LA DONNA: UN SIMBOLO DI AMORE

a cura di Fratellanza Bianca

La donna – un simbolo dell’Amore, la profondità Segreta della Vita.

L’atteggiamento verso le donne è l’atteggiamento verso il Segreto di Dio. Chi non ha un atteggiamento sacro nei confronti delle donne, cioè all’Amore, comincia a decomporsi sia all’esterno che all’interno. Perde il suo sviluppo, inizia a disintegrarsi gradualmente, sia dentro che fuori. Il cosiddetto decadimento spirituale occulto, atrofia…

La donna è la via del Non-Essere, la via della Riconciliazione con l’Eternità di Dio.

Eleazar Harash, 6 ottobre 1998

LA DONNA: UN SIMBOLO DI AMORE
LA DONNA: UN SIMBOLO DI AMORE

AIKI: CREAZIONE IN ATTO

di Angelo Armano

“Quando vi inchinerete all’Universo, l’Universo si inchinerà a voi”. Morihei Ueshiba.

“Anche dopo settant’anni passati a contemplare i paradossi della meccanica quantistica, Wheeler (il maestro di Feynman ndr) è il primo a confessare di non possedere tutte le risposte. Egli RIMETTE COSTANTEMENTE IN GIOCO LE PROPRIE IPOTESI…

La popolarità della teoria dei molti mondi e della DECOERENZA, tra i fisici è in crescita…

Wheeler ha battezzato la sua teoria “it from bit” (esso -reale- dall’informazione). Si tratta di una teoria eterodossa che muove dall’ipotesi che ALLA BASE DI TUTTA L’ESISTENZA VI SIA L’INFORMAZIONE (il presupposto di questa tesi è che tutto l’universo, non solo l’uomo, sia un’entità capace di autosservazione e quindi un’id-entità ndr).

Quando guardiamo la Luna, una galassia oppure un atomo, secondo Wheeler la loro “essenza” è nell’informazione che essi contengono. Tale informazione, tuttavia, è stata generata quando l’universo si è osservato. Wheeler traccia un diagramma circolare che rappresenta la storia dell’universo: in principio l’universo cominciò ad esistere perché era osservato. Ciò significa che la materia dell’universo (it) è diventata reale nel momento in cui l’informazione (b-it) dell’universo è stata osservata. Si tratta di quello che Wheeler chiama ‘UNIVERSO PARTECIPATIVO’ (Aiki ndr), è l’idea che l’universo SI ADATTI A NOI NELLO STESSO MODO IN CUI NOI CI ADATTIAMO A LUI, e che sia la nostra stessa presenza a rendere possibile l’universo”. Michio Kaku, Mondi paralleli.

Pare che Ueshiba abbia affermato:

“La fede nell’Aikido vi permetterà di comprendere le complessità della scienza moderna”.

Non è un capire teoretico ma una praxis per com-prendere in modo partecipativo (al posto di capire in modo separativo di soggetto/oggetto ) attraverso la sintonizzazione biopsicospirituale su di una lunghezza d’onda partecipativa. Ovvero della connessione necessaria con l’altro ai fini dell’essere (esserci da-sein, è sempre un essere con, mit-sein avrebbe detto Heidegger).

UNIVERSO PARTECIPATIVO.

L’Aiki è creazione in atto, la cui coscienza può essere appresa nella condivisione (conunione è probabilmente un neologismo più adeguato).

Il principio “psichico” dell’universo connesso con la sua “es-pressione” materiale.

AIKI: CREAZIONE IN ATTO
AIKI: CREAZIONE IN ATTO

Resistenza: quale futuro dopo la morte dei leader

a cura della Redazione

31-10-2024

Cosa succede dopo il martirio del capo dell’ufficio politico di Hamas, Yahya Sinwar? Una domanda che sicuramente si saranno posti in tanti. Cosa succederà dopo che tutto questo sangue puro sarà stato versato da Gaza al Libano? È una domanda che ci si pone da tempo ogni volta che il nemico israeliano assassina un leader della Resistenza in Libano e Palestina. C’è chi crede che l’assassinio di Sinwar e di altri possa portare all’indebolimento dei movimenti di Resistenza. Non c’è dubbio che l’assassinio di leader della grandezza di Al-Sinwar e prima di lui Ismail Haniyeh e Sayyed Hassan Nasrallah, costituiscono momenti duri e dolorosi per tutto l’Asse della Resistenza.

Ma esiste una persona sana di mente a questo mondo che crede che l’assassinio di alti dirigenti possa eliminare un movimento di Resistenza, o che possa fargli abbandonare la causa? È ragionevole credere che le bugie israeliane e americane con cui vengono ingannate le persone ingenue nel mondo, che l’assassinio dei leader della Resistenza li spinga a fare concessioni, o che possa permettere al nemico di imporre oggi le sue condizioni, sia a Gaza o in Libano? Non sono tutti quelli che pensano in questo modo delirante e soprattutto, non capiscono la realtà di questa Regione in termini di sacrifici che durano da decenni.

Martirio e Resistenza

Per coloro che si interrogano sulle conseguenze dell’assassinio dei martiri della Resistenza, possiamo riferirci alla storia della stessa e all’assassinio dei suoi giovani e dei suoi dirigenti. Cosa è successo al movimento di Hamas dall’assassinio di leader come Yahya Ayyash, Sheikh Ahmed Yassin, Abdel Aziz Al-Rantisi e altri? Il movimento ha rallentato, si è indebolito?

Cosa è successo al movimento del Jihad Islamico dopo l’assassinio del suo fondatore, il martire Fathi Al-Shaqaqi, il martire Bahaa Abu Al-Atta, il martire Tayseer Al-Jaabari e altri? Il movimento è crollato oppure è aumentato in forza e solidità?

