Sì: rendiamo di nuovo grande l’Europa

di Marcello Veneziani

05 Febbraio 2025

Il manifesto-appello all’Europa perché torni ad essere grande ha un solo difetto: è scritto da un magnate non europeo che opera negli Stati Uniti, il sudafricano Elon Musk, l’uomo oggi più detestato in Europa, anche se può essere un prezioso partner per noi. Per il resto il manifesto è perfetto e condivisibile, almeno nella sua enunciazione di principio, e l’acronimo che lo riassume e lo battezza, MEGA, è il più indicato per l’Europa perché esprime con il lessico delle origini, la lingua greca, quel pensare in grande, quella megalopsichia, da non confondere con la megalomania, di cui ha necessità l’Europa per svegliarsi. Giusto anche quel “di nuovo”, che ha un senso per gli Stati Uniti, come nell’appello di Trump, in sigla MAGA (Make America Great Again); ma che ha un senso infinitamente più vero, più grande e più antico se riferito all’Europa. Come ben comprese Viktor Orban, il primo a lanciare un appello del genere per l’Europa.
La premessa che manca perché l’Europa torni ad essere grande è però a mio parere una, e certamente non può proporla Musk: occorre una dichiarazione d’Indipendenza europea, proprio come quella che fu alle origini degli Stati Uniti rispetto all’Europa. Oggi, dopo 250 anni, è necessaria la dichiarazione inversa, che sancisca l’indipendenza dell’Europa dall’Atlantico e da ogni altra dipendenza terrestre e marina. L’anno prossimo
Non vorrei dire, seguendo la lezione di Carl Schmitt, che quell’again – di nuovo – in politica è sempre un against – contro – ovvero che la fondazione politica nasce e si cementa sempre rispetto a un nemico, come la risposta a un altro da sé ostile. Non è più tempo di dichiarazioni di inimicizia ma bisogna realisticamente ammettere che le comunità, le alleanze, le unioni, avvengono sempre in risposta a qualcuno, in opposizione a un agente esterno che viene reputato divergente, se non avversario. L’Europa, se vuole avere un ruolo nel mondo, deve dichiararsi indipendente e poi trattare, nel massimo possibile di amicizia con le altre potenze, ma da potenza a potenza, da sovrana a sovrana. A partire dallo storico alleato nel nome della libertà e del benessere, gli Stati Uniti; e al mondo occidentale che deriva dall’Europa, incluso quello latino-americano a sud; ma poi proseguendo nel dialogo col mondo che da sempre è ai nostri confini orientali, in parte dentro e in parte fuori dall’Europa: il mondo slavo, inclusa la Russia. Non dico di abbracciare l’ipotesi di Alexandr Dugin dell’Eurasia, ma è realistico almeno pensare a un’Europa dall’Atlantico agli Urali, come diceva Charles de Gaulle, che comprende l’importanza geopolitica di un rapporto con la Russia. Per poi allargarsi al resto del mondo, a partire dalle potenze più rilevanti, la Cina, l’India, il mondo islamico nei suoi due versanti, il frammentato continente africano e via dicendo. Limitarsi a sbandierare la pace nel mondo, è una puerile ipocrisia che mai è servita a limitare i rischi della guerra, come si è visto; assai più serio è cercare di stabilire confini e negoziati da potenza a potenza nel nome del reciproco vantaggio.
Ma è necessario che si riparta da un proposito generale e programmatico e dunque da una visione del mondo, o meglio da una visione dell’Europa rispetto al mondo. Naturalmente siamo sempre ben consapevoli che ogni appello alla Grande Politica e al pensare in grande s’infrange nel cieco e sordo nanismo europeo, privo di statisti e leader storici.
Ben venga l’appello di Musk se serve a generare una reazione in Europa, anche infastidita, se serve cioè ad affermare la sua sovranità e la sua indipendenza. Solo in questo quadro ha senso chiedersi dell’utilità strategica e militare della Nato, ovvero se è utile mantenere una partnership, purché sia tale, e non solo un’iscrizione da pagare come si fa a una guardia giurata, a un super-vigilante planetario; o se sia preferibile, come io credo, pensare a un esercito europeo che magari si affianca a quello Nato ma con una sua autonomia decisionale. Solo in quella prospettiva è possibile a mio parere parlare di patriottismo europeo e perfino di sovranismo europeo, come fanno alcuni che poi davanti all’ipotesi di rendere concreta la sovranità europea fuggono spaventati sotto l’ombrello di Mamma America.
E aggiungo che, forse cinicamente, dovremmo approfittare di questa torsione nazionale ed “internista” dell’America di Trump e del contraccolpo di diffidenza dell’Europa per il suo avvento e i suoi dazi, per ribadire che anche per noi è il momento di Europa First e dunque la priorità nostrana è la sovranità e l’indipendenza europea, in perfetta sintonia con il credo trumpiano, ma tradotto in lingua e prospettiva europea. Ci piace così tanto il suo panamericanismo che lo facciamo nostro, ma in chiave paneuropeista. Abbiamo seguito al rimorchio se non al guinzaglio degli Usa l’avventura ucraina e poi medio-orientale; stiamo pagando – la Germania più di tutti – un prezzo altissimo dal profilo militare, energetico, commerciale e strategico per allinearci all’America dem e al bellicismo umanitario di Biden; approfittiamo che ora c’è Trump, e si annunciano dazi e trattati con gli Usa, per rilanciare l’Europa e renderla davvero di nuovo grande, come dice Musk, ma autonoma. Dialoghiamo con le potenze dell’Oriente, cercando un beneficio reciproco e una rassicurazione vicendevole; cerchiamo anche lì un accordo. Poi, è chiaro che se qualcuno da Oriente dichiara e dimostra la sua ostilità all’Occidente tout court, con altrettanto realismo, il nostro posto sarà col resto dell’Occidente, a partire dagli Usa.
Alla fine, si tratta di cogliere il positivo del manifesto di Musk e di tradurlo in sano realismo europeo.

