il nome per non togliere al lettore il piacere della scoperta, i resti della mitica città capitale di Atlantide e del suo grande porto, “rigurgitante di navi e di mercanti provenienti da ogni dove, con un frastuono incessante, giorno e notte, di voci e rumori diversi” (Crizia 117e). La descrizione della sua particolarissima struttura, articolata su tre zone concentriche di canali alternati con lingue di terra circolari, collegate da ponti, costituisce uno dei passi più straordinari del Crizia.

Al riguardo, sempre il Turolla si chiede se “sarà casuale (…) la coincidenza con la struttura di città messicane preistoriche (…) L’isola con una montagna circondata da anelli concentrici di mura e canali (…) viene raffigurata anche nei disegni aztechi dell’Aztlan, la patria appunto degli Aztechi. Dove è notevole la consonanza Aztlan con Atlante”. Invero della leggendaria Aztlan si è detto che si trovava da qualche parte al nord, il che potrebbe corrispondere, sia per la collocazione che per il nome, all’Atlantide groenlandese: ciò d’altronde sembra in linea con l’affermazione di Platone secondo cui l’isola perduta estendeva il suo dominio anche “su parti del continente” situato al di là del mare (Timeo 25b). Osserviamo altresì che la mitologia nordica suggerisce un singolare collegamento proprio tra la Groenlandia e gli Aztechi, una cui ben nota caratteristica era il supplizio del cuore strappato dal petto della vittima: effettivamente, nel “carme groenlandese di Atli”, Hogni viene suppliziato proprio in questo modo (Atlakvidha in Grœnlenzka, str. 21-25). La dimensione groenlandese di Atli è confermata da un altro carme dell’Edda, intitolato Atlamál in Grœnlenzko.

A questo punto, una verifica scientifica dell’eventuale presenza di resti archeologici nel sito groenlandese individuato dal Goti appare assai auspicabile. È quasi superfluo rimarcare che eventuali sviluppi positivi di una ricerca in tal senso avrebbero un impatto enorme sugli studi e le conoscenze della preistoria dell’umanità: la scoperta in quella zona di manufatti riconducibili al racconto di Platone potrebbe dischiudere un mondo completamente nuovo, con la possibilità concreta di fare luce su alcuni misteri tuttora irrisolti, quali l’improvvisa scomparsa delle civiltà megalitiche ed i loro collegamenti con l’originario mondo indoeuropeo.

Tratto da: Arazzo del Tempo

Atlantide: Mistero svelato
Atlantide: Mistero svelato

MUSK ATTACKS!

di Giuliano Noci

Elon Musk non si accontenta di sfidare le normative europee: ora vuole distruggere il sistema dall’interno. Il suo metodo? Finanziare e sostenere i movimenti sovranisti e nazionalisti che vogliono smantellare l’Unione Europea. Il suo obiettivo è chiaro: meno regolamentazioni per i colossi tecnologici, meno controlli, meno tasse. Un’Europa trasformata in un far west digitale, dove lui e le Big Tech possano muoversi senza ostacoli. Le elezioni in Germania saranno un primo test cruciale: il suo endorsement per AfD ha già fatto salire il partito nei sondaggi. In Austria appoggia i suprematisti del Movimento Identitario, nel Regno Unito ha persino elogiato Tommy Robinson, icona dell’estrema destra. Nel frattempo, mentre Bruxelles indaga sugli algoritmi di X, Musk si presenta come un paladino della libertà di parola, accusando l’UE di censura. Ma questa non è una semplice ingerenza. È un assalto frontale al cuore dell’Europa. Se Musk riuscirà nel suo piano, l’UE potrebbe diventare una giungla politica dove le grandi corporation regnano senza regole. E a quel punto, Musk avrà vinto: l’Europa non sarà mai stata così great per lui, ma solo un deserto da colonizzare.

MUSK ATTACKS!
MUSK ATTACKS!