Che cosa è successo alla Resistenza Islamica in Libano dopo l’assassinio dello sceicco, Sheikh Ragheb Harb, nel 1984? Cosa è successo da quando il nemico israeliano ha assassinato nel 1992 Sayyed Abbas al-Moussawi, segretario generale di Hezbollah? Allora, cosa è successo a questa Resistenza con il martirio di alti leader come Seyyed Hashem SaffiedineHajj Ali DeebHajj Imad Mughniyeh, Sayyed Mustafa Badr al-Din, Hajj Hassan al-Laqis e altri?

Il sentiero che sta percorrendo l’Asse della Resistenza è stato tracciato grazie ai fiumi di sangue versato dai suoi combattenti, leader compresi. Questi fiumi di sangue sono garanzia per il proseguimento di questo percorso, sono forza per forgiare nuovi combattenti e mantenere viva la fede. Sono i martiri a precedere questa marcia verso la giustizia e la libertà. La morte può uccidere un combattente, non certo l’idea e la fede che porta dentro il suo cuore. Nonostante i tanti precedenti, questo concetto per Israele resta inconcepibile. Grazie a Dio.

Resistenza: quale futuro dopo la morte dei leader
Resistenza: quale futuro dopo la morte dei leader

I DUE MONDI

Videoconferenza del canale YouTube PROGETTO RAZZIA, trasmesso online in live streaming il 30 ottobre 2024.

Avremo come ospite la penna più misteriosa e ricercata del giornalismo italiano: Boni Castellane.

Discuteremo del suo nuovo libro “I Due Mondi”, del futuro di chi come noi vive “in terra ostile” e ci faremo beffe dei disastrati progressisti nostrani, così convinti di migliorare il mondo e così bravi nel farlo invece a pezzi.

I DUE MONDI
I DUE MONDI
I DUE MONDI

TUTTO IL SEGRETO DELL’ARTE È RACCHIUSO IN UNA STELLA

a cura di Scienza Sacra

“Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”. (Apocalisse 22:16)

La stella del mattino è il Cristo ed è la stessa stella che guidò i tre Re Magi alla culla di Gesù. Questa stella, erroneamente chiamata stella cometa, anticamente si chiama “Stella di Betlemme”, che in arabo significa “Casa della Carne” e in ebraico “Casa del Pane”. Ora sappiamo tutti che la carne, cioè il “Corpo di Cristo”, nella messa cristiana viene data sotto forma di pane tramite il rito dell’Eucaristia, quindi il pane e la carne vogliono indicare la medesima cosa.

La stella del mattino simboleggia anche la controparte del Cristo, l’altra faccia della medaglia, cioè Lucifero, come leggiamo in Isaia:

“Come mai sei caduto dal cielo, astro mattutino, figlio dell’aurora?

(Isaia 14:12)

Questa stella, che appare luminosa al mattino e alla sera è Venere in origine chiamata Lucifero, il portatore di luce.

Del perché di tutto questo è racchiuso nel simbolo della stella stessa, per chi ha occhi per vedere.

“Se tu segui tua stella non puoi fallire a glorioso porto”.

(Inferno Canto XV)

Non a caso il numero XV ci riporta alla quindicesima Lama dei Tarocchi il Diavolo, simbolo dello Zolfo infero che l’iniziato deve ricercare nelle profondità di sé stesso, cioè nelle viscere della terra (V.I.T.R.I.O.L.) al fine di poterlo sublimare e servirsene per la sua Opera.

Il numero 15 cabalisticamente da 6 il numero dell’uomo, ri-velato nella stella a cinque punte.

TUTTO IL SEGRETO DELL'ARTE È RACCHIUSO IN UNA STELLA
TUTTO IL SEGRETO DELL’ARTE È RACCHIUSO IN UNA STELLA

Sociologia della devianza: autori e teorie

a cura di Sociologicamente

29 ottobre 2024

Quando si parla di devianza ci si riferisce, comunemente, ad un insieme di comportamenti e/o azioni (verbali, fisiche e relazionali) di una persona o di un gruppo di individui che si discostano dal fare e dire comune, fino ai casi più gravi che riguardano l’infrazione di norme e valori ben radicati in una collettività che, in un lasso di tempo e spazio ben delineato, risultato essere dominanti e accettati. La sociologia della devianza si occupa proprio di questa tipologia di fatto sociale: comportamenti e azioni devianti, di solito, incorrono in sanzioni, disapprovazione, marginalizzazione e condanne. In base alle sfumature che si vogliono apportare al termine, la devianza come concetto ha diverse accezioni, significati e valenze; spesso, è associata a comportamenti colpevoli.

Bisogna sottolineare, però, che un delinquente è, di solito, un individuo con comportamenti e caratteristiche devianti, ma non per questo chi è deviante è automaticamente un criminale. Stando a questa specificazione, bisogna porre attenzione alle parole e al significato che si attribuisce loro, soprattutto nell’ambito della devianza il cui rischio è incorrere nello stigma e nelle sue conseguenze negative (Goffman, 1963).