Tratto da: Marcello Veneziani BLOG

Sì: rendiamo di nuovo grande l’Europa
Sì: rendiamo di nuovo grande l’Europa

Iran: Occidente persiste nel sostegno ai gruppi terroristici

a cura della Redazione

05-02-2025

Iran – Per decenni, Stati Uniti e diversi Paesi europei hanno sostenuto gruppi terroristici anti-iraniani. L’entità del sostegno occidentale a decine di organizzazioni terroristiche, responsabili della tragica morte di oltre 23mila iraniani dal 1979, è davvero sconcertante. Nonostante questi gruppi siano fuggiti dall’Iran nei primi anni ’80, i Paesi europei e gli Stati Uniti, spinti da un’incrollabile ostilità verso il sistema politico della Repubblica Islamica dell’Iran, hanno chiuso un occhio sui principi umani fondamentali e sulle norme internazionali. Invece, hanno trasformato i loro territori in rifugi sicuri per la pianificazione e l’esecuzione di attività terroristiche e distruttive contro il popolo iraniano.

L’Organizzazione Mujahedin-e Khalq (Mek), uno dei più violenti gruppi terroristici anti-iraniani, ha apertamente riconosciuto nelle sue pubblicazioni e sui suoi media l’assassinio di migliaia di cittadini iraniani, un fatto corroborato da documenti storici sia nazionali che internazionali. Per anni, questo gruppo ha operato impunemente sotto la protezione dei Paesi europei e degli Stati Uniti, nonostante queste nazioni possedessero prove inconfutabili delle attività terroristiche del Mek. Numerosi resoconti di enti ufficiali all’interno di questi Paesi dimostrano che le loro istituzioni politiche, di sicurezza e giudiziarie sono pienamente consapevoli della vera natura del gruppo.

Doverose domande

  • Perché a un gruppo che ha apertamente ammesso l’omicidio a sangue freddo di migliaia di cittadini iraniani viene permesso di operare liberamente in questi Paesi?
  • Non costituisce questo un profondo affronto all’umanità, ai diritti umani e ai milioni di iraniani, tra cui le migliaia di vittime del terrorismo e le loro famiglie, che hanno sofferto per mano di questa organizzazione?
  • Ciò non rappresenta forse un palese disprezzo per il diritto internazionale, i trattati e gli accordi sulla lotta al terrorismo, sulla tutela dei diritti umani e sul sostegno dei diritti delle vittime del terrore?
  • Non è questa una chiara dimostrazione dei doppi standard che pervadono le relazioni internazionali?

Di recente, il gruppo terroristico Mujahedin-e Khalq ha organizzato un raduno in Francia, a cui hanno partecipato diversi ex funzionari occidentali, tra cui un ex Segretario di Stato americano e un ex Primo Ministro britannico. Non si tratta di un caso isolato. Il gruppo ha una lunga storia di organizzazione di tali eventi in Francia e in altri Paesi europei, con l’obiettivo di ottenere il sostegno di politici e personaggi militari in pensione e spesso compromessi. Questi raduni sono stati spesso esaminati da organi di controllo stranieri e giornalisti investigativi per i consistenti incentivi finanziari che, a quanto si dice, sarebbero stati offerti agli invitati.

