E’ uno dei poliziotti più famosi d’Italia, grazie alle sue denunce pubbliche su quanto succede nei centri d’accoglienza e nelle procedure per identificare i migranti. Daniele Contucci, assistente capo della Polizia di Stato in forza presso la Direzione centrale immigrazione e Polizia delle Frontiere, ora dirigente sindacale Consap, racconta quanto visto negli sbarchi di migranti sulle coste italiane.
Daniele Contucci, lei è stato in prima linea durante l’emergenza immigrazione… Ho fatto parte dell’URI, l’unità specializzata rapida di intervento specializzata sull’immigrazione. Si trattava di un’unita il cui obiettivo era quello dell’impiego in tutte le emergenze di immigrazione. Facevamo ‘interviste’ a tutti i migranti che duravano circa 20 minuti e durante le quali ricostruivamo tutto il loro trascorso: tra cui le generalità, il percorso fatto per arrivare fino all’Italia e se avevano ricevuto ritorsioni nel loro paese d’origine. Successivamente, i dati venivano inviati in un database che veniva girato alla commissione territoriale la quale decideva se concedere l’asilo politico.
Lei ha visto da vicino il Cara di Mineo, uno dei più grandi centri richiedenti l’asilo d’Europa… Un centro in grado di ospitare 4000 richiedenti, ognuno dei quali ha un costo giornaliero di circa 37 euro, di più se il richiedente è minorenne [Sono almeno 52 milioni di euro l’anno. Per il solo centro di Mineo, ndr.] Potete quindi immaginare il tipo di business, per non dire altro, che ci sia dietro. Centinaia di persone che lavorano all’interno del centro, quindi un indotto economico enorme per l’entroterra siciliano. Con tutti gli interessi del caso e gli scambi clientelari [ha forse detto Mafia? No, non pare. NDR ]. La task force di cui facevo parte riusciva a ridurre i tempi di permanenza di un anno. Successivamente l’unità è stata demansionata e chiusa, chissà perché…
I migranti che ha incontrato le davano tutti l’impressione di scappare da qualcosa? Assolutamente no! Abbiamo avuto a che fare con tante persone dal passato tragico, ma anche da tanti migranti che si capiva sin da subito che avevano altri obiettivi. D’altronde i numeri parlano chiaro: nel 2014 sono arrivati in Italia 172mila migranti. Di questi solo il 10% riconosciuto lo status di asilante politico, per un totale di 36mila migranti a cui è stato riconosciuto un titolo per stare sul territorio europeo. Tutti gli altri avrebbero dovuto rimpatriare e invece la maggior parte è sparita nel nulla.
Lei è conosciuto anche per essere stato il primo a denunciare casi di turbercolosi e malattie infettive… Durante un’operazione di sbarco migranti nel Porto Augusta nel giugno 2014, siamo stati un giorno e mezzo a trattare con 1’200 persone, di cui 66 con la scabbia e altri con la tubercolosi. Ma, contro ogni procedura, siamo stati mandati allo sbaraglio con delle semplici mascherine e guanti in lattice. Io ho un figlio che all’epoca era appena nato e, per paura di contagiarlo, non l’ho incontrato per un mese e ho fatto degli esami privati per accertarmi di non aver contratto alcuna malattia infettiva. Potete immaginare la frustrazione nel non poter vedere il proprio figlio crescere nei primi mesi di vita. Allora ho voluto denunciare questa situazione assurda che metteva i poliziotti a serio rischio.
Aveva paura delle malattie che si potevano contrarre? Certamente. Salivamo e scendevamo dalle navi senza le protezioni necessarie, incontrando persone che magari avevano malattie infettive
Le sue denunce hanno portato a qualcosa? Prima le visite mediche duravano pochi minuti, adesso sono fortunatamente più approfondite, anche se non abbastanza. Proprio qualche giorno fa è stato trovato nella provincia di Como un migrante con una diagnosi di scabbia riscontrata pochi giorni prima nel Meridione d’Italia, senza sapere se aveva effettuato la profilassi del caso. Questi sono pericoli per la salute pubblica. Ma non è l’unico problema nelle procedure con i migranti in Italia.
Cosa intende dire? La mancata fotosegnalazione dei migranti ha creato dei grandissimi problemi. Io sono stato il primo a denunciare queste manchevolezze, che impedivano il rispetto dei trattati di Dublino. Molti di questi migranti evitavano di farsi fotografare, con la compiacenza delle autorità italiane: parliamo di 100mila persone non fotosegnalate tra il 2014 e il 2015. Magari alcuni di loro sono terroristi o legati ad associazioni dai fini criminali. Anche se fosse solo uno su mille sarebbe una cosa gravissima dalla portata decisamente pericolosa con evidenti responsabilità dei vertici governativi e di sicurezza.
Le sue denunce le hanno portato ripercussioni sul posto di lavoro? Solo problemi e ritorsioni. La nostra sezione è stata ufficialmente chiusa, noi demansionati dai nostri incarichi. Io lavoro a Roma e hanno cercato ad ogni modo di convincermi a far domanda di trasferimento, situazione comoda vista la lontananza da un ufficio centrale di importanza così rilevante. E anche i colleghi che prima mi sostenevano sono piano piano spariti, lasciandomi solo contro tutti. Chissà se qualcuno di loro comprato?
La politica si è però interessata a lei e al suo caso… La Lega Nord aveva presentato delle interpellanze sui casi da me denunciati, ma quando il gioco ha cominciato a farsi più serio sono spariti anche loro. Forse gli interessi che ho toccato sono troppo grandi. Poi ho accettato la candidatura al Consiglio comunale a Roma con Fratelli d’Italia: se avesse vinto la Meloni forse avrei fatto parte del Consiglio comunale per continuare a lottare affinché giustizia, verità e libertà trionfino contro la casta e il malaffare legato al business dell’immigrazione.
Quindi cercava anche lei la poltrona… Ma per niente! Solo che in questa situazione è praticamente impossibile proseguire in Polizia il mio lavoro di verità e giustizia. Ricoprendo un incarico politico elettivo rinuncerei a qualsiasi euro in più rispetto alla mia ultima busta paga a dimostrazione del mio disinteresse economico. Lo avrei fatto solo per continuare la lotta contro la delinquenza, ovunque essa sia.
Come valuta la situazione a Como? E’ una situazione molto particolare. I migranti che arrivano vogliono passare il confine svizzero. Solo che se entrano in Svizzera e non sono stati fotosegnalati prima in Italia è più difficile accertare il primo paese di approdo per poi esser riaccompagnati alla frontiera. Ma comunque dalle interviste delle polizie locali si risale poi ai fatti e quindi rispediti lo stesso in Italia. A questo punto è giusto che le Guardie di Confine siano li per garantire la sicurezza del loro popolo, visto anche il concreto rischio terrorismo.
Ma l’Italia ha colpe in tutto questo? Direi proprio di si. I trattati di Dublino probabilmente penalizzano l’Italia, ma la soluzione non è non identificare i migranti. Durante il semestre di presidenza europeo, l’Italia poteva far qualcosa su questo fronte ma in realtà, nonostante i proclami, non si è fatto nulla. Un’immigrazione controllata e integrabile può essere sana, ma non è certo questo il caso.
“Immigrazione integrabile”. Ritiene che molti immigrati rifiutino di integrarsi? Chiedete alle donne poliziotte quando alcuni migranti di sesso maschile si rifiutavano di rilasciare le dovute interviste. Già questo indicativo della differenza di mentalità.
Cosa pensa di Mare Nostrum e Triton? Mare Nostrum è stata un’operazione italiana dai costi incredibili che ha fatto il gioco degli scafisti, visto le regole d’ingaggio che permettevano di arrivare a 10 miglia dalle coste libiche. Mentre Triton, sotto Frontex e tutt’ora in atto, ha come obiettivo salvaguardare le coste e arrestare gli scafisti con l’ingaggio a 30 miglia dalle coste libiche. Un migrante prima di queste missioni pagava 2-3 mila euro per il viaggio verso l’Italia, successivamente solo 700-800 perché ovviamente i rischi, ppur sempre altissimi, sono diminuiti con Mare Nostrum. Bisogna arrivare alle origini del fenomeno, facendo lavorare le diplomazie. All’estero ci sono consolati e ambasciate italiane: si potrebbe gestire la cosa nei paesi d’origine organizzando e gestendo le richieste d’asilo direttamente presso le nostre diplomazie all’estero. In quel modo la gente potrebbe sapere che c’è una strada normale e ordinaria per arrivare in Italia e si toglierebbe un business mortale dalle mani dei trafficanti di esseri umani. Poi servirebbe un’operazione ‘cuscinetto’ sotto l’egida dell’Onu creando dei campi sosta per selezionare da lì i richiedenti asilo. Accompagnando inoltre corridoi umanitari per le popolazioni effettivamente in guerra come la Siria o Libano. Purtroppo invece si preferisce la politica delle lacrime di coccodrillo e delle morti annunciate.
Nonostante le ritorsioni, continuerà a denunciare i malfunzionamenti delle politiche migratorie? Certo, continuerò a lottare da uomo libero quale sono e non mi fermerò di fronte ad alcuna ritorsione o minaccia. Racconterò i fatti, nella convinzione che molti apriranno gli occhi…
Videoconferenza del canale YouTube MEPIU’, trasmesso online in live streaming il giorno 19 settembre 2024.
