IL MOVIMENTO PERPETUO

a cura di Chiara Rovigatti

“Il movimento assoluto della vita è il perpetuo risultato di due forze contrarie che però non sono mai opposte. Quando sembra che l’una delle due prevalga, è una molla che si ricarica. Se le due forze sono assolutamente e sempre eguali, l’equilibrio sarà immobilità e per conseguenza negazione della vita. Il moto è risultante di una alternata preponderanza. I due principi dell’equilibrio universale non sono contrari per quanto in apparenza opposti; unica è la saggezza che li mette di fronte. Il bene è a destra, il male a sinistra: ma la bontà suprema li domina entrambi e fa servire il male al trionfo del bene e il bene a riparazione del male.”

(Eliphas Levi)

IL MOVIMENTO PERPETUO
IL MOVIMENTO PERPETUO

Ucraina: una guerra che logora mentre l’inverno stringe la morsa

di Marquez

29 Dicembre 2024

La guerra in Ucraina entra in una fase ancora più complessa con l’arrivo dell’inverno. Il segretario della NATOMark Rutte, ha dichiarato che il conflitto si trova in un limbo: “Non siamo in guerra, ma non siamo neanche in pace”. Tuttavia, il fronte si muove sempre più verso ovest, con Kiev che affronta crescenti difficoltà. La strategia occidentale sembra orientata a fornire un supporto continuo all’Ucraina, ma le sfide sul campo si fanno sempre più evidenti.

Ucraina, progressi continui russi sul campo e difficoltà di Kiev

Un funzionario NATO ha riferito che le truppe russe stanno avanzando più rapidamente rispetto ai mesi precedenti. Se prima il progresso era di pochi metri al giorno, ora si registrano guadagni territoriali fino a 10 chilometri al giorno.

La regione di Kursk, che aveva visto un controllo ucraino significativo, è stata quasi completamente riconquistata dai russi. Nelle regioni di KharkivDonetsk e Zaporizhia, i territori persi dall’Ucraina superano i 1.000 chilometri quadrati mensili, un ritmo che lascia poco spazio a speranze di controffensive efficaci.

Il ministro della Difesa russo, Andrej Belousov, ha sottolineato che nel 2024 le forze russe hanno liberato 4.500 chilometri quadrati di territorio. Le regioni annesse da Mosca, come Donetsk, Kherson, Zaporizhia e Luhansk, sono ormai saldamente sotto il controllo russo, salvo alcune aree marginali.

Un inverno senza tregua

Contrariamente alle aspettative di un rallentamento dovuto alle condizioni climatiche, l’inverno non ha fermato le operazioni militari russe. Le truppe di Mosca continuano a reclutare circa 30.000 nuovi soldati al mese, nonostante le presunte perdite significative. Questo dato solleva interrogativi: se i russi perdono 1.500 uomini al giorno, come dichiarato dalla NATO, sarebbe difficile sostenere tale ritmo offensivo.

D’altro canto, l’esercito ucraino sta affrontando una crisi di reclutamento. Le battaglie prolungate e le perdite massicce hanno portato alla mobilitazione di reclute spesso non adeguatamente addestrate, molte delle quali vengono inviate in prima linea senza esperienza. La situazione è talmente critica che unità specializzate come quelle della difesa aerea vengono trasformate in fanteria per colmare le lacune sul campo.

Ma il film preparato da Washington per il dopo conflitto è già stato preparato e queste cifre servono a preparare l’opinione pubblica: la Russia, nella narrazione apparecchiata, comunque vada non avrà ‘vinto’: avrà perso centinaia di migliaia di uomini, svuotato gli arsenali, devastato l’economia; e l’esercito di Kiev, nonostante sia stato riempito di armi, tecnologia, aiuti di intelligence, dei media, tanto da renderlo uno dei più efficienti al mondo, verrà presentato come un manipolo di coraggiosi, il Davide che ha resistito a Golia.

Il peso delle perdite umane

La questione delle perdite è sempre più centrale. Mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky minimizza i numeri, dati provenienti da canali come Rezident e Slavyangrad parlano di cifre drammatiche. Si stima che i soli necrologi pubblicati dai media ucraini dall’inizio del conflitto abbiano raggiunto quota 540.000, con il numero di militari disabili che supera i 420.000. Il tasso di mobilitazione è sceso drasticamente: dai 35.000 arruolati mensili in estate a soli 20.000 in autunno, con una percentuale crescente di reclutamenti forzati.

L’inverno non ha rallentato nemmeno le operazioni di bombardamento. La Russia ha intensificato gli attacchi alle infrastrutture critiche ucraine, compreso il sistema energetico, mettendo a dura prova la resistenza civile e militare. Kiev risponde con attacchi mirati in territorio russo, ma con l’80% del suo potenziale energetico distrutto, la capacità produttiva di armi e munizioni è gravemente compromessa.

Prospettive di negoziato

Sul piano diplomatico, la possibilità di negoziati rimane lontana. Mosca continua a ribadire che il riconoscimento delle annessioni è una condizione imprescindibile per aprire un dialogo. Nel frattempo, il Cremlino sottolinea che le dinamiche del conflitto sono chiare: “Stiamo andando avanti”, ha dichiarato il portavoce Dmitri Peskov.

Con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca previsto per gennaio, alcune speranze di un cambio di strategia diplomatica si affacciano all’orizzonte. Il presidente eletto ha espresso l’intenzione di incontrare Putin per porre fine al conflitto, ma resta da vedere se questa promessa si tradurrà in azioni concrete.

L’inverno potrebbe non essere solo una stagione, ma una metafora del gelo geopolitico che circonda questa guerra.

Tratto da: Kultur Jam

Ucraina: una guerra che logora mentre l’inverno stringe la morsa
Ucraina: una guerra che logora mentre l’inverno stringe la morsa

DODICI CHAKRA E FILAMENTI DI DNA

a cura di Nemesi Tia

Gli abitanti delle dimensioni superiori non hanno sette chakra come un umano del mondo tridimensionale, ma dodici. Hanno anche tutti i dodici filamenti di DNA attivati. Perché proprio dodici? Qual è il segreto di questo numero? Innanzitutto, ha a che fare con il sistema di dodici livelli del piano sottile che circonda ogni pianeta della nostra galassia. E la Terra non fa eccezione. Quando il sesto e il settimo chakra sono completamente attivati, è possibile raggiungere il potenziale di coscienza dei livelli superiori, la sesta e la settima densità del piano sottile del nostro pianeta, con il potenziale di interagire con gli esseri che vivono lì. Questo è il livello degli esseri illuminati, quelli che chiamate santi.

Loro possono sentirvi perché il livello delle vostre vibrazioni risuona già con le loro vibrazioni, anche se siete ancora nel mondo della terza dimensione con il vostro corpo fisico. Ecco perché le preghiere o le petizioni vengono esaudite da alcuni e non da altri. Qual è la struttura eterica ideale di un essere ad alta vibrazione?

Dovrebbe avere dodici chakra, dodici corpi sottili, una ghiandola pineale completamente attivata e tutti i dodici set di filamenti di DNA. Naturalmente, questo non significa che un tale essere sia già un abitante della Dodicesima Densità. Questa densità è il più alto obiettivo raggiungibile del nostro sviluppo evolutivo, a cui ogni Anima Divina aspira e dove è in grado di creare nuovi mondi propri. Questo è letteralmente il livello del Creatore. In genere, man mano che l’anima “matura”, i dodici chakra e i dodici corpi sottili vengono progressivamente attivati, formando una sorta di “riserva” interna per l’anima, il potenziale per un ulteriore sviluppo. Per quanto riguarda i dodici filamenti di DNA, la loro attivazione è il mezzo con cui queste anime raggiungono il loro obiettivo. Quindi, con ogni spirale di DNA appena attivata, ti avvicini passo dopo passo alla gradazione divina del piano terrestre sottile, che determina il livello di densità diverse tramite la concentrazione di energia, o in altre parole, più alta è la densità, più bassa è la densità di energia. Lo stesso accadrà ai vostri corpi fisici quando alla fine vi sposterete nel mondo della Quinta Dimensione. Diventeranno energeticamente sottili, flessibili e mobili, consentendovi di dar loro qualsiasi forma desideriate.