Iran condanna complicità occidentale

L’aspetto profondamente preoccupante di questa situazione è che consentire a un gruppo noto, con una storia oscura di assassini di migliaia di iraniani e un programma continuo di incitamento alla violenza e all’omicidio, di operare e tenere tali eventi all’interno di un Paese costituisce un implicito supporto ufficiale da parte del governo di quel Paese. Inoltre, altre nazioni che non prendono provvedimenti contro i propri cittadini che partecipano alle attività di questo gruppo stanno, di fatto, tacitamente supportando le sue operazioni.

Per il popolo iraniano, in particolare per le famiglie delle vittime del terrorismo, queste azioni non sono percepite come casi isolati o decisioni personali. Sono viste come prova di un sostegno sistematico al terrorismo e di una flagrante violazione dei diritti umani da parte dei governi occidentali. Questo approccio inevitabilmente erode la fiducia e approfondisce il divario tra il popolo iraniano e le nazioni occidentali.

Questi governi devono riconoscere che esistono numerose vie a basso costo per ricostruire la fiducia con il popolo iraniano e promuovere un percorso verso relazioni migliori e rispetto reciproco. Un primo passo cruciale in questo processo è quello di cessare inequivocabilmente ogni sostegno ai gruppi terroristici che hanno lasciato una cicatrice profonda e duratura nella psiche iraniana.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Iran: Occidente persiste nel sostegno ai gruppi terroristici
Iran: Occidente persiste nel sostegno ai gruppi terroristici

Il complesso di Orfeo

di Roberto Pecchioli

4 Febbraio 2025

L’uomo contemporaneo corre. Non si ferma mai, non prende fiato, non ha una meta, non conosce limiti, né, in fondo, ha altro obiettivo che la corsa. Ha creduto nel mito del progresso lineare: più di ieri, meno di domani, come le promesse d’amore d’ altri tempi. Nel mondo liquido, affrettarsi è insieme mezzo e fine. Un intellettuale francese, Paul Virilio, definì questo modo di essere dromocrazia, il potere della velocità, che nella lingua delle tecnologie digitali si chiama tempo reale, l’immediatezza programmatica che diventa insofferenza, incapacità di attendere, tempo che rotola su se stesso. Prosaicamente, un gatto che si morde la coda e, come in una vecchia canzone, “non sa che la coda è sua”. Uno degli imperativi della corsa è non guardare mai indietro. Ovvio, se tutto ciò che è passato è “meno” rispetto al “più “successivo. Strano che non ci si interroghi mai su un progresso avvitato su se stesso, concentrato nella corsa, che diventa istantaneamente passato. Ne fece il ritratto il poeta Antonio Machado: “Viandante, sono le tue orme /il cammino, e niente più/ viandante, non c’è cammino/ la via si fa andando./ Andando si fa il cammino/ e nel rivolgere indietro lo sguardo / si vede il sentiero che mai /si tornerà a calpestare./ Viandante, non c’è cammino/ solo scie nel mare“. Un manifesto suggestivo, scintillante  ma terribile, del nichilismo contemporaneo.

Jean Pierre Michéa, pensatore francese, ha definito complesso di Orfeo la corsa di chi non si volta mai, attribuendolo alle ideologie e alle culture di sinistra. Chi scrive ritiene invece che del complesso di Orfeo soffra quasi tutta la cultura contemporanea. La sua corsa crea scie momentanee, increspature del mare presto inghiottite dall’onda successiva, cancella la memoria, oblitera il ricordo, lascia in balia di un eterno presente. Nel mito greco, Orfeo era un musicista. Suonava la lira come nessun altro e, morta l’amatissima Euridice, andò a ritrovarla nell’Ade, l’oltremondo degli antichi. Con la musica riuscì ad ammansire il duro guardiano degli inferi, Caronte, e il cane Cerbero.  Gli venne concesso di riportare alla luce Euridice a condizione di non volgere mai indietro lo sguardo sino all’uscita dell’Ade. Orfeo corre e supera la prova, ma gira il capo per rivedere il volto dell’amata che non aveva ancora superato la soglia. Il castigo è immediato: Euridice scompare lasciando Orfeo nel dolore, roso dal senso di colpa.

