ESSERE MADRE

di Giada Aghi

Essere mamma è un’esperienza unica e straordinaria, ma non mancano le sfide che vanno ben oltre il semplice ruolo materno. Una delle difficoltà più grandi non è solo prendersi cura di un neonato, ma anche affrontare il mondo esterno, le persone che, senza esitazione, sembrano sapere meglio di te cosa è giusto per tuo figlio.

Ti dicono come dovresti nutrirlo, con cosa dovrebbe giocare, quali regole educative seguire. Spesso credono di conoscere la strada giusta, quella che tu, come madre, non riesci a vedere. E poi c’è la loro insistenza: “Bisogna uscire di casa”, “Devi farlo socializzare”, “Portalo qui o lì”, senza curarsi di quanto possa essere stressante per un neonato affrontare viaggi e spostamenti solo per soddisfare la loro esigenza di vederlo.

Questo è il peso più grande: dover sopportare il loro egoismo, la loro continua intrusione nelle tue decisioni, i loro consigli non richiesti che mettono in discussione il tuo essere madre.

Quello che davvero servirebbe da parte delle persone intorno a noi, familiari inclusi, è un po’ più di empatia. Invece di insistere su questioni che non li riguardano, dovrebbero cercare di mettersi nei panni del bambino, riconoscendo che non è un bambolotto che riempie le loro giornate per il loro divertimento.

Il bimbo ha bisogno di figure di riferimento che siano un esempio positivo, che parlino con gentilezza e calma, che mostrino comportamenti rispettosi e amorevoli… In linea con l’educazione della mamma!

Insegnare ad esempio le parolacce o atteggiamenti maleducati non è un aiuto, anzi, compromette la sua crescita e la sua educazione…

Pretendere che sia un neonato a doversi adattare alla vita dell’ adulto, anziché il contrario…secondo voi, vuole dire essere maturi?

La verità è che ogni mamma conosce meglio di chiunque altro cosa è meglio per il proprio bambino. E, talvolta, la sfida più grande non è il prendersi cura del piccolo ma è trovare il coraggio di mettere al proprio posto tutte queste persone e continuare a seguire il proprio istinto, senza giustificazioni.

Tratto da: Medicina della Psiche

ESSERE MADRE
ESSERE MADRE

FATE I COMPLIMENTI

a cura di Psico-Diversa-Mente

“Fate i complimenti ai giovani. Ai ragazzi e alle ragazze, a chi si impegna!

I complimenti sinceri aumentano l’autostima e Dio solo lo sa quanto ne abbiano bisogno per crescere e affrontare con fiducia la vita.

Ma non fate i complimenti solo alla bellezza, quella è un dono di madre natura per la quale non hanno nessun merito.

Fate i complimenti per gli esami superati brillantemente. Per una difficoltà affrontata con maturità. Per situazioni gestite in modo equilibrato.

I complimenti dovrebbero rappresentare uno stimolo per migliorarsi.

Un riconoscimento per ciò che si è raggiunto/conquistato ma anche uno stimolo per non accontentarsi e migliorarsi!”

FATE I COMPLIMENTI
FATE I COMPLIMENTI

Le imbarazzanti capriole del giornalismo italiano per non condannare Israele

Alexandro Sabetti

15 Ottobre 2024

La copertura mediatica italiana degli attacchi israeliani in Medio Oriente evidenzia una crescente militarizzazione del discorso pubblico. I principali giornali e programmi televisivi si limitano a riproporre narrazioni ripetitive, giustificando o minimizzando le azioni israeliane, anche quando sfociano in evidenti crimini di guerra.

Il giornalismo italiano e la minimizzazione dei crimini di guerra israeliani: un esercizio di sudditanza imbarazzante

La copertura mediatica italiana degli attacchi israeliani in tutto il Medio Oriente, da Gaza fino allo Yemen, per finire  alle basi ONU in Libano, parte della missione UNIFIL, rappresenta la deriva di una militarizzazione della comunicazione pubblica, ridotta a bollettini identici, in cui la compagnia di giro dei soliti volti noti del giornalismo si danno il cambio da uno studio televisivo all’altro, ripetendo le stesse identiche cose, con le identiche parole chiave all’interno del discorso, ma totalmente decontestualizzate. Nel caso specifico: “Terrorismo”, “Diritto alla difesa d’Israele”, “Scudi umani”, “Hamas”, “Hezbollah”, “Democrazia”.

Prendiamo l’attacco israeliano alle postazioni dell’UNIFIL in Libano come esempio, perchè teoricamente avrebbe dovuto mandare in tilt il format comunicativo fin qui tenuto dai grandi media.