DODICI CHAKRA E FILAMENTI DI DNA
DODICI CHAKRA E FILAMENTI DI DNA

SULL’AMORE

a cura di Giuseppe AielloSull’amore

Khadija, la prima moglie del Profeta, morì poco prima della sua fuga a Medina, a seguito del boicottaggio imposto al suo clan e alla sua comunità dai pagani della Mecca. Mentre giaceva morente, probabilmente a causa della fame estrema e delle malattie causate dall’embargo, il Profeta non poté fare a meno di piangere. La donna che un tempo era una delle donne più ricche e potenti della Mecca stava ora morendo in una tenda improvvisata, abbandonata dai suoi stessi concittadini. “Hai sofferto tutto questo a causa mia”, le disse singhiozzando.

Il Profeta la seppellì lui stesso, spargendo terra sul suo corpo e livellando la tomba con le sue stesse mani. Secondo alcuni resoconti, andò in isolamento per alcuni giorni, per poi emergere con strisce di lacrime ancora visibili sul viso.

Negli ultimi anni, non smise mai di esaltare le sue virtù: “Quando le persone mi negavano, lei credeva in me”, ha detto, “e quando ero accusato di mentire, lei ha testimoniato la mia onestà.”

Quando i parenti di Khadija comparivano davanti al Profeta, egli subito dava loro il cuscino su cui era seduto. Quando gli veniva chiesto di questo, diceva semplicemente: “Amo coloro che lei amava”.

(Sotto: miniatura del Profeta che esegue l’abluzione rituale alla presenza di Khadija, che gli porta un asciugamano).

SULL'AMORE
SULL’AMORE

L’apocalisse economica dell’Europa è ora

di Francesco Piccioni e Matthew Karnitschnig

24 dicembre 2024

Il 2025 non sarà un buon anno. I tanti segnali di crisi non hanno fin qui spaventato decisori politici e aziende europee al punto da definire con chiarezza l’entità dei problemi, le loro cause e quindi – tanto meno – le possibili soluzioni.

Ma unendo i punti delle diverse crisi viene fuori un’immagine con poche speranze di allegria.

Consigliamo la lettura dell’analisi fatta in questi giorni da Matthew Karnitschnig – giornalista austro-americano, su Politico – proprio perché riassume bene l’interconnessione tra le diverse crisi europee.

Naturalmente non condividiamo affatto la sua visione d’insieme, classicamente neoliberista, né quindi le “soluzioni” che lascia trapelare (“gli europei lavorano troppo poco“, ad esempio), ma questa analisi resta importante per capire cosa sta finendo di distruggere il Vecchio Continente e quanto sia praticamente impossibile che questo declino si inverta prima di arrivare alla logica conclusione.

Sotto accusa, senza neanche nominarlo esplicitamente, è il modello di sviluppo adottato dalla Germania e poi imposto a tutta l’Unione Europea: il mercantilismo, ossia l’adozione del modello di crescita fondato sulle esportazioni.

I nostri lettori più attenti conoscono bene le nostre critiche sociali ed economiche in merito – salari fermi o in regresso, ridisegno delle filiere produttive continentali ad esclusivo vantaggio di quelle tedesche, politiche di austerità che hanno bloccato l’intervento pubblico nella produzione (mentre le aziende preferivano massimizzare con poco sforzo di innovazione tecnologica i vantaggi del modello export oriented), svalutazione dei percorsi formativi di qualsiasi livello e delle università (i “diplomifici” online sono solo l’ultima vergogna di questo processo) e quindi anche un rallentamento drastico della ricerca scientifica (peraltro sistematicamente de-finanziata anche nel settore pubblico).

Il tutto è riassumibile nell’assenza totale di qualsiasi orientamento pubblico (statale o comunitario) che andasse al di là dell’occhiuta sorveglianza di “regole di bilancio” così perfette – sulla carta – da esser sempre state violate da quasi tutti i paesi membri. Ora che tocca anche alla Germania, come si dice, il re è nudo.

Come sintetizza Karnitschnig, tutto questo “ha funzionato… finché non ha funzionato più”. “Il pilota automatico”. alla fine, ci ha portato contro gli scogli…

Molto interessante, ancorché detta di sfuggita, la valutazione di quanto questo modello economico, nel riuscito tentativo di prolungare la propria esistenza senza grandi cambiamenti, abbia contribuito a conquistare l’Est europeo veicolando anche l’allargamento della Nato. Fino ad incontrare la barriera russa…

Nelle analisi sull’espansione della Nato, fatte a sinistra, ci si concentra in effetti fin troppo spesso sul bisogno degli Stati Uniti di rafforzare la propria egemonia portando sempre più ad est le proprie basi militari. Karnitschnig – certo involontariamente – rimette invece al centro quelle ragioni “strutturali” che ogni allievo di Marx dovrebbe ricordare a memoria.

La “conquista dell’Est” è avvenuta secondo il format messo a punto nella riunificazione tedesca (l’Anschluss, secondo la brillante definizione di Vladimiro Giacché), e il suo successo era fondato su pochi ma decisivi pilastri: basso costo dell’energia grazie al gas russo, bassi salari per popolazioni di lavoratori comunque istruite e immediatamente inseribili nel ciclo produttivo, immagine vincente dell’Occidente sul resto del mondo (rafforzato da guerre asimmetriche contro avversari troppo più deboli), superiorità tecnologica (ma solo nei settori maturi, come l’automotive).

Il legame tra successo ed espansione è quindi solare: solo allargando ulteriormente lo spazio da annettere all’Europa capitalistica (e dunque anche alla Nato) quel modello poteva prolungare la propria vita senza troppi scossoni.

Si comprende meglio, a questo punto, cosa volesse dire Mario Draghi a un anno dall’inizio della guerra in Ucraina, quando affermava quasi ogni giorno “La brutale invasione russa dell’Ucraina non era un atto di follia imprevedibile, ma un passo premeditato di Vladimir Putin e un colpo intenzionale per l’Ue. I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica, ed è per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra, o per l’Ue sarà la fine”.

Sfrondata dalla retorica sui presunti “valori” (si è visto quanto fossero concreti quando Israele, con il supporto di tutto l’Occidente, ha cominciato la sua opera di genocidio in Palestina e di aggressione a tutto il Medio Oriente), Draghi faceva coincidere il successo della UE con la possibilità di proseguire l’espansione ad Est, annettendo anche l’Ucraina… e poi si sarebbe visto.

Si comprende dunque meglio, anche, la “strana” condiscendenza europea verso l’aggressività statunitense persino quando questa demoliva asset e relazioni fondamentali per quel “modello europeo” (ad esempio il silenzio e il depistaggio di fronte alla distruzione del gasdotto North Stream, i cui autori sono stati individuati dalla magistratura tedesca nei servizi segreti ucraini, supportati da Usa, Norvegia e Gran Bretagna).

In altri termini la competizione latente tra Usa ed “Europa” poteva svilupparsi solo se la seconda poteva continuare a crescere… ma sempre sotto l’ombrello militare statunitense. Fermata l’espansione, finita anche la competizione, resta solo la subordinazione.