L’Orfeo postmoderno, al contrario, non si volta e non prova alcun rimorso. Indifferente al passato, ha la convinzione quasi religiosa (tutte le ideologie sono, alla fine, teologie secolarizzate) che oggi sia sempre meglio di ieri, che il progresso – parola magica, caricata di un fascino esoterico – sia una marcia verso l’alto e verso il meglio. Perché voltarsi, dunque? Nel tempo liquido, poi, chi è Euridice, se non il retaggio di epoche in cui anche i sentimenti erano per sempre, non soggetti al progresso, ossia al cambiamento, per natura infedele? Le tradizioni devono essere interrotte (tradizione uguale trasmissione), i principi ricevuti, i valori che ne scaturiscono vanno messi da parte, dimenticati senza volgersi indietro perché la storia ha un’unica direzione, avanti. L’ uomo moderno (ossia al modo odierno) non può cadere nella trappola sentimentale fatale ad Orfeo.

La domanda che sorge, al tempo in cui scienza e tecnica sembrano fornire tutte le risposte a un’umanità che non pone più domande, è: siamo proprio sicuri di essere in viaggio verso il meglio, in transito verso le magnifiche sorti e progressive, oppure la marcia si è interrotta o addirittura invertita? Chi ha il complesso di Orfeo non ha dubbi: le cose vanno per il meglio. O forse no, qualche esitazione serpeggia. Se prima la causa del progresso e quella delle masse popolari erano tutt’uno, oggi le cose sono più sfumate. Il complesso di Orfeo è avanguardista, pronto a seguire il nuovo, il vento della storia. Il problema è che sta perdendo il popolo, che si volta perplesso e non sembra accogliere più con entusiasmo il progresso. La risposta di chi ha il complesso di Orfeo è semplice: noi siamo in anticipo rispetto alla massa, al popolo, che certe cose non le comprende. Intellettuali e artisti propendono per la globalizzazione, la gente comune no.

Giusto eliminare i confini (retaggio retrogrado del passato), le appartenenze e le identità comuni (altro segno di ieri). La rimozione delle barriere, degli ostacoli, dei limiti, si estende ai vincoli familiari. Stupida l’ idea che per avere figli occorra essere sposati:  l’Orfeo contemporaneo lascerebbe Euridice al suo destino, e viceversa; antiquata l’idea che il matrimonio sia tra un uomo e una donna, anti tecnologico che la procreazione sia legata all’incontro tra i due sessi. Orfeo è irritato dall’idea che il suo bagaglio biologico derivi dalla natura e dai genitori; che non si possa scegliere liberamente ed eventualmente revocare (i tempi sono liquidi, le identità fluide, i cervelli gassosi) il proprio aspetto, nome, sesso, anzi genere. Non sopporta di essere gettato nel mondo per scelta altrui, di quei genitori dai quali riceve geni, tratti somatici, luogo di nascita, cultura di appartenenza, lingua, buona parte dei gusti e delle propensioni.

Si nasce in un tempo e in uno spazio di cui Orfeo si sente prigioniero. Odia la realtà perché non l’ha scelta: ecco il vero peccato originale, ecco perché corre senza pensare. Il vero complesso è quello di Adamo, infastidito di essere creatura e non creatore. Come lui, ha ricevuto dei limiti a cui si è ribellato. Come Prometeo ha rubato il fuoco agli dei, scoprendo che brucia. Orfeo si considera un illuminato per cui, come intuì George Orwell, “la rivoluzione non è un movimento di masse alla quale associarsi, ma un insieme di riforme che noi, le persone intelligenti, imporremo alle classi popolari”. Orfeo è progressista ma anche conservatore, nel senso che si tiene ben stretto il potere. Il suo orizzonte è una società aperta, senza frontiere né limiti, in cui tutti sono uguali, omologati dal capitale e dalla forma merce, fungibili, interscambiabili, spersonalizzati, indifferenziati e indifferenti.

Il rispetto del passato, la difesa delle peculiarità culturali e il senso dei limiti sono le teste mostruose dell’idra da abbattere. Il treno del progresso corre con moto accelerato verso un precipizio, ma non importa. Mai voltarsi indietro, avanti come l’automobile di Thelma e Louise lanciata nel burrone. La velocità impedisce di pensare, concentrata su se stessa. Poche sono le voci che invitano a una salutare lentezza, alla riflessione, a prendere fiato. Una apparteneva al filosofo Franco Cassano, il pensiero meridiano del sud del mondo che approfitta della calura di mezzogiorno per meditare, chiudere le imposte e vivere il tempo sospeso della sosta e del giudizio pacato, della valutazione dell’esistente. Orfeo è individualista, estraneo alla dimensione conviviale tematizzata da Ivan Illich. “La società che ne risulta, recisa dall’intenzione personale, ci appare come una danza della morte, uno spettacolo d’ombre generatrici di carenza”.