L’episodio, avrebbe dovuto suscitare una condanna chiara e inequivocabile, e invece la compagnia di giro si è impegnata egregiamente nel minimizzare, se non addirittura a giustificare, quanto accaduto.

Nella puntata di lunedì 14 ottobre di Omnibus su LA7, ospiti Davide Giacalone e Mario Sechi, l’attacco all’UNIFIL è stato così commentato :”Sono episodi minimali, 3 o 4 incidenti in cui vengono sparati colpi, probabilmente per sbaglio, nella foga del combattimento, ci può anche stare”. 

E che dire, passando alla carta stampata, del Corriere della Sera che, sempre sull’attacco israeliano contro le forze ONU in Libano, attraverso le parole di Federico Fubini, ha ridotto l’accaduto a un “dettaglio”, un fatto trascurabile in confronto alla minaccia posta da Hezbollah e dall’Iran.

L’imbarazzante sudditanza della stampa italiana

L’atteggiamento di minimizzazione della stampa italiana verso i crimini di guerra israeliani non è una novità. Per decenni, i media principali hanno adottato una linea narrativa che tende a giustificare Israele, indipendentemente dalla gravità delle sue azioni.

A Gaza le cifre parlano chiaro: oltre 42.000 morti palestinesi, eppure i media italiani continuano a trattare queste tragedia come “danni collaterali” o, come nel caso degli attacchi all’UNIFIL, dettagli insignificanti rispetto alle presunte minacce alla sicurezza di Israele.

Le vittime palestinesi, tra cui migliaia di civili e bambini, sono ridotte a statistiche o marginalizzate nei titoli e nei servizi giornalistici.

  • Nei titoli dei giornali Israele non bombarda mai, effettua ‘raid’.
  • Nei titoli dei giornali Israele non colpisce mai scuole, ospedali, campi profughi, ma ‘centri di comando di Hamas’.
  • Nei titoli dei giornali gli israeliani vengono uccisi dai razzi sparati dai militanti di Hamas; i palestinesi invece ‘muoiono’, senza specifiche ulteriori. Forse muoiono da soli.

Manipolazione e distorsione della realtà

Ciò che è ancora più preoccupante è il modo in cui il dibattito pubblico in Italia viene costantemente polarizzato e distorto. Chiunque osi criticare le azioni di Israele viene immediatamente etichettato come anti-occidentale, filoterrorista o addirittura antisemita.

Questa semplificazione estrema del discorso impedisce un’analisi seria e imparziale delle responsabilità e delle dinamiche del conflitto.

È una modalità usata per soffocare ogni tentativo di mettere in luce le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte dello Stato israeliano, criminalizzando allo stesso tempo chiunque provi a farlo.

Un esempio emblematico di questa manipolazione è rappresentato dalla reazione alla morte della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, uccisa nel maggio 2022 durante un’operazione militare israeliana in Cisgiordania.

Nonostante le prove schiaccianti che indicavano la responsabilità israeliana, gran parte della stampa italiana ha evitato di accusare direttamente Israele, preferendo adottare una posizione ambigua che parlava di “circostanze poco chiare” e “scontri armati”.

Questo atteggiamento di prudenza selettiva contrasta in modo netto con la prontezza con cui i media italiani condannano altri attori internazionali per presunte violazioni, specialmente quando si tratta di Stati considerati ostili agli interessi occidentali.

Un sistema mediatico complice

La sudditanza dei media italiani verso Israele è il risultato di una serie di dinamiche complesse, che vanno ben oltre la semplice manipolazione dell’informazione. In molti casi, la narrazione dominante è il prodotto di reti di relazioni politiche, economiche e culturali che legano il giornalismo italiano a think tank, fondazioni e gruppi di interesse vicini a Israele e agli Stati Uniti. Questo sistema di potere, consolidatosi negli anni, influenza pesantemente il modo in cui le notizie vengono raccontate e interpretate.

In un contesto del genere, i giornalisti italiani non sono più i “cani da guardia” della democrazia, ma si trasformano in attori complici di un sistema che legittima le ingiustizie.

Anziché informare il pubblico in modo obiettivo e trasparente, molti media si limitano a riprodurre le narrazioni ufficiali, spegnendo ogni dibattito critico e favorendo un clima di indifferenza verso le sofferenze delle popolazioni palestinesi.

Questo giornalismo è complice dei massacri in Medio Oriente.