Un breve video molto interessante. Il Temple Instituite da anni lavora per la riedificazione del Tempio proprio sul sito originario su cui oggi sorge la splendida moschea di Al Aqsa. A quanto pare tutti gli steps necessari alla realizzazione del progetto sono già stati compiuti. Un popolo che non intende rinunciare ad attuare, come sempre in maniera orizzontale, ciò che profetizzano le Sacre Scritture.
In questo video analizziamo le numerose evidenze che manifestano una chiara volontà sul compimento della “Profezia della Giovenca (mucca) rossa” che prevede la distruzione del complesso di Al-Aqsa a Gerusalemme, terzo luogo più sacro al mondo per l’Islam, la costruzione del Terzo Tempio nella terra di Israele, il ritorno del Messia e la Fine dei Tempi. Ti accorgerai che, nonostante possa sembrare tutto assurdo, c’è chi sta lavorando a questo progetto dedicando molta energia e attenzione.
“Se io rendo i miei attributi simili a quelli del Creatore, se mi avvicino di più ad essi, allora entro in quegli stati chiamati Mondi Superiori: Corona, Intelligenza, Sapienza, Conoscenza, Forza, Amore, Bellezza, Splendore, Eternità, Fondamento, Regno.”
Ragionare di teoria politica in Italia incontra un primo grande scoglio: non siamo una nazione sovrana, per cui non esiste un reale dibattito politico su quelle che dovrebbero essere le scelte nazionali, poiché qualsiasi argomentazione razionale in merito viene annullata dalla dipendenza italiana dagli Usa, dall’Unione Europea, e dai «mercati». Ciò vale soprattutto per la politica estera, ma non siamo sovrani neanche in scelte che in teoria non dovrebbero con essa interferire, come le politiche sull’immigrazione, poiché l’oligarchia occidentale dominante ha deciso che dobbiamo importare massicciamente «risorse umane», per il calo della natalità, per avere manodopera più a buon mercato rispetto a quella autoctona «viziata», e magari un domani, per disporre di carne da cannone da impiegare nei numerosi teatri di guerra che si prevedono nel futuro prossimo. E non importa se, in una nazione come l’Italia, poco coesa ed economicamente in crisi, un’immigrazione massiccia, concentrata nel tempo, rischia di provocare il caos interno. Ragion per cui anche le forze politiche che hanno sollevato demagogicamente la questione finiscono per adottare le stesse scelte di quelle pro-immigrazione. A parte la demenzialità di essere pro o contro l’immigrazione a priori, per partito preso, bisognerebbe invece ragionare su immigrazione in che misura, per quali fini, in quali condizioni, con quali conseguenze, ma non voglio dilungarmi ciò che ci interessa è la mancanza di sovranità dell’Italia che rende la democrazia una farsa.
Attenersi a questo dato di fatto in modo strettamente conseguenziale porterebbe alla deprimente conclusione che sia inutile ragionare di politica, e dedicarsi a coltivare il proprio «particulare», come suggeriva Guicciardini secoli fa in un contesto di asservimento dell’Italia a cui stiamo tornando. Ma sarebbe un errore, e dirò tra poco come credo sia possibile superare mentalmente questo impasse, intanto voglio indicare quale mi pare la reazione più comune, premesso che il comportamento bovino di chi volta le spalle a quanto avviene nel mondo non lo prendiamo in considerazione.
Comune è oggi, e introiettata inconsapevolmente, l’adozione dell’ottica dell’Osservatore, cioè colui che osserva lo spettacolo di ciò che accade nel mondo stando alla finestra. Per fare un paragone: come chi si professa appassionato di sport, ma solo nella veste di spettatore assiso comodamente sul divano di casa, senza poi praticarlo. Massima espressione di questa «postura» è la rivista Limes, la quale talvolta ha l’ambizione di voler dare indicazioni ai decisori politici nazionali nel quadro dei rapporti geopolitici, ma negli stretti perimetri della dipendenza agli Usa, il che riduce quasi a zero le indicazioni. Oppure propone le relazioni dei propri esperti come guida pratica per le imprese che vogliono investire in una determinata nazione. Cosa di indubbio valore pratico, ma alquanto ristretto. Significativo che abbiano affidato al fantasma di John Florio, che firmava lo scorso agosto un articolo dal titolo Illusioni perdute. L’Occidente al bivio della storia, l’espressione di ciò che la direzione della rivista pensa sia la pessima situazione reale in seguito all’avventata decisione di entrare in una guerra per procura contro la Russia. Il che la dice lunga sull’effettivo grado di libertà di cui gode Limes.
È certo interessante capire cosa avviene in Medio Oriente, ma cosa me ne faccio se non esiste un’organizzazione politica che possa trasformare in proposta politica determinate conoscenze? Così siamo tutti trasformati in spettatori impotenti del genocidio e della pulizia etnica in Palestina. Qualcuno volenterosamente scende in piazza, ma senza che vi sia alcuna forza politica che raccolga l’orrore diffuso verso quanto sta accadendo e che miri a trasformarlo in una linea adottata dallo Stato che dovrebbe esercitare con i suoi strumenti delle pressioni nei confronti dello stato israeliano, che sarebbe il modo più efficace per reagire a una situazione tanto umanamente inaccettabile quanto pericolosa per la spirale di conflitti che innesca.
Spesso l’Osservatore si presenta nella veste dell’«esperto», ovvero qualcuno che ha delle conoscenze specifiche su un determinato contesto, ad es. sul Medio Oriente o sui paesi asiatici, o su una determinata nazione estera. Vi è anche chi si spaccia per esperto, ma ha solo letto qualche libro su un determinato argomento, per il prestigio che il titolo conferisce presso il pubblico a digiuno di un argomento. L’esperto, in linea con il dominante specialismo, è colui che ha delle conoscenze specifiche che sono utili e necessarie, ma diventano il contrario quando non confluiscono in una visione d’insieme. Come sosteneva Lenin, «senza teoria nessuna rivoluzione», anzi, senza una teoria complessiva non è possibile l’azione politica, e coloro che pensano di farne a meno agiscono in base a una teoria politica inconsapevole, ovvero sono eterodiretti. In merito, resto di stretta osservanza marxiana, teoria e prassi sono un binomio inscindibile, la validità, l’oggettività di una tesi può essere solo confermata dalla prassi, tuttavia il loro rapporto è dialettico, talora la prassi può restare sullo sfondo. E nel nostro caso vi deve restare per forza di cose. Sempre in termini marxiani, la teoria diventa una forza politica effettiva quando diventa condivisa a livello di massa.
Vi è infine un tipo particolare di Osservatore, al quale sento di appartenere, che osserva il mondo con la speranza di scorgere le dinamiche che possano portare infine allo sfascio definitivo di questo baraccone occidentale diventato distruttivo tanto sul piano interno che estero. Sì, sono ormai diventato un «accelerazionista».
Per cercare di trascendere questo ruolo di osservatori passivi a cui siamo, volenti o nolenti, costretti, che può pure sfociare nella depressione, propongo di adottare un adattamento politico della filosofia del «come se» del filosofo tedesco di fine ‘800 Hans Vaihinger, ragionando «come se» l’Italia fosse una nazione sovrana, o, in prospettiva, quali sono le condizioni che possono renderla tale.
Arriviamo quindi all’oggetto della nostra riflessione. Analizzare l’incipiente mondo multipolare è importante appunto perché esso può creare delle opportunità favorevoli per l’Italia (e sottolineo il carattere potenziale di tali condizioni). Già il «mondo bipolare» del dopoguerra aveva creato le condizioni per una «sovranità limitata», in cui abbiamo dato prova di una notevole vivacità tanto sul piano economico, quanto culturale e politico. Tale fase è terminata con il «crollo dell’Urss» e l’avvento della «globalizzazione». Quindi altrettanto potrebbe essere vero per quanto riguarda il «mondo multipolare», ma tale possibilità viene annullata dalla presenza di una classe politica interamente formatasi nel periodo della fine della sovranità limitata, che ha sostituito, con la spinta di «mani pulite», la classe politica della «I repubblica», uscita dalla guerra. Senza un radicale rinnovamento di tale classe politica, che sta raggiungendo livelli davvero infimi, sarà impossibile cogliere le occasioni per ritagliarsi lo spazio per una maggiore autonomia che solo consentirebbe di superare senza affondare il periodo di conflitti internazionali che è già iniziato. Anzi, proprio la crisi dell’egemonia statunitense ha prodotto un’ulteriore restrizione in tal senso, vedi interruzione dei rapporti con la Russia e con la Cina, che sta creando un serio danno economico all’Italia (e alle altre principali nazioni europee).
Ragionare sul mondo multipolare significa ragionare sull’assetto complessivo del mondo in cui viviamo, qualcosa che va ben al di là del contesto italiano. A livello immediato cos’è il mondo multipolare è presto detto: è la fine dell’unipolarismo statunitense seguito all’entrata in campo di potenze che direttamente si oppongono all’«Occidente allargato» come la Russia, la Cina, l’Iran, la Corea del Nord, e altre, che pur non opponendosi direttamente, seguono un percorso autonomo, come l’India, la Turchia e in vario grado tutte le altre nazioni che hanno dato vita ai cosiddetti Brics, di cui però non va né sottovalutato il peso, si tratta comunque di una campo di rapporti alternativo a quello occidentale, né esagerato, non è una vera e propria alleanza tra potenze, che sono poi le reali oppositrici degli Usa.