Ciò contribuisce in parte anche a spiegare perché, all’interno dell’Unione Europea, la sofferenza popolare venga capitalizzata per ora soprattutto dall’estrema destra sotto gli slogan di un nazionalismo d’altri tempi e perché questa crescita venga catalogata come “filo-putiniana” anche quando si divide in modo decisamente netto tra “atlantisti-europeisti” (Meloni, l’olandese Wilders, i polacchi di quasi tutti i partiti, ecc) e ben poco attendibili”pacifisti” (Orbàn, Afd tedesca, il rumeno Georgescu, ecc).

Orbàn, da questa angolazione, ha fatto davvero scuola mentre i “democratici” guerrafondai lo criticavano soltanto per il controllo sulla magistratura o le idiozie contro la “cultura gender”.

Se il sedicente “progressismo liberale” ha condotto sull’orlo del baratro e della guerra, e continua a spingere sul trinomio “austerità, guerra e svuotamento della democrazia”, non c’è da troppo da stupirsi che gli ultradestri peggiori conquistino un ruolo importante.

Anche perché i difetti strutturali del modello export oriented sono usciti alla luce del sole: fine della superiorità tecnologica nel principale dei settori maturi (l’automotive cinese è di anni più avanti, ormai), crescita esponenziale del costo dell’energia, restrizione fatale del mercato interno (i bassi salari vanno bene per esportare, ma quando l’export si ferma nessuno lo può sostituire), inesistenza nei settori-guida del presente e del futuro (informatica, piattaforme, intelligenza artificiale, ecc).

Il tutto sotto la spada di Damocle di una popolazione che invecchia, una conclamata crisi demografica (in Italia nascevano oltre un milione di neonati nel 1964, solo 380mila nel 2023), del declino cognitivo di gran parte della popolazione (il 33% non comprende quello che legge), della “fuga dei cervelli”…

Nonché dell’impossibilità di compensare con un’immigrazione che non mette a disposizione competenze già formate altrove (com’era avvenuto con l’Est post-sovietico), non viene accolta con politiche di formazione-integrazione e dunque si trasforma in un ulteriore “problema di ordine pubblico” che ha favorito il risorse del razzismo fascista (specializzato nel risolvere a chiacchiere i “problemi di cronaca”, ma senza soluzioni per quelli “di sistema”).

Su questo continente alle corde si abbatterà ora anche il “ciclone Trump”, ovvero il bisogno degli Stati Uniti di “confermare il proprio standard di vita” sottraendo risorse ad altri. Lo stop nell’espansione ad Est vale però anche per Washington, che reagisce imponendo dazi o minacciandone di nuovi, pretende un aumento delle spese militari (a tutto vantaggio delle proprie industrie) e acquisti più massicci di petrolio e gas (a prezzi quadrupli rispetto a quelli russi). Insomma, declassando l’Europa da predatore secondario a preda.

Non stupisce perciò l’altra sintesi proposta da Karnitschnig: “bloccati nel XIX secolo”, quindi destinati a soccombere.

Sappiamo bene come l’establishment europeo presuma di uscire da questa tenaglia: trasformando ogni cittadino del continente in un “soldato” della produzione e/o dell’esercito (con parecchi problemi derivanti proprio dalla crisi demografica, che non mette a disposizione “forze fresche” da gettare nelle trincee né nelle fabbriche che chiudono), salutando definitivamente ogni pretesa di “democrazia” e concentrando tutti i poteri verso l’esecutivo.

Che però a livello europeo non c’è, visto che la “Commissione von der Leyen” non può essere considerata tale neanche con uno sforzo di fantasia hollywoodiana…

Crisi nera, dunque. Ma è nell’esplodere delle crisi, nei “collassi di sistema”, che si crea lo spazio sociale e politico per rovesciare i rapporti di forza tra le classi e iniziare perciò a cambiare davvero il mondo.

Buona lettura (e buona lotta!).

*****

L’apocalisse economica dell’Europa è ora

Matthew Karnitschnig – Politico

L’Europa sta finendo il tempo.

Con Donald Trump pronto a tornare alla Casa Bianca tra poche settimane e l’economia del continente in una crisi sempre più profonda, le fondamenta su cui si basa la prosperità della regione non stanno solo mostrando crepe: rischiano di crollare.

L’economia europea ha dimostrato una notevole resilienza negli ultimi decenni grazie all’espansione verso est del blocco e alla forte domanda dei suoi prodotti da parte di Asia e Stati Uniti. Ma con il rallentamento del boom economico cinese e le tensioni commerciali con Washington che offuscano il quadro dei rapporti transatlantici, i tempi d’oro sono chiaramente finiti.

I venti contrari economici che soffiano sul continente rischiano di trasformarsi in una tempesta perfetta nel prossimo anno, mentre un Trump senza freni punta l’Europa. Oltre a imporre nuovi dazi su tutto, dal Bordeaux ai Brioni (i suoi completi italiani preferiti), il nuovo leader del mondo libero è certo di rafforzare la sua richiesta che i paesi della NATO contribuiscano di più alla loro difesa o perdano la protezione americana.

Ciò significa che le capitali europee, già impegnate a contenere deficit in crescita in mezzo a un calo delle entrate fiscali, dovranno affrontare ulteriori pressioni finanziarie, che potrebbero innescare nuove turbolenze politiche e sociali.

Le recessioni e le guerre commerciali possono andare e venire, ma ciò che rende questo momento così pericoloso per la prosperità del continente riguarda la più grande verità scomoda: l’UE è diventata un deserto dell’innovazione.

Sebbene l’Europa abbia una ricca storia di invenzioni straordinarie, comprese scoperte scientifiche che hanno dato al mondo tutto, dall’automobile al telefono, dalla radio alla televisione e ai prodotti farmaceutici, si è ridotta a un ruolo di comprimaria.

Un tempo sinonimo di tecnologia automobilistica all’avanguardia, oggi l’Europa non ha nemmeno un modello tra le 15 auto elettriche più vendute. Come ha sottolineato l’ex primo ministro e banchiere centrale italiano Mario Draghi nel suo rapporto recente sulla perdita di competitività dell’Europa, solo quattro delle 50 principali aziende tecnologiche mondiali sono europee.

Se l’Europa continuerà sulla traiettoria attuale, il suo futuro sarà anche quello dell’Italia: quello di un museo a cielo aperto, decadente, per quanto bello, pieno di debiti, destinato ai turisti americani e cinesi.

Stiamo vivendo un periodo di rapido cambiamento tecnologico, guidato in particolare dai progressi nell’innovazione digitale, e, a differenza del passato, l’Europa non è più all’avanguardia,” ha detto a novembre la presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde.

Parlando presso il medievale Collège des Bernardins a Parigi, Lagarde ha avvertito che il modello sociale europeo, tanto celebrato, sarà a rischio se non si cambia rapidamente rotta.

«Altrimenti, non saremo in grado di generare la ricchezza necessaria per affrontare l’aumento delle spese indispensabili per garantire la nostra sicurezza, combattere il cambiamento climatico e proteggere l’ambiente», ha detto.
Draghi, che ha presentato il suo rapporto alla Commissione Europea a settembre, è stato più diretto: «Questa è una sfida esistenziale

Infrastrutture inadeguate

Sfortunatamente, riparare l’infrastruttura economica dell’Europa è più facile a dirsi che a farsi.

Con Donald Trump alla Casa Bianca e i Repubblicani al controllo di entrambe le camere del Congresso, l’Europa non è mai stata così esposta ai capricci della politica commerciale americana.

Se Trump darà seguito alla sua minaccia di imporre dazi fino al 20% sulle importazioni dal continente, l’industria europea subirebbe un colpo devastante. Con oltre 500 miliardi di euro di esportazioni annuali verso gli Stati Uniti dall’UE, l’America è di gran lunga la destinazione più importante per i beni europei.