GROENLANDIA: PERCHE’ L’ANTICA ATLANTIDE DEVE APPARTENERE AL CANADA INSIEME ALL’ALASKA

di Vincenzo Di Maio

In questi tempi ultimi, tra le tante cose accadute, si dibatte moltissimo sul ruolo dell’America di Trump nell’attuale quadro strutturale delle Relazioni Internazionali, attraverso una serie di posizioni molto opinabili e che, secondo Noi Visionari Primordiali, non rispecchiano i disegni divini insiti nello spontaneismo radiante della Tradizione Primordiale, come ad esempio in particolare l’ipotesi di deportazione dei Palestinesi, la istigazione dell’Unione Europea attraverso i dazi e per l’ipotesi di imitazione politica del federalismo americano sottinteso al motto di MEGA ideato da Elon Musk, nonché altre bizzarre posizioni come il cambiamento della nomenclatura geografica del Golfo del Messico e l’acquisizione della Groenlandia, attualmente danese, da parte degli Stati Uniti d’America.

Come forse pochi sanno, secondo il sottoscritto e molti altri studiosi, la Groenlandia sarebbe ciò che resta della mitica Atlantide che, secondo Platone, era nemica degli antichissimi popoli Greci, i quali altro non erano che tutti i popoli confederati dal re sacerdote RA del continente di MU, inerente all’antico impero del Sole e della Luna, oggi nascosto dalle nevi del continente di Antartide che, nella nuova Cartografia Planetaria, Noi Visionari Primordiali denominiamo con il termine ARAMU, quale altare augusto di Mu.

In tutto ciò, secondo la prospettiva geopolitica dello spazio vitale, quale principio di spontaneismo insiemistico e criterio di aggregazione continentalista, la prossimità latitudinale della Groenlandia proietta questa isola in linea orizzontale con lo stato del Canadà che, insieme all’Alaska, va a formare la linea di demarcazione dei popoli nativi eschimesi del Grande Canada, a cui si deve aggiungere il dakotan degli attuali Stati Uniti d’America che assumeranno, per lo stesso principio terminologico, il nomen di Grande Potlatch, una parola resa famosa dagli antropologi Franz Boas e Marcel Mauss come nomenclatura di una forma di “economia del dono”, una ulteriore insiemistica indipendentista dei popoli nativi che allo stesso tempo, presi insieme, questo grande nord america, o come Noi preferiamo “grande nord di Aztlanti”, va a deonominarsi come Eskimistan, per ricordare tutti quei movimenti sociali dove l’eskimo fu un giaccone che divenne famoso in tutto il mondo grazie alle rivolte del decennio 1960, e che accomunò i popoli nativi a tutti i popoli oppressi di questo nord di Aztlanti.

Quindi, in vista di una prospettiva indipendentista dei popoli del mondo, come in particolare del nostro Eskimistan, questo grande nord di Aztlanti, quando verrà il Salvatore Promesso dall’escatologia profetica delle Cinque Sacre Religioni Tradizionali Rivelate e Autentiche, troverà la giusta quadra per integrarsi in modo pacifico seguendo i disegni divini di un criterio di “spazio vitale” aggregato, non per darwinismo geopolitico come asseriva Ratzel, ma per prossimità ecologica del paesaggio, definendo così la legittimità del Canada ad integrare a est la Groenlandia e a ovest l’Alaska.

Pertanto le dichiarazioni internazionali di Trump non trovano riscontro in questa prospettiva sacra, tanto quanto Danimarca e Unione Europea nel rivendicare queste terre lontane dal continente eurasiatico di Aurania.

GROENLANDIA: PERCHE' L'ANTICA ATLANTIDE DEVE APPARTENERE AL CANADA INSIEME ALL'ALASKA
GROENLANDIA: PERCHE’ L’ANTICA ATLANTIDE DEVE APPARTENERE AL CANADA INSIEME ALL’ALASKA

BREVE NOTA SUL VINO NELL’ESOTERISMO ISLAMICO

a cura di Giuseppe Aiello

[Ecco] la descrizione del Giardino che è stato promesso ai timorati [di Allah]: ci saranno ruscelli di un’acqua che mai sarà malsana e ruscelli di latte dal gusto inalterabile e RUSCELLI DI UN VINO delizioso a bersi, (47:15)

“Oh vieni, spargiamo petali di rosa e riempiamo la coppa di vino,

Strappiamo il soffitto dell’universo e creiamone uno nuovo.’”