Questo è l’assetto presente del mondo, ma per una comprensione storica del problema è necessario guardare alla lunga storia dell’espansionismo globale europeo, successivamente ereditato dagli Usa. Questa storia inizia 7 secoli fa ai tempi di Dante, il quale già ne comprese profeticamente le caratteristiche essenziali (vedi in merito il mio saggio Il folle volo in Occidente. La tragicommedia di Ulisse), con la nuova funzione che progressivamente acquisisce il denaro nel modellare un nuovo tipo di società. La ricchezza finanziaria acquisisce una nuova funzione che non aveva nelle società precedenti. La ricchezza economica diventa un fattore della potenza, e questa ricchezza è sviluppata da uno specifico sistema che prende forma nel corso dei secoli, e che dalle piccole enclavi delle città italiane come Firenze, Milano, Venezia e Genova, si estende a tutte le nazioni europee, e che abbiamo chiamato capitalismo, in merito al quale, finora, una delle migliori analisi resta quella di Marx, che lo definì appunto come un sistema il cui scopo principale è quello dell’incremento illimitato della ricchezza. Anche se non usò mai il termine capitalismo, e il motivo è chiaro per chi conosce la teoria marxiana: il suffisso ismo identifica il sistema in una forma di ideologia, mentre per Marx « il capitale è un rapporto sociale di produzione», struttura i rapporti reali che sono sottostanti l’ideologia.
Marx per primo individuò nel modo più chiaro la causa del male, a cui diede il nome di «Capitale», ovvero un tipo di società basata sull’accumulazione di capitale, un male di cui subiremo ancora una volta nei prossimi anni le conseguenze, per questo mi colloco nella strada da lui aperta. Tuttavia da quando lui scrisse la sua opera principale, abbiamo conosciuto meglio questo sistema sociale sia perché si è rivelato nei suoi sviluppi successivi, sia perché altre analisi hanno ampliato, modificato e corretto la sua analisi. Lenin, a sua volta, mettendo al centro la lotta contro l’imperialismo effettua un vero e proprio cambiamento di paradigma, pur presentandosi all’interno dell’«ortodossia marxista», identificando nelle nazioni «anelli deboli della catena imperialistica» i luoghi della trasformazione, e non nei punti più alti dello sviluppo capitalismo. A ragione Gramsci definì la rivoluzione sovietica una «rivoluzione contro il Capitale», ovvero una rivoluzione che avveniva contro le previsioni marxiane, secondo cui la rivoluzione sarebbe scoppiata nei punti più alti dello sviluppo capitalistico. Infine, il contributo più rilevante nella comprensione di questo sistema sociale è venuta da una corrente teorica che seppur non è da includere strettamente nel marxismo in senso classico, ne è sicuramente una derivazione, ovvero la World-system theory, in particolare nella versione di Giovanni Arrighi.
Il movimento comunista ha visto una fase con Marx in cui è prevalsa l’opposizione al capitale, e una fase in cui è prevalsa con Lenin l’opposizione all’imperialismo. Con Arrighi si va verso un’unificazione dei due concetti: capitalismo e imperialismo. Lenin aveva distinto una fase colonialista e una imperialista vera e propria, una distinzione creata ad hoc, a mio parere, per giustificare la centralità che veniva ora attribuita all’imperialismo. Citerò qui di seguito dei passi dal libro Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo che contiene la riflessione più compiuta in merito. Secondo Arrighi, il capitalismo è fin dall’inizio imperialista, «come sostiene Arendt, l’imperialismo costituisce “il primo stadio dell’ascesa al potere della borghesia piuttosto che lo stadio finale del capitalismo». La nuova funzione del denaro che inizia a prendere forma nell’Italia di Dante da forma a un tipo di espansionismo che è una novità storica, ma all’inizio l’accumulazione capitalistica che serve a finanziare il militarismo, sono separati, nelle prime fasi dell’egemonia delle città italiane, in particolare quella genovese, ecc. nell’egemonia olandese, fino a che capitalismo e militarismo arrivano a coincidere in un’unica nazione, ovvero l’Inghilterra, dove il sistema assume la sua forma più compiuta.
«Fu in questo contesto che il Regno Unito si impose come nuova guida del processo di accumulazione senza fine di capitale e di potenza attraverso una fusione completa di capitalismo e imperialismo».
«Come dice Braudel, “si può parlare di trionfo del capitalismo solo quando esso si identifica con lo stato, quando si fa stato. Nella sua prima grande fase, quella delle città-stato italiane come Venezia, Genova e Firenze, il potere era saldamente nelle mani di una élite di ricchi. Nell’Olanda del diciassettesimo secolo, l’aristocrazia che esprimeva i Reggenti, governava a beneficio, e spesso sotto la direttiva di mercanti, imprenditori e banchieri. Analogamente, la Gloriosa rivoluzione del 1688 in Inghilterra segnò l’accesso al potere degli imprenditori sull’esempio olandese”»
Tuttavia solo quando il capitale riesce a conquistare un grande stato come l’Inghilterra, il capitalismo-imperialismo raggiunge la sua forma matura piena.
Per Arrighi il limite marxiano sta nel considerare solo il meccanismo economico che è vi dietro tale espansionismo, trascurando il ruolo del militarismo.
«Marx è più esplicito, anche se contraddittorio, sul meccanismo per cui il potere economico della borghesia si trasforma in dominio di alcune nazioni su altre. Meccanismo, descritto nel Manifesto e in diversi passi del Capitale, è la superiore competitività della produzione capitalistica.“I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le Muraglie cinesi.”Anche se poi, in uno degli ultimi capitoli del Primo libro del Capitale, menziona esplicitamente le Guerre dell’oppio contro la Cina come esempio della perdurante importanza della forza militare come “levatrice” della trasformazione capitalistica della società mondiale.
Almeno per quanto riguarda la Cina, la chiave per arrivare alla subordinazione economica dell’Oriente non furono dunque le metaforiche artiglierie delle merci a buon mercato, ma la forza militare vera e propria.»
In realtà secondo Arrighi la realtà storica è stata diversa, le merci inglesi non erano in grado di competere con quelle cinesi fu solo grazie al militarismo, alla propria superiorità tecnica sul piano militare che l’Inghilterra riuscì sottomettere la Cina, la quale in quanto potenza non espansionistica non aveva sviluppato quelle strutture militari capaci di far fronte all’Inghilterra che disponeva delle truppe indiane.
«Secondo la mia tesi è proprio questa sequenza, che rappresenta la tendenza a un’accumulazione illimitata di capitale e di potenza, a qualificare, più di qualsiasi altra caratterizzazione, lo sviluppo europeo come “sviluppo capitalistico”. Invece il fatto che nell’Oriente asiatico non si sia verificato nulla di simile, indica chiaramente come, prima della grande divergenza, il percorso di sviluppo fosse anche lì orientato decisamente all’economia di mercato né più né meno che in Europa, ma senza la dinamica capitalistica che caratterizza quest’ultima.»
E la dinamica capitalistica specifica europea è costituita dal connubio tra capitalismo e imperialismo.
«Tuttavia non si possono comprendere né i ricorrenti fenomeni di espansione finanziaria che costellano la storia del capitalismo, né la serie di stati sempre più potenti con cui il capitalismo si è di volta in volta identificato, se non li si mette in relazione con un’altra tendenza: quella verso l’intensa competizione interstatale per accaparrarsi i capitali mobili, un fenomeno che Max Weber ha identificato come “la caratteristica distintiva dell’età [moderna] nel panorama della storia mondiale”. Questa tendenza è la chiave per risolvere la questione della reciproca relazione fra capitalismo, industrialismo e militarismo, implicitamente sollevata, ma non risolta, da Smith e sulla quale né Marx né Schumpeter aggiungono niente di interessante.»
Ritengo che sia evidente la rilevanza del contributo di Arrighi. Possiamo aggiungere, per un’ulteriore chiarificazione, che lo scopo dei gruppi capitalistici dominanti all’interno degli stati (insieme ai gruppi che sono al controllo dello stato e dell’esercito, e degli strumenti per l’influenza ideologica, media, scuola, istituzioni religiose e culturali) è primariamente quello di ottenere la supremazia sugli altri gruppi dominanti. Il Capitale (la potenza economica) è lo strumento utilizzato dagli «strateghi del capitale» (per citare Gianfranco la Grassa che ha fatto della questione l’oggetto principale delle sue analisi). Da ciò l’imperativo dell’accrescimento continuo del capitale necessario nella lotta per la supremazia nei confronti degli altri gruppi dominanti. Ponendo l’accumulazione come uno scopo subordinato a quello della lotta per la supremazia evitiamo quell’economicismo che è riduttivo e spesso fuorviante nell’analisi dei conflitti sia all’interno di una nazione, che tra i gruppi dominanti di diverse nazioni. Ad es. i gruppi dominanti europei (o meglio, sub-dominanti) stanno subendo un notevole danno economico nel conflitto contro la Russia, nondimeno trovano che questo sia un prezzo da pagare per mantenere la supremazia (all’interno della subordinazione agli Usa). Se poi questa sia la giusta strategia per il futuro di nazioni come la Germania, l’Italia e la Francia è un altro discorso, ciò che ci interessa ora è che talora il conflitto strategico per la supremazia, può essere anti-economico. Si mira sempre alla massima acquisizione di capitale, ma quando il contesto lo richiede questo obiettivo va in secondo piano. In taluni casi nel conflitto strategico si ricorre alla guerra, che è per sua natura anti-economica, è la «distruzione di capitali», per eccellenza che poi da vita ad «nuovo ciclo di accumulazione».