Correre a perdifiato impedisce anche il pasto comune e familiare in cui si conversa e dibatte stando insieme, seduti e vicini; azzera le tradizioni gastronomiche a favore del cibo di strada distribuito dai nuovi schiavi in bicicletta delle multinazionali del fast food, l’alimentazione frettolosa che ingloba il pranzo solitario e iperveloce nel tempo del lavoro, come afferma l’espressione “pausa pranzo”. Orfeo ama l’identico, è cittadino del Mac Mondo, il non luogo globale a misura dell’uomo a taglia unificata, che sceglie Mc Donald perché identico ovunque. Uguale il menù, uguali le uniformi dei dipendenti, uguali colori e spazi. Orfeo non impazzisce perché si è esentato dal pensare e finisce per approvare le agghiaccianti parole dell’icona pop Andy Warhol: la cosa più bella di Firenze è Mc Donald.

A tanto conduce l’assenza di memoria, l’ansia di cancellazione, la proibizione introiettata di voltarsi e osservare. L’uomo contemporaneo dipendente della fretta, nemico della pausa, dell’indugio riflessivo (il benefico otium romano, tregua al frenetico negotium) si libera del passato in quanto odia non averlo determinato. Il passato sussiste indipendentemente da lui. Analogo fastidio procura il futuro, che non gli apparterrà: Orfeo è il presente, smemorato e senza obiettivi diversi dal piacere immediato vissuto in termini di consumo. Fine della memoria a lungo termine a favore del tempo reale. Finisce anche la selettività dei ricordi che mette al riparo dall’angoscia. Ne fu minuzioso analista Borges nel racconto Funes il memorioso, l’uomo che ricordava tutto, sino a morire travolto dall’accumulo di ricordi che non può selezionare né abbandonare. Funes è l’antitesi di Orfeo, la prova che l’uomo ha bisogno di equilibrio tra memoria ed oblio, di scegliere ciò che va conservato. La cultura della cancellazione è soffocante quanto e più del culto acritico del passato, perché espropria dell’eredità in nome di nulla. Siamo ancora umani, privi di pensiero critico, devoti della lavagna vuota? Ciò che cancelliamo è non solo il legato di ieri, ma quello che abbiamo in comune con gli altri. Orfeo non si volta più verso il volto di Euridice perché questa è il legame, l’Altro che non cerchiamo più, il filo amoroso tra ieri e domani.

Abbiamo bisogno di tornare alla saggezza romana, con la sua rappresentazione del dio bifronte, Giano, i cui due volti guardano sia avanti che indietro. Lontana dal torcicollo di chi si rifugia in un passato immaginario idealizzato in un’Arcadia inesistente e di chi fa tabula rasa rifiutando l’eredità, la civiltà italica immaginò una divinità che presiedeva a tutti gli inizi, ai passaggi e alle soglie, materiali e immateriali, unendo il tempo storico e quello mitico. Giano era detto Consivio, cioè propagatore del genere umano, della civiltà, delle istituzioni. Il dio bicefalo custodiva l’entrata e l’uscita tenendo in mano una chiave e un bastone, mentre le due facce vegliavano nelle due direzioni, passato e futuro. Orfeo ha fretta, corre ma è sconfitto perché si volta e perde Euridice; Giano guarda il futuro con un volto e con l’altro non perde di vista il passato. Il suo sguardo circolare tutto comprende e contiene: il contrario della superbia contemporanea, destinata a regnare solitaria sul deserto. Guai a chi cela deserti dentro di sé, scrisse Nietzsche. E guai a chi li attraversa correndo senza bussola e senza bisaccia.

Tratto da: Ereticamente

Il complesso di Orfeo
Il complesso di Orfeo

Mutilazioni genitali per 80mila donne in Italia: i luoghi comuni da sfatare

Iss, importante problema sanità. Non è prescritta da nessun credo.

Sono circa 200 milioni nel mondo e 80mila in Italia, tra cui 7mila minori, le donne che hanno subito mutilazioni genitali.

La maggior parte degli operatori sanitari italiani, il 60%, però, considera inadeguata la propria formazione sul tema, e cade in errori e luoghi comuni, come quello secondo cui la pratica viene effettuata per motivi religiosi, quando invece non è prescritta da nessun credo.