Per qualche motivo, l’Europa sembra aver fatto poco per prepararsi al ritorno di Trump. La prima risposta della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen alla sua rielezione è stata quella di suggerire che l’Europa acquisti più gas naturale liquefatto (LNG) dagli Stati Uniti. Questo potrebbe compiacere Trump per un po’, ma non rappresenta certo una strategia.

«Il fallimento dei leader europei nell’imparare le lezioni dalla prima presidenza Trump ora ci sta perseguitando», dice Clemens Fuest, presidente dell’Istituto Ifo con sede a Monaco, un importante think tank economico.

Fuest avverte che Trump potrebbe non essere una cattiva notizia su tutta la linea per l’UE. Se, ad esempio, darà seguito ai suoi piani per rinnovare massicci tagli fiscali per i ricchi e imporre nuovi dazi, l’inflazione negli Stati Uniti potrebbe aumentare, costringendo a un rialzo dei tassi di interesse. Questo rafforzerebbe il dollaro, favorendo gli esportatori europei quando convertono i loro ricavi americani in euro.

Trump potrebbe anche essere aperto a una più ampia negoziazione commerciale con l’Europa per evitare del tutto un nuovo giro di dazi.

Tuttavia, il sentimento generale dell’industria europea nei confronti del nuovo presidente è di apprensione, in gran parte perché i dirigenti ricordano bene il passato.

Nel 2018, Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio europei che sono ancora in vigore. L’attuale presidente americano Joe Biden ha concordato di sospendere tali dazi fino a marzo 2025, preparando il terreno per un nuovo scontro con Trump nelle prime settimane della sua nuova amministrazione. I banchieri centrali europei stanno già avvertendo che un nuovo ciclo di dazi potrebbe riaccendere l’inflazione e minare in modo fondamentale il commercio globale.

«Se il governo degli Stati Uniti darà seguito a questa promessa, potremmo assistere a un punto di svolta significativo nel modo in cui viene condotto il commercio internazionale», ha detto recentemente Joachim Nagel, presidente della Bundesbank tedesca.

Problemi di fondo

Sfortunatamente, Trump è solo un sintomo di problemi molto più profondi.

Anche se l’UE è concentrata su Trump e su cosa potrebbe fare in futuro, per quanto riguarda l’economia europea, non è lui il vero problema. In definitiva, con le sue continue minacce di dazi e il suo stile ‘bombastico’, non fa altro che sollevare il velo sul fragile modello economico dell’Europa.

Se l’Europa avesse basi economiche più solide e fosse più competitiva con gli Stati Uniti, Trump avrebbe poco margine di manovra sul continente.

Il divario tra Europa e Stati Uniti in termini di competitività economica dall’inizio del secolo è impressionante. Il gap del PIL pro capite, ad esempio, è raddoppiato, secondo alcune metriche, arrivando al 30%, principalmente a causa della più bassa crescita della produttività nell’UE.

In parole semplici, gli europei lavorano troppo poco. Un lavoratore tedesco medio, ad esempio, lavora oltre il 20% di ore in meno rispetto ai suoi omologhi americani.

Un’altra causa della scarsa produttività europea è il fallimento del settore aziendale nell’innovare.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), le aziende tecnologiche statunitensi investono in ricerca e sviluppo più del doppio rispetto alle loro controparti europee. Mentre le aziende statunitensi hanno registrato un aumento della produttività del 40% dal 2005, la produttività nel settore tecnologico europeo è rimasta stagnante.

Questo divario si riflette anche nel mercato azionario: mentre le valutazioni di mercato statunitensi sono più che triplicate dal 2005, quelle europee sono aumentate solo del 60%.

«L’Europa sta perdendo terreno nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura», ha detto Lagarde nel suo discorso a Parigi.

È un eufemismo. L’Europa non sta solo perdendo terreno, non è nemmeno davvero in gara.

Al vertice UE di Lisbona nel 2000, i leader si impegnarono a rendere «l’economia europea la più competitiva al mondo». Un pilastro chiave della cosiddetta Strategia di Lisbona era «un salto decisivo negli investimenti per l’istruzione superiore, la ricerca e l’innovazione».

Un quarto di secolo dopo, l’Europa non solo non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è rimasta ben indietro rispetto a Stati Uniti e Cina.

L’Europa non è mai riuscita nemmeno a raggiungere il suo scopo di spendere il 3% del PIL del blocco in ricerca e sviluppo (R&D), il principale motore dell’innovazione economica. Di fatto, la spesa per la ricerca da parte delle aziende europee e del settore pubblico rimane ferma al 2% circa, lo stesso livello del 2000.

Le università europee sarebbero un luogo naturale per dare slancio a innovazione e ricerca, ma anche qui il continente è in ritardo.

Tra le migliori università globali valutate da Times Higher Education, solo un’istituzione dell’UE è entrata nella top 30: la Technical University di Monaco, che si è classificata al 30° posto.

L’investimento europeo in R&D «non è solo troppo basso, ma una parte sostanziale fluisce nelle aree sbagliate», ha detto Clemens Fuest dell’Ifo.

Il segreto nascosto

È qui che entra in gioco la Germania. Il segreto poco noto della spesa europea per l’R&D è che la metà di essa proviene dalla Germania. E la maggior parte di questi investimenti si concentra in un solo settore: l’automotive.

Sebbene ciò possa sembrare ovvio dato il peso del settore (il fatturato annuale dell’industria automobilistica tedesca sfiora i 500 miliardi di euro), non è lì che si ottengono i maggiori ritorni sugli investimenti. Questo perché le innovazioni nel settore automobilistico, come il miglioramento dell’efficienza del motore, sono incrementali.

In altre parole, le aziende stanno letteralmente reinventando la ruota, invece di creare nuovi prodotti, come un iPhone o Instagram, che aprirebbero nuovi mercati.

Se non altro, l’Europa è stata coerente. Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in R&D nell’UE erano Mercedes, VW e Siemens. Nel 2022, erano Mercedes, VW e Bosch.

Nel complesso, puntare tutto su un unico settore ha funzionato… finché non ha funzionato più. Sebbene l’Europa rappresenti oltre il 40% della spesa globale in R&D nel settore automobilistico, i rinomati produttori tedeschi hanno comunque perso il treno delle auto elettriche.

Questo fallimento è al centro della crisi economica tedesca, come dimostra il recente annuncio di VW di chiudere alcuni impianti tedeschi per la prima volta nella sua storia.

Il dominio del settore automobilistico tedesco è a rischio poiché la riluttanza a investire nei veicoli elettrici ha spinto altri — in particolare Tesla e numerosi produttori cinesi — a colmare il vuoto. Mentre queste aziende hanno investito pesantemente nella tecnologia delle batterie e acquisito preziosi brevetti, i tedeschi hanno lavorato per perfezionare il motore diesel. Non è andata bene.

La crisi nell’industria automobilistica tedesca è solo la punta dell’iceberg. Il paese sta lottando per affrontare altre sfide complesse che stanno prosciugando il suo potenziale economico. La più grande: una combinazione devastante di una società che invecchia rapidamente e una carenza di lavoratori altamente qualificati.

Molti in Germania speravano che l’afflusso di rifugiati degli ultimi anni avrebbe alleviato questa pressione. Il problema è che pochi rifugiati hanno il background educativo e le competenze necessarie per occupare posti di lavoro altamente qualificati nelle aziende tedesche.

Detto ciò, al ritmo con cui le aziende industriali tedesche stanno licenziando lavoratori, la carenza di manodopera potrebbe presto risolversi, anche se non in modo positivo. Nelle ultime settimane, VW, Ford e ThyssenKrupp, tra gli altri, hanno annunciato decine di migliaia di licenziamenti.

