Così l’America prepara la guerra contro la Cina

 di Luca Fiore Veneziano

2 Novembre 2024

Gli Stati Uniti preparano il terreno per una guerra nell’Indo-Pacifico: tra addestramenti e alleanze strategiche

Dopo decenni trascorsi a fronteggiare minacce terroristiche in Medio Oriente e Afghanistan, l’esercito statunitense si trova ora a ridefinire la propria strategia militare per una possibile, ipotetica guerra nell’Indo-Pacifico, in uno scenario che guarda in particolare alla Cina e alla Corea del Nord. La nuova attenzione geografica degli Stati Uniti riflette le crescenti tensioni con Pechino e si traduce in una riorganizzazione delle forze armate, con esercitazioni che riproducono le difficili condizioni del Pacifico, dalle giungle tropicali ai territori montuosi.

Nuove tecniche di addestramento e adattamento al contesto indo-pacifico

Gli scenari di guerra nei deserti lasciano ora il posto a intense esercitazioni tra foreste e giungle. Truppe di paracadutisti statunitensi si addestrano sulle ripide e scivolose montagne vulcaniche delle Hawaii, un ambiente tanto complesso quanto simile a quello che potrebbero incontrare in caso di conflitto con la Cina. Anche i soldati dell’esercito si addentrano nelle fitte giungle per perfezionare il camuffamento e imparare a spostarsi senza essere rilevati dai radar nemici, in risposta alla minaccia avanzata di monitoraggio da parte della Cina, dotata di radar e satelliti sofisticati, capaci di individuare anche i movimenti più piccoli degli avversari.

In questo contesto, la Marina si esercita a Pearl Harbor con procedure di scarico di mezzi e uomini in tempi estremamente rapidi, simulando operazioni anfibie in scenari di combattimento attivi. Anche l’aeronautica militare è parte di questo cambiamento e si addestra ad aprire e mantenere corridoi di volo sicuri per agevolare i movimenti tra le Filippine e le altre isole alleate, su cui gli Stati Uniti fanno affidamento per un controllo strategico dell’area.

Le nuove tattiche di combattimento: mobilità e comunicazione

La riorganizzazione dell’esercito statunitense non si limita al contesto geografico, ma implica anche una revisione delle tattiche di combattimento, adattandole alle esigenze di uno scenario in cui flessibilità e rapidità sono cruciali. A tal fine, le forze americane hanno sviluppato una nuova dottrina operativa che prevede squadre più piccole e mobili, capaci di lanciare attacchi rapidi per poi disperdersi e rendersi irrintracciabili, una tattica utile per evitare il rilevamento da parte dei sofisticati sistemi cinesi.

Per supportare questi team, l’esercito ha dislocato in Asia 96 nuovi veicoli da fanteria verde foresta, progettati per trasportare fino a nove soldati ciascuno attraverso terreni fitti come le giungle. Questi mezzi rendono possibili spostamenti rapidi in territori complessi, dove la capacità di mimetizzazione è un vantaggio chiave.

Un altro aspetto cruciale è rappresentato dalle comunicazioni. In previsione di possibili interferenze satellitari, l’esercito americano si addestra a comunicare senza fare affidamento sui satelliti militari, cercando nuovi modi per mantenere i collegamenti e consentire manovre coordinate anche in condizioni di isolamento.

La rete di alleanze strategiche nell’Indo-Pacifico

La strategia americana per l’Indo-Pacifico non si basa solo sull’addestramento delle truppe, ma anche sulla costruzione di un’ampia rete di alleanze regionali. La cooperazione tra Stati Uniti e partner dell’area punta a consolidare una forza congiunta capace di fronteggiare le ambizioni regionali della Cina. Gli USA hanno infatti rafforzato le proprie collaborazioni con paesi chiave, inclusi Giappone, Corea del Sud, Australia e India, coinvolgendoli in progetti congiunti per sviluppare armamenti e risorse difensive avanzate.