Lenin includeva l’esportazione di capitali nei cinque elementi che caratterizzano l’imperialismo, tuttavia vediamo che oggi gli Usa sono diventati il maggiore paese debitore del mondo. Ciò nonostante possiamo includere gli Usa all’interno dell’imperialismo capitalistico se superiamo la logica economicistica secondo cui la finalità del sistema sarebbe primariamente quella dell’incremento di capitale. Invece, il capitale non è un fine in sé, ma lo strumento per conquistare o mantenere la supremazia rispetto agli altri stati. Nel passato l’esportazione di capitale era strumento per l’espansione, oggi gli Usa debbono ricorrere all’acquisizione di capitali tramite il debito per mantenere la loro supremazia.
«Riformulando la sequenza di Marx nella terminologia di Harvey, si vede come essa descriva una serie di riorganizzazioni spaziali caratterizzate da una scala geografica sempre più estesa e da una diversificazione sempre più ampia e capaci di fornire sbocchi remunerativi ai capitali in eccesso che erano venuti sovraccumulandosi nei precedenti epicentri dello sviluppo e, contemporaneamente, di ridurre la necessità dell’accumulazione per spoliazione nei nuovi centri emergenti. Se un meccanismo di questo tipo fosse in funzione ancora oggi, dovremmo vedere gli Stati Uniti e gli altri paesi a capitalismo maturo impegnati a prestare “enormi quantità di capitali” alle nazioni emergenti. Ma allora, come mai in realtà assistiamo al fatto che gli Stati Uniti, invece che prestarle, prendono a prestito enormi quantità di capitali al ritmo, come si è visto nel Capitolo 5, di più di 2 miliardi di dollari al giorno? E come mai una quota continuamente crescente di questa massa di capitali arriva proprio da i paesi emergenti e dalla Cina in particolare?»
Secondo Arrighi il motivo per cui gli Usa hanno dovuto ricorrere al debito per mantenere la propria egemonia mondiale fondata sull’oneroso sistema mondiale delle basi e la supremazia del dollaro è stata la mancanza del dominio diretto di una nazione come l’India da cui l’Inghilterra trasse le risorse tanto economiche quanto militari, nei termini di uomini da inviare nelle numerose guerre che costellarono il suo dominio.
Arrighi mette in discussione, con l’esempio concreto degli Usa, un economicismo diffuso, non solo marxista, secondo il quale l’espansionismo militare è in funzione dell’espansione del capitale («le guerre sono dovute a cause economiche», «le guerre per il petrolio», «follow the money»), invece l’accumulazione è in funzione dell’espansionismo, l’accumulazione di capitale è strumento dell’espansione. Aggiungo che l’espansione su base economica influenza la forma dell’espansione militare diventa senza limite, senza scopo se non il proprio accrescimento, a-territoriale, alla ricerca di ricchezze da saccheggiare qua e la per il mondo, dando forma ad un espansionismo diverso da quella degli imperi del passato, ad es. rispetto all’impero romano il cui espansionismo fu strettamente territoriale, con un preciso senso del limite (Limes), e in cui le guerre avvenivano con il preciso scopo di sconfiggere determinate popolazioni da includere poi nell’Impero. Questo è ciò che è propriamente l’imperialismo, da distinguere accuratamente con la prassi degli Imperi del passato.
Riprendiamo il testo arrighiano:
«Marx coglie, anticipandoli, i tratti di quel la che oggi chiamiamo “globalizzazione” ma sbaglia nel predire che lo sviluppo capitalistico avrebbe “appiattito” il mondo, nel senso in cui Thomas Friedman usa questa espressione. In effetti l’aspettativa di un imminente appiattimento del mondo era così viva in Marx da spingerlo a basare interamente la sua teoria dello sviluppo capitalistico sull’assunzione di un mondo senza confini, in cui la forza-lavoro è totalmente spossessata di ogni mezzo di produzione e tutte le merci, ivi compresa la stessa forza-lavoro, vengono liberamente scambiate, a un prezzo all’incirca pari al loro costo di riproduzione. ». Inoltre, Marx «concentrato come sul nesso fra capitalismo e sviluppo industriale», finisce «per trascurare del tutto la strettissima connessione che lega questi due fenomeni sociali al militarismo»
In questi passi vi è definita con acume dialettico la modalità critica con cui dovremmo relazionarci all’eredità del pensiero marxiano, il quale coglie le forze che avrebbero condotto all’espansione mondiale di questo nuovo sistema, ma solo sul piano economico, e inoltre ritiene che esse avrebbe creato quell’unificazione (che Arrighi definisce con termine più adeguato appiattimento) che avrebbe creato le condizioni per il dominio mondiale del comunismo, che è il rovesciamento in un sistema socialmente più giusto del capitalismo. Già l’adozione da parte di Lenin della centralità della lotta contro l’imperialismo rappresenta un’inversione di rotta rispetto a Marx, anche se Lenin volle presentarla come marxianamente ortodossa (per i necessari riferimenti testuali e storici che provano quanto affermo devo rimandare al mio libro Per un nuovo socialismo).
L’analisi di Arrighi è stata assunta da Carlo Formenti come punto di riferimento centrale per il contesto odierno. Innanzitutto, voglio dire che è apprezzabile il suo tentativo di avviare una riflessione teorica autentica, per quanto essa in alcuni casi è necessariamente ipotetica, oppure proiettata nel futuro nel senso che necessita del maturare di determinate condizioni. Condivido la valorizzazione del pensiero dell’ultimo Arrighi, particolarmente riguardo alla questione del «socialismo di mercato», secondo cui una società può sviluppare il mercato pienamente senza configurarsi come «capitalista», perché si configuri ciò che chiamiamo capitalismo è necessario che l’accumulazione capitalistica sia al servizio di un espansionismo senza limiti. Ritengo però che a questo punto si ponga un problema terminologico, per cui propongo in via provvisoria il termine capitalismo-imperialismo, comunque sarebbe necessario un termine che indichi la stretta connessione, l’inseparabilità tra capitalismo e imperialismo.
Questa analisi, basata sulla realtà storica della Cina, che aveva appunto sviluppato un ampio mercato, prima delle guerre dell’oppio, senza diventare imperialista, è di grande importanza poter immaginare una società post-imperialista.
Apprezzo molto inoltre da parte di Formenti il confronto da lui intrapreso con il pensiero di Costanzo Preve e la sua denuncia del «vergognoso ostracismo» di cui è stato fatto oggetto dal suo ambiente di provenienza: la sinistra comunista. Tuttavia ritengo che non abbia considerato l’apporto di Preve veramente decisivo per superare la fase del reducismo, come sarebbe oggi indispensabile. È necessario effettuare un salto che ci porti dall’altra parte rispetto a un’ideologia che appartiene al passato e che Formenti non compie. Quanto resta del comunismo in Italia fornisce un minimo di comunità politica, ma sempre più esigua, che consente di evitare l’isolamento. Tuttavia credo che senza la necessaria innovazione si finisca per rinchiudersi in gruppi di nostalgici senza futuro. Penso invece che sia necessario tentare strade nuove, per far questo è necessaria una certa dose di coraggio morale. Costanzo Preve, che di questa dote non difettava, non ebbe timore di scandalizzare la base identitaria, avviando un ampio confronto con Alain de Benoist, piuttosto che un «gesto provocatorio» (Formenti) questo confronto è stato una delle tante intuizioni del grande filosofo che hanno precorso i tempi. Oggi, dopo la guerra contro la Russia questa collaborazione con esponenti della Nuova Destra, e altri non provenienti dalla sinistra, ad es. Fabio Mini, Franco Cardini, è diventata prassi diffusa, come ha dimostrato un articolo recente di Micromega contro la web-tv Ottolina, ignobile nelle intenzioni ma dettagliato e preciso. Tanto per dire, Giacomo Gabellini che fa un grande lavoro di informazione attraverso libri e registrazioni video, e che Formenti cita ampiamente, pur non definibile un esponente della nuova destra debenoistiana, vanta una passata collaborazione con la rivista Eurasia. Diego Angelo Bertozzi proveniente dalla sinistra comunista, di cui Formenti apprezza molto i libri sulla Cina, ha scritto in passato un libro con Andrea Fais, Il risveglio del drago, è stato collaboratore anch’egli della rivista Eurasia. Oggi, dopo la guerra contro la Russia, questa collaborazione si è in un certo senso normalizzata e non credo che quelli di Ottolina rinunceranno al contributo di Gabellini, Stefano Orsi, Daniele Perra, Andrea Zhok, e vari altri «denunciati» dal relitto della già a sua tempo inutile rivista, appartenente, fino a qualche anno fa al gruppo Gedi. Naturalmente, non poteva mancare Costanzo Preve, di cui Ottolina sarebbe rea, per Micromega, di aver commemorato la morte in un video. Ma la stessa rivista aveva pubblicato un articolo «In ricordo di Costanzo Preve, marxista libero e critico» nel novembre del 2013. Il cortocircuito è totale.
