RAPSODIA DEL VIAGGIO MISTICO

a cura di Vincenzo Di Ieso

L’uomo capace di comprendere ha una grande vista!
Tra le cose nulla gli è impossibile.
Gli avidi si sacrificano per il denaro.
I cavalieri valorosi si sacrificano per la fama.
I millantatori muoiono per l’autorità.
Facendo di ogni vita una merce,
i codardi fuggono a est e a ovest.
I grandi uomini non sono meschini.
Le loro idee si evolvono in modo imparziale.
I cavalieri ottusi, legati dalla volgarità,
sono bloccati come se fossero imprigionati.
L’Uomo Definitivo abbandona le cose.
Da solo (sta) insieme al Tao.
La moltitudine degli uomini è confusa oh!
Amori e odi si accumulano a milioni.
Il Vero Uomo è mite e tranquillo oh!
Da solo, nel Tao, si riposa.
È libero dalla conoscenza e mette da parte le forme oh!
Trascendentalmente privo di sé.
Nella vacua desolazione con il Tao si libra.
Cavalca il flusso per partire.
Quando raggiunge l’approdo si ferma.
Perde il suo corpo, depone il suo mandato oh!
Disinteressato, non ha ego.
La sua vita è come un galleggiamento,
la sua morte come un riposo.
Lucido come la tranquillità di una sorgente profonda,
naviga via come una barca slegata.
Non fa tesoro di sé per le cause della vita!
Si nutre del vuoto e va alla deriva.
L’uomo animato dal Carisma Divino non ha vincoli,
conoscendo il suo mandato non ha preoccupazioni.
Cause futili e pula insignificante,
come possono essere sufficienti a farlo dubitare?

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(Tratto da Heguanzi, 鶡冠子, Maestro Cappello di Fagiano. Una raccolta sincretica di scritti del III secolo a.C. circa in particolare delle scuole di Huang-Lao, del Taoismo).

RAPSODIA DEL VIAGGIO MISTICO
RAPSODIA DEL VIAGGIO MISTICO

NESSUN ATTACCAMENTO

a cura di Giorgio Massara

Arjuna chiede a Krishna:

“Come potrei nel corso della battaglia respingere con le mie frecce uomini degni della mia venerazione? Preferirei mendicare. Non so se sia meglio vincerli o esserne vinti. Se li uccidessi, perderei il gusto di vivere. Sono confuso sul mio dovere e ho perso ogni contegno. Istruiscimi, Ti prego.”

(Bhagavadgītā 2.4-7)

Krishna risponde spiegandogli che l’anima è eterna e il corpo transitorio:

“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, Io, tu e tutti questi re, e mai nessuno di noi cesserà di esistere.”

(Bhagavadgītā 2.12)

La sofferenza di Arjuna è dovuta al suo attaccamento per i corpi mortali di amici e parenti, e Krishna gli ingiunge di tollerare le inevitabili miserie della vita:

“O Arjuna, grande tra gli uomini, chi non si lascia turbare né dalla gioia né dal dolore, ma rimane impassibile in entrambe le circostanze, è certamente degno della liberazione.”

(Bhagavadgītā 2.15)

NESSUN ATTACCAMENTO
NESSUN ATTACCAMENTO

NE’ AMORE NE’ ODIO PER LE COSE

a cura di Giuseppe Aiello

“Al tempo di Mosè c’era un derviscio che trascorreva giorni e notti in stato di adorazione, ma non riusciva a ottenere alcun vero progresso spirituale. Aveva una bella barba lunga e spesso, mentre pregava, si fermava a pettinarla.

Un giorno vide Mosè e gli disse: ‘O Re del Monte Sinai, chiedi a Dio, ti prego, di dirmi perché non provo né soddisfazione spirituale né estasi.’

La volta successiva che Mosè salì sul Sinai parlò a Dio del derviscio, e Dio disse, in tono di dispiacere: “Sebbene questo derviscio abbia cercato l’unione con Me, egli pensa costantemente alla sua lunga barba”.