Sociologia della devianza: autori e teorie
Sociologia della devianza: autori e teorie

Il concetto di devianza

Per devianza si intende,

Quell'azione o comportamento, di un individuo o di un gruppo, che la maggioranza dei membri della collettività all’interno della quale si sviluppa giudica violi le norme condivise. Più in particolare, un comportamento può essere definito deviante laddove violi determinate aspettative connesse a uno specifico riferimento normativo, venendo quindi identificato come deviante da una collettività specifica, attraverso una valutazione che consideri la situazione circoscritta in cui si è sviluppato e i ruoli sociali degli agenti, tenendo parallelamente conto della sua intensità e della sua direzione. Il concetto di devianza deve essere distinto dal concetto di illegalità, poiché non sempre le norme sociali esistenti all’interno di uno specifico contesto sociale rappresentano anche precetti dell’ordinamento giuridico vigente al suo interno. (Enciclopedia Treccani)

I fenomeni che ad oggi rientrano nel concetto di “devianza” esistevano già prima che vi cominciassero studi su di essa, con la differenza che venivano etichettati con termini quali “peccato, “male” e “immoralità”, soprattutto perché legati (e opposti) alla sfera religiosa.

La nascita del deviante per la sociologia della devianza

La nascita della categoria “deviante” si fa risalire alla fine del 18° secolo quando vi sono state tre trasformazioni radicali: la prima ha previsto l’attribuzione del termine “deviante” a tutti i comportamenti criminali, con la conseguenza di portare ad un rafforzamento del sistema legale centralizzato dello Stato moderno; la seconda ha visto l’inasprirsi delle misure di controllo di alcune istituzioni specializzate chiuse quali ospedali psichiatrici, prigioni, ecc.; la terza che ha permesso di classificare in modo più preciso tutto ciò che potesse essere etichettato come deviante.

David Matza sociologia della devianza
La devianza nella prospettiva di D. Matza: una riflessione critica

Dopo queste tre trasformazioni, infatti, ufficialmente si interpretano le forme di devianza secondo uno schema legale/giuridico, uno schema assistenziale e uno schema salute/malattia. Nonostante queste rivoluzioni che hanno permesso di sottolineare come questi concetti di devianza appartengono a dei campi specifici e per questo devono essere trattati da professionisti e specialisti del settore, si è continuato per molto tempo ad utilizzare il termine “devianza” anche per alcune categorie legate alla sfera della morale. Quando si parla di devianza, Matza (1964; 1969) individua tre contrapposizioni ricorrenti che la contraddistinguono da altri fenomeni:

  • la correzione, ossia l’interesse nei fenomeni devianti al fine di eliminarli, e la comprensione, l’interesse a riconoscerli e capire i meccanismi e le caratteristiche che li contraddistinguono;
  • la distinzione tra “patologia”, declinando la devianza come variante inaccettabile e indesiderabile nella normalità, e “diversità” che prevede la devianza come una variante tollerabile ma, per diversi e molteplici motivi, è considerata negativamente;
  • la distinzione tra “semplicità” dove la devianza è un fatto ovvio poiché si allontana dalla normalità, e “complessità” ove la devianza è un fenomeno difficile da delineare e definire a causa dei suoi rapporti difficili con la normalità con cui spesso si sovrappone.

Agli inizi del 20esimo secolo, fu E. Durkheim (1897), uno dei fondatori della sociologia classica, il primo ad interrogarsi su alcuni argomenti legati alla devianza (la sua funzionalità, la relatività delle regole, la natura della regolamentazione morale), creando un nuovo filone sociologico specifico per la materia: la sociologia della devianza.

Gli autori della sociologia della devianza: la scuola di Chicago

Per la prima generazione di sociologi, nello specifico americani e inglesi, la devianza è stata affrontata come una questione fondamentale e di vitale importanza. Il crimine, la delinquenza e il “vizio” erano fenomeni etichettati come minacce alla moralità dominante e all’ordine sociale vigente. La devianza si presentava come una falla (un errore) nel funzionamento dei sistemi di socializzazione primari: la famiglia, la scuola e la moralità.

Robert Park, esponente di spicco della Scuola di Chicago
Robert Park, esponente di spicco della Scuola di Chicago

Gli scienziati sociali dell’epoca volevano rendere più efficienti e “progressiste” le istituzioni ufficialmente deputate al controllo sociale; infatti, le loro teorie si basavano sul paradigma della patologia e della semplicità. La Scuola di Chicago (Park, Burgess, McKenzie, etc.) degli anni Venti e Trenta ha ereditato alcuni concetti di questa ideologia, differenziandosi però, nell’approccio alla devianza: più scienza e meno morale. La Scuola di Chicago si è dedicata allo studio delle gang giovanili, della criminalità organizzata, della prostituzione, del vagabondaggio e di tutto ciò che fosse etichettato “diverso” e fuorviante dalla normalità.

Questo interesse verso la devianza come fenomeno semplice e patologico dimostrò come la delinquenza e la diversità facessero parte, naturalmente (e paradossalmente) del “crescere in città”: erano perfettamente integrate nell’apparato politico e sociale. La città, in termini di ecologia, permette di creare “ambienti naturali” favorevoli alla costituzione di rapporti/comportamenti/interazioni devianti. I difetti della Scuola di Chicago sono quello di essersi concentrata su micromodelli piuttosto che sulla struttura sociale macro ed il fatto di basarsi su una nozione di disorganizzazione sociale affetta da circolarità logica. Nonostante queste imperfezioni, si riconosce alla Scuola di Chicago il merito di aver fornito un contributo importante alla sociologia della devianza: una metodologia focalizzata sulla descrizione puntuale e fedele degli universi devianti (stili, culture, carriere) inseriti nel contesto della vita urbana.