Tratto da: KulturJam

Le imbarazzanti capriole del giornalismo italiano per non condannare Israele
Le imbarazzanti capriole del giornalismo italiano per non condannare Israele

LA CIVILTA’ OCCIDENTALE SECONDO LA CLASSIFICAZIONE DI AL-FARABI

di Giuseppe Aiello

Seguendo la classificazione delle “città” (ossia delle comunità o società umane) del filosofo musulmano medievale Al-Farabi, l’Occidente, o se vogliamo oramai il mondo globalizzato, può essere considerato una grande “città ignorante” (secondo l’espressione di al-Farabi) quella in cui gli

“abitanti non conoscono affatto la felicità, e anzi non ne sospettano neppure l’esistenza. Anche se sono guidati a essa, non la capiscono e non vi credono. Di ciò che è bene, conoscono solo qualche aspetto soggettivo ed esteriore, che pure sono convinti costituire l’[autentico] fine della vita: per esempio, la salute corporea, la ricchezza, il godimento dei piaceri, l’abbandonarsi alle proprie passioni, l’essere onorati ed esaltati. Queste sono le [esteriorità] che costituiscono la felicità per gli abitanti delle città ignoranti. E anzi, la felicità più compiuta e perfetta consisterebbe nell’assommarsi di tutti i succitati [beni], mentre il contrario costituirebbe la sventura, come per esempio le malattie, la povertà, non poter godere i piaceri, non poter abbandonarsi alle passioni, non essere stimati”

Sembra una descrizione perfetta della nostra società.

Al-Farabi ci ricorda che gli individui che commettono atti peccaminosi, acquisiscono disposizioni spirituali negative, e più perseverano in questi atti, più la loro disposizione spirituale si corromperà, e le loro anime si ammaleranno. Ma essi traggono piacere dalle caratteristiche negative acquisite con tali atti, e

“così i malati dell’anima, a causa della corruzione che la volontà e l’abitudine inducono nell’immaginazione, traggono piacere dalle disposizioni e dalle azioni malvagie, mentre disprezzano le cose belle e virtuose, o addirittura non se le figurano nemmeno. Allo stesso modo in cui vi sono malati che non si rendono conto della causa del loro malessere e credono, anzi, di trovarsi in buona salute, essendone tanto convinti da non prestare ascolto al consiglio del medico -, analogamente vi sono malati dell’anima che non si rendono conto della loro malattia, e credono d’essere virtuosi e retti, per cui non prestano affatto ascolto ai consigli di una guida, di un maestro o di un istitutore”.

Da: Giuseppe Aiello, “L’Attesa dell’Alba: l’uomo e la società alla fine di un mondo”,

in: “Quaderni della Sapienza, vol. II: Tempi ultimi e restaurazione finale” (Irfan Edizioni)

LA CIVILTA' OCCIDENTALE SECONDO LA CLASSIFICAZIONE DI AL-FARABI
LA CIVILTA’ OCCIDENTALE SECONDO LA CLASSIFICAZIONE DI AL-FARABI

BRICS: cose dell’altro mondo

di Fabrizio Casari

Sarà la città russa di Kazan ad ospitare il prossimo Vertice dei paesi BRICS+ che si terrà dal 22 al 24 Ottobre. Parteciperanno 32 paesi, 24 dei quali saranno rappresentati dai loro rispettivi Capi di Stato, a sancire il valore strategico di un Vertice che sembra tracciare una linea netta che separa il prima dal poi, ovvero l’ordine nascente democratico e multipolare che spinge indietro quello unipolare a rappresentazione imperiale. Dall’Algeria all’Indonesia, dal Nicaragua a Cuba, al Kazakistan, almeno altri 40 paesi hanno fatto richiesta formale di adesione. Significativa ma necessaria di diverse valutazioni quella della Turchia, Paese appartenente alla NATO, della quale è il secondo esercito più potente. Ad oggi, intanto, il raggruppamento dei BRICS rappresenta il 42% della popolazione mondiale, il 35,6% del PIL globale, il 60% della produzione di idrocarburi, mentre i Paesi del G7 (il 15% della popolazione planetaria) del PIL mondiale ne producono il 30,3%. Entro il 2028, la bilancia si sposterà ulteriormente a favore dei BRICS: 36,6% a fronte del 27,8% dei Paesi del G7. Sembrano piccoli numeri, ma ogni decimale porta con sé centinaia di miliardi di Euro.

Politica e sicurezza, economia e finanza, sviluppo tecnologico e Reti globali.

Il Vertice – preceduto da diversi incontri a livelli ministeriali tra i suoi membri – non sarà solo la sede di un confronto politico e strategico sulle prospettive del nuovo blocco che contiene economie emergenti e consolidate. Vedrà anche l’approvazione di misure finanziarie e monetarie destinate al consolidamento del progetto ed alla sua capacità di fornire risposte forti e praticabili alle sfide di questo terzo millennio, data per certa la reazione che l’Occidente tenterà di scatenare sui mercati oltre che nella destabilizzazione politica e militare.