Quando Mosè venne, raccontò al Sufi ciò che Dio aveva detto, e il derviscio subito odió la sua barba, ma Dio rivelò a Mosè: “Anche adesso il tuo Sufi pensa alla sua barba. Non pensava ad altro mentre pregava, ed è ancora più attaccato ad essa mentre se la strappa!”.

[Attar:] ‘O tu che pensi di aver smesso di preoccuparti della tua barba, sei immerso in un oceano di afflizione. Quando potrai considerla con distacco, avrai il diritto di navigare attraverso questo oceano…”

Attar, La lingua degli uccelli

NE' AMORE NE' ODIO PER LE COSE
NE’ AMORE NE’ ODIO PER LE COSE

I frames dell’immigrazione: minaccia-vittima-eroe

a cura di Sociologicamente

Capire come funziona l’industria dei media fa cambiare lo sguardo su di essa. Se solitamente una notizia viene presa così com’è e ascoltata passivamente, conoscere il “retroscena” fa attivare il pensiero critico. Un esempio molto chiaro si ha con il tema immigrazione.

I frames dell’immigrazione: minaccia-vittima-eroe
I frames dell’immigrazione: minaccia-vittima-eroe

In questo caso centrale è il concetto di frame: un fenomeno complesso viene semplificato fortemente attraverso rigidi schemi interpretativi. Delle mille sfaccettature del fenomeno solo alcune trovano spazio sui media, e di quelle che vengono mostrate tutte ricadono sotto una delle tre interpretazioni: migrante come minaccia, come vittima o come eroe. Qualsiasi fatto viene raccontato attraverso determinate metafore, parole-chiave, immagini e raffigurazioni, tipici per ogni frame. Le foto in particolare appaiono come una rappresentazione oggettiva, ma in realtà sono sempre parziali ed esprimono determinati punti di vista.

Leggendo qui sotto, provate a pensare a notizie che riguardino il tema immigrazione e non siano una di queste tipologie…

Frames dell’immigrazione: la minaccia

Questo frame rappresenta le persone migranti come una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico, ma anche come minaccia culturale. Inoltre, i/le migranti sono visti/e come minaccia nell’ambito del lavoro e dei servizi, perché sottrarrebbero risorse agli/alle autoctoni/e. Al centro troviamo il legame immigrazione-criminalità: i crimini commessi da persone migranti ricevono maggiore attenzione e ne viene sottolineata la violenza più che per i crimini di non-migranti. La criminalità si trova sui media in un unico “pacchetto” insieme a degrado e povertà, irregolarità, allarme per il numero di arrivi e terrorismo. Le notizie vengono caratterizzate da immagini di disperazione, devianza e controlli di polizia (spaccio e prostituzione).

Corriere della Sera, 26/10/2021 - Repubblica
La Stampa, 01/08/2017

L’immigrazione è rappresentata inoltre anche come un’influenza pericolosa sulla “cultura nazionale”, dando per scontata la sovrapposizione tra nazione e cultura, e quest’ultima come immutabile e uguale per tutti i cittadini del paese. Si usano la metafora dell’invasione e la paura della sostituzione etnica, che, guardando ai dati, possono essere considerate forzature della realtà per interessi politici, in quanto gli stranieri residenti in Italia sono l’8,4% della popolazione (Istat, 2020), pur sempre una minoranza.

Frames dell’immigrazione: la vittima

In questo caso le persone migranti sono rappresentate come schiavi/e e “disperati/e fuori luogo”: uomini come schiavi nei campi (di pomodori) vittime del caporalato, donne come schiave della prostituzione vittime della tratta, ed entrambi come persone spaesate, in condizioni di forte disagio. Questo frame è dipendente dalle immagini shock: prevalgono gli scatti rubati, nel momento di maggiore difficoltà e stremo ovvero quello dello sbarco, foto e video di corpi morti, che vanno oltre il tabù della morte e il rispetto per il momento. Si parla di trauma porn e spettacolarizzazione del dolore, immagini angoscianti che cercano di ottenere attenzione e affrontare l’indifferenza.