Di fronte ad alcuni dei costi energetici più alti al mondo, a manodopera costosa e a normative gravose, molte grandi aziende tedesche stanno semplicemente trasferendosi in altre regioni. Secondo un recente sondaggio della DIHK, quasi il 40% delle aziende industriali tedesche sta considerando di trasferirsi altrove.

Veronika Grimm, membro del Consiglio di esperti economici tedeschi, un panel apartitico che consiglia il governo tedesco, sostiene che l’unico modo per invertire il declino del paese sia perseguire riforme strutturali fondamentali per incoraggiare gli investimenti.

«La situazione è piuttosto cupa», ha detto Grimm il mese scorso dopo la pubblicazione dell’analisi annuale del Consiglio sullo stato dell’economia tedesca.

Bloccati nel XIX secolo

Come economia più grande dell’UE, le difficoltà economiche della Germania si ripercuotono su tutto il blocco. Questo è particolarmente vero nell’Europa centrale e orientale, che negli ultimi decenni è diventata di fatto il piano produttivo per i produttori tedeschi di auto e macchinari.

Se acquistate una Mercedes, una BMW o una VW, è probabile che il motore o il telaio siano stati prodotti in Ungheria, Slovacchia o Polonia.

Ciò che rende così difficile da risolvere la crisi dell’industria automobilistica tedesca per l’Europa è che il continente non ha altri settori su cui fare affidamento.

Anche qui, il contrasto con gli Stati Uniti è netto.

Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in ricerca e sviluppo negli USA erano Ford, Pfizer e General Motors. Due decenni dopo, sono Amazon, Alphabet (Google) e Meta (Facebook).

Dato il dominio di questi attori e del resto della Silicon Valley nel mondo tecnologico, è difficile immaginare come il settore tecnologico europeo possa mai competere nello stesso campionato, per non parlare di recuperare terreno.

Una ragione è il denaro. Le startup statunitensi sono generalmente finanziate attraverso il venture capital. Ma il pool di venture capital in Europa è una frazione di quello statunitense. Nell’ultimo decennio, le società di venture capital statunitensi hanno raccolto 800 miliardi di dollari in più rispetto ai loro concorrenti europei, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Invece di investire nel futuro, gli europei preferiscono lasciare i propri soldi in contanti in banca, dove circa 14 trilioni di euro dei risparmi degli europei vengono lentamente erosi dall’inflazione.

«I modesti pool di venture capital in Europa stanno privando le startup innovative di investimenti, rendendo più difficile stimolare la crescita economica e migliorare gli standard di vita», hanno concluso un team di analisti dell’FMI in una recente analisi.

Se quindi automobili e IT sono esclusi, l’UE potrebbe affidarsi alle tecnologie del XIX secolo in cui ha sempre eccelso, come macchinari e treni, giusto?

Purtroppo, qui entrano in gioco i cinesi.

Il numero di settori in cui le aziende cinesi competono direttamente con quelle della zona euro, molte delle quali produttrici di macchinari, è passato da circa un quarto nel 2002 a due quinti oggi, secondo una recente analisi della BCE.

Peggio ancora, i cinesi sono estremamente aggressivi sui prezzi, il che ha contribuito a una significativa riduzione della quota dell’UE nel commercio globale.

La politica dello struzzo

Con l’Europa alle prese con una crescita stagnante, una competitività in calo e tensioni con Washington — solo per citare alcuni dei problemi — ci si potrebbe aspettare un vivace dibattito pubblico su un’ampia agenda di riforme.

Magari fosse così. Il rapporto di Draghi ha ottenuto circa un giorno di copertura nei principali media del continente per poi essere rapidamente dimenticato. Allo stesso modo, i continui allarmi lanciati da FMI e BCE cadono nel vuoto.

Probabilmente perché gli europei non stanno realmente avvertendo il dolore — almeno, non ancora.

Sebbene l’UE rappresenti una quota sempre più ridotta del PIL mondiale, guida tutte le classifiche globali quando si tratta della generosità dei sistemi di welfare dei suoi membri.

Tuttavia, con il peggiorare delle prospettive economiche della regione, gli europei potrebbero ricevere una brusca sveglia. Paesi come la Francia, che quest’anno affronta un deficit di bilancio del 6% e del 7% nel 2025 — più del doppio del limite consentito nella zona euro — avranno difficoltà a mantenere uno stato sociale generoso.

Parigi spende attualmente oltre il 30% del PIL in spesa sociale, una delle percentuali più alte al mondo. Molti altri paesi dell’UE non sono lontani.

Se le fortune economiche dell’Europa non cambieranno presto, quei paesi si troveranno a dover prendere decisioni difficili, proprio come ha fatto la Grecia nel 2010, con l’aumento dei costi di indebitamento.

Il probabile risultato è una radicalizzazione della politica, come accaduto in Grecia durante la crisi del debito, con i populisti di estrema destra e sinistra che colgono l’opportunità di attaccare l’establishment.

Questa radicalizzazione è già in atto in diversi paesi, il più preoccupante dei quali è la Francia. Il successo delle frange estremiste è tanto più inquietante se si considera che il peggio della sofferenza economica deve probabilmente ancora arrivare.

Il problema è che, quando gli europei si sveglieranno di fronte alla nuova realtà, potrebbe essere troppo tardi per fare qualcosa.

Tratto da: Contropiano.Org

L’apocalisse economica dell’Europa è ora
L’apocalisse economica dell’Europa è ora

LA PROFEZIA DEL KALI YUGA

a cura di Adam Luz

“Il Kali Yuga, o Età Oscura, è il periodo storico in cui, secondo l’Induismo, stiamo vivendo attualmente.

Dal punto di vista spirituale è il più decadente di tutto il Ciclo Cosmico e nel quale domina il materialismo e l’ignoranza.

In uno dei testi sacri più antichi dell’Induismo, chiamato Vishnu Purāna, viene descritta la vita degli Esseri Umani durante l’Età Oscura con dei dettagli che sembrano proprio descrivere la nostra realtà:

“Coloro che posseggono abbandoneranno agricoltura e commercio e trarranno da vivere passando a servi o esercitando professioni meccaniche”

“I capi, invece di proteggere i loro sudditi, li spoglieranno e sotto pretesti fiscali ruberanno le proprietà alla casta dei mercanti”

“Solo i beni conferiranno il rango”.

“Solo movente della devozione sarà la salute fisica”.

“Solo legame fra i sessi sarà il piacere”.

“Sola via di successo nelle competizioni la falsità”.

“La terra sarà apprezzata solo per i suoi tesori minerali”.

“Le vesti sacerdotali faranno le veci della qualità del sacerdote”.

“Deviati da empi, gli uomini chiederanno: Che autorità hanno i testi tradizionali? Che sono questi dèi, che è la superumanità spirituale?”

“I matrimoni di questa età cesseranno di essere un rito e le norme che legano un discepolo ad un maestro spirituale non avranno più forza”.

“Chi distribuirà più denaro dominerà gli uomini”.

“Gli uomini concentreranno il loro interesse sull’acquisizione, anche se disonesta, della ricchezza”.

“Si penserà che chiunque per qualunque via possa raggiungere lo stato del rigenerato”

“Ogni specie d’uomo si immaginerà di essere pari ad un brahamana”.

“La gente avrà quanto mai terrore della morte e paventerà l’indigenza: solo per questo conserverà un’apparenza di cielo”.

Vishnu Purāna – Come riportato da Julius Evola in “Rivolta contro il Mondo Moderno”, ed. Mediterranee, Roma, 1968

LA PROFEZIA DEL KALI YUGA
LA PROFEZIA DEL KALI YUGA

L’Italia e la decadenza della civiltà

a cura della Redazione

24 Dicembre 2024

Uno dei primi sintomi della decadenza di una civiltà è la fine della produzione di nuove idee. La politica italiana dove non si produce nulla di nuovo è parente prossimo di questo degrado culturale e creativo.