Con l’Australia, Washington sta costruendo sottomarini a propulsione nucleare, una mossa che rafforza la presenza navale nella regione e garantisce una maggiore capacità di dissuasione marittima. In collaborazione con la Corea del Sud, gli Stati Uniti hanno avviato la pianificazione delle armi nucleari, aumentando il livello di preparazione per affrontare eventuali minacce provenienti dalla Corea del Nord. Gli sforzi di produzione collaborativa coinvolgono anche l’India, con cui gli USA condividono lo sviluppo di motori per aerei da caccia, un settore cruciale per il potenziale bellico dell’Indo-Pacifico.

Parallelamente, le piccole isole del Pacifico cooperano con gli Stati Uniti nella sorveglianza marittima, mentre il Giappone collabora per ampliare le capacità d’attacco offensivo, con un importante aggiornamento dei sistemi di difesa in chiave dissuasiva verso Pechino.

Sfide logistiche e preparazione per ogni evenienza

Per gestire un conflitto su vasta scala e in condizioni estremamente variabili, le forze USA hanno iniziato a siglare nuovi accordi e testare metodi logistici con i partner locali. Tra le iniziative spiccano la coproduzione di artiglieria e il coordinamento delle forniture mediche, garantendo scorte di sangue e materiali sanitari dagli ospedali regionali, pronte per una distribuzione rapida in caso di necessità.

Il cammino verso una preparazione completa è ancora lungo e denso di sfide. L’addestramento in scenari simili all’Indo-Pacifico rappresenta solo una parte della complessa strategia americana, che deve adattarsi al rapido avanzamento tecnologico della Cina. Ma con un piano ben delineato e una fitta rete di alleanze regionali, gli Stati Uniti stanno preparando le proprie forze a combattere in un ambiente sempre più instabile e conteso.

Così l’America prepara la guerra contro la Cina
Così l’America prepara la guerra contro la Cina

Sinistri presagi della presidenza Trump

di Zela Satti

13 Novembre 2024

Sia detto con una certa chiarezza: la sconfitta dei democratici USA che tiravano le fila dietro la figura logora di Biden e la facciata Harris, parliamo dei vari Obama, Hillary Clinton, Nancy Pelosi, Bill Richarson etc etc, non solo era prevedibile, ma persino auspicabile ed accolta con una certa soddisfazione generale.

In primo luogo per le scellerate decisioni in politica estera – cioè quelle che più ci riguardano – ma anche per quell’insopportabile doppiopesismo ridondante ipocrisia, per il quale diritti e leggi internazionali valgono solo in base al grado di vicinanza e sottomissione verso Washington.

Con altrettanta chiarezza va detto che i problemi legati al declino geopolitico americano, con il rifiuto di accettare una nuova impalcatura di sicurezza globale, sono destinati a continuare e la seconda presidenza di Donald Trump si annuncia nefasta sotto diversi aspetti.

La presidenza Trump si annuncia nefasta

All’indomani della nuova presidenza Trump, molti avevano sperato in un cambiamento che potesse correggere il corso internazionale e ridurre la distanza tra i popoli e i loro leader.

Eppure, i segnali che emergono dalle prime mosse politiche di questa amministrazione, le nomine annunciate delineano scenari foschi, in particolare per quanto riguarda la politica estera e i rapporti con l’Iran, l’Europa e il Medio Oriente.

Il tycoon ha annunciato di aver piazzato un falco anti-Cina sanzionato a Pechino alla guida della diplomazia, un ex colonnello delle forze speciali alla sicurezza nazionale – anch’egli sinofobico – , una governatrice che si vantò di aver sparato al proprio cane alla sicurezza interna, l’ex direttore della National Intelligence John Ratcliff, un altro falco, come capo della Cia, e del magnate dell’immobiliare Steven C. Witkoff come inviato speciale per il Medio Oriente. Per non parlare del caso Elon Musk che necessita di un capitolo tutto per lui ma per quello attendiamo le prime mosse.