Fotografia di Laurin Schmid usata per Avvenire, 01/01/2018

L’origine di questo filone di notizie si ha nelle campagne delle ONG, che avevano iniziato a ritrarre corpi visibilmente sofferenti e vulnerabili, allo scopo di ottenere donazioni. Il tono emotivo è quindi quello della pietà e della disperazione: le foto di persone stravolte diventano l’icona dell’immigrazione, e passano l’idea di individui passivi, senza forza di volontà. Tutto il contrario di quello che essi sono: bisogna ricordare che solo i più forti (emotivamente) riescono a trovare le risorse e il coraggio per partire, e poi per sopravvivere alle numerose difficoltà. Una rappresentazione quindi che sminuisce le qualità di queste persone e cancella quindi anche la possibilità di pensare alle migrazioni come opportunità.

Frames dell’immigrazione: l’eroe

L’unica visione positiva delle migrazioni passa per storie individuali, persone presentate come un’eccezione, mentre non si trovano notizie positive che riguardino gruppi. Queste storie sono quelle di “stranieri di successo”, come sportivi, gente di spettacolo o più in generale professionisti, o di “migranti volenterosi” che si distinguono per le loro qualità morali.  

Corriere della Sera, 26/10/2021 – Repubblica 

Nel primo caso si parla di persone che hanno fatto carriera: l’immigrazione è legata alla povertà, nel momento in cui questo elemento viene meno, cambia anche la narrazione ed essi diventano parte della società italiana in quanto integrati/e. Nel secondo caso invece si parla di persone che rispondono allo stereotipo dell’aiutante docile, che lavora in mansioni utili al paese, non protesta e non dà problemi; di cui l’icona è la badante. Ci si basa sulla retorica del buon lavoratore, che rientra nell’ideologia della meritocrazia, centrale in questo frame in quanto dimostra che il successo-integrazione può essere raggiunto, ed è responsabilità e risultato individuale. In entrambi i casi, i toni sono quelli del sensazionalismo e si utilizzano foto-ritratto di persone felici e sorridenti.

Il messaggio che, inconsciamente, assimiliamo è quello che “gli immigrati sono tutti spacciatori e criminali” o che “sono tutti poveretti che aspettano il nostro aiuto”, e poi sì, c’è qualche eccezione che conferma la regola. Questo rende l’idea di quanto la realtà venga semplificata e banalizzata, creando così un immaginario distorto che ha conseguenze concrete importanti.

Laura De Angeli

Tratto da: Sociologicamente

SCIOGLIERE I NODI

a cura di Giuseppe Aiello

Dipinto: “Maria (Maryam) che scioglie i nodi che impediscono di unirsi a Dio”

“Anche se leghi cento nodi, il filo rimane uno” (Rumi)

In nome di Dio, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: «Mi rifugio nel Signore dell’alba nascente, contro il male di ciò che ha creato, e contro il male dell’oscurità che si estende e contro il male delle soffianti sui nodi, e contro il male dell’invidioso quando invidia». (Corano, L’alba nascente)

SCIOGLIERE I NODI
SCIOGLIERE I NODI

SUL DISTACCO

a cura di Giuseppe Aiello

“Un filosofo di nome Avicenna disse: ‘Il rango di una mente [anima] distaccata è così alto che ciò che vede è vero, ciò che desidera accade, ciò che comanda deve essere fatto’… Potresti chiedere: ‘Che cosa è questo distacco da essere cosi nobile?’

Sappi che ciò accade quando una mente non viene mossa da alcun affetto contingente, o dolore, o onore, o calunnia, o vizio, come un’ampia montagna, impassibile da un vento gentile.”