Gli autori della sociologia della devianza: i funzionalisti

Proseguendo con gli anni Quaranta, questi sono stati caratterizzati dall’instaurazione della corrente c.d. “funzionalismo”. Questa corrente affermava di interessarsi ai macromodelli dell’ordine sociale e per questo il fenomeno deviante era visto come un semplice discostamento dalla normalità generale, ad esempio per il sociologo americano Parsons (1951) la devianza era uno scostamento dagli standard normativi. Nonostante la dichiarata mancanza di interesse nei fenomeni devianti, i funzionalisti diedero importanti contributi alla devianza. Tra i loro numerosi contributi si ricordano:

  • Il fatto per cui la devianza non sia un fenomeno prettamente negativo, anzi, essa svolge un ruolo fondamentale e positivo nel mantenimento dell’ordine sociale. Questo concetto si basa sulla teoria di Durkheim, il quale affermava che una società senza devianza non potesse esistere. Per il sociologo francese il crimine era un fatto sociale a tutti gli effetti e in quanto tale svolgeva funzioni sociali ben precise. Le funzioni “positive” della devianza sono: rafforzare la coscienza collettiva, mantenere la stabilità sociale, rafforzare la solidarietà e chiarire i confini della morale.
  • Il concetto di “anomia” (anch’essa ha le sue radici nel pensiero di Durkheim) derivato dalla “anormale divisione del lavoro” che caratterizzava (e caratterizza) la società umana. Il termine durkheimiano “anomia” si legava alla dissociazione della società moderna, dell’individualità dalla coscienza collettiva, cioè il fatto per cui i desideri individuali non erano saziati e non erano abbastanza regolati e controllati. L’anomia era lo stato di mancanza di norme prodotto dalla rapida fuoriuscita dalla società tradizionale ed esacerbato dalle crisi sociali ed economiche. Un esempio è il suicidio trattato proprio da Durkheim (1897). Lo sviluppo del termine durkheimiano “anomia” lo propose R.K. Merton (1938) che lo declinò nelle società democratiche moderne. Per Merton l’anomia non si legava al concetto di assenza di norme, ma la conseguenza di una differenza strutturale tra fini e mezzi. Essa spiegava la tensione insanabile generata dalla società che fornisce modelli di successo, sogni che bisogna assolutamente raggiungere (ad esempio il sogno americano) ma che al contempo non offre gli stessi mezzi per il suo raggiungimento a tutti. Le conseguenze a questo fenomeno sono il conformismo (accettazione dei mezzi legittimi e culturalmente prescritti, quali ad esempio l’impegno individuale) e l’innovazione che usa, però, mezzi illegittimi (es. furto, frode e violenza), la rinuncia (suicidio, malattia mentale e tossicomania) che prevede il rifiuto sia dei fini prescritti sia dei mezzi convenzionali.

L’unione delle due scuole di pensiero

Verso metà degli anni Sessanta, prima negli Stati Uniti e poi in Gran Bretagna e in Europa Occidentale, si afferma una nuova concezione della devianza generata dall’unione di alcuni concetti delle teorie precedenti. Teoricamente, gli spunti principali vennero dalla Scuola di Chicago (il fatto per cui la devianza fosse un comportamento appreso e l’utilizzo di metodi etnografici) e dal funzionalismo (la relazione paradossale tra devianza e controllo) e da altre teorie quali l’interazionismo simbolico, la fenomenologia e la teoria del conflitto.

il concetto di devianza in sociologia
Le prime teorie sociologiche sulla devianza

Da questa nuova teoria la sociologia ha originato una concezione relativistica della devianza piuttosto che effettivamente data; espressione di diversità piuttosto che di patologia e di complessità piuttosto che di semplicità. La tesi fondamentale dei nuovi teorici di sociologia della devianza era che la variabile cruciale nello studio del fenomeno in questione fosse non l’attore (il suo patrimonio genetico, la sua personalità, il suo status sociale, ecc.) e nemmeno le sue azioni (la sua presunta pericolosità), piuttosto la pubblica opinione.

Cosa propongono le nuove teorie sulla sociologia della devianza

Le teorie c.d. “positiviste” convenzionali studiano il comportamento umano, di cui cercano di individuare le cause delimitando un qualche modello deterministico (biologico, psicologico o sociale). Le nuove teorie non solo hanno messo in discussione il determinismo con l’affermazione di un modello più flessibile dell’azione umana, ma hanno evitato qualsiasi tipo di spiegazione causale; inoltre, hanno integrato (a volte sostituito) lo studio del comportamento con quello della reazione sociale. La reazione sociale si esplica a tre livelli a cui si legano tre corrispettivi problemi:

  • il primo è la “definizione” che ha come suo problema da risolvere la genesi della categoria deviante e le sue caratteristiche distintive;
  • la “classificazione” che pone il problema di come incasellare i singoli casi che appartengono a ciò che viene definito deviante;
  • gli effetti, ossia quali conseguenze sociali vengono generate dagli attori definiti devianti.

Di conseguenza, anche le possibili risposte ai problemi presentati sono tre: la prima è strutturale e storica, la seconda è di tipo organizzativo e la terza interazionale e psicologica. Ad esempio, un’azione criminale potrebbe essere studiata a livello storico (dando spiegazioni del contesto storico-politico), in termini organizzativi (legati agli interessi burocratici che hanno portato le istituzioni a vietare determinati comportamenti), o politico (sottolineando le figure di potere e le loro funzioni) o psicologico (caratteristiche appartenenti al soggetto, mai svincolate dalla vita personale e relazionale del soggetto).

Ad oggi, il modello vigente in materia di devianza è quello delle teorie degli anni Sessanta che hanno permesso lo sviluppo di correnti stimolanti ed interessanti affini, quali la teoria critica del controllo sociale, il costruzionismo, il femminismo e il pensiero di M. Foucault (Enciclopedia Italiana, 1995).