Trump e il puzzle geopolitico

  1. Questione palestinese: Mentre la precedente amministrazione democratica manteneva una facciata di disapprovazione verso le violenze nei territori palestinesi, Trump appare deciso a legittimare apertamente ogni azione di Israele, rivendicando i massacri come difesa della civiltà. Il sostegno incondizionato al governo israeliano potrebbe persino accelerare progetti di annessione dei territori palestinesi, inclusa la Cisgiordania, dando ulteriore impulso a una possibile pulizia etnica.
  2. Iran come nemico principale: Trump sembra voler seguire una linea di scontro diretto con l’Iran, considerato l’ultimo vero ostacolo al pieno controllo statunitense e israeliano sulla regione. L’idea di destabilizzare il paese è alla base di una strategia che, attraverso l’inasprimento delle sanzioni e il supporto a dissidenze interne, mira a fomentare un conflitto civile sanguinoso. Parallelamente, la narrativa occidentale tende a concentrarsi sulle violazioni dei diritti delle donne in Iran, contribuendo a giustificare una crescente pressione.
  3. Diritti umani come strumento di destabilizzazione: L’interesse per i diritti umani appare selettivo, spesso orientato solo verso paesi che rappresentano una minaccia per gli interessi occidentali. In questo contesto, Afghanistan, Arabia Saudita e Pakistan ricevono scarsa attenzione, mentre in Iran, il discorso sui diritti umani diventa leva per legittimare interventi diretti o indiretti.
  4. Europa e aumento delle spese militari: La presidenza Trump non rappresenta necessariamente un allontanamento dagli alleati europei, ma al contrario sembra in perfetta sintonia con i leader dell’UE. Il piano prevede che l’Europa aumenti drasticamente le spese militari, con un costo che verrà coperto tagliando fondi da sanità e istruzione. La direzione suggerita da personaggi come Mario Draghi prevede che l’Europa mantenga il proprio legame strategico con gli USA, lasciando in secondo piano la possibilità di un’autonomia politica.
  5. Crisi ucraina: Con la probabile riduzione del coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, l’Ucraina diventa principalmente un problema europeo. Questo scenario rende l’UE maggiormente esposta a rischi di escalation, mentre gli Stati Uniti, restando a distanza, si sottraggono a possibili conseguenze.
  6. Tensione con Cina e Russia: La Cina di oggi, rispetto al 2016, rappresenta una sfida geopolitica più complessa. Le tensioni in Medio Oriente, in particolare l’approccio aggressivo verso l’Iran, potrebbero provocare reazioni da parte della Russia e della Cina, con un alto rischio di destabilizzazione su scala internazionale.

L’elezione di Trump come “uomo della provvidenza” rappresenta l’ennesimo tentativo di trovare risposte ai problemi globali all’interno delle sfere del potere, una tendenza che ha finora portato solo divisioni e conflitti.

La storia ha insegnato che la speranza di un cambiamento autentico non può dipendere da leader carismatici o rivoluzioni eterodirette. I popoli devono riappropriarsi del proprio destino, distaccandosi da logiche di potere che continuano a dettare regole e a fomentare guerre. È giunto il momento di difendere le culture, rispettando i loro ritmi e le loro evoluzioni naturali, senza permettere che il potere le manipoli.

Tratto da: Kultur Jam

Sinistri presagi della presidenza Trump
Sinistri presagi della presidenza Trump

IL SOGGETTO RADICALE QUALE POLO METAFISICO

a cura di Lorenzo Maria Pacini

“Il Soggetto Radicale è l’attore della nuova Metafisica, il suo polo. Il Soggetto Radicale appare quando è già troppo tardi, quando tutti gli altri e tutto il resto sono scomparsi. Il Soggetto Radicale non può apparire prima, perché non è previsto. È risvegliato dalla Volontà post-sacrale. La Volontà post-sacrale è quel qualcosa che non coincide con il sacro, ma non coincide nemmeno con il nulla. Questo è l’attributo principale del Superuomo. Al di fuori del sacro, c’è solo il nulla. Ciò significa che non esiste una Volontà post-sacrale, eppure esiste. Solo in questa modalità può esistere.”

Alexandr Dugin

IL SOGGETTO RADICALE QUALE POLO METAFISICO
IL SOGGETTO RADICALE QUALE POLO METAFISICO

IL RITORNO DELL’IMPERATORE PLANETARIO

di Vincenzo Di Maio

Non ricco e famoso nè povero e sconosciuto ma facoltoso e invisibile è l’imperatore planetario della nuova età dell’oro, il re sacerdote dell’impero del Sole e della Luna, fondatore della Dinastia della Luce Divina.