–– Meister Eckhart, Sul distacco, 84-85 (teologo, filosofo e mistico cristiano)

SUL DISTACCO
SUL DISTACCO

ENOCH 2: IL LIBRO DEI SEGRETI DI ENOCH

a cura di Enfant Terrible

Il Libro dei Segreti di Enoch, noto anche come 2 Enoch, è un manoscritto antico e misterioso che narra il viaggio straordinario di Enoch nei regni celesti. Probabilmente composto nel I secolo d.C., questo testo offre un’esperienza unica nel mondo della letteratura apocalittica, rivelando verità cosmiche e arcane che risiedono oltre il velo della nostra realtà. A differenza del Libro di Enoch (1 Enoch), che si focalizza sugli angeli caduti e la loro caduta, 2 Enoch ci invita a esplorare la struttura e il funzionamento dell’intero cosmo. Ogni capitolo si apre come una finestra sui cieli più alti, popolati da esseri angelici, potenze divine e leggi misteriose che governano l’universo. Enoch viene scelto come viaggiatore spirituale e guidato dai confini del mondo terreno fino al cuore della creazione stessa, trasportato da due angeli splendenti. Inizia così un pellegrinaggio attraverso ben sette cieli, ognuno più abbagliante e complesso dell’altro, fino a giungere al settimo cielo, dove Enoch incontra il trono di Dio avvolto in un’incredibile luce. Qui, le verità dell’universo vengono svelate: le leggi del tempo, il destino delle anime e la struttura dell’eternità. Durante il suo cammino, Enoch viene istruito non solo sui segreti della creazione, ma anche sulla natura del peccato, del giudizio e della redenzione. La sua figura emerge non solo come testimone del divino, ma come mediatore e guida per l’umanità, incaricato di tramandare queste conoscenze arcane alle generazioni future. La grandezza del Libro dei Segreti di Enoch risiede non solo nella sua descrizione dei regni celesti, ma nel messaggio morale e spirituale che racchiude. Enoch ammonisce i malvagi, preannunciando i loro destini, e incoraggia i giusti a perseverare, mantenendo salda la fede. In questo senso, l’opera è sia una visione profetica che un trattato etico sull’importanza di vivere in armonia con le leggi divine. Ogni rivelazione di 2 Enoch si intreccia con il destino dell’umanità, creando un mosaico di simboli e significati che ci trascina oltre la dimensione temporale. In questo viaggio, Enoch non solo osserva, ma trasforma se stesso, diventando parte integrante del disegno divino. Alla fine del suo pellegrinaggio, egli non torna più sulla terra come uomo: viene elevato a essere di pura luce, trasformandosi nel supremo Principe Metatron, custode del trono di Dio e scriba celeste.

Attraverso 2 Enoch, ci immergeremo in un mondo mistico e affascinante, dove ogni cielo rappresenta una nuova dimensione della realtà e ogni insegnamento è un riflesso della saggezza divina. La struttura di ciascun capitolo sarà simile a quella utilizzata per 1 Enoch: approfondimento, interpretazione mistica e un invito a riflettere sui messaggi spirituali contenuti in ogni rivelazione. Prepariamoci al viaggio nei Cieli!