Si deciderà l’aumento della cooperazione interna al blocco, da sostenere con valute locali (secondo gli ultimi dati, il commercio tra i paesi BRICS ha raggiunto quasi 678 miliardi di dollari l’anno). Quindi l’incremento della capitalizzazione della Nuova Banca di Sviluppo e, sul piano generale, il rafforzamento della coesione politica e un processo di allargamento che porti la fase iniziale della storia dei BRICS verso la rappresentanza del Sud Globale e dell’Est del pianeta. In poche parole, un Nuovo Ordine Geopolitico Globale.

A conforto dell’identità del blocco, i temi in discussione riguarderanno scienza e innovazione, tecnologie, logistica, sanità e sicurezza, cooperazione negli ambiti dell’economia digitale, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Nell’ambito dell’innovazione si muoveranno passi verso lo sviluppo del commercio elettronico, dell’intelligenza artificiale, dell’elaborazione di grandi volumi di dati e si approveranno facilitazioni per le startup tecnologiche. Verranno proposte iniziative in merito a sicurezza e stabilità delle catene di trasporto globali, aumento dell’efficienza nei trasporti e abbattimento dei costi per la logistica.

Ma se questi sono gli aspetti più propositivi, c’è da dire che buona parte dell’agire complessivo è  teso a limitare lo strapotere minaccioso dell’Occidente Collettivo, che alterna sufficienza e minacce al blocco del Sud e dell’Est globali. Si porranno basi ancor più solide per la de-dollarizzazione dell’economia internazionale per accelerare la fine dell’utilizzo della divisa nordamericana nelle transazioni tra appartenenti ai BRICS e verrà ulteriormente accentuato il processo di consolidamento della Banca per gli Investimenti.

Si evidenzierà il fallimento del sistema sanzionatorio occidentale, che vede 24 paesi vittime (il 60% dei quali a basso reddito) in rappresentanza del 73% della popolazione globale che fa fronte ad oltre 15.000 sanzioni diverse a vantaggio della decrescente economia del G7. Il quale utilizza il Dollaro come bastone sulla testa dei paesi sovrani e i sistemi di pagamento affiliati come strumento di coercizione e pressione politica sugli scambi di prodotti finanziari e operazioni commerciali. E’ la degenerazione di quello che dovevano essere gli strumenti regolatori del libero mercato, gli utensili necessari della globalizzazione dei mercati, ormai divenuti coercitivi ed abusanti al servizio degli interessi occidentali, che pure vengono colpiti con un effetto boomerang dalla stupidità delle sanzioni che, come dimostra il caso Russia, costano più ai sanzionatori che ai sanzionati.

Cambiano l’economia e la finanza globale

Sono diverse le linee guida tecniche del progetto che verranno annunciate a Kazan, dando così modo anche agli investitori globali di verificare l’assoluta concretezza e solvibilità di piattaforme alternative destinate agli scambi valutari e commerciali di assoluta affidabilità.

L’elemento più importante è la creazione di un’unità contabile comune, di una piattaforma per regolamenti multilaterali e pagamenti in valute digitali BRICS che collegherà i mercati finanziari dei suoi aderenti. Verrà chiamata “The Unit“ e il suo valore sarà ancorato per il 40% all’oro e per il 60% ad un paniere di valute nazionali dei diversi paesi membri. Il Consiglio d’affari BRICS considera l’Unit “uno strumento conveniente e universale”, poiché può essere convertito in qualsiasi valuta nazionale.

Per quanto riguarda la protezione degli scambi, il BRICS Bridge completerà i sistemi interbancari già attivi, come lo SPFS russo e il CPAM iraniano, che regolano transazioni finanziarie, il 60% delle quali utilizzando le proprie valute nazionali. A sostituire la piattaforma SWIFT ci sarà un sistema di pagamento basato su blockchain e chiamato BRICS Pay, che bypasserà completamente il dollaro statunitense. Potrebbe essere adottato rapidamente dai paesi partecipanti, grazie alla sua capacità di evitare sanzioni. Inoltre sono previsti un deposito di compensazione (Clear), un sistema assicurativo e un’agenzia di rating BRICS, tutte entità indipendenti dai colossi occidentali.

La ricapitalizzazione e la distribuzione delle ricchezza ha bisogno di una generale moratoria sul debito del Sud contratto dalla seconda metà del secolo scorso e autoriprodottosi automaticamente al di fuori di ogni condizione di mercato accettabile ma solo grazie al controllo totale degli organismi finanziari internazionali da parte dell’Occidente, che prima saccheggia e poi esige in una stretta mortale senza fine destinata a far ingrassare 52 stati stremandone circa 120.