IL RITORNO DELL'IMPERATORE PLANETARIO
IL RITORNO DELL’IMPERATORE PLANETARIO

La Neolingua del potere ci trasforma tutti in complottisti


di Zela Satti

10 Novembre 2024

Le minoranze politiche nei paesi occidentali, consapevoli del rischio di un conflitto a temdo indeterminato, se non direttamente militare ma certamente culturale ed economico, e impegnate a evitarlo in nome della convivenza, del rispetto e dell’autodeterminazione, continuano a subire attacchi mediatici da parte del “potere”, che le etichetta con termini ghettizzanti come “rossobruni”, “populisti” o “complottisti”.

La neolingua mediatica del potere che ghettizza le opposizioni

Partiamo da un assunto ormai metabolizzato dalla gran parte degli osservatori meno inclini alla fascinazione della semplicità del mainstream, ovvero che la neolingua mediatica del potere a cui facciamo riferimento in questo scritto, è uno strumento di propaganda e di controllo sociale che opera principalmente attraverso il linguaggio e mira a ghettizzare e isolare le minoranze politiche interne nei paesi occidentali.

Questi gruppi, spesso percepiti come portatori di istanze di convivenza, autodeterminazione e rispetto, vengono etichettati in modo dispregiativo dai media, che li inquadrano con appellativi ghettizzanti come “complottisti”, “rossobruni”, “populisti”. Questo tipo di retorica e di linguaggio ha lo scopo di marginalizzare le opposizioni, dipingendole come anacronistiche, irrazionali o pericolose.

Ora, essendo molti di noi anagraficamente debitori dell’immaginario novecentesco, e dunque pratici dei racconti di Salgari – e delle relative trasposizioni cinematografiche –  l’immagine dei pirati malesi che, a bordo di fragili giunche , attaccavano le imponenti cannoniere britanniche ci è cara.

Quasi sempre i ‘tigrotti’ di Mompracen venivano sopraffatti, ma a volte riuscivano nell’abbordaggio: sul ponte, nel corpo a corpo, il vantaggio tecnologico britannico si annullava, e lo scontro diventava finalmente equilibrato.

Questo rimando letterario non è solo un nostalgico ricordo giovanile, ma un parallelo con le minoranze politiche odierne che, come quei pirati, si oppongono al “potere” mediatico, tentando di sovvertire la narrazione dominante nonostante l’apparente inferiorità di risorse.

In passato, come accade ancora oggi, il confronto tra chi detiene un potere superiore e chi cerca di resistervi è sempre stato una lotta impari. Tuttavia, quando si arriva al “corpo a corpo” – ovvero a una più diretta interazione tra idee contrapposte – emerge una vulnerabilità del potere che le sole risorse materiali non possono colmare.

La costruzione di una narrativa che giustifica la sottomissione dei deboli da parte dei forti, infatti, non è una novità, ma affonda le radici nella storia dell’imperialismo.

Basterebbe andare a ristudiare la storia della Compagnia delle Indie, una delle prime entità coloniali e commerciali occidentali, che sfruttava la propria superiorità tecnologica per dominare interi popoli, giustificando l’imposizione della propria cultura come “missione civilizzatrice”.

Lo stesso fenomeno è oggi riproposto in una veste diversa, dove il linguaggio mediatico dipinge come “pericolosi” o “irrazionali” coloro che mettono in discussione l’ordine dominante. Questo tipo di neolingua ha un chiaro obiettivo: impedire un dialogo paritario con le opposizioni, riducendole a stereotipi.

Con il declino del dominio militare diretto dell’Occidente, che ha caratterizzato gran parte del XX secolo, il potere si è evoluto in una forma più sottile, economica e culturale, dominata dall’influenza americana. Tuttavia, oggi, alcune nazioni come la Cina hanno riconquistato il vantaggio tecnologico e iniziano a rispondere a quello che viene visto come un nuovo imperialismo.

Questo cambiamento ha portato ad una situazione di tensione globale che i media occidentali trattano con una narrativa bellicosa e predatoria, enfatizzando il pericolo che queste potenze “rivali” rappresenterebbero per la sicurezza globale.