La prevenzione della devianza

La devianza si può prevenire, ma non evitare del tutto. Quando si parla di prevenzione, si riconoscono tre livelli della stessa: primaria, secondaria e terziaria. La prevenzione primaria è rivolta a tutta la popolazione, le sue finalità sono volte a ridurre le condizioni dannose conosciute come fattori di rischio di devianza ed è volta a prevenire l’insorgenza di “malattia”, problematiche, disagio. La prevenzione secondaria è diretta soprattutto ai soggetti definiti “a rischio” e si attua uno screening e una conseguente diagnosi con un conseguente intervento. La prevenzione terziaria si attua ai soggetti che presentano già problematiche corroborate. È volta a prevenire recidive e peggioramenti e si basa sulla riabilitazione dei soggetti problematici nella società e nel ricercare una limitazione degli eventuali danni personali e collettivi in cui si può incorrere.

L’infanzia, ma ancor di più l’adolescenza, è una fase importantissima (e critica) per lo sviluppo personale. Il minore, in quanto singolo e appartenente a un gruppo, deve essere in grado di incontrare un sistema in grado di decifrare i suoi bisogni, appagare le sue necessità, accogliere le sue richieste di aiuto e saper proporre dei progetti evolutivi atti a permettergli una sana crescita nel rispetto delle proprie tempistiche fisiologiche.

Orientamento al futuro

Tra gli obiettivi da raggiungere, vi è l’orientamento al futuro che, unito alla dimensione progettuale, sono fattori costitutivi dell’identità che permettono al minore di muovere i primi passi nello sperimentare l’efficacia e la praticabilità di nuovi e differenti modi di pensare e di agire. In Italia sono state introdotte diverse azioni nei contesti sociali e scolastici con il fine di arginare i fenomeni devianti. Queste azioni si presentano come ricerche-intervento svolte per prevenire comportamenti antisociali di preadolescenti e adolescenti. A tal fine si sono sviluppati diversi modelli

Il primo modello è quello medico di G. Caplan (1964) che pone l’attività di prevenzione in base alla fase di sviluppo del comportamento criminale e presenta tre tipi di prevenzione:

  • la prevenzione primaria, che ha la funzione di rimuovere e diminuire i fattori criminogeni presenti nell’ambiente fisico e sociale, attraverso interventi educativi, di politica sociale e urbanistica;
  • la prevenzione secondaria volta all’individuazione precoce di potenziali delinquenti, soprattutto tra i giovani, per i quali si sviluppano interventi in grado di ridurre il rischio di comportamenti antisociali;
  • la prevenzione terziaria che si sviluppa dopo un reato e per questo essa è finalizzata ad evitare la recidiva.

Prevenzione sociale e prevenzione situazionale

La prevenzione sociale coincide con gli interventi di prevenzione primaria e ha come riferimento discipline quali la sociologia (Segre, 1996), la psicologia di comunità (Contessa, 1994) (Francescato, 1995) e l’ecoanalisi dei luoghi (Peled, 1990). Il target di questi interventi sono i bambini, i preadolescenti, gli adolescenti e i giovani adulti etichettati come “a rischio” di compimento di atti delinquenziali.

La prevenzione situazionale è volta principalmente ad ostacolare fisicamente il compimento dei reati, dimostrandosi una forma di prevenzione meccanica. Questo tipo di intervento, di solito, è volto alla promozione del benessere generale degli individui e delle loro famiglie, piuttosto che evitare comportamenti criminali. Esistono anche interventi di prevenzione individuali e tra di essi spicca l’interessante modello psicoeducativo di (Larson, 1995; Francescato, 1995), in cui gli interventi non sono tesi a prevenire un comportamento di tipo deviante o delinquenziale, ma direttamente sui giovani con azioni atte a promuovere situazioni di benessere, incrementando le loro abilità (training skills) e competenze per far fronte al rischio (coping).

Esperienze del gruppo di pari

Altre manovre di prevenzione della devianza adolescenziale sono le esperienze del gruppo dei pari (Blechman et al., 1994; Palmonari, 1992). La prospettiva della comunicazione nel gruppo è fondamentale e offerta da un interlocutore esterno, che deve evitare di imporre indicazioni di comportamento che siano vissute come minacciose dai soggetti. Questa figura deve favorire un dialogo aperto che consenta ai giovani di identificare alcune possibili strategie alternative a loro disposizione.

gruppo_devianza_leadership
Dinamiche di gruppo e devianza sociale: tra sociologia e psicologia

Skinner (Skinner, 1938), studioso americano che ha modificato lo schema classico comportamentista (Pavlov, Sechenov, Bechterev), si concentra sul concetto di “rinforzo” associato al comportamento umano. Per lo studioso americano, per comprendere le azioni umane bisogna osservare l’effetto che esse producono, le loro conseguenze, perché sono queste ultime a determinare le azioni. Lo scopo e l’intenzione, in questa teoria, non giocano nessun ruolo. Per comprendere l’agire umano bisogna considerare tre componenti essenziali:

  1. lo stimolo discriminante (il contesto nel quale la risposta si verifica);
  2. lo stimolo rinforzante (le conseguenze);
  3. il comportamento operante (la risposta del soggetto).

Sociologia della devianza: oltre i “rinforzi” di Skinner

I rinforzi possono essere positivi, e permettere così un aumento di probabilità che un determinato comportamento venga riprodotto nel tempo o negativi che comportano la riduzione o l’annullamento di determinati comportamenti. L’uso di quest’ultimo tipo di rinforzo viene sconsigliato perché può associarsi a stati emotivi negativi quali “ansietà” e “paura”. Lo scopo di queste ricerche è mirato alla progettazione e alla realizzazione di strategie rivolte al contenimento e alla riduzione del fenomeno, attraverso la collaborazione e l’aiuto degli insegnanti, genitori e gruppo dei pari.