A questo proposito è in corso di definizione un progetto BRICS che prevede la moratoria per il Sud e l’Est del mondo del debito come indennizzo nei confronti delle politiche sanzionatorie occidentali e ciò potrebbe portare alla creazione di un nuovo sistema finanziario globale, sostenuto dalla maggioranza dei Paesi del Mondo pronti a sganciarsi dalle rete soffocante dell’Occidente Collettivo. Il che sarebbe mortifero per le economie dell’impero unipolare che soffrono già una esposizione debitoria pari a 35 trilioni di Dollari solo per quello che riguarda gli Stati Uniti, che per la sola gestione dei costi del debito spendono 3 miliardi di Dollari al giorno.

Un mondo nuovo alle porte dell’impero unipolare

A Kazan andrà in scena la rappresentazione di un mondo diverso. Che compra e non saccheggia, che esplora e non depreda, che coopera e non ordina, che dialoga e non mette a tacere. Un mondo nel quale si ha l’ardire di immaginare che ogni cultura sia rispettabile, che ogni religione sia accettabile, che ogni storia sia ascoltabile e che ogni esigenza sia rappresentabile. Che la sovranità nazionale sia riconosciuta e non questionata, che ogni modello sociale, politico e giuridico sia rispettato e che quindi nessuno tenterà di destabilizzarlo, internamente o esternamente. Un mondo dove si ha la saggezza di credere che non possano esistere sanzioni unilaterali di qualcuno verso qualcun altro e che eventuali misure di pressione abbiano come unico e possibile mandante solo la pluralità della comunità internazionale.

Un mondo dove si ha la sfrontatezza di ritenere che ogni Paese, con le sue dimensioni territoriali, la sua demografia, il suo impatto sul PIL globale, il suo ruolo politico regionale e la sua forza militare, possa e debba partecipare alla gestione di ciò che si muove al suo intorno, che debba quindi partecipare ad una governance condivisa del pianeta. Che passi dunque dall’essere uno all’essere parte di un tutto.

E’ un mondo, quello che prospetta questo nuovo ordinamento, dove un intero continente come l’Africa, oggetto di decenni e decenni di colonizzazione, adesso per quanto a geometrie variabili e progressivamente, decide che il suo è suo e che vende e compra ciò che vuole vendere e comprare ma a prezzi internazionalmente vigenti e non a quello che un’Europa decadente, rapinatrice di prima e ultima istanza delle altrui ricchezze, stabilisce di voler pagare. Basta con i colonizzatori che prima saccheggiano le risorse, poi le trasformano in prodotti finiti e quindi le rivendono ai proprietari già saccheggiati in origine a prezzi molto più alti del loro valore. Valore la cui oscillazione segue l’andamento delle operazioni: basso quando preleva e alto quando rivende.

Ovviamente nessuno dei paesi che partecipano a questa sfida globale, dove il Sud e l’Est prendono la parola, crede che questo processo di trasformazione sia privo di contraccolpi, di possibili “stop and go”, di problematiche vere, endogene ed esogene ovvero interne o indotte da chi vede in questo sviluppo un nemico mortale per il suo dominio unipolare. Nessuno dei partecipanti a questo inedito e sfrontato nuovo mondo s’illude su un riallineamento pacifico e negoziale degli equilibri internazionali, di una sorta di passaggio del testimone tra due epoche storiche. Ma la democrazia planetaria non offre sotterfugi: o è multipolare o non è.

Kazan dista 2257 chilometri da Yalta, dove venne stabilita la divisione del mondo in blocchi e relative sfere d’influenza. La caduta del campo socialista nel 1989 rese Yalta obsoleta ma l’arroganza imperiale di un Occidente deciso a circumnavigare il mondo con il suo dominio venne messa in discussione sin dal 2009, quando Cina, Russia, India e Brasile (cui due anni dopo si aggiunse il Sudafrica) decisero di trovare una strada alternativa ed includente per la distribuzione equa di risorse e di governo planetario. Da quella ribellione in nome di una maggiore inclusione e migliore democrazia globale, si è arrivati a Kazan, dove si emetterà il certificato di nascita del Nuovo Ordine Mondiale. Nel quale tutti, e non solo chi nasce in Occidente, saranno considerati legittimi cittadini, portatori sani di diritti e sognatori, ognuno nella propria lingua ma tutti insieme nello stesso mondo.