La decadenza della civiltà

Uno dei primi sintomi della decadenza di una civiltà è la fine della produzione di nuove idee. In Europa e, in Italia ancora di più, abbiamo visto negli ultimi decenni un ristagno della produzione intellettuale.

Il cinema italiano un tempo studiato e guardato con passione in tutto il mondo, oggi fa pena. Le correnti artistiche del momento sono una ripetizione mescolato del passato.

La transavanguardia di Achille Bonito Oliva ci ha mostrato l’importanza della critica, l’arte ormai diventa arte in base alle parole dei critici e non per un valore proprio.

Tutto questo nel più grande mare del postmoderno che sembra un manierismo triste, nichilista, pessimista (altro sintomo di civiltà in crisi è quello di mescolare stili passati, per avere qualcosa di nuovo, che nuovo non è: è nuovo, ma riconoscibile, quindi tranquillizzante).

Ma poteva essere altrimenti dopo le avanguardie, il concettuale e l’espressionismo astratto? I più attenti diranno: certo.

L’astratto – che noi presentiamo come un’invenzione tutta occidentale – era già stato masticato più volte in altri contesti culturali e mai ha rappresentato la fine della rappresentazione.

Però gli altri popoli non hanno un’idea esclusivamente lineare della Storia: se tu pensi che il tempo sia una linea, che il mondo abbia sorti progressive e che tutto debba sempre cambiare per portarti oltre, arriverà un giorno in cui non avrai più nulla di nuovo da dire (fatto salvo grandi rivoluzioni sociali e tecnologiche, ma non è che possiamo vivere una rivoluzione dei costumi continua, altrimenti diventa banalità anche quello).

La letteratura italiana (quella di massa, che vince i premi, spinta dalle case editrici e dai giornali) è vacua. Gli stessi premi letterari sono penosi.

Molti di voi hanno fatto il gioco di stilare prima i vincitori futuri di varie competizioni (azzeccandoci) o di descrivere il romanzo medio spinto da La Repubblica e descrivendo (giustamente) una trama di una banalità allucinante.

La politica italiana dove non si produce nulla di nuovo è parente prossimo di questo degrado culturale e creativo.

Sono 30 anni che continuiamo a votare le stesse persone pur andando tutto a rotoli e pur essendo – in alcuni casi – oltre il limite biologico per poterlo svolgere quel compito.

Mondo aulico e mondo popolare

In realtà anche qui, come ai tempi dell’Impero Romano, emerge una distinzione tra mondo aulico e mondo popolare.

Il primo in mano a politici, giornalisti di professione, film distribuiti ovunque e finanziati dallo stato in mille modi; il secondo in mano ai writer che imbrattano le pareti dei palazzi, che trasformano le città in giungle e che inventano sempre codici nuovi per cominciare (e scandalizzare, disgustare) a creare qualcosa.

Forse persino su Facebook quando articoliamo un pensiero nuovo, originale, quando facciamo partire un confronto che sfugge alla logica binaria o partitica (non troppo spesso a dire il vero), facciamo cultura popolare, al di fuori degli schemi.

L’impressione è che sia morto il motore ideologico che tiene unità la società: la produzione di idee delle élite. Tutto è ridotto a lotta tra gruppuscoli per il Potere.

A questo si risponde in due modi storicamente dati:
1- La Rivoluzione di Ottobre, ammazzi lo zar, prendi il potere e fai una cosa nuova con una nuova classe dirigente (la domanda è: “Che fare?”)
2- Un lento declino, mentre piano piano mescoli la tua società con altre etnie che a piccole gocce si traferiscono qui (cittadino italiano del 600 d.C.: “Eh questi Longobardi che ci vengono a rubare il lavoro! Stessero a casa loro in Ungheria da Orban! Al massimo a Cividale del Friuli!”).

Poi un bel giorno, due secoli dopo, tutti erano diventati romano-longobardi, cattolici e bravi orefici e cavallerizzi (Sic transit gloria mundi) – Questa è la linea che abbiamo scelto.

In questo Medio Evo 2 la Vendetta, gli americani possono fare i bizantini (scusate puristi, si dovrei chiamarli romani d’oriente, ma vorrei parlare a un pubblico più vasto), i cinesi possono fare gli arabi, i russi possono fare i vichinghi (quindi in finale i russi, banalizzando).

Noi se fossimo un minimo scaltri, probabilmente andremmo più veloci in questa transizione e faremmo accordi economici con chiunque: come i nostri antenati pisani, genovesi, amalfitani e veneziani delle Repubbliche Marinare.

Invece, abbiamo scelto la via del Regno di Soissons, stare qui a fare gli ultimi dei mohicani del Tardo Antico Postmoderno…

Insomma noi abbiamo scelto di non scegliere: Longobardi dove siete?!

Tratto da: Kultur Jam

L’Italia e la decadenza della civiltà
L’Italia e la decadenza della civiltà

LA CONCENTRAZIONE IN TRE FASI

a cura di Alessandra Scarano

CONCENTRAZIONE

La concentrazione è l’esercizio-chiave della disciplina, epperò il veicolo della illuminazione e della liberazione.

Esso consiste nel raccogliere, mediante un tema, il flusso del pensiero in un unico punto, così da conseguire una sintesi dinamica: questa sintesi realizza obiettivamente ciò che il pensiero è all’origine.

Il pensiero originariamente è un potere di sintesi, ma a tale livello non conosce il proprio contenuto, perché non è cosciente di sé: normalmente diviene cosciente di sé col volgersi al sensibile: assumendo come proprio contenuto il sensibile, o la sua eco speculativa. Nella coscienza rivolta al sensibile, si fa immediatamente analitico e dialettico, comunque opposto alla propria originaria natura. La concentrazione restituisce al pensiero tale originaria natura: la quale viene dal discepolo ravvisata una con le forze universali sorreggenti il suo esistere.

L’operazione consiste nel ricostituire da un oggetto o da un tema la sintesi di pensiero, che ne è alla base, ripercorrendo lo svolgimento dialettico-analitico, sino a ritrovarne il puro concetto iniziale. La determinazione concettuale, però, può essere compiutamente afferrata in quanto evocazione di un oggetto prodotto dall’uomo: da tale oggetto il discepolo può ricavare tutto il pensiero analitico mediante cui è stato costruito, risalendo questo sino a ritrovarlo come pensiero intuitivo che l’ha ideato: come concetto.

L’oggetto va semplicemente evocato, non simultaneamente percepito: percepirlo durante l’esercizio sarebbe un errore, in quanto il cómpito è sperimentare il pensiero libero dai supporti sensibili: in realtà l’idea dell’oggetto costruito dall’uomo non è nell’oggetto, ma nel mentale dell’uomo, mentre l’oggetto appartenente alla natura vivente (cristallo, pianta, animale, ecc.) reca immanente in sé la propria idea: qui l’idea è presente come potenza della sua forma. La correlazione delle parti di un cristallo è insita nella forma-tipo del suo sistema di cristallizzazione, mentre la correlazione delle parti di una macchina è organicamente priva di senso, rispondendo a un’astrazione del mentale umano, estranea al reale rapporto della sostanzialità minerale di un «pezzo» con quella degli altri «pezzi».

Di rappresentazione in rappresentazione, l’esercizio mnemonicamente ricostituisce il pensiero sintetico originario.

(…)

L’esercizio della concentrazione consiste nella evocazione di un oggetto prodotto dall’uomo: preferibilmente esauribile in una serie minima di rappresentazioni, mediante cui sia possibile esprimere il massimo della forza-pensiero: perciò l’oggetto più semplice.