Le minoranze interne ai paesi occidentali che cercano di contrastare questa narrazione intrisa di suprematismo, vengono dipinte dai media come “nemici” interni. L’uso di appellativi come “complottisti”, “rossobruni”, o “sovranisti” serve a costruire una rappresentazione polarizzata della realtà, in cui ogni forma di opposizione all’ideologia dominante viene ghettizzata e ridotta a caricatura. L’intento è quello di ridurre al silenzio queste voci, etichettandole come irrazionali, antiprogressiste o addirittura pericolose per la stabilità del sistema democratico.

Tuttavia, come nell’immagine dei pirati malesi che attaccano le cannoniere britanniche, queste opposizioni non sono totalmente sottomesse: il “corpo a corpo” simbolico rappresenta una possibilità di ribaltamento, un momento in cui la tecnologia e la superiorità materiale si dissolvono di fronte alla forza della volontà e delle idee.

Tratto da: Kultur Jam

La Neolingua del potere ci trasforma tutti in complottisti
La Neolingua del potere ci trasforma tutti in complottisti

Dall’Impero Britannico alla potenza Usa nessuna egemonia è eterna

di Gabriele Germani

9 Novembre 2024

Il paradigma anglosassone -dall’Impero Britannico alla potenza Usa, ha visto la sua egemonia nel mondo negli ultimi 300 anni. Ma la geopolitica è in continuo movimento.

Dall’Impero Britannico alla potenza Usa

Nessun impero o egemonia è eterna, nemmeno quella USA.

In passato abbiamo visto la l’ascesa di varie potenze e -in particolare- con l’Impero Britannico abbiamo assistito all’affermazione di una potenza globale. Grossomodo la data di nascita di questa egemonia può esser fatta coincidere con la Guerra dei sette anni (1756-1763).

A partire dalla metà del ‘700, sia con la vittoria militare, sia con l’avvio della rivoluzione industriale (ancor di più a inizio ‘800, dopo la disfatta napoleonica) nasce la prima economia-mondo su vasta scala con capacità tecniche e militari industriali.

L’inglese si affermò come lingua globale, le tredici colonie del Nord America che il 4 luglio del 1776 proclamarono l’indipendenza non furono che un piccolo punto in questa storia, forse una conferma del successo anglosassone (con la l’indipendenza nordamericana, il mondo anglosassone passava dall’essere un Impero-Stato, all’essere una Civiltà: un insieme di più Stati).

Il paradigma anglosassone diventò egemone nel mondo e lo è restato lungo gli ultimi 300 anni.

Interessante notare che le potenze che di volta in volta sfidarono questa egemonia furono sempre del blocco euroasiatico: la Francia monarchica o napoleonica; la Germania -sotto due forme diverse- negli anni ’10 e ’40; l’URSS nel secondo dopoguerra; oggi la Cina.

Il Giappone imperiale e in piccola parte l’Italia del ventennio furono le uniche eccezioni: potenze storicamente e geograficamente di mare, sfidarono il Regno Unito e/o gli USA proprio per il bisogno di crearsi degli spazi sui mari.

Il Giappone ambiva a creare un’area egemonica tra Estremo Oriente e Pacifico; assicurarsi petrolio, minerali, legname o spazi per scaricare la pressione demografica erano gli imperativi. Non era la prima volta che la corte di Tokyo tentava di creare una propria area egemonica a cavallo tra Asia e Oceania. Le principali vittime furono Cina e Corea: i due grossi ostacoli su questa traiettoria di sviluppo.

Il caso dell’Italia è ancora diverso

L’Italia nacque con il placet di Londra in funzione anti-francese, anti-spagnola e anti-russa (dati gli ingenti investimenti russi nel Meridione preunitario). La storia del colonialismo italiano confermò questo ruolo subordinato.

L’Italia (sin dal Medioevo tramite i mercanti di Genova, Venezia e Amalfi) cercava uno spazio di arrivo nel Mediterraneo Orientale, erano gli antichi legami storici ed emotivi risalenti all’Impero Romano a lasciare una eco.