Questi versi scritti dal famoso poeta persiano Hafez sono tipici della tradizione della poesia sufi che celebra sia lo spirituale che il sensuale attraverso metafore legate al vino e all’ubriachezza.

Nella tradizione sufi, il vino è ovviamente considerato divino.

Alcune tradizioni della storia islamica della creazione paragonano Allah al primo Versatore di Vino e i corpi dei credenti a una coppa riempita di Vino.

Il vino, in questa prospettiva può essere visto come il dono della vita stessa, oppure della conoscenza e della scienza divina.

Ecco allora che la “Taverna” – uno dei luoghi più degradati, ove l’uomo che beve vino materiale si abbruttisce e si rovina – diviene è il “luogo” privilegiato dei mistici.

“Bere vino” (celeste) purifica l’anima, la eleva a stati superiori, proprio come di converso, il vino materiale “abbassa” verso stati inferiori.

Curiosamente, nelle opere artistiche a sfondo mistico ed esoterico, è sempre la donna che offre il “vino” all’uomo, durante il viaggio nell’ebbrezza divina intrapreso insieme dalla coppia. Ma ciò necessiterebbe di un discorso molto complesso.

“E si passeranno a vicenda dei calici d’un vino che non farà nascer discorsi sciocchi, o eccitazion di peccato” (52, 22-23 – Bausani)

BREVE NOTA SUL VINO NELL'ESOTERISMO ISLAMICO
BREVE NOTA SUL VINO NELL’ESOTERISMO ISLAMICO

LA PRESENZA SOTTILE

di Luca Rudra Vincenzini

La presenza sottile (solo per meditanti avanzati).

Quando mi trovo in meditazione profonda, faccio sempre caso al desiderio, subdolo e sottile, della mente scimmia (neo-cortex) di voler tornare al pensiero discorsivo!

Mentre osservo il vuoto meditativo difronte a me, il silenzio scolpisce le “forme” della presenza sottile.

La cosa meravigliosa e, al contempo, altamente difficile da gestire, è proprio lo stato di sospensione dal chiacchiericcio mentale. Il punto è permettere a quell’esperienza di silenzio di dilatarsi, ancora ed ancora, di rinnovarsi nell’attenzione con una pressione costante e mai grezza. Il veicolo sul piano uditivo per fare ciò è proprio il sibilo del silenzio.

Non è tanto l’arrivare al silenzio, quanto il permanervi, senza la necessità impellente di ripartire con il pensiero analitico.

Rimanere nello stato è un’attività assai delicata, degna di un equilibrista da circo equestre. Se si mette troppa pressione riparte il chiacchiericcio, se se ne mette poca si cade addormentati, perché ormai, lì in profondità, siamo in onde theta.

È necessario allora sperimentare l’unione degli opposti, da un lato stare fermi, senza volere andare altrove (pensieri), e contemporaneamente muoversi, rinnovando l’attenzione al silenzio (coscienza).

Ebbene in quella dimensione di sospensione, le percezioni si fondono: avverto di essere presente ma non c’è più un me; avverto di essere pietrificato anche se c’è una meravigliosa sensazione di divenire; percepisco uno spazio infinito della coscienza, eppure sono un punto infinitesimale di attenzione; quel pullulare è in continuo movimento, anche se l’indagarne la natura fa riemergere ad un livello meno raffinato di pensiero.

In quel luogo preciso c’è un punto di leva, quello è la cruna dell’ago che separa la coscienza (citi) dall’atto di voler riprendere un corpo (dehini).

LA PRESENZA SOTTILE
LA PRESENZA SOTTILE