È quanto è emerso da uno studio presentato durante un evento organizzato dall’Iss e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma in vista della giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (Mgf) che ricorre il 6 febbraio.
“Questa pratica – ha affermato il presidente dell’Iss Rocco Bellantone – è purtroppo una realtà che ci riguarda anche da vicino. Le mutilazioni genitali non sono solo una grave violazione dei diritti umani, ma anche un problema sanitario che richiede il nostro massimo impegno”. “Questo evento – ha detto Walter Malorni, direttore scientifico del Centro di ricerca in Salute globale della Università Cattolica – rappresenta un passo cruciale verso la costruzione di una rete nazionale che non solo diffonda consapevolezza, ma offra soluzioni concrete per la prevenzione e il trattamento delle conseguenze delle Mgf e che possa agire su tutto il territorio nazionale con la collaborazione della medicina territoriale e della Croce Rossa.
L’idea è di proporre al Dipartimento pari Opportunità che si occupa attivamente della questione un Osservatorio Nazionale, una attività di formazione degli operatori sanitari inclusi i mediatori culturali e di comunicazione”.
L’indagine pilota nazionale condotta dal Centro di ricerca in Salute globale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istituto Nazionale e la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà ha coinvolto oltre 300 medici, in particolare ginecologi, ostetriche e pediatri, contattati attraverso survey online, e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista Reports on Global Health Research.
L’Iss individua infine 5 luoghi comuni da sfatare sulle mutilazioni genitali femminili: “sono una pratica musulmana o una pratica religiosa”, “alcune forme sono meno gravi”, “sono praticate solo da persone scarsamente istruite, socialmente svantaggiate o in contesti rurali”, “sono una questione africana” e “praticarle in ospedale riduce i rischi”.

Tratto da: ANSA

Mutilazioni genitali per 80mila donne in Italia: i luoghi comuni da sfatare
Mutilazioni genitali per 80mila donne in Italia: i luoghi comuni da sfatare

IL TICKET USA-ISRAELE

di Davide Lovat

Per ragioni che ho spiegato, tra le righe, nel mio libro “La sinagoga di Satana”, l’asse Washinghton-Tel Aviv (via Londra, naturalmente) è uno dei cardini della politica internazionale dell’Occidente, ridotto ad “Anglosfera” dopo la seconda guerra mondiale.

Il rapporto fra protestanti, massoni e sionisti è costitutivo del Potere negli USA e lo Stato di Israele è una creazione storica (1948) essenziale al metapensiero e all’ethos specifici e fondanti della classe dirigente nordamericana, chiunque eserciti il Potere.

L’evoluzione nella Striscia di Gaza è il naturale sviluppo del piano che vuol portare al “Grande Israele” esteso su quasi tutta la storica “Mezzaluna Fertile”, per compiersi infine con l’edificazione del “Terzo Tempio” in Gerusalemme.

Non so se ci riusciranno, di sicuro non a breve e, per questo, mi consola la certezza di morire prima di vedere un tale scempio in Terrasanta.

IL TICKET USA-ISRAELE
IL TICKET USA-ISRAELE

Il piano criminale di Trump e Netanyahu per Gaza: la pulizia etnica dal volto ‘umano’

di Marquez

5 Febbraio 2025

La proposta di Donald Trump e Benjamin Netanyahu di “risolvere” la questione palestinese con un trasferimento forzato della popolazione di Gaza ha riportato alla ribalta un’idea tanto vecchia quanto inquietante: svuotare la Striscia dai suoi abitanti per trasformarla in un nuovo territorio sotto il controllo di Israele.

Il piano di Trump e Netanyahu per Gaza: un’espulsione forzata mascherata da emergenza umanitaria

Secondo le dichiarazioni rilasciate da Trump e Netanyahu nel loro incontro alla Casa Bianca, “i palestinesi devono lasciare Gaza e vivere in altri Paesi in pace”.  Il presidente Usa nella conferenza con Netanyahu ha poi aggiunto: “I palestinesi devono andare in Giordania ed Egitto e mi aspetto che questi due Paesi li accolgano a braccia aperte”. Nessuna alternativa è prevista.

La proposta prevede un controllo statunitense a lungo termine sulla Striscia, con l’obiettivo di trasformarla in una destinazione di lusso del Medio Oriente, implicitamente destinata all’insediamento israeliano.

Questa retorica non è nuova. Da tempo, il governo israeliano ha reso praticamente impossibile la vita dei palestinesi di Gaza, attraverso blocchi economici, bombardamenti incessanti e distruzione sistematica delle infrastrutture. Lo scopo sembra chiaro: rendere Gaza inabitabile e forzare gli abitanti alla fuga.

Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti

La strategia di Netanyahu non potrebbe realizzarsi senza il sostegno di Washington. Già prima dell’incontro ufficiale, Trump aveva annunciato l’appoggio alla proposta di trasferimento forzato della popolazione di Gaza.