Così si lasciò impantanare dagli inglesi in una rivalità con i francesi (Tunisia, Algeria, Libia); ricevette come compenso alcuni pezzi di sabbia (all’epoca non si sapeva nulla del petrolio) nordafricana dopo la I Guerra Mondiale; conservò una manciata di isole greche davanti la costa turca; e si installò nel Corno d’Africa; senza dimenticare una piccola concessione portuale in Cina.

Roma desiderava una via per l’Oriente, in particolare per India e Cina e gli interessi geopolitici dell’Italia e del Regno Unito erano in verità contrastanti.

Quando Mussolini (durante la guerra) programmava un’area sotto il controllo italiano che includesse Egitto e Sudan, pensava di rubare le vie di accesso alla perla dell’Impero di Londra (l’India); quando venivano mandati rappresentanti in Yemen per contrattare un protettorato, si pestavano i piedi al Grande Fratello britannico.

All’epoca il Regno Unito fu molto abile nel separare Italia-Francia-Turchia nel Mediterraneo, a impelagare i soldati italiani lungo la costa sudanese (da supporto agli inglesi durante le rivolte locali), cosa di cui non si capisce perché il governo italiano era lusingato; al contempo a frustrare tutti creando una continuità da Il Cairo a Città del Capo lungo tutta l’Africa (isolando le colonie francesi e italiane nel Corno d’Africa da tutte le altre o separando quelle tedesche e portoghesi tra Atlantico e Indiano): era un chiaro disegno egemonico.

Inglese fu anche l’assegnazione che l’Italia e la Grecia ebbero nel blocco occidentale dopo la II Guerra Mondiale (Londra controllava Gibilterra, Malta, Cipro e Suez, nel Mediterraneo non poteva muoversi foglia).

Londra fu probabilmente anche dietro (e ormai i dispacci Wikileaks lo confermano) la scomparsa di Mattei; il gabinetto inglese (per mano dei conservatori) valutò l’ipotesi di farci tenere Mussolini a fine Guerra Mondiale (creando un blocco di satelliti mediterranei clericalfascisti: Portogallo-Spagna-Italia).

Non dimenticate la visita in Italia del panfilo di Sua Maestà, il 2 giugno del 1992: il Britannia. La I Repubblica era moribonda e la famiglia reale di un altro paese veniva a rendere omaggio alle nostre istituzioni moribonde (fatalmente assieme al socialismo reale), perché?

I giornalisti più spregiudicati, vi direbbero che si avviava il ciclo della privatizzazioni dei tesori di Stato, l’economia italiana andava privatizzata, aperta ai mercati, i risparmi dovevano diventare investimenti, i beni pubblici aziende efficienti.

Dico questo, non per un qualche nostalgia verso il colonialismo -che mi disgusta-, ma perché ritengo che ancora oggi siamo qui a discutere di Europa (e problemi europei) e ignoriamo il vulnus della nostra storia: Mediterraneo, Nord Africa e Medio Oriente.

Tratto da: Kultur Jam

Dall’Impero Britannico alla potenza Usa nessuna egemonia è eterna
Dall’Impero Britannico alla potenza Usa nessuna egemonia è eterna

PERCEPIRE L’INVISIBILE

a cura dellla Fratellanza Bianca

“Non sentirai mai un risvegliato dire che è risvegliato, o un santo dire che è santo, o un sapiente dire che sa, o un creatore dire che è un creatore, o un elevato umiliare qualcun altro, o un libero dall’ego condannare l’ego.

Il risvegliato esiste, il santo è santo, il sapiente cerca, il creatore crea, l’elevato innalza, il libero libera.

Colui che ha raggiunto cammina sul suo cammino, non cerca riconoscimenti, anche se visto, rimane invisibile, anche se invisibile, è sempre percepito.

Se hai capito, taci.”