Tra i rimedi e gli strumenti di prevenzione alla devianza giovanile, alle situazioni di disagio e marginalità, si possono elencare: la promozione della cittadinanza attiva; una reale partecipazione ad un gruppo (sportivo, religioso, artistico) con la guida di una personalità competente, autorevole e riconosciuta come tale, progetti di sensibilizzazione nei contesti scolastici.

Flavia Verona

Tratto da: Sociologicamente

Riferimenti

  • Benadusi, L., Censi, A., & Fabretti, V. (2004). Educazione e socializzazione. Lineamenti di sociologia dell’educazione. Milano: FrancoAngeli.
  • Blechman, E., Prinz, R., & Dumas, J. (1994). Prosocial Coping by Youth Exposed to Violence. Journal of Child and Adolescent Group Therapy, 4, 205-27.
  • Caplan, G. (1964). Principles of preventive psichiatry. N.Y.: Basic Books.
  • Contessa, G. (1994). La prevenzione. Teoria e modelli di psicosociologia e psicologia di comunità. Torino: Città di Studi.
  • Durkheim, E. (1897). Le suicide. Etude de sociologie.
  • Durkheim, E. (1922). La sociologia e l’educazione. (S. Acquaviva, Trad.) Roma: Newton Compton.
  • Francescato, D. (1995). È sufficiente il modello psicoeducativo? Una riflessione su varie strategie di prevenzione primaria in Italia e negli Stati Uniti. Relazione sull’intervento di Dale G. Larson. Psicologia Clinica.
  • Goffman, E. (1963). Stigma: notes on the management of spoiled identity. NJ: Englewood Cliffs.
  • Larson, D. (1995). Il modello psicoeducativo e la salute mentale. Psicologia Clinica(3), 36-50.
  • Matza, D. (1964). Delinquency and drift. New York.
  • Matza, D. (1969). Becoming deviant. Englewood Cliffs.
  • Merton, R. (1949). Teoria e struttura sociale.
  • Palmonari, A. (1992). Psicologia dell’adolescenza. Bologna: Il Mulino.
  • Parsons, T. (1951). Il sistema sociale.
  • Peled. (1990). The Ecoanalysis of Places. The Architects Journal, 192(7), 49-55.
  • Segre, S. (1996). La devianza giovanile. Cause sociali e politiche di prevenzione. Milano: Angeli.
  • Skinner, B. (1938). The Behavior of Oragnisms. Aplleton-Century.
  • Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/sociologia-della-devianza_(Enciclopedia-Italiana)/

L’IRA DI DIO

a cura di Giuseppe Aiello

“A Gesù fu chiesto: ‘O Spirito di Dio, qual è la cosa più tremenda e più dura in questo mondo e nell’altro?’

“L’ira di Dio”, disse.

“Cosa può salvarci da essa?” chiesero.

“Frena la tua ira e sopprimi la tua rabbia”, rispose.

La via per riuscirci è opporsi al’ego e, quando vuole lamentarsi di qualcosa, ringraziarlo.

Esageratelo a tal punto da generare amore dentro di voi, perché [anche] rendere falsi ringraziamenti a Dio è cercare l’amore di Dio. Così dice il nostro grande maestro che lamentarsi di una creatura è lamentarsi del Creatore.

Ha anche detto che l’inimicizia e l’ira sono nascoste dentro di te e contro di te, come il fuoco. Quando vedrai uscire una scintilla da questo fuoco, spegnila affinché ritorni nell’inesistenza da dove è venuta.”

–– Rumi, Fihi ma fihi, 242-243

L'IRA DI DIO
L’IRA DI DIO

Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale

di Claudio Conti – Guido Salerno Aletta

29 ottobre 2024

L’avanzata e soprattutto l’allargamento dei paesi Brics sono un problema ormai molto consistente per la propaganda che deve vendere la storica “superiorità occidentale”. Soprattutto sul piano economico.

L’ingresso, un anno fa, di altri quattro paesi (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti), ha portato quell’area a rappresentare il 35% del Pil e quasi la metà della popolazione mondiali, mentre il G7 (Usa, Giappone, Gran Bretagna, Canada, Italia, Francia e Germania) è sceso ormai al 30% del Pil, con appena un sedicesimo della popolazione. Particolari decisivi: la quota del Pil “occidentale” continua a scendere velocemente e l’età media nei Brics (e nei candidati) è molto bassa, mentre l’area G7 sente il morso del calo demografico, con popolazioni che invecchiano e fisiologicamente escono dalla produzione (nonostante il costante aumento dell’età pensionabile).

Anche il fatto di controllare il 42% della produzione di petrolio chiarisce l’importanza di questo insieme, forte nella produzione e nelle materie prime. Soprattutto tenendo presente che alcuni paesi già oggi sulla porta dell’organizzazione potranno solo aumentare di molto queste caratteristiche: a cominciare da Arabia Saudita, Malesia, Algeria, Venezuela, Indonesia, Cuba.

Detto in estrema sintesi, economie sovradimensionate dalle attività finanziarie, con una popolazione in calo, contro economie “fisiche” che possono contare su una massa di giovani che – una volta migliorate le condizioni per il loro protagonismo in tutti gli ambiti del lavoro (istruzione, formazione, sviluppo industriale, ecc) – non potranno che moltiplicare la distanza che già ora separa i Brics dall’”Occidente collettivo”.