Tratto da: AltreNotizie

BRICS: cose dell'altro mondo
BRICS: cose dell’altro mondo

La favola dei social network è finita: il terzo occhio americano

di Marquez

14 Ottobre 2024

In linea con il radicato principio secondo cui ciò che affermano gli americani diventa legge, i social media sono ufficialmente liberi e accessibili a tutti, anche se, di fatto, sono controllati direttamente dal Deep State degli Stati Uniti. A noi resta la libertà di postare i gatti.

Social Network, l’arma del Deep State

Solo mettendo insieme alcuni fatti emersi negli ultimi 2 mesi – senza pensare a tutti i precedenti sennò lo spazio di un breve articolo non basterebbe mai – il quadro che ne emerge è quello di una gabbia dorata che continuiamo a chiamare impropriamente ‘social network”.

Per esempio abbiamo saputo – tutti noi, stiamo riportando cronache non dicerie – che il gruppo Meta (Facebook, Messenger, Whatsapp, Instagram) ha ostacolato le ricerche degli utenti sull’attentato a Trump e bloccava le foto più “iconiche” dell’evento descrivendole come “alterate” sulla base della valutazione di “fact-checker indipendenti”.

Abbiamo poi saputo che Mark Zuckerberg, in una lettera ufficiale consegnata al presidente della Commissione Giustizia della Camera dei deputati statunitense,  ha ammesso che l’amministrazione Biden–Harris gli ha fatto pressioni per censurare diversi contenuti ai tempi del COVID e non solo. Lettera svelata dal ‘Judiciary GOP‘, la commissione della Camera sulla magistratura, presieduta dal repubblicano Jim Jordan.

Zuckerberg ha riconosciuto di aver ceduto in più di un’occasione a queste pressioni, privando i cittadini statunitensi (e gli utenti nel resto del mondo) del diritto costituzionale a un’informazione libera e trasparente.

Sempre quest’estate ci è stato rivelato – tra strette di mani e congratulazioni – che la posizione fisica del leader di Hamas Ismail Haniyeh ucciso a Teheran era stata individuata seguendo le comunicazioni su Whatsapp.

E sullo stesso tema, che dire delle proteste del primo ministro malese Anwar Ibrahim, che pubblicamente aveva accusato Meta di agire come “strumento di Israele” dopo che Instagram aveva cancellato i suoi commenti di condanna dell’assassinio di Haniyeh.

Pensate, se la società di Zuckerberg può cancellare post dalla pagina ufficiale di un primo ministro, quanti problemi può farsi a bloccare i post di un qualsiasi utente, che magari spera anche facendo ‘reclamo’ nelle modalità indicate dal social network, che gli venga restituito il suo ‘patrimonio cognitivo’ andato perduto.

Ma non finisce qui perchè non solo Meta ha brillato per la tutela della libertà di espressione. Che dire di X, l’ex Twitter finito nelle mani di Elon Musk? Il patron di Tesla quest’estate si è messo di gran lena a interferire con la politica interna del Venezuela, non solo con le sue dichiarazioni dirette, o favorendo la diffusione della montagna di fake news sulle elezioni nel paese sudamericano, ma ha tolto la spunta di autenticazione presidenziale all’accoutn ufficiale di Maduro e l’ha aggiunta a Edmundo Gonzales, leader dell’opposizione, vincitore delle elezioni venezuelane secondo Blinken e secondo un exit poll svolto da un’agenzia (Edison Research) legata alla CIA.

C’è da prendere atto che l’influenza del Deep State statunitense sui social media rappresenta oggi il principale strumento di manipolazione dell’informazione a livello globale, e dopo le forze armate, costituisce la seconda arma più potente a disposizione degli Stati Uniti sulla scena mondiale.

E a noi restano i gatti e i post sul “come eravamo”: la Vespa, il supersantos, le cabine telefoniche a gettoni, il colonnello Bernacca, e altre corbellerie simili per dipingere un’immagine idealizzata di un passato che, in realtà, non è mai esistito.

Tratto da: KulturJam

La favola dei social network è finita: il terzo occhio americano
La favola dei social network è finita: il terzo occhio americano

LA VIA DI MELKIZEDEK

a cura di Chiara Rovigatti

Galati 3,28

Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

Ebrei 7,3

Melkizedek è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio e rimane sacerdote in eterno.

Spero che capiate da qui cosa sia la VIA DI MELKIZEDEK cui Cristo si votò e che insegnò.

Un sentirsi nel mondo ma non del mondo, per giungere ad una condizione in cui non c’è più sesso (androginia spirituale) , non c’è piú appartenenza etnica (la madrepatria è Dio), non c’è più condizione sociale, non c’è più famiglia umana, non c’è più nascita né più morte biologiche.