Sarebbe idiota privarsi dell’apporto intellettuale degli esponenti della «nuova destra», o altri affini, non confrontarsi con loro, quando si condividono gli obiettivi fondamentali della riconquista della sovranità dell’Italia, della lotta contro la guerra alla Russia e contro il genocidio in Medio Oriente. Il che non significa che domani verrà formato un nuovo partito «rossobruno». Sarebbero anche da chiarire le reciproche differenze, ma ho visto che l’andazzo è quella di una tacita collaborazione, fregandosene giustamente di quanto scrive Micromega, senza però un chiarimento in merito, ma le principali resistenze le avverto dall’ala di derivazione comunista di questo campo perché «la base non capirebbe». In questo modo, la fantomatica base, sempre più esigua, diventa come «le sabbie mobili che tirano giù» di cui cantava Battiato. Chi ha l’ambizione di svolgere una funzione intellettuale che è per sua natura di avanguardia, deve avere il coraggio di opporsi ai pregiudizi della base quando necessario. Va chiarito una volta per tutte che né Alain de Benoist, né Aleksandr Dugin sono nostalgici fascisti in quanto considerano il fascismo un’esperienza conclusa, chi afferma il contrario dimostra di non aver nemmeno una minima conoscenza del pensiero di chi vorrebbero denunciare. In generale, i reduci del neo-fascismo sono anti-russi e pro-ucraini. Utilissimo sarebbe oggi un vero confronto critico con il pensiero di Dugin che ad es. ha scritto un importante testo sulla «Teoria del mondo multipolare». Personalmente non condivido il tradizionalismo duginiano, nondimeno il suo testo sulla Teoria del mondo multipolare costituisce un importante termine di confronto su tale cruciale questione.
Formenti nella sua analisi del «socialismo cinese», in un’ottica di difesa dei «socialismi reali», pur riconoscendo che il modello cinese è difficilmente importabile da noi in quanto profondamente radicato nella cultura confuciana meritocratica, intende comunque rilanciare il socialismo in continuità con il passato. Tuttavia, seppure va rivendicato che il socialismo sovietico ha significato un passo in avanti sia per il movimento di de-colonizzazione del dopoguerra, sia per le classi popolari occidentali stesse, in quanto, come è stato riconosciuto da vari studiosi, lo stato sociale del dopoguerra deve molto alla necessità di far fronte anche sul piano delle politiche sociale alla presenza dell’Unione Sovietica. e non certo rinnegato, allo stesso tempo è necessario riconoscere che il «crollo dell’Unione Sovietica» costituisce una cesura con il passato. Quel tipo di universalismo è fallito e appartiene al passato, per varie ragioni come ha cercato di analizzare in una recente intervista con Luigi Tedeschi (1). La presenza della Cina non è sufficiente è garantire una continuità con il passato, e il movimento comunista non esiste più nel mondo come realtà significativa. La Cina non potrà sostituire l’Unione Sovietica, non può essere posta come modello, né come guida e neanche intende esserlo. Va riconosciuto che il comunismo storico, ovvero quello egemonizzato dall’Unione Sovietica appartiene a una fase storica che si è chiusa. Il comunismo stesso, quale declinazione storica del socialismo, va abbandonato quale utopia globalista e universalista che mirava a un dominio globale del comunismo. Vi sono varie realtà politiche nel mondo, in particolare in America Latina che si richiamano al socialismo, e anche lo stesso modello cinese, e i conflitti che accompagneranno l’affermazione del mondo multipolare, la necessità di superare l’imperialismo occidentale, pena la deflagrazione mondiale, ci indicano che vi è la possibilità, anzi la necessità, di ricostruire una prospettiva socialista, ma va appunto ricostruita sulla base di una attenta valutazione di ciò che nel passato non ha funzionato. Lo stesso Formenti nei suoi libri recenti afferma di voler rivitalizzare il socialismo, non credo che usi i termini a caso.
E in questo senso è indispensabile un vero confronto con la filosofia di Costanzo Preve, il cui nucleo centrale è diretto proprio al superamento dell’universalismo del comunismo storico, pur essendo lui un ultimo grande esponente, sul piano filosofico, del comunismo italiano.
Ritengo che anche la World-system theory, sia impostata su di una forma di universalismo da superare, ma questo non è il luogo per una discussione adeguata della questione (questo testo è una versione sintetica di una discussione più articolata che intendo sviluppare sugli stessi argomenti). Lo stesso Arrighi, l’esponente più interessante di questa corrente, e che ha dato un contributo importante alla comprensione del mondo in cui viviamo, come ho cercato di esporre in termini sintetici, conclude il suo ultimo libro con la proposta di un «commonwealth delle civiltà», e già la terminologia ne tradisce la marca anglosassone che è propria della World-system theory, anche se Arrighi è di origine italiana. Ora, se non vogliamo abbandonare il campo del realismo politico, se anche l’umanità sopravviverà all’ultimo, e forse finale, «folle volo» del capitalismo-imperialismo, e infine le nazioni occidentali si rassegneranno a convivere in modo paritario con le altre nazioni e culture del mondo, le relazioni non solo tra l’Europa, gli Usa e la Russia, ma anche tra la Russia e la Cina, tra la Cina e l’India ecc. saranno regolate dai rapporti di forza, continuerà la competizione per le aree di influenza, l’importante è che questa competizione non trasformi in scontro di civiltà. Ed è qui che sorge l’esigenza di un nuovo universalismo che non sia l’altra faccia, quella buona e morale, dell’imperialismo.
Scriveva Preve in Elogio del comunitarismo:
«Il comunitarismo, così come ho cercato di delinearlo, resta la via maestra all’universalismo reale, intendendo per universalismo non un insieme di prescrizioni dogmatiche “universali”, ma un campo dialogico di confronto fra comunità unite dai caratteri essenziali del genere umano, della socialità e della razionalità. Quando si parla di universalismo, infatti, non si deve pensare a un insieme di prescrizioni, bensì a un campo dialogico costituito da dialoganti che hanno imparato a capire le lingue degli altri, anche se forse non le parlano con un accento perfetto.»
Quindi è semplicemente errata è la critica di «localismo» (cioè anti-universalismo), è un’incomprensione e travisamento del testo che ritengo dovuta ad un pregiudizio causato dall’attaccamento alla passata forma di universalismo. È sorprendente questo travisamento del testo da parte di Mimmo Porcaro nella prefazione a una nuova edizione di Elogio del comunitarismo di Preve, insieme ad altre opere in tre volumi, uno dei quali vede la prefazione di Formenti. Tanto più sorprendente in quanto coglie benissimo la derivazione del comunitarismo previano dalla critica derivata da Hegel, all’universalismo astratto che aveva caratterizzato tanto la rivoluzione francese quanto quella sovietica.
Infine, è bene chiarire che se il pensiero marxista ha dato un contributo tuttora indispensabile alla comprensione di quel capitalismo-imperialismo che ha una storia secolare e con cui dovremo nei prossimi anni ancora una volta fare i conti, allo stesso tempo risulta a dir poco carente nella comprensione di ciò che si oppone a questo rullo compressore che mira all’appiattimento di ogni civiltà, ovvero quelle forme di identità storiche di lungo periodo che chiamiamo civiltà. Anzi, l’unificazione e dominio globale a cui mira il capitalismo-imperialismo viene visto positivamente da Marx, come scrive lo stesso Arrighi. Il ruolo prioritario dell’identità culturale nell’opposizione all’imperialismo statunitense è dimostrato dal fatto storico innegabile che le potenze che si oppongono agli Usa sono eredi delle grandi civiltà storiche, quali la Russia, la Cina, l’Iran, ma vi possiamo includere l’India e la Turchia che seppure non sono direttamente oppositori degli Usa intendono comunque perseguire una propria strada.
La forza dell’identità culturale che vediamo quale principale fattore di opposizione al globalismo imperialista deriva dalla natura sociale dell’essere umano che, in quanto zoon politikon, ha bisogno di riconoscersi in un gruppo sociale, ma non in senso astratto in un gruppo sociale determinato. Così come Pietro ha bisogno di Paolo per riconoscersi come uomo, come scrive Marx in una nota de Il Capitale, così ogni identità culturale ha bisogno delle altre identità culturali per riconoscersi come tale. Questa differenziazione ha in sé il germe di possibili conflitti, ma non necessariamente. Perseguire un’unificazione dell’umanità, oltre che garanzia certa di conflitto, porterebbe, se anche fosse possibile, a una tetra omologazione, alla fine di quella diversità che riconosciamo come valore. L’identità culturale è il «materiale» (in senso metaforico) con cui attraverso una costruzione politica vengono formati gli stati. Vi sono poi i sistemi «imperiali», come la Russia, che contengono in se diverse identità culturali, ma ciò che unisce i singoli gruppi, ma ciò che unisce il singolo gruppo è l’identità culturale, sovente nella forma di una specifica religione. Oggi sia la Russia che la Cina si autodefiniscono Stati-civiltà proprio in opposizione al globalismo occidentale (devo rimandare ancora all’intervista con Luigi Tedeschi).