Essendo scopo della concentrazione l’esperienza dell’elemento sintetico del pensiero, normalmente alienato nel processo analitico-razionale, l’oggetto deve essere tale che il suo significato non eserciti alcuna influenza sulla operazione, esigendo questa solo l’arida e apsichica determinazione volitiva del pensiero. In questa determinazione volitiva è la forza originaria del pensiero: occorre soltanto ritrovarla.

Nell’attività volta a ritrovarla, essa stessa è in moto. Tale moto è fondamentale per tutta la vita dell’anima e della sua relazione con lo Spirito e con il corpo, perché per la prima volta viene realizzato il tipico ordine lo-anima-corpo, normalmente contraddetto dall’esperienza quotidiana. Perciò questo elementare esercizio è la chiave dell’equilibrio e della salute animica e corporea. Il fatto che, malgrado la sua elementarità, esso sia sempre difficile a realizzare, è spiegabile con il suo assunto invero eccezionale: essere l’operazione modello della ricostituzione dell’equilibrio originario dei principi costitutivi dell’uomo.

La saggezza dell’esercizio consiste nella sua semplicità: si evoca l’oggetto – spillo, o matita, o bottone, ecc. – lo si descrive con precisione, si fa brevemente la sua storia, si individua la sua funzione. Questa operazione sostanziale, condotta con il minimo indispensabile di rappresentazioni, dà luogo infine a un’imagine sintesi, o concetto, che giova trattenere dinanzi alla coscienza, obiettivamente, come l’imagine iniziale dell’oggetto. Quanto più tale imagine-sintesi possa essere obiettivamente contemplata, tanto più la concentrazione diviene esperienza dello Spirito. Durante l’esercizio, è importante non lasciarsi distrarre da alcun altro pensiero: se ciò si verifica, occorre risalire la rappresentazione estranea sino al punto in cui è illegittimamente intervenuta.

CONCENTRAZIONE PROFONDA

L’oggetto, il tema, il concetto, o l’imagine, o il segno di luce, o il simbolo, che il discepolo consegue come sintesi finale della concentrazione, deve stargli dinanzi obiettivamente: non ha importanza quale forma rivesta, o che non abbia alcuna forma. Egli non deve preoccuparsi di vedere qualcosa con una determinata forma, ma di vedere dinanzi a se il quid che simboleggia formalmente o informalmente la sintesi-pensiero. Questo quid può anche essere un nulla, e tuttavia esserci, come impercepibile voluto.

Questo quid va contemplato con calma, con decisione, con il massimo dell’attenzione, con continuità sottile di volontà: curando al tempo stesso uno spontaneo riposo in sé: un distacco contemplativo, che realizzi la potenza della profonda inerzia, o «Atarassia», presso alla intensa attività incorporea obiettivata grazie alla concentrazione. Questa intensa attività incorporea è in sostanza l’identità originaria dell’Io con le cose, destantesi, sia pure per breve momento.

Il discepolo comprende l’importanza di contemplare il segno-simbolo in stato di purità silenziosa. Tale purità è in sostanza l’indipendenza dell’Io dall’anima: la concentrazione infatti si realizza nella misura in cui non sia alterata da sentimenti, ricordi, tensioni, psichismi, stati psicosomatici.

Come una formula matematica, arida e obiettiva, tersa di psiche, epperò estrasoggettiva, il segno-simbolo deve stare dinanzi allo sperimentatore, con la sua invisibile luce, escludente qualsiasi elemento animico personale.

La vera forza è mantenere fuori di sé nella sua intatta adamantinità, o nella sua assoluta impersonalità, il segno di luce. Esso è il simbolo della liberazione dell’Io nell’anima: l’inizio della sua autonomia dal corpo astrale, ossia dall’àmbito psichico in cui è il circolo continuo degli istinti e degli stati emotivi.

La concentrazione viene realizzata oltre quel che costituzionalmente si è, con indipendenza dalla condizione mentale e fisica cui si è identificati. Essa non deve operare mediante le forze di ciò che esistenzialmente si è, ma mediante il più svincolato pensiero: in sostanza va aggiunta a ciò che si è. L’essere psicofisico che si è, non deve affatto intervenire: deve temporaneamente essere ignorato: mentre i metodi yoghici e tradizionali implicano la sua partecipazione all’opus interiore, anzi, fanno leva su essa. Questa distinzione è importante.

La corrente dell’attenzione pensante, come forza incorporea capace di agire di là dal corpo, epperò sul corpo, deve essere sviluppata al massimo fuori dell’organismo cui si è animicamente identificati: va attivata di là da se stessi, fuori del normale marasma che si reca come vita psicosomatica, quale che sia la stanchezza, o il male, o la depressione, o l’esaltazione, o l’impossibilità esistenziale o l’evento traumatico. Anzi, proprio l’impedimento psicosomatico può favorire la distinzione da esso dell’attività che lo trascende.

L’oggetto della concentrazione, sino alla sua tersa luce, deve essere semplicemente percepito, di là dal sentimento del corpo o della psiche. Il sentire normalmente ricongiunge la coscienza con la corporeità e paralizza la forza. Realizzare la tersa luce, o il segno estrasensibile, dell’oggetto – che come oggetto fisico in verità è estinto – di là da ciò che si è, significa superare l’elemento soggettivo-istintivo della psiche, normalmente tendente a far sua ogni operazione interiore – sia essa dello Yoga, o del Magismo, o del Misticismo – mediante il sentire sottile, legato alla corporeità. Nel sentimento di sé, vincolato all’essere corporeo, l’uomo è normalmente manovrato dalle Forze estrasensibili avverse alla sua liberazione: la concentrazione, divenendo operante, postula perciò un’ascesi del sentire.

SILENZIO MENTALE

Il pensiero della concentrazione, ove sia posseduto, può essere portato all’assoluta quiete: non viene eliminato, ma unito con la sua essenza. Ci si congiunge con questa essenza, raccogliendo intorno ad essa i poteri dell’anima: silenziosamente, evitando che l’anima dia ad essa una qualsiasi forma. La Forza-pensiero diviene immobile, unita, identica a sé: s’identifica con il proprio originario silenzio: genera il silenzio mentale.

Progredendo nella disciplina, il discepolo che si ritenga maturo per accedere a un grado superiore dell’esperienza, deve volitivamente eliminare i contenuti sovrasensibili accolti mediante il silenzio mentale, sino a conseguire un tipo più radicale di silenzio. Questo silenzio più radicale è ciò che la letteratura occulta usa chiamare vuoto. È chiaro che il discepolo può volgere ad esso, in quanto gli sia divenuto familiare l’iniziale silenzio mentale conseguito grazie alla concentrazione.

Ogni esperienza superiore è mediata dal silenzio mentale: qualsiasi ulteriore ascesa della coscienza presuppone il possesso del grado da cui muove e dal quale occultamente è in relazione con ogni altro grado, inferiore o superiore.

Qualsiasi ascesa esige la possibilità di eliminare, mediante il vuoto, i contenuti sovrasensibili conseguiti al grado dal quale muove. Il silenzio mentale, in sostanza, prepara l’esperienza del vuoto: ma ogni volta l’ascesa a un grado di coscienza superiore esige essere mediata dal vuoto del contenuto sovrasensibile posseduto.

Il silenzio mentale costituisce una positiva conquista dello sperimentatore: non solo esso è il pacificatore della psiche e del sistema nervoso, ma soprattutto il varco dischiuso alle forze superiori dell’lo.