UN RINNEGAMENTO TOTALE DELLA PROPRIA NATURA UMANA-SAMSARICA

LA VIA DI MELKIZEDEK
LA VIA DI MELKIZEDEK

Paesi BRICS: tra cooperazione e alternativa ecco perché il modello cresce

di Mario Capanna

12 Ottobre 2024

Dalla Nuova Banca di Sviluppo alla Riserva di valuta, i Paesi membri vedono crescere i loro consensi. La sfida al mondo unipolare è lanciata.

L’unica cosa che può riscattare l’umanità è la cooperazione.
(B. Russell)

Si svolgerà nella città di Kazan, in Russia, dal 22 al 24 ottobre, il vertice annuale dei Paesi Brics. Essi costituiscono ormai una realtà capace di notevole influenza geopolitica. Stanno crescendo di importanza e riescono a sviluppare un rilevante potenziale di coinvolgimento, che ne moltiplica le energie ed è in grado di determinare importanti mutamenti a livello globale. Si tratta dei Paesi che hanno cominciato a cooperare insieme nel 2009 e che diedero al raggruppamento il nome originario di Bric (dalla iniziali di Brasile, Russia, India, Cina). L’acronimo venne coniato, nel 2001, da Jim O’Neill (analista della Goldman Sachs), il quale, studiando il potenziale di crescita dei Paesi in via di sviluppo, giunse alla conclusione che sarebbero stati quei quattro Paesi a determinare la direzione di sviluppo dell’economia e della politica mondiale nel XXI secolo. Con l’adesione del Sudafrica (2011) venne aggiunta la S finale.

Lo scopo dei Brics

L’impegno comune dei Brics, fin dall’inizio, è stato quello di promuovere “una cooperazione e un dialogo che siano coerenti, programmatici, attivi, aperti e trasparenti”, a beneficio dei Paesi in via di sviluppo, e allo scopo di istituire “un ordine mondiale armonico”, quale garanzia di “una pace duratura e una prosperità diffusa”. La finalità era di cercare di uscire dall’orbita dell’unilateralismo occidentale a predominio statunitense. In 15 anni della loro esistenza i Brics hanno esteso in modo crescente la loro influenza. È stata ufficializzata lo scorso anno l’adesione al Gruppo anche di Egitto, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia. Il nome, essendo ormai affermato sul piano internazionale, è rimasto invariato.

Il vertice di Kazan, che vedrà la partecipazione delle massime autorità dei Paesi rappresentati e del segretario dell’Onu Guterres, si profila di grande importanza, anche per le aspettative che suscita. Per capire appieno quanto si sta muovendo bisogna tenere conto – come rileva Jurij Ushakov, il diplomatico russo incaricato, per rotazione annuale, di organizzare il summit di Kazan – che il raggruppamento dei Brics “rappresenta il 35,6% del Pil globale, mentre i Paesi del G7 ne rappresentano il 30,3”. E aggiunge che “entro il 2028 la bilancia si sposterà ulteriormente a favore dei Brics: si prevede un 36,6% a fronte del 27,8 dei Paesi del G7”. Il Fmi fa il… contraltare e mette in rilievo che il Pil dei G7 è il 43% di quello mondiale, mentre i Brics si fermano al 29%. Si sente però indotto a riconoscere che “il sorpasso dei Brics ai danni del G7 è un fatto sicuro”. Per non sbagliare, si può fare una media tra i due rilevamenti, che consente di ritenere saliente la crescita dei Paesi in via di sviluppo. Anche perché va considerato che i Brics coprono più di un terzo della superficie terrestre (36%), riuniscono il 45% della popolazione mondiale (3,6 miliardi di persone, mentre i Paesi Nato, tanto per fare un raffronto, ne racchiudono a mala pena 1 miliardo). Inoltre: rappresentano più del 40% del volume globale di estrazione del petrolio, circa un quarto della esportazione di merci a livello mondiale, e hanno una rilevante crescita demografica.

Oltre a tutti questi elementi, ciò che più preoccupa l’Occidente è che i Brics hanno dato vita alla Nuova Banca di Sviluppo e altri strumenti finanziari, come la Riserva contingente di valuta estera, con un volume di risorse di 200 miliardi. Nella dichiarazione di Johannesburg, del 2023, i leader del Gruppo hanno dichiarato apertamente di lavorare per “l’impiego di valute alternative al dollaro”. È facile capire quanto questa tendenza sia dirompente nel contrastare la supremazia monetaria e finanziaria del dollaro (e dell’euro). Per comprenderne gli effetti basti considerare che la Turchia ha fatto formale richiesta di adesione ai Brics: se venisse accolta si tratterebbe del primo Paese Nato. Non è un caso che il… levantino Erdogan cerchi di tenere i piedi in diverse scarpe. D’altronde cresce la tendenza ad aderire ai Brics.