ENOCH 2: IL LIBRO DEI SEGRETI DI ENOCH
ENOCH 2: IL LIBRO DEI SEGRETI DI ENOCH

TAIWAN CON LA CINA E IL MONDO IN BILICO: LA GUERRA DEL XXI SECOLO PASSA PER I CHIP

di Giuliano Noci

Viviamo in un mondo in cui la tecnologia non è solo il motore dell’economia globale, ma anche il cuore pulsante della politica internazionale. I semiconduttori, i minuscoli chip che alimentano smartphone, computer, automobili e dispositivi di intelligenza artificiale, sono il nuovo oro nero. E Taiwan, che produce circa l’80% dei chip avanzati globali, si trova al centro di questa crisi globale, minacciata da una Cina sempre più aggressiva e osservata da un Occidente preoccupato, ma strategicamente incerto. La crescente tensione tra Cina e Taiwan non è una semplice ruggine tra vicini. Non si tratta solo di orgoglio nazionale o di dispute territoriali. Qui si gioca una partita ben più grande, una partita che rischia di tracciare i confini del potere nel XXI secolo. La domanda da porsi, però, non è se stia per scoppiare la terza guerra mondiale, ma piuttosto “come” sarà combattuta e “chi” ne uscirà vincitore. Il controllo di Taiwan non riguarda solo il prestigio della Cina o la sua ambizione di “riunificare” una provincia ribelle. Riguarda il futuro della tecnologia globale. Con il mondo dipendente da Taiwan per i semiconduttori, un’interruzione della produzione dell’isola non causerebbe solo un rallentamento delle economie: significherebbe il blocco dei settori vitali, dalla produzione automobilistica allo sviluppo di tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale e la robotica. E in un’economia mondiale sempre più basata sulla digitalizzazione, l’interruzione della filiera dei chip sarebbe devastante. La Cina lo sa bene. Ecco perché non ha bisogno di premere il grilletto subito. Le esercitazioni militari intorno all’isola, descritte come una “strategia dell’anaconda”, sono un chiaro messaggio: Pechino può strangolare Taiwan senza nemmeno invaderla. Un embargo, una pressione economica mirata, un accerchiamento commerciale potrebbero paralizzare l’isola molto più efficacemente di un’invasione militare. La Cina vuole soffocare Taiwan lentamente, per convincerla a cedere, senza compromettere le relazioni con l’Occidente da cui dipende ancora economicamente.

Mentre Stati Uniti e Cina si preparano a un confronto che potrebbe riscrivere gli equilibri globali, l’Europa assiste impotente. È inutile nasconderlo: il Vecchio Continente è marginale. Dipendente dai semiconduttori taiwanesi e dalle tecnologie americane, investe briciole rispetto ai due giganti nelle tecnologie avanzate, rischiando di essere la prima vittima di un eventuale blocco della produzione a Taiwan. L’Europa non è solo debole, è inerme. Non ha una capacità autonoma di produzione di semiconduttori, e il ritardo negli investimenti in intelligenza artificiale e altre tecnologie strategiche la rende estremamente vulnerabile. In un mondo in cui la tecnologia è il nuovo campo di battaglia, l’Europa rischia di essere travolta senza nemmeno accorgersene. L’assenza di un piano strategico per ridurre la dipendenza tecnologica dall’esterno la rende spettatore impotente di una guerra che potrebbe decidere il suo destino. La vera domanda, infatti, non è se la terza guerra mondiale scoppierà a Taiwan. La domanda è se il conflitto per il controllo della tecnologia e delle risorse digitali prenderà la forma di una guerra calda o di una competizione sempre più serrata tra le potenze mondiali. La Cina non ha fretta: sta investendo miliardi nella produzione di chip fotonici, la prossima generazione di semiconduttori e punta all’autosufficienza. Gli Stati Uniti cercano di limitare la dipendenza da Taiwan, ma sono ancora lontani dall’ottenere una piena indipendenza tecnologica. E l’Europa, per ora, rimane nella sua marginalità strategica. La guerra del XXI secolo potrebbe non essere combattuta con carri armati e missili, ma con chip e algoritmi. Taiwan è la polveriera di questa nuova era. E non sarà un attentato a Sarajevo a far scoppiare il conflitto, ma il controllo delle risorse che alimentano il futuro tecnologico del mondo.

Gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere Taiwan. Non solo perché significherebbe un colpo mortale alla loro credibilità come potenza globale, ma perché sarebbe come cedere il dominio tecnologico del futuro alla Cina. Washington ha ripetuto a più riprese il suo sostegno a Taipei, ma la verità è che si trova in una posizione estremamente delicata. Un intervento militare diretto sarebbe un disastro, con conseguenze incalcolabili, mentre lasciare che la Cina prenda il controllo dell’isola significherebbe accettare la fine della supremazia americana nel Pacifico e, in definitiva, nel mondo. Questa incertezza si riflette in tutte le mosse degli Stati Uniti nell’area Asia-Pacifico. Da un lato, Washington rafforza le sue alleanze con Giappone, Corea del Sud e Australia, e promuove iniziative come il “Quad” con India e Australia per contenere l’espansione cinese. Dall’altro, cerca di evitare uno scontro diretto che potrebbe sfociare in un conflitto devastante. Il margine di manovra si sta assottigliando e il Pacifico potrebbe presto diventare il teatro di una nuova Guerra Fredda. Ma se Pechino ha le armi in pugno, perché non agisce? La risposta è più semplice di quanto sembri: la Cina è in un momento di fragilità economica. La sua crescita rallenta, la popolazione invecchia e il pessimismo serpeggia tra i cittadini, stanchi di promesse di prosperità non mantenute. Xi Jinping sa che un conflitto con Taiwan potrebbe unire temporaneamente il Paese contro un nemico esterno, ma sa anche che la guerra destabilizzerebbe l’intero sistema economico globale, da cui la Cina stessa dipende. È per questo che la Cina non può permettersi un conflitto aperto con gli Stati Uniti e i loro alleati, almeno non ora. Le esportazioni verso l’Occidente sono ancora vitali per mantenere a galla l’economia cinese e un crollo dei mercati causato da un conflitto militare sarebbe devastante per Pechino. La strategia della Cina, quindi, è di giocare su due fronti: mantenere una pressione costante su Taiwan, continuando a investire nella propria indipendenza tecnologica.