Massimo Scaligero

Manuale pratico della meditazione

Tilopa, Roma 2005

pagg. 22-35

LA CONCENTRAZIONE IN TRE FASI
LA CONCENTRAZIONE IN TRE FASI

Analfabetismo funzionale e presunzione conformista: opposte ottusità

di Alexandro Sabetti

23 Dicembre 2024

In questo paese siamo chiusi tra l’incudine di chi pensa che Putin voglia arrivare fino al Portogallo – perchè l’ha detto Severgnini – e il martello di chi pensa che Trump sia un novello Allende, portatore di pace e valori.

Analfabetismo funzionale e presunzione conformista

In un contesto culturale e sociale sempre più complesso, l’ignoranza non si presenta più come un problema univoco. Lontana dall’essere soltanto una condizione di chi non legge o si tiene lontano dall’informazione, essa assume oggi forme più insidiose.

Tra queste, la “presunzione conformista” – ovvero di chi crede di sapere in base a presupposti opinabili ma per lui inattaccabili (esempio: “C’era scritto su Repubblica”), si configura come uno dei mali più gravi del nostro tempo, capace di influenzare scelte collettive e individuali in maniera devastante.

L’evoluzione dell’ignoranza: confronto tra analfabetismo funzionale e semi-cultura

L’analfabetismo funzionale è definito come l’incapacità di comprendere e utilizzare informazioni scritte nonostante un livello di istruzione formale.

Questa condizione è comune e, per molti versi, rappresenta una piaga riconoscibile: chi ne è affetto spesso non si informa, non legge e si limita a interpretazioni semplicistiche della realtà.

In Italia non ci sono, quasi, più analfabeti, cioè coloro che non sanno leggere e scrivere, ma abbondiamo di analfabeti funzionali. Secondo una ricerca Piaac-Ocse del 2019, l’ultima disponibile), il 28% della popolazione italiana tra i 16 e 65 anni – cioè quasi 17  milioni di individui – non è capace di comprendere e usare correttamente le informazioni quotidiane perché non ha sufficienti abilità nella comprensione di un testo.

Tuttavia, il semi-colto – una figura che si pone a metà tra l’ignorante e il cosiddetto ‘intellettuale’ – costituisce un problema altrettanto significativo, se non maggiore.

Il semi-colto è colui che, avendo accesso a un’istruzione o a fonti di informazione apparentemente affidabili, sviluppa una fiducia illimitata nei mediatori dell’informazione: giornalisti, divulgatori televisivi, influencer culturali e persino enciclopedie digitali.

Il risultato è una forma di ottusità radicata, che si manifesta nell’assenza di pensiero critico e nella totale delega del giudizio a fonti ritenute autorevoli. Questa genera il fenomeno che possiamo definire “presunzione conformista”, ovvero un atteggiamento mentale che sostituisce il pensiero critico con una cieca fiducia nell’autorità mediatica.

Essa si traduce in un comportamento che accetta passivamente qualsiasi affermazione proveniente da fonti considerate autorevoli, senza verificarne la veridicità o riflettere sul loro contenuto.

Per il semi-colto, è sufficiente che qualcosa venga affermato da un’istituzione riconosciuta o da un personaggio pubblico per essere ritenuto vero. Frasi come “L’ho sentito a Piazza Pulita su LA7” o “L’ha scritto Galli della Loggia sul Corriere” diventano il mantra di un pensiero conformista che rinuncia all’uso della ragione.

Questa mentalità crea una nuova forma di dipendenza dal principio di autorità, sostituendo l’autorità religiosa o politica del passato con quella mediatica e accademica. L’effetto è duplice: da un lato, si alimenta la fiducia in un’informazione confezionata per essere consumata rapidamente; dall’altro, si scoraggia qualsiasi tentativo di approfondimento personale.

La superficialità come norma

Un esempio lampante della presunzione conformista è il comportamento che porta a interpretare eventi complessi attraverso lenti semplificate e stereotipate. Se scoppia un incendio sotto casa, il semi-colto non osserva e non indaga, ma apre freneticamente una fonte online per cercare risposte pronte.

Se subisce un danno, accetta statistiche che normalizzano l’evento come inevitabile. Se vive in condizioni di disagio economico, si lascia rassicurare da articoli che presentano la povertà come un nuovo stile di vita sostenibile. In ogni situazione, la narrazione predominante è accettata senza riserve.

Questo atteggiamento ha conseguenze sociali profonde. L’accettazione passiva di una realtà preconfezionata mina la capacità collettiva di mettere in discussione decisioni politiche, economiche e culturali. La superficialità diventa norma, mentre il pensiero critico è relegato a una piccola elite.

Illusione e realtà

Il problema più grave della presunzione conformista è che i suoi fautori “non sanno di non sapere”. Questo stato mentale è ancora più pericoloso dell’ignoranza dichiarata, in quanto genera una falsa sensazione di superiorità intellettuale.

Il semi-colto crede di avere una visione lungimirante, ma in realtà proietta luoghi comuni e falsità senza alcuna consapevolezza della propria limitatezza.

Per esempio:

  • Si accetta senza discussione che l’America sia una grande democrazia e che la Cina sia una minaccia democratica, trascurando analisi più profonde, o anche solo semplicemente studiare la storia o consultare un bignami sulle guerre degli ultimi cento anni e verificare chi sia la vera minaccia.
  • Si adotta una visione manichea dei conflitti internazionali, dove Putin è il nuovo Hitler che annette illegalmente territori altrui mentre Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente,  “modifica i propri confini”.
  • Si plaude all’annullamento delle elezioni in Romania perchè convinti che i contadini di Chisinau abbiano votato un candidato dopo averlo visto su TikTok tante volte.

Le conseguenze sociali

La diffusione della presunzione conformista ha conseguenze devastanti. Sul piano sociale, essa alimenta la polarizzazione: chi mette in dubbio le narrazioni predominanti è rapidamente etichettato come complottista o ignorante.

Sul piano culturale, si riduce lo spazio per il dibattito e la diversità di opinione. La società si appiattisce su un pensiero unico, che scoraggia l’innovazione e il progresso.

Inoltre, questa mentalità contribuisce alla disillusione collettiva. La fiducia cieca in istituzioni e media è destinata a crollare di fronte a evidenti contraddizioni o scandali, generando cinismo e sfiducia generalizzata.

Che fare allora? Il primo passo per contrastare la presunzione conformista è sviluppare una consapevolezza critica. E te pare facile?!, direbbe la Sora Lella. Questo è vero, ma non ci sono alternative o scorciatoie. Ciò richiede l’educazione a non avere fretta e cercare soluzioni semplici, a verificare le fonti e a non accettare passivamente ciò che viene presentato come verità assoluta. Il manicheismo dei grandi divulgatori è una picconata contro la curiosità intellettuale di ogni singola persona che voglia approfondire i temi che la storia e la cronaca ci pongono continuamente lungo il nostro cammino.

Infine, è essenziale riconoscere i limiti del proprio sapere. Solo attraverso l’umiltà intellettuale possiamo evitare di cadere nella trappola della presunzione conformista e costruire una società più consapevole e informata.

Tratto da: Kultur Jam

Analfabetismo funzionale e presunzione conformista: opposte ottusità
Analfabetismo funzionale e presunzione conformista: opposte ottusità

IRAN NELL’ANGOLO?

Videoconferenza del canale YouTube IGNIS TV, trasmessa online in live streaming il giorno 19 dicembre 2024.

Dopo la sconfitta di Hamas, il forte ridimensionamento di Hezbollah e la caduta rovinosa e repentina del regime siriano di Assad, l’Iran sembra essere la prossima vittima predestinata dello strapotere sionista, ne parliamo con l’esperta geopolitica Italo iraniana Hanieh Tarkian.

IRAN NELL’ANGOLO?
IRAN NELL'ANGOLO?
IRAN NELL’ANGOLO?