Questo concetto, che secondo il quotidiano Haaretz rientra da tempo nella narrazione politica israeliana, viene ora riproposto in chiave “umanitaria”, con l’obiettivo di giustificarlo agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

L’idea di Trump è semplice quanto cinica: devastare Gaza con bombardamenti incessanti, distruggere ogni forma di vita civile, quindi presentare l’esodo forzato come “l’unica soluzione per evitare ulteriori sofferenze”. Un piano che ribalta il concetto di aiuto umanitario, trasformandolo in uno strumento di espulsione su larga scala: siamo alla pulizia etnica dal volto “umano”.

Gaza come esperimento, la Cisgiordania come obiettivo finale

Ma il piano di Netanyahu non si ferma a Gaza. Le stesse tecniche di devastazione sono già in atto in Cisgiordania, in particolare a Jenin, dove le forze israeliane hanno recentemente demolito decine di edifici e creato corridoi per frammentare il territorio e rendere la resistenza impossibile.

Il Wall Street Journal ha definito queste operazioni una “tattica della torta”, una frammentazione studiata per annientare la popolazione palestinese e costringerla all’esilio.

In altre parole, ciò che sta avvenendo a Gaza potrebbe essere solo un preludio a una più vasta operazione di annessione della Cisgiordania, con il pieno sostegno dell’ amministrazione Trump.

L’Europa osserva ma rimane in silenzio

A fronte di questa escalation, la risposta dell’Unione Europea è stata a dir poco timida. Se da un lato Bruxelles continua a predicare il rispetto del diritto internazionale, dall’altro evita qualsiasi azione concreta per fermare la politica israeliana di espansione forzata.

L’attenzione dell’Europa sembra più focalizzata sulle guerre commerciali con gli Stati Uniti e sulle proprie questioni interne, lasciando che la questione palestinese venga spinta ai margini della politica internazionale.

Nel frattempo, Israele continua a ricevere massicci aiuti militari da Washington. Solo recentemente, gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di oltre un miliardo di dollari in armamenti, inclusi 4.700 bombe da 1.000 libbre e bulldozer blindati, strumenti chiave per la demolizione dei territori palestinesi.

Se la comunità internazionale non interverrà per fermare questa deriva, ciò che oggi sta accadendo a Gaza potrebbe presto estendersi a tutta la Cisgiordania, portando alla scomparsa definitiva della Palestina come entità politica e nazionale.

Tratto da: Kultur Jam

Il piano criminale di Trump e Netanyahu per Gaza: la pulizia etnica dal volto ‘umano’
Il piano criminale di Trump e Netanyahu per Gaza: la pulizia etnica dal volto ‘umano’

DA DEEPSEEK AL DEEP STATE ALL’ITALIANA

Videoconferenza del canale YouTube LA NUOVA OCCIDENTALE, trasmessa il live streaming online il giorno

Con DeepSeek la Cina realizza il suo grande exploit dell’intelligenza artificiale, dirà Mark Andreessen “il momento Sputnik” dell’intelligenza artificiale.

Ma non è tutto oro quello che fa luce…

Dal DeepSeek al Deep State all’italiana, un nostro volo pindarico per parlare della magistratura, con le sue azioni contro Giorgia Meloni e Gianni Alemanno e il doppiopesismo nella vicenda Arcuri, (lui e i suoi assolti per le stesse accuse per le quali Alemanno resta in carcere).

DA DEEPSEEK AL DEEP STATE ALL’ITALIANA
DA DEEPSEEK AL DEEP STATE ALL'ITALIANA
DA DEEPSEEK AL DEEP STATE ALL’ITALIANA

Siria: al-Qaeda aiuta apertamente Israele

a cura della Redazione

04-02-2025

Siria – Sono passati sei mesi da quando Hayat Tahrir al-Sham ha annunciato di voler “coesistere pacificamente” con Israele e con gli americani. Oltre a ciò, i mercenari predicano sentimenti anti-iraniani e anti-sciiti, implementando pienamente l’agenda sionista.

Non c’è da sorprendersi di quanto sta accadendo, poiché anche prima della caduta di Assad, a Idlib, i rappresentanti dell’Fsa alleati con Hayat Tahrir al-Sham avevano apertamente espresso simpatia per i sionisti e si aspettavano che tale cooperazione continuasse in direzione anti-iraniana.

Per quanto riguarda gli attacchi verbali del nuovo “leader” siriano, Ahmed al-Sharaa contro l’Iran, questo linguaggio ha diversi obiettivi:

1 – Placare le autocrazie del Golfo Persico in modo che inizino a versare milioni di dollari nell’emirato di Tahrir al-Sham.
2 – Mostrarsi come un “bravo ragazzo” agli occhi degli Stati Uniti e dei sionisti. Un comportamento simile al defunto Morsi, che credeva ingenuamente che un simile approccio potesse aiutarlo a “raggiungere un accordo con l’Occidente”.
3 – Mantenere la sua autorità agli occhi dell’internazionale takfiri.