Per questo è indispensabile la correzione comunitaria del marxismo avanzata da Preve. Il comunitarismo di Preve è essenzialmente di marca aristotelica e deriva della definizione dell’essere umano quale zoon politikon. Anche Marx riconosce la natura essenzialmente sociale dell’essere umano, tuttavia la riconosce in senso astratto, non riconosce che tale socialità porta alla formazione di comunità determinate, differenziate dalla altre. Del triplice significato del termine greco, essere umano quale essere politico, sociale e comunitario Preve privilegia in questo caso il significato di comunitario, in quanto l’essere umano non è essere sociale in senso astratto, ma attraverso l’appartenenza a determinata comunità che si differenziano dalle altre comunità, ad es. appartiene a una famiglia che si differenzia dalle altre famiglie, oppure a una classe sociale, a uno stato a una civiltà che si differenziano dalle altre classi sociali, stati e civiltà.
Le comunità, come dice il termine, sono dei gruppi umani che hanno delle cose in comune, dal gruppo più piccolo come la famiglia, dove i coniugi hanno in comune la gestione della vita quotidiana, della casa, eventualmente la crescita dei figli, ecc., alle classi sociali che hanno in comune la condizione lavorativa, ai gruppi etnici che hanno in comune lingua, religione, usi e costumi che associandosi con altri gruppi più o meno affini e contigui territorialmente, danno vita agli stati che accomunano i cittadini nella gestione dello stato, con gli oneri e diritti che richiede e conferisce, certo secondo una gerarchia che talvolta può essere sbilanciata fino all’esclusione di alcune classi o gruppi etnici che può condurre a una ribellione causando una rottura della comunità.
Questa differenziazione, ripeto, può portare potenzialmente al conflitto, che è compito della politica appianare, invece l’universalismo imperialistico è la garanzia certa del conflitto. Il comunitarismo aristotelico è in contrapposizione con il contrattualismo moderno che va da Hobbes, Locke fino a Rousseau. Preve osserva che il più acceso oppositore di Aristotele fu Hobbes. In generale, il contrattualismo vede l’essere umano come un essere a-sociale che entra in rapporto con gli altri esseri umani per motivi utilitaristici, fondandosi su antropologie puramente immaginarie come l’homo homini lupus oppure l’essere umano che vive solo e beato nello stato di natura. Formenti ricorda la sacrosanta critica di Marx ai diritti civili che, nel loro orizzonte esclusivamente individuale, ignorano la natura comunitaria dell’essere umano, critica che si applica perfettamente all’odierna sacralizzazione dei diritti civili che vengono scientemente posti in contrapposizione ai diritti sociali. Per Marx l’essere umano è per natura sociale, riproduce la sua vita soltanto in associazione con gli altri esseri umani, e definiva robinsonate le fantasie dei liberali, che partono da un individuo bastante a se stesso, e che si associa con gli altri solo per motivi utilitari. Tuttavia, la critica marxiana dell’individualismo liberale conduce a un socialismo (nella forma del comunismo), ma non a un «socialismo comunitario», poiché l’essere umano viene visto nella sua natura astrattamente sociale, e non come un essere la cui natura sociale si realizza sì all’interno della comunità, ma in una comunità determinate. Il comunismo marxiano si configura come un universalismo socialista alternativo a quello liberale, ma un universalismo che nega il particolare. Questo universalismo fu funzionale all’Unione Sovietica, come strumento di egemonia globale in competizione con l’egemonia globale statunitense, dopo la parentesi comunitaria staliniana (Stalin definì lo stato una «comunità di lingua e destino») che dovette chiamare in campo le forze dell’identità patriottica dei russi per far fronte all’invasione nazista. L’universalismo comunista sovietico è impositivo, si scontra con la presenza nel suo campo di altre forme di identità storica, in primis la Cina che finisce negli anni settanta per passare di fatto nel campo occidentale. Ciò fu un duro colpo al colpo al campo comunista del dopoguerra, e ha giocato un ruolo di primo piano nella sconfitta e dissoluzione finale dell’Unione Sovietica (devo ancora rimandare in merito per una discussione più dettagliata alla mia intervista con Luigi Tedeschi). Ciò che limitò molto la capacità di contrastare il campo liberale fu il fatto che l’alleanza con l’Urss comportava l’adesione al modello comunista sovietico, limitando ad es. l’adesione delle potenze arabe nell’area cruciale del Medio Oriente nel caso dell’Iran, dell’Arabia Saudita, dell’Egitto dove il ruolo tradizionale della religione aveva ed ha ancora un forte peso. Più abile nel dopoguerra risulta l’approccio manipolatorio statunitense che apparentemente non richiede l’adesione a un determinato modello, chiedeva solo di condividere i valori della libertà e della democrazia, dove «ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà», per dirla con Gaber. Né gli Usa si presentano come anti-religiosi, anzi riuscirono a sfruttare l’Islam e il cattolicesimo contro l’Unione Sovietica. Oggi, la Russia non ha più questo limite, non chiede ai propri alleati l’adesione a un determinato modello sociale, mentre sono gli Usa ad apparire come gli impositori del proprio modello sociale, attraverso «l’esportazione dei diritti umani». Putin ne fatto un strumento di propaganda offrendo, in un decreto dello scorso agosto, «asilo politico» a chi non si riconosce negli «ideali distruttivi neo-liberali».
Dunque un nuovo socialismo deve essere un «socialismo comunitario», anche Formenti usa in qualche occasione questo termine, cioè deve essere radicato nella propria comunità di appartenenza. Ma essa qual è? Questo oggi il problema più grande e difficile da affrontare. 70 anni di dominio statunitense hanno distrutto la nostra cultura di appartenenza, cioè quella cultura italiana che è stata una declinazione significativa della cultura e civiltà europea. Pasolini sosteneva giustamente che la «cultura di massa» statunitense aveva attuato un genocidio culturale molto più sofisticato ed efficace del fascismo. Anche se l’egemonia statunitense si è potuta attuare perché la civiltà europea si è autodistrutta in due guerre «mondiali» spaventose per la devastazione che hanno prodotto. In ogni caso, esiste ormai una frattura con l’universo culturale a cui ancora appartenevano Gramsci e Croce, per non dire di Dante, Machiavelli, Leopardi, Manzoni, Collodi ecc.
L’Occidente è un non luogo. Indicare un luogo come occidente senza un termine di riferimento non vuol dire nulla. Ad es. la Cina è situata a occidente rispetto all’Australia, la quale tuttavia fa parte dell’Occidente, anzi appartiene al suo nucleo duro, quello delle nazioni anglosassoni. L’adozione di questo termine è davvero sintomatica. L’Occidente è un entità di carattere politico e culturale, ma situata in un luogo non definito, è a Occidente, ma non si sa di cosa. L’Occidente non può fornire nessuna identità di appartenenza, come ha ben argomentato Emmanuel Todd in La sconfitta dell’Occidente, è un insieme in fase di disgregazione in cui il nichilismo regna sovrano, una fase di dissoluzione che potrebbe diventare nei prossimi anni precipitosa e disastrosa.
Allora la nostra identità è tutta da ri-costruire, non dal nulla ovviamente, ma tenendo conto della frattura che c’è stata nel dopoguerra. E questo compito potranno portarlo avanti solo le classi popolari, in quanto invece nelle classi dominanti è radicata un cultura «cosmopolita» (occidentalista, per la precisione) anti-nazionale e anti-popolare. Man mano che si intensificheranno i conflitti dovuti alla fase di disgregazione è la principale risorsa a cui potremo far ricorso, se non sapremo ricostruire e riappropriarci della nostra identità e della nostra cultura ci sarà solo da rassegnarsi a ritornare a essere «espressione geografica», insieme all’intera Europa.
3, 6 e 9, la matematica di Dio che emana e manifesta…
☆ 3 la Triade Primaria di Padre, Figlio e Spirito Santo (il cabalistico Ain, Ain Soph, Ain Soph Aur)
☆ 6 la Triade Primaria che si esprime scendendo nella Manifestazione, il nostro livello (il simbolo dell’Esagramma col punto focale centrale dell’Emanatore che ne è stabilità e impronta perenne)
☆ 9 la sacra Enneade, la Triade Primaria che, pur manifestandosi, non diluisce mai la Sua impronta nè Potenza
Sì, il Suo Sigillo c’è sempre, anche se apparentemente sembra occultarsi.
“Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro si allontana. Oh no! Amore è un faro, sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai. Amore non muta in poche ore o settimane, ma, impavido, resiste al giorno estremo del giudizio…”
“lo stesso grado dell’Essere puro, che non è più nei limiti d’un qualsiasi genere d’esistenza nel senso proprio della parola, vale a dire di là dalla manifestazione sia informale che formale, purtuttavia implica ancora una determinazione, che, anche se primordiale e principiale, è sempre una limitazione.