TAIWAN CON LA CINA E IL MONDO IN BILICO: LA GUERRA DEL XXI SECOLO PASSA PER I CHIP
TAIWAN CON LA CINA E IL MONDO IN BILICO: LA GUERRA DEL XXI SECOLO PASSA PER I CHIP

L’UTERO IN AFFITTO COME REATO UNIVERSALE

di Alice Lattanzi

Chi crede in Dio (che creda in quello cristiano come in qualsiasi altro) sa benissimo che ci sono delle cose che dipendono dalla sua volontà.

Ma non c’è neanche bisogno di crederci per capire che se Madre Natura (che noi cristiani chiamiamo Dio) decide che tu non puoi avere figli, sarà anche crudele ma è un disegno dell’Altissimo, divergendo dal quale si va incontro a pericolose conseguenze.

Una madre che non può avere figli e che, a seguito di costose e pesanti cure, riuscisse nell’impresa, metterebbe al mondo figli che rischierebbero di avere problemi di salute gravi, oltre a rischiare essa stessa di ammalarsi, perché se si pensa, per esempio, alla FIVET, questa non è affatto priva di rischi, tutt’altro.

Esiste l’adozione, ci sono tanti bambini che hanno bisogno di un padre e di una madre perché i propri genitori non hanno potuto mantenerli (e uno Stato che non li aiuta, commette un crimine nei confronti della sua gente) o perché non li hanno voluti (e genitori così commettono un crimine nei confronti dei nascituri).

Ma l’utero in affitto è un abominio, è la mercificazione del corpo umano. Non c’è altro modo di definirlo.

Bene ha fatto il governo a renderlo reato universale, non soltanto per una questione morale ma anche per mettere fine al mercimonio che gira attorno a tutta questa faccenda.

L'UTERO IN AFFITTO COME REATO UNIVERSALE
L’UTERO IN AFFITTO COME REATO UNIVERSALE

Iran ha abbandonato la “pazienza strategica”

di Yahya Sorbello 

Israele è deciso a lanciare un attacco contro l’Iran, ma non è stato ancora in grado di ottenere il pieno sostegno per lanciare un attacco su larga scala contro strutture vitali e nucleari. La rivista americana Foreign Policy attribuisce questo al fatto che Teheran abbia cambiato strategia nei confronti di Israele. In un rapporto si afferma che l’Iran ha “abbandonato la pazienza strategica… e la sua ritorsione ha dimostrato la sua capacità di sferrare un attacco devastante contro Israele.

Testo tradotto

Il secondo attacco iraniano sul territorio israeliano del 1° ottobre con una raffica di missili ha rappresentato una grave escalation nel conflitto in corso tra le due potenze regionali. Dopo gli assassinii da parte di Israele del leader di Hamas, Ismail Haniyeh a Teheran, del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah e del generale Abbas Nilvoroushan del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche a Beirut, l’Iran ha lanciato un attacco importante e diretto contro il suo acerrimo nemico. Il conflitto Iran-Israele ora minaccia di spingere l’intero Medio Oriente sull’orlo di una vera e propria guerra regionale.