Questa situazione è nota a tutti gli analisti ed anche ai semplici propagandisti di complemento che abitano nelle redazioni. Si possono distinguere facilmente questi ultimi perché ogni volta che aprono bocca o scrivono un pezzo cercano di convincervi che il problema in realtà non esiste, se non come “preoccupazione” per le aspirazioni “egemoniche” dei paesi più grandi e forti, come Russia e Cina (e Iran). Agitando davanti ai vostri occhi lo straccio rozzo dell’”asse del male”.

Oppure provando a ridicolizzare quelle ambizioni – in primo luogo lo svincolo del proprio commercio globale dall’ostacolo chiamato dollaro (e dal sistema di pagamenti Swift, controllato dagli Stati Uniti) – con la creazione di un’altra moneta e di un altro sistema di pagamenti.

Un esempio classico sono i molti “Rambini” che descrivono i Brics come un “insieme di mattoni” (giocando sulla parola inglese “bric”) ma “senza cemento”. Instabile e non resistente, insomma, che basta una buona spallata per far cadere.

Bambinate, certo, ma che possono confondere chi non ha tempo e infarinatura economica per farsi un giudizio da solo.

Ma fortunatamente ci sono anche analisti seri, che magari hanno la fortuna di lavorare o collaborare con giornali che hanno il compito di “informare gli investitori”, non un pubblico generico (l’”opinione pubblica manipolata” nella sua accezione orwelliana). E che dunque devono dire la verità per permettere a chi ha soldi da mettere sui mercati di avere notizie valide, altrimenti la funzione di quel giornale salta.

Sul recente vertice dei Brics a Kazan, e sui risultati raggiunti (“nulli” per i propagandisti meno attrezzati) il giornale economico MilanoFinanza ci ha offerto un lucidissimo contributo di Guido Salerno Aletta, che evidenzia come il processo di costruzione di una moneta comune e di un sistema di pagamenti alternativo abbia questa volta fatto un passo avanti forse decisivo.

Dopo di che bisogna sapere – e capire – che la “moneta unica” dei Brics non sarà e non può essere un equivalente dell’euro, con tutte le sue costrizioni invalidanti che hanno azzoppato la crescita europea. Né potrà ovviamente essere un equivalente del dollaro, ovvero di una “moneta imperiale” che obbliga ogni attività economica a passare per la sua mediazione e a lasciare, nel passaggio, una fettina di plusvalore prodotto altrove; ma soprattutto a subire le ondate di “finanziamento facile” e quelle opposte di “rientro veloce dal debito” che hanno incatenato per decenni una valanga di paesi alle decisioni del Fmi (di Washington, di fatto).

Sarà invece una sorta di “unità di conto”, con meccanismi completamente diversi e tali da proteggere anche i paesi meno forti dall’emergere di un “imperatore valutario”. Potendo contare peraltro su un “sistema dei pagamenti” diverso dall’americano Swift, che fin qui era servito a dare efficacia concreta alle “sanzioni” unilaterali decise da Washington.

Ma vi lasciamo volentieri al testo di Salerno Aletta, certamente più preciso…

*****

Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale

Guido Salerno Aletta – MilanoFinanza

Via libera all’uso delle le valute nazionali nelle transazioni tra i Paesi Brics+, che saranno effettuate attraverso i rispettivi sistemi bancari su una piattaforma autonoma rispetto allo Swift: è questo il passo operativo e decisivo che emerge dalle conclusioni del summit tenuto a Kazak sotto la presidenza della Russia nel nuovo formato a nove Paesi, nel lungo e complesso cammino verso l’obiettivo ambiziosissimo di sottrarsi all’egemonia del dollaro.

Dettagli del summit

Sfrondando i documenti finali del vertice dalle consuete affermazioni di principio che si ripetono invariabilmente altisonanti insieme agli impegni confermati per il futuro, il punto decisivo viene dettagliato ai paragrafi 5.1 e 12 del Joint Statement dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali, che utilizza una gergalità tecnica indistinguibile rispetto a quella utilizzata nei documenti elaborati dell’analogo organismo del G7.

Questa forma di mimesi linguistica punta a due obiettivi: dimostrare che il sistema messo a punto parte dalla perfetta conoscenza teorica e tecnica del sistema occidentale oggi diffuso dappertutto a livello globale; sottolineare che è più vantaggioso sia dal punto di vista economico che delle libertà che garantisce.

Il documento parte dal riconoscimento del vantaggio derivante dall’uso di strumenti di pagamento transfrontalieri a basso costo, più rapidi e più efficienti di quelli attuali, trasparenti, sicuri e inclusivi, basati sul principio di minimizzazione delle barriere e di un accesso non discriminatorio: quest’ultima è una chiara risposta a favore della Russia e dell’Iran, che hanno subito pesanti limitazioni attraverso sanzioni sempre più severe per quanto riguarda l’accesso ai sistemi internazionali di pagamento.

Un assetto monetario multilaterale

C’è un secondo aspetto del documento, ancor più significativo rispetto alla stessa indipendenza della nuova piattaforma dal punto di vista tecnologico e politico, in quanto definisce la prospettiva davvero multilaterale del nuovo assetto monetario, in quanto evita il prefigurarsi di una nuova egemonia in via di fatto: si accoglie con favore l’uso delle valute locali nel commercio internazionale e nelle transazioni finanziarie tra i Brics e i loro partner commerciali, e si incoraggia il rafforzamento delle reti bancarie dei paesi Brics e consentendo regolamenti nelle valute locali in linea con la Bcbpi (Brics Cross-Border Payments Initiative).

Quest’ultima affermazione ci riporta indietro nel tempo, al regolamento in oro degli sbilanci valutari, un onere che incombeva alle banche centrali che dovevano pagare con le proprie riserve e ridurre la circolazione della corrispondente moneta ritirata dal Paese creditore: un rimedio insufficiente, assunto a posteriori.