Tutte le cose, in tutte le modalità dell’Esistenza universale, sussistono solo per l’Essere, ed esso sussiste per se stesso; esso determina tutti gli stati di cui è il principio, e non è determinato che da se stesso; ma determinare se stesso È ANCOR SEMPRE ESSERE DETERMINATO, dunque in qualche modo LIMITATO, perciò l’Infinità non è un attributo che si addice all’Essere, che non deve affatto esser considerato come il Principio Supremo.
(René Guénon)
2) Dio è l’Essere?
METAFISICA E TEOLOGIA…DIO E L’ESSERE:
IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE
…questa verità metafisica immediata “l’Essere è”, se la si vuol esprimere in modo religioso o teologico, darà origine a quest’altra proposizione: “Dio esiste”, la quale non sarà strettamente equivalente alla precedente che alla DOPPIA CONDIZIONE di concepire Dio come l’Essere universale, il che è BEN LUNGI DALL’ AVVENIRE SEMPRE ed EFFETTIVAMENTE, e d’identificare l’ESISTENZA all’ESSERE puro, che è in metafisica INESATTO. Indubbiamente questo esempio, per la sua troppa semplicità, non corrisponde interamente a ciò che vi può essere di più profondo nelle concezioni teologiche; cosi com’è, esso non ha tuttavia minor interesse, perché è precisamente dalla confusione tra ciò che le due formule da noi citate implicano rispettivamente, confusione che procede da quella dei due punti di vista corrispondenti, che risultarono le controversie interminabili sorte intorno al famoso “argomento ontologico”, il quale è già esso stesso non altro che il prodotto di quella confusione, Un altro punto importante a cui possiamo subito accennare a proposito di questo stesso esempio, è che le concezioni teologiche, che non sono affatto al riparo dalle influenze individuali come invece sono le concezioni metafisiche pure, possono variare da un individuo all’altro, e le loro variazioni sono allora funzione di quelle della più fondamentale tra di loro, del concetto stesso, cioè, di Divinità: coloro che discutono su argomenti quali le “prove dell’esistenza di Dio” dovrebbero prima, per potersi capire, assicurarsi che pronunciando la parola stessa “Dio”, vogliono esprimere un identico concetto, e spesso si accorgerebbero che le cose non vanno affatto cosi, talché essi non hanno più probabilità di trovarsi d’accordo di quante ne avrebbero se parlassero lingue differenti. È soprattutto in questo campo, nel campo cioè delle variazioni individuali di cui la teologia ufficiale.
RENE’ GUENON, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù
Occorre sapere che l’Arcangelo Sandalphon è uno dei due soli Arcangeli i cui nomi non terminano con “EL”, nome che – al tempo stesso – è uno dei nomi di Dio in ebraico. L’altro Arcangelo il cui nome non finisce con “EL” è l’Arcangelo Metatron, con il quale – si potrebbe dire – Sandalphon crea una sottile relazione di complementarità. Questo è il motivo per cui si dice che l’Arcangelo Sandalphon rende possibile la manifestazione di una misteriosa e sublime energia divina femminile che aiuta a integrarci nel modo migliore possibile e armonioso nel mondo fisico concreto ed anche nella misteriosa realtà divina.
Entrambe le tradizioni ebraica e cristiana affermano che l’Arcangelo Sandalphon è uno dei messaggeri principali di Dio che ha, tra gli altri compiti – quello di “raccogliere” – potremmo dire – tutte le preghiere oneste, pure, pieno di amore e di fede, degli esseri umani e poi le porta e presenta a Dio, perché Egli le analizzarli con la sua perfetta lucidità e con la sua saggezza unica. Poi, è Dio e Lui solo, che risponderà (a) quelle preghiere in un determinato modo. Per questo motivo, l’Arcangelo Sandalphon è menzionato molte volte e spesso invocato nella tradizione ebraica, in vari inni e preghiere. Non a caso, l’Arcangelo Sandalphon è anche considerato il cosiddetto fratello gemello di Arcangelo Metatron e nel Libro dello Zohar (titolo che in italiano potrebbe essere tradotto come Il Libro degli Splendori Divini), egli è intimamente associato al Regno misterioso di Dio (alla Sephira Malkuth), ma anche con l’onnipresenza divina dell’eterno femminino, lo Spirito Santo, che – nella tradizione ebraica – si chiama Shekhinah e nella tradizione orientale è conosciuta come Mahashakti, l’Eterno Femminile o altrimenti detto Spirito Santo, che impregna e abbraccia nello stesso tempo l’intera manifestazione, l’intera creazione divina attraverso il suo splendore e le sue energie femminili.
Per questo motivo l’Arcangelo Sandalphon è talvolta chiamato l’Arcangelo dello Spirito Santo. Ed è per questo che si dice che aiuta coloro che lo invocano con fermezza e fede di integrare la loro anima, e se la loro anima non è risvegliata, li aiuta a farlo. Dopo che aiuta e sollecita ad integrare le loro anime con poteri e le meraviglie divini,che sono sempre presenti nella creazione di Dio; in questo modo egli esorta costantemente l’intera umanità verso la scoperta dell’energia sottile sublime del divino ed infinito amore. Perché Arcangelo Sandalphon è il mediatore principale tra le preghiere, così profondamente benefiche, piene di ferventi aspirazioni dell’anima umana e lo Spirito trascendente divino, egli è descritto in modo simbolico come così alto da aver i piedi posizionati sulla terra e la testa che raggiunge il cielo.
Il nome di questo Arcangelo sembra avere un’origine incerta.
Una delle ipotesi più accreditata è che il suo nome, Sandalphon, deriva dal greco sun (insieme) e adelphos (fratello).
Detto in altro modo, non è solo il compagno (mate) e amico dell’ Arcangelo Metatron, ma anche il suo fratello spirituale.
Inoltre, questi due Arcangeli, Sandalphon e Metatron, a volte sono descritti come essere gli unici Arcangeli che emersero attraverso un processo di accelerata evoluzione interiore che ha reso possibile un processo di divinizzazione straordinaria (glorificazione) di alcuni esseri umani che sono stati inizialmente scelti e poi innalzati al cielo grazie la volontà di Dio.
Questo potrebbe spiegare il motivo per il quale, essi (Sandalphon e Metatron) sono – come abbiamo mostrato – gli unici Arcangeli i cui nomi non contengono ‘EL’ il suffisso.
E ‘bene sapere che alcuni trattati cabalistici affermano che l’Arcangelo Sandalphon è in realtà il risultato di una trasfigurazione angelica del Profeta Elia e Arcangelo Metatron è il risultato di un processo di trasfigurazione angelica del grande iniziato Enoch.
Un’altra versione dell’origine del nome dell’Arcangelo Sandalphon è che deriverebbe dalla parola ‘sandalo’ (la calzatura), avendo qui il suffisso ‘PHON’ il significato del misterioso potere creativo e formativo. Guardando le cose da questo punto di vista esoterico, diventa quindi possibile affermare che l’Arcangelo Sandalphon è, simbolicamente parlando, le “scarpe” segrete della presenza e manifestazione dello Spirito Santo, ls Shekhinah, che in realtà altro non è che l’Eterno Femminile, o Mahashakti.
Guardando questi aspetti da questo punto di vista, diventa così possibile per noi dire che egli è il sostegno della manifestazione e rivelazione della presenza divina femminile, Shekhinah o Mahashakti.
Detto in modo diverso, Sandalphon è uno dei veicoli della presenza divina femminile, sia nella realtà invisibile sia nella manifestazione visibile.
L’Arcangelo Sandalphon si è manifestato in molte forme e ipostasi.
Un aspetto particolare nel suo caso è che alcune di queste manifestazioni sono ovviamente femminili.
A causa di questo, l’Arcangelo Sandalphon, così come è stato spesso descritto da alcuni chiaroveggenti ed iniziati, appare e si manifesta sotto forma di una donna di straordinaria bellezza che ha abiti meravigliosi e l’atteggiamento maestoso di una regina, ornata con alcuni simboli sacri che esprimono alcuni aspetti della sua natura divina; fra questi il potere divino che rende possibile la realizzazione di tutti le superiori, sublimi, ideali aspirazioni, e porta nella manifestazione la grazia divina illuminante.
Inoltre, si dice anche che l’Arcangelo Sandalphon è in contatto continuo ed in comunione con le armonie sublimi divine – musicali, che risuonano a livello sottile.
Per questo egli è talvolta chiamato l’Arcangelo della Musica Divina.
Comprendendo questo aspetto come si dovrebbe, diventa facilmente possibile intuire che è quindi possibile per gli yogi, invocando la sua presenza nel loro universo interiore, avere un’ ineffabile esperienza interiore della musica sublime o dell’armonia di risonanza delle sfere misteriose che esistono nel macrocosmo.
E’ quindi ovvio che Dio affidò all’ Arcangelo Sandalphon, così come all’Arcangelo Metatron, importanti missioni divine, immortali date loro per premiarli in modo divino per le azioni divine profondamente benefiche, che hanno compiuto durante la vita fisica sulla terra.
Agendo in questo modo, per ragioni divine che sono noti solo a Dio, Dio stesso ha permesso all’Arcangelo Sandalphon e anche all’Arcangelo Metatron di continuare le loro azioni divine nel cielo.
La Bibbia menziona molti miracoli e buone azioni che sono state fatte sulla terra da questo grande santo che fu il profeta Elia.