PERCEPIRE L'INVISIBILE
PERCEPIRE L’INVISIBILE

LA NOSTALGIA DELL’OLTRE

a cura di Giovanni De Medici

Ho nostalgia di gente del mio stampo,
Non sono solo, lo so, son circondato da volti amici,
Ma ho nostalgia di gente del mio stampo.
(…)
Dalla stirpe dell’anima mia,
Poiché ho nostalgia di gente del mio stampo
E il volgo non mi tocca.
Ho nostalgia
Di gente del mio stampo che sa e sente
E respira il bello e l’arte.
Ansioso cerco congeneri di spirito
E li trovo soltanto nelle ombre
(…)
Eppure, ho nostalgia di gente del mio stampo
E incontrare vorrei i miei consimili
In carne ed ossa portatori del segreto.
Tutti coloro che con rara mestizia
Pur spezzando il mondo, a tutti sono benigni,
Miei compagni, conosco la gloria
Di chi spazia libero, ma voi per lo più
Vi nascondete come me
Solo di quando in quando avvampando
Per amore, speranza, bellezza o potere,
Tornando poi a covare nel dormiveglia,
E non ci sfiorano gli echi del mondo
Oh, miei compagni: da alcuni ci separano mari
Vinacei e blu zaffiro sotto gli strali d’argento
Del sole e della spuma spezzata dalle prore;
Altri son accerchiati dai colli,
Dalle colline a oriente, mentre noi qui
Siamo presi dall’umida pianura.
Non di meno l’anima mia canta “Su!” e siamo uniti
Sì tu, e Tu, e tu, e tutta la mia stirpe
Sempre cara al mio petto abbraccio,
Perché vi amo come vento gli alberi
Che ha cura dei petali e delle foglie
E incita il canto fra i rami
Che senza di lui, tremuli, sarebbero ombre
Mute ove nessun uccello sussurrerebbe di come
“Più oltre, oltre, oltre c’è…..”

(Ezra Pound)

LA NOSTALGIA DELL'OLTRE
LA NOSTALGIA DELL’OLTRE

ODISSEA: IL VIAGGIO DELL’EROE

Videoconferenza del canale YouTube LE ALI DEL BRUJO, trasmessa online in live streaming il giorno 5 novembre 2024.

Fino agli anni ’60 del secolo scorso i poemi venivano studiati nelle scuole superiori attraverso i libri d’Epica, nell’immaginario collettivo fungendo ancora da icone immortali per la società civile: i miti, gli Dei e gli eroi per millenni tramandati tra simbolismo e spiritualità, con l’Odissea e il viaggio di Ulisse per una rappresentazione senza eguali della cultura classica occidentale.

Chi sono gli dei? Chi è l’uomo? Quale importanza hanno i personaggi maschili e femminili? Qual è il nostro destino? Chi si nasconde dietro il nome di Omero? La memoria e la dimenticanza, i canti e le donne, i mostri e gli abissi, l’Ade e le ombre, il ritorno del Re e la “tremenda giustizia” sono solo alcuni degli elementi eterni e universali che il Sacro Poema ripropone agli uomini d’ogni tempo e luogo.

Per Le Ali del Brujo e in collaborazione con OASI SANA, il giornalista d’inchiesta Maurizio Martucci intervista Valentina Ferranti, antropologa, scrittrice, esperta di mito, rito, civiltà arcaiche e analisi antropologica del mondo contemporaneo, insieme a Gianluca Marletta co-autrice del libro “Odissea. La storia di tutte le storie. Il viaggio dell’eroe alla luce della spiritualità e del simbolismo” (XPublishing, 2024). Regia di Francesco Polimeni.

ODISSEA: IL VIAGGIO DELL’EROE
ODISSEA: IL VIAGGIO DELL'EROE
ODISSEA: IL VIAGGIO DELL’EROE

A CHE GIOCO GIOCA ERDOGAN?

Videoconferenza del canale YouTube KULTURJAM TV OFFICIAL, trasmessa online in live streaming il giorno 5 novembre 2024.

In questa diretta Gabriele Germani, saggista, uno dei volti di Ottolina Tv, e il vicedirettore di Kulturjam Alexandro Sabetti, commentano le ultime vicende legate alla Turchia di Erdogan: l’attentato di Ankara, i BRICS, questione palestinese, media.

A CHE GIOCO GIOCA ERDOGAN?
A CHE GIOCO GIOCA ERDOGAN?
A CHE GIOCO GIOCA ERDOGAN?