Rischi legati al debito

Abbandonata la base aurea, il pagamento viene ora effettuato o acquistando preliminarmente sul mercato la valuta del venditore o quella di riserva internazionale; in alternativa, si contrae un credito così denominato: mentre acquisti massicci di monete straniere indeboliscono di continuo il cambio rendendo più costose le importazioni, nel secondo caso il problema viene spostato in avanti nel tempo sul piano della affidabilità finanziaria del singolo debitore o dell’intero Paese nel caso di debito pubblico.

Quando la prospettiva del default dei debitori privati diviene sistemica, viene affrontata liberandosi velocemente dei bond da loro emessi che perdono conseguentemente di valore ed innescano una crisi di borsa; il pericolo di default del debito sovrano viene invece affrontato con la svalutazione e con le politiche restrittive della domanda di importazioni e di sostegno alle esportazioni.

Ebbene, sono queste le tipologie di squilibri dei conti con l’estero che vengono affrontate sia dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che dalle diverse istituzioni regionali come la Latin American Reserve Fund (Flar), l’Arab Monetary Fund (Amf), l’Esm (European Stability Mechanism), e dallo stesso Contingent Reserve Arrangement (Cra) stipulato dai cinque Paesi fondatori dei Brics, ma che non è mai stato operativo.

Commercio tra i Paesi Brics

Nei rapporti commerciali intrattenuti tra i diversi Paesi Brics e verso terzi gli squilibri sono spesso cospicui e talora strutturali: ad esempio, commerciando nelle rispettive valute, la Russia e l’India si trovano la prima ad accumulare continuamente rupie che non sa come utilizzare e la seconda a doversi continuamente indebitare in rubli.

Se, dunque, il debito emesso nella propria valuta espone lo straniero che lo detiene al rischio di una svalutazione, e quello emesso nella valuta del creditore rappresenta un vincolo assai rilevante, il ricorso al finanziamento in dollari inchioda chi lo contrae alle dinamiche della politica monetaria di Washington, con repentini rialzi dei tassi di interesse e del rapporto di cambio che più di una volta hanno creato immense difficoltà ai Paesi indebitati, in particolare quelli sudamericani.

Il Brasile ne sa qualcosa, di questo tsunami della valuta americana che prima inonda l’economia di credito e poi si ritira con altrettanta devastante violenza.

La nuova valuta «R5»

L’obiettivo di commerciare e indebitarsi in una moneta di riserva internazionale che sia scevra da questi pericoli di egemonia, rappresenta l’ambizione dei Brics: se la Russia teme il sopravvento dello yuan, neppure l’India accetterebbe mai di replicare con Pechino le relazioni valutarie e finanziarie che le vennero imposte da Londra ai tempi in cui era la Perla dell’Impero.

E se, nell’ambito dei Brics, l’adozione di una moneta unica come l’euro non è minimamente ipotizzabile, sembra assai più plausibile che venga presa in considerazione una prospettiva analoga a dell’Hard Ecu che venne abbandonata per il concorso di una triplice concomitanza di interessi: l’ambizione sfrenata della Germania di imporre la propria costituzione monetaria al resto del Continente; l’illusione della Francia di eliminare così dalla scena monetaria il marco che spadroneggiava sui tassi; la assoluta indisponibilità del Regno Unito ad abbandonare la sterlina, per rimanere davvero sovrana.

La valuta dei Brics di cui da tanto tempo si parla, e di cui Putin ha mostrato a Kazak una maquette, prenderebbe il nome «R5» dalle iniziali delle valute nazionali dei Paesi fondatori (Reais, Rublo, Rupia, Renminbi e Rand) e circolerebbe in parallelo alle valute esistenti ma solo in forma digitale. Sarebbe una moneta internazionale finalmente partecipata, non egemonizzata da nessun Paese: né adespota, né straniera.

Tratto da: ControPiano

Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale
Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale

Rischio contagio povertà: l’Italia è al terzo posto in Ue

a cura della Redazione

Analisi Eurostat: peggio solo Romania e Bulgaria

a povertà contagia le generazioni future: una difficile situazione finanziaria familiare passata che si ripercuote inevitabilmente oggi sul rischio di povertà: in Italia, al terzo posto di questa non edificante classifica di Eurostat, lo segnalano il 34% delle persone rispetto a un livello medio europeo decisamente inferiore: il 20%.
    Peggio del Belpaese fanno solo Romania e Bulgaria con tassi di rischio di trasmissione della povertà segnalati decisamente più alti.
    L’analisi di Eurostat segnala quindi il rischio di una trasmissione intergenerazionale della povertà: infatti il 20% degli adulti (tra i 25 e i 59 anni) a rischio povertà lo scorso anno ha confermato che a 14 anni la famiglia viveva una situazione finanziaria difficile, mentre il 12% delle persone adulte a rischio povertà afferma di aver avuto una situazione famigliare positiva dal punto di vista economico.
    A livello nazionale, la Bulgaria ha segnalato le maggiori disparità nel rischio di povertà considerando la situazione finanziaria infantile della famiglia: il 48,1% di coloro che hanno segnalato una cattiva situazione finanziaria nella loro famiglia intorno ai 14 anni era a rischio di povertà, rispetto al 14,4% di coloro che hanno segnalato una buona situazione finanziaria.

La Romania ha mostrato cifre simili, rispettivamente con il 42,1% e il 14,6%.

Segue in terza posizione l’Italia con il 34% contro il 14,4%.

Tratto da: ANSA

Rischio contagio povertà: l'Italia è al terzo posto in Ue
Rischio contagio povertà: l’Italia è al terzo posto in Ue