Indipendentemente dal fatto che la guerra accada o meno, lo scambio di attacchi tra Iran e Israele ha già creato una nuova equazione di potere regionale che durerà oltre questo specifico confronto. Sette conseguenze strategiche a lungo termine del conflitto Iran-Israele sono diventate chiare.

In primo luogo, la base della sicurezza nazionale e della strategia militare dell’Iran si sta gradualmente spostando dalla dipendenza dagli alleati militari non statali nella regione, a una nuova forma di deterrenza. Questa profonda trasformazione può essere vista nella sostituzione di figure chiave nell’organizzazione militare iraniana: dal generale Qassem Soleimani, ex comandante della Forza Quds responsabile dell’operazione militare extraterritoriale iraniana nella regione, al generale Amir Ali Hajizadeh, il comandante dell’aeronautica militare affiliata alle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Ciò suggerisce che la strategia della zona grigia dell’Iran, che dava priorità al conflitto indiretto da parte di alleati non statali, tra cui Hamas ed Hezbollah, è ora un approccio complementare.

In secondo luogo, anche l’Iran ha abbandonato la sua posizione di “pazienza strategica”. Dalla fine della sanguinosa guerra durata otto anni con l’Iraq, i leader militari iraniani hanno adottato una strategia segreta volta ad assorbire un grande dolore e a reagire al momento della loro scelta. Tuttavia, decenni di prolungata sovversione israeliana sul suolo iraniano hanno ridotto l’“ambiguità strategica” dell’Iran a quella che divenne nota come pazienza strategica, caratterizzata da una mancanza di azioni di ritorsione.

In terzo luogo, l’Iran ha ora stabilito una politica pubblicamente chiara sulla deterrenza. La forte ritorsione dell’Irgc ha dimostrato la volontà e la capacità dell’Iran di sferrare un attacco devastante contro Israele. A differenza del primo attacco di aprile, in cui furono intercettati la maggior parte dei missili e dei droni iraniani, il secondo attacco missilistico si è rivelato più efficace, penetrando i sistemi di difesa israeliani avanzati. Sebbene Israele abbia uno degli spazi aerei più difesi al mondo e sia dotato della tecnologia antimissile più avanzata, diversi missili iraniani sono riusciti a colpire i principali aeroporti israeliani.

Ciò evidenzia la centralità del potere missilistico nella strategia di sicurezza nazionale dell’Iran, rafforzando il fatto che le sue capacità missilistiche rimarranno non negoziabili nei futuri colloqui con l’Occidente. L’Iran potrebbe essere più motivato a migliorare le sue capacità militari, che potrebbero includere lo schieramento di aerei da combattimento Sukhoi Su-35, l’acquisto di sistemi di difesa antimissile di fabbricazione russa e l’espansione della cooperazione militare con Mosca.

In quarto luogo, è stata determinata anche la nuova linea rossa dell’Iran nei confronti di Israele. Per quasi 15 anni, Tel Aviv ha lanciato attacchi devastanti contro le basi militari iraniane in Siria, prendendo di mira anche direttamente i massimi generali iraniani. Tuttavia, il bombardamento israeliano del consolato iraniano a Damasco all’inizio di aprile ha superato la soglia critica, spingendo l’Iran a rispondere a Israele con una raffica di missili e droni due settimane dopo. Si è trattato del crollo delle tradizionali linee rosse dell’Iran con Israele.

In risposta alle ultime azioni israeliane, la risposta dell’Iran è stata mirata a ristabilire un livello di deterrenza. L’Iran ha oltrepassato due importanti linee rosse: colpire il territorio israeliano dal suo territorio e prendere di mira uno Stato dotato di armi nucleari. È interessante notare che l’Iran ha colpito il territorio di un’altra potenza nucleare, il Pakistan, meno di 10 mesi fa. Il messaggio di Teheran è chiaro: la sacralità del suo territorio è una linea rossa fondamentale sia per il governo che per la società, anche se non può proteggere completamente le sue basi militari nel Levante dagli attacchi aerei israeliani. Senza una linea rossa stabilita per contenere la rivalità iraniano-israeliana, le due parti probabilmente cercheranno di ridisegnare i confini attraverso continui colpi di scena, in particolare nel periodo che precede le elezioni presidenziali americane di quest’anno.