Siria e il pragmatismo di Al-Julani

L’ex capo di al-Qaeda capisce che ci sono migliaia di fanatici con un programma anti-sciita tra le sue fila, lo stesso al-Julani, ma in relazione alla necessità di costruire una nuova dittatura, capisce che è importante per lui essere pragmatico. Nessuno gli permetterà di iniziare una guerra con l’Iran, quindi il leader di Tahrir al-Sham può solo agitarsi verbalmente contro la Repubblica Islamica per compiacere i suoi padroni.

L’ispirazione ideologica per i contatti tra “ribelli” siriani e sionismo potrebbe essere venuta da due parti contemporaneamente: i repubblicani statunitensi e i sauditi. I primi hanno a lungo descritto Tahrir al-Sham come una “risorsa importante” della politica americana in Siria, mentre i secondi sono noti per il loro movimento attivo verso la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele. Entrambe le parti sono note per la loro iranofobia. Un dettaglio importante è il fatto che il cosiddetto “ministro degli Esteri siriano” abbia fatto la sua prima visita a Riyadh.

È ovvio che nel prossimo futuro saranno rivelati vari fatti di cooperazione segreta tra i sionisti e l’ex al-Qaeda e, a proposito, tale cooperazione non si limiterà a un’alleanza contro l’Iran e i suoi amici. Israele è ben consapevole che all’interno della Siria ci sono vari attori simpatizzanti per Hamas e che hanno persino un’ideologia simile. Pertanto, il Mossad impedirà in ogni modo alla Resistenza Islamica della Palestina di stabilire contatti tra le organizzazioni “fraterne” e l’Asse della Resistenza.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Siria: al-Qaeda aiuta apertamente Israele
Siria: al-Qaeda aiuta apertamente Israele

Trump congela i fondi dell’agenzia per gli aiuti internazionali e prepara l’uscita dal Consiglio Onu per i diritti umani

a cura della Redazione

3 febbraio 2025

“Non c’è nessuna garanzia che la tregua a Gaza tenga”, ha anche detto il presidente alla vigilia del suo incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Nuova girandola di iniziative dell’amministrazione Trump. Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto di aver assunto la guida ad interim dell’Usaid. Lo riferisce la Cnn. La storica agenzia umanitaria internazionale, creata nel 1961 dal John Fitzgerald Kennedy, è nel mirino del presidente e di Elon Musk. Oggi l’ufficio principale dell’Agenzia è stato chiuso inaspettatamente e i dipendenti hanno ricevuto un’e-mail in cui si intimava loro di non presentarsi e di lavorare da remoto.

Solo nel 2023, l’Agenzia ha erogato 72 miliardi di dollari in tutto il pianeta, dalla salute delle donne nelle zone di conflitto all’accesso all’acqua pulita, dai trattamenti per l’Hiv/Aids alla sicurezza energetica e alle attività anti-corruzione, fornendo il 42% di tutti gli aiuti umanitari monitorati dall’Onu nel 2024. Tra le prime reazioni alla decisione di depotenziare l’Usaid quella della Colombia che ha annunciato una necessaria ristrutturazione dei meccanismi di assistenza ai migranti venezuelani in fuga dalla crisi economica e sociale.

Secondo il sito Politico Trump firmerà oggi un ordine esecutivo per ritirare gli Stati Uniti dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (HRC) e bloccare i finanziamenti all’Unrwa (l’agenzia Onu che si occupa dell’assistenza ai profughi palestinesi) , dopo la sospensione decisa da Joe Biden. “Non c’è nessuna garanzia che la tregua a Gaza tenga”, ha detto il presidente alla vigilia del suo incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Tra le altre novità di giornata si è saputo che il segretario al Tesoro Scott Bessent guiderà temporaneamente il Consumer Financial Protection Bureau, dopo che Trump ha licenziato il suo direttore Rohit Chopra in una mossa che probabilmente scuoterà l’agenzia indipendente che protegge i consumatori. Chopra, che era stato nominato a capo dell’agenzia nel 2021 e che avrebbe dovuto svolgere un mandato di cinque anni, aveva intrapreso una linea rigorosa a tutela dei consumatori contro le pratiche finanziarie ingiuste.

Tratto da: Fatto Quotidiano

Trump congela i fondi dell’agenzia per gli aiuti internazionali e prepara l’uscita dal Consiglio Onu per i diritti umani
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