Tuttavia, egli è riuscito a realizzare tutto questo grazie alla sua perfetta, profonda e incrollabile fede in Dio.
Sappiamo tutti che il saggio e il grande profeta Elia fu uno dei testimoni sul monte Tabor, che ha aiutato il processo di trasfigurazione divina, viso e corpo, di Gesù Cristo.
In questa ipostasi divina, miracolosamente trasfigurato, Gesù Cristo verrà al momento giusto, alla fine dei tempi in cui saremo tutti testimoni della seconda venuta di Gesù nella divina piena gloria.
L’Arcangelo Sandalphon è rappresentato come un Arcangelo alto, sobriamente vestito di nero, con un mantello (mantello) di pura energia femminile che emette senza sosta colorate scintille luminose. L’Arcangelo Sandalphon è citato in alcuni scritti antichi come un maestro di brillante ispirata, celeste musica divina. I messaggi ispiratori dell’Arcangelo Sandalphon volano – quando necessario – verso di noi e influenzano il nostro essere, sottoforma di dolci sussurri, profondamente incantevoli e sono così raffinati, puri, paradisiaci e delicati che – se non siamo abbastanza attenti o non siamo in grado di percepire istantaneamente – possono passare senza che ce ne accorgiamo.
Per questo motivo, quando si invoca la presenza dell’Arcangelo Sandalphon nel nostro universo interiore, in modo fermo e pieno di fede, dobbiamo essere particolarmente attenti a non perdere alcuno dei doni che egli riversa nel nostro essere come sublimi manifestazioni che si volatilizzano molto velocemente. Tenuto conto del fatto che l’Arcangelo Sandalphon ci aiuta e incoraggia saggiamente, soprattutto quando aspiriamo a trovare una direzione che è profondamente saggio e in sintonia con la nostra missione in questa vita, egli ci aiuta in un modo molto speciale e ci guida a fare passi sicuro e fruttuosi sul sentiero spirituale che abbiamo abbracciato.
E’ un gran bene, soprattutto dopo aver richiamato la sua presenza nel nostro universo interiore, realizzare subito in sintonia con lui, spirituali e divine meditazioni e dopo qualche tempo scopriremo che le esperienze divine catalizzate nel nostro universo interiore dalla sua presenza sono molto profonde e sono quasi ogni volta accompagnate da risposte incredibili, pieni di saggezza. Ora realizzeremo l’esemplificazione spirituale quando invocheremo in modo chiaro e fermo nel nostro universo interiore la presenza divina, inesprimibile attraverso le parole dell’Arcangelo Sandalphon.
Ps: ogni volta riesco a comprendere un tassello in più, partendo dal fatto che il mio cognome di battesimo è proprio Sandalo e anche tanti altri dettagli che coincidono
Quelli che detengono le maggiori risorse stanno ormai raggiungendo i limiti di quanto possono accumulare, ma non possiamo attendere che questa realtà diventi chiara anche ai milioni di persone spaventate dall’idea stessa di dover rinunciare a ciò a cui sono abituate o che hanno sempre desiderato.
Togliere a quelli che hanno troppo o loro toglieranno tutto agli altri
Il titolo può far pensare a una scorciatoia massimalista per affrontare le grandi sfide del nostro tempo ma, a parte l’effetto richiamo, la questione è reale.
Blaise Pascal, nel XVII secolo, affermava che “tutti i mali degli uomini derivano da una sola causa: il fatto che non se ne restino tranquilli in una camera”. Con questa osservazione, il filosofo francese sottolineava una contraddizione fondamentale della condizione umana: la socialità, che ci permette di evolverci come specie e di dare senso alla vita, è anche fonte di inquietudine e conflitti.
Oggi questa riflessione assume nuove sfumature, in un mondo sempre più interconnesso ma anche fragile. La mobilità, percepita come un diritto e talvolta una necessità, presenta un rovescio della medaglia.
L’aumento dei viaggi internazionali e delle esperienze globali, pur arricchendo culturalmente molti, comporta costi ambientali elevati e rischia di distruggere tradizioni locali, indebolendo le comunità e promuovendo un’omogeneizzazione culturale.
Paradossalmente, prima della pandemia, nel 2018 solo il 2% della popolazione mondiale aveva viaggiato fuori dai propri confini nazionali. Tuttavia, questa piccola élite cosmopolita, appartenente alle fasce più benestanti, influenza in modo sproporzionato le dinamiche globali, spesso ignorando i costi sociali e ambientali delle proprie abitudini.
La pandemia come specchio delle contraddizioni del sistema. E poi la guerra
La crisi pandemica – che pare già un ricordo lontano – ha invece evidenziato i limiti del modello liberista. Dopo decenni di deregulation, i governi sono stati costretti a riscoprire il ruolo dello Stato per gestire un’emergenza globale. Le misure drastiche adottate, come lockdown e quarantene, sono servite non solo a contenere il virus, ma anche a mantenere un fragile equilibrio sociale.
Tuttavia, queste azioni hanno evitato una riflessione più profonda sui danni del consumismo e della deregulation. Al contrario, si è continuato a promuovere valori individualisti come la libertà e la felicità personale, ignorando il bisogno di sacrificarsi per il bene comune.
Dal punto di vista economico e ambientale, viviamo su risorse in esaurimento. Già dagli anni ’70 l’umanità sta consumando i risparmi accumulati dalle generazioni precedenti, mentre il ritorno della guerra in Europa ha ulteriormente aggravato la situazione.
Il già traballante welfare europeo è sotto attacco nel nome della lotta per difendere “i nostri valori” dall’avanzata delle ‘autarchie’ e dunque le risorse vengono spostate verso il riarmo. Le armi sono uno straordinario volano economico ma…per i soliti noti. E gli altri?
Come spesso accade, sarà compito delle persone di buona volontà – una dote che appare un residuo letterario novecentesco – assumersi la responsabilità del cambiamento. In che modo? Attraverso l’organizzazione, la disciplina e un atteggiamento più risoluto, al limite della ‘sgarbatezza programmatica’. Perché nel medio e lungo termine le alternative sono solo due: o si toglie molto a quelli che hanno troppo o loro toglieranno tutto a chi ha poco.
Non possiamo permetterci di aspettare che la realtà diventi chiara anche a quei milioni di persone che temono perfino l’idea di rinunciare a qualcosa a cui si sono abituate, fosse anche solo un desiderio o un sogno. Ancor meno possiamo attendere che si mobilitino per far gravare i costi del cambiamento su chi detiene le ricchezze e il potere.
Lo stiamo vedendo: piuttosto che vedere mutato lo status quo sono arrivati a discutere di guerra nucleare come se fosse qualcosa di possibile, ‘limitato’, gestibile. Quando si renderanno conto della situazione, potrebbe essere già troppo tardi.
Mentre il nuovo esecutivo europeo si prepara a sostituire gli USA nel confronto con la Federazione Russa, il maidan georgiano avviene in contemporanea con l’attacco su larga scala dei gruppi filoturchi di Idlib in Siria, con l’aviazione americana che aiuta i jihadisti. Siamo alla roulette russa da parte dell’Occidente, in piena frenesia distruttiva.
Oltre la Siria, l’ascesa del baratro
La Germania ha una gran fretta di armarsi fino ai denti, ben 11 sottomarini in cantiere per il decennio a venire. Con lei la Scandinavia sembra essere preda di una frenesia apocalittica. Manuali di sopravvivenza, bunker a portata di quartiere, guide per le emergenze nucleari riempiono le valigette dei commessi viaggiatori con il loro campionario di guerra.
Nel frattempo, gli Usa e la NATO, tanto per chiarire ancora una volta quale deve e quale dovrà essere la strategia del futuro, pensano bene di riaprire la contesa in Siria, così tanto per provare a buttare giù Assad con la mano armata dell’Isis.
Eppure qualcuno qui ancora pensa ai distinguo, alle parabole tattiche delle deterrenze, al mimetismo criptico delle dottrine nucleari; a chi dovrebbe interessare la distruzione del mondo? Come se il nostro mondo fosse cosparso di intelligenza e razionalità.
Eppure non ci preoccupiamo più di tanto. Si vota allegramente l’ennesima Commissione europea reazionaria tutti insieme, dal Pd ai vituperati fascisti, poi da insultare a reti unificate ma solo in concomitanza del 25 aprile quando si tengono lezioni sull’antifascismo.
Quell’antifascismo da salone letterario tanto orgoglioso del sistema capitalista e della libertà di mercato, così ammirato dall’Occidente esportatore di civiltà, accuratamente europeista quando la dignità politica equivale a succulente politiche di austerità. Insomma quell’antifascismo che alla fine si avvera in antisocialismo.
Questa allegra e scanzonata politica progressista che ci chiama alle armi. I suoi cantori, gli anchorman televisivi, sono disgustati da questi “alleati” recalcitranti ancora così duri di comprendonio da dare retta a Sahra Wagenknecht; non capiscono che senza una gradevole e partecipata sottomissione all’americanismo democratico non esiste alcuna sopravvivenza politica.
L’Italia si conferma paese della sperimentazione totalitaria. Qui non possono esistere spazi alternativi, ci si deve piegare al naturale scorrere degli eventi, alla logica dei rapporti di forza. Alla strada che conduce alle macerie.