In quinto luogo, sembra che l’influenza dell’Iran nei Paesi arabi sia aumentata. I guadagni di soft power derivanti da quest’ultimo attacco stanno ripristinando la popolarità dell’Iran nel mondo musulmano. Dopo la guerra con Hamas a Gaza, il sostegno all’Iran tra i palestinesi e le comunità arabe è aumentato in modo significativo. La vittoria di Masoud Pezeshkian alle recenti elezioni presidenziali iraniane, unita alla forte voce a favore della cooperazione regionale guidata dal vicepresidente per gli affari strategici Mohammad Javad Zarif e dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi, potrebbero contribuire ad allentare le tensioni tra Teheran e gli Stati arabi nel Golfo Persico. Tuttavia, l’Iran non ha ancora una forte iniziativa regionale e potrebbe trovarsi di fronte a difficoltà nello sfruttare appieno questa opportunità e nel tradurre questa influenza in cambiamenti tangibili nella classifica delle potenze regionali.

Sesto, la ritorsione israeliana contro l’Iran potrebbe trasformare radicalmente la politica nucleare di Teheran. Ci sono voci forti in Iran, soprattutto nel campo della linea dura, che chiedono il perseguimento dell’energia nucleare come mezzo strategico per ripristinare la piena deterrenza del Paese. Questi sostenitori sostengono che lo strumento più efficace a disposizione dell’Iran per scoraggiare l’aggressione israeliana risiede nella sua decisione strategica di sviluppare armi completamente nucleari.

La logica alla base di questa argomentazione potrebbe acquisire uno slancio significativo sulla scia di qualsiasi potenziale attacco di ritorsione israeliano alle infrastrutture nucleari dell’Iran. Di conseguenza, la possibilità di un attacco militare israeliano potrebbe accelerare ulteriormente la ricerca dell’energia nucleare da parte di Teheran. L’ossessione dell’Occidente per il completo disarmo dell’Iran, unita al fatto di dare a Israele un assegno in bianco per fare pressione sugli alleati non statali dell’Iran nel Levante e persino sul territorio iraniano, potrebbe avere una conseguenza non voluta: un Iran dotato di armi nucleari.

In settimo luogo, questo conflitto evidenzia lo scontro tra potere tecnologico e potere geopolitico. Mentre l’Iran beneficia di significativi vantaggi geopolitici, il tallone d’Achille di Israele risiede nella sua debolezza geopolitica, confinato in una piccola area tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Questa differenza geopolitica ha modellato le loro strategie, con l’Iran che preferisce operazioni nella zona grigia supportato dalla sua rete di alleati non statali, mentre Israele fa affidamento su una strategia di attacco preventivo influenzata dal primo shock e radicata nella superiorità tecnologica. Sebbene la tecnologia svolga un ruolo sempre più importante nelle azioni militari, i fattori geopolitici rimangono essenziali nel modellare il corso dei conflitti regionali. La tecnologia erode il peso delle realtà geopolitiche durature, ma non potrà mai cancellarle completamente.

In questo senso, l’escalation del conflitto iraniano-israeliano mette in discussione anche le narrazioni semplicistiche sulla “fine del Medio Oriente” nella politica estera americana. In un contesto più ampio, il destino delle principali rivalità di Washington nelle regioni indo-pacifiche ed euro-atlantiche è sempre più incentrato sull’asse del Golfo Persico e del Levante, mentre Teheran rafforza le sue relazioni con Mosca e Pechino. Questa dinamica sta riorientando la geopolitica del Medio Oriente. Il conflitto Iran-Israele è una delle sue prime manifestazioni, ma è anche ben lungi dall’essere il suo atto finale.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Iran ha abbandonato la “pazienza strategica”
Iran ha abbandonato la “pazienza strategica”