Perché altri paesi vogliono ad aderire ai Brics

A manifestare interesse sono 36 Paesi, 18 dei quali – fra cui Pakistan, Venezuela, Nigeria e Palestina – sono in attesa di approvazione all’ingresso. Non sono solo i dati strutturali che alimentano l’attenzione – e l’attrazione – verso i Brics. C’è anche la componente programmatica e ideale. Il Gruppo agisce evitando forzature, le scelte vengono determinate tramite l’arte del negoziato interno, le decisioni non sono prese a maggioranza ma per raggiunta condivisione, il consenso così ottenuto tempera i possibili contrasti tra Paesi “maggiori” e “minori”. Il tutto si incentra “nell’innalzamento del ruolo dei Paesi in via di sviluppo nella governance globale, ma anche nella condivisione dei valori fondanti dei Brics, tra i quali lo spirito di uguaglianza, di mutuo rispetto, di apertura, di inclusività e di cooperazione costruttiva”.

È evidente che siamo di fronte a novità di rilevante incidenza geopolitica. La prima delle quali è l’affermazione, su scala globale, del multilateralismo, che si sottrae, in forme concrete e coinvolgenti, all’unilateralismo occidentale. Non siamo dinanzi a un’opaca riedizione dei vecchi Paesi non allineati (che comunque non furono una cattiva cosa). Siamo in presenza di Paesi – a partire dalle tre grandi potenze (Cina, India, Russia) – che si “allineano” per un diverso, più equilibrato, sviluppo del mondo. In questo modo i Paesi Brics si creano un grande spazio autonomo all’interno dell’Onu, prendono atto della sua paralisi di fatto nel regolare le dinamiche del mondo e, come consapevoli della sua “irriformabilità”, provvedono in proprio a far sì che i Paesi in via di sviluppo decidano il proprio destino, evadendo dalla gabbia del predominio unipolare. La speranza è che ci riescano.

Di sicuro non sarà una passeggiata. Non solo perché quei Paesi, pur cooperando, hanno interessi e pesi diversi, sebbene accomunati da un orizzonte globale condiviso. L’insidia più grande è rappresentata dalla reazione degli Usa, della Nato e dell’Europa. I primi segnali sono inquietanti. Si cerca di fiaccare la Russia al comodo prezzo, sebbene aberrante, di interposte vittime ucraine; e si sta predisponendo un anello di minacce contro la Cina, considerata la concorrente più temibile. Se si arrivasse all’aggressione in Estremo Oriente, sarebbe una catastrofe per tutti. È da augurarci che il prossimo vertice dei Brics possa compiere passi in avanti efficaci in direzione della cooperazione e della pace fra i popoli.

Tratto da: L’Unità

Paesi BRICS: tra cooperazione e alternativa ecco perché il modello cresce
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Assange intervista Seyyed Nasrallah

A poco più di due settimane dal martirio di Seyyed Hassan Nasrallah, avvenuto in un criminale bombardamento israeliano nel sobborgo meridionale di Beirut, proponiamo l’intervista che il fondatore di Wikileaks realizzò con lui nel 2012. All’interno del programma “The World Tomorrow” che il giornalista australiano dirigeva sull’emittente televisiva Russia Today, Julian Assange scelse significativamente come suo primo ospite proprio il Segretario Generale di Hezbollah. Di seguito la trascrizione integrale della traduzione della videointervista.

Questa settimana ho come ospite un personaggio che si trova in un luogo segreto del Libano. E’ stato una delle figure più straordinarie del Medio Oriente, ha combattuto in molti conflitti armati contro Israele ed è ora coinvolto in un scontro internazionale che ha al centro la Siria. Voglio capire perché milioni di persone lo considerano un combattente per la libertà e allo stesso tempo milioni di altre lo bollano come terrorista. Questa è la prima intervista che rilascia ad un media occidentale dalla guerra tra Israele e Libano del 2006. Il suo partito, Hezbollah, è parte del governo libanese, e lui ne è il capo: Seyyed Hassan Nasrallah.

Assange: E’ pronto a rispondere?

Seyyed Nasrallah: Sono pronto.

Assange: Qual è la sua visione del futuro di Israele e della Palestina? Cosa significherebbe vincere per Hezbollah? E se vincesse, deporrebbe le armi?

Seyyed Nasrallah: Il governo di Israele è uno stato illegale, stabilito sulla base dell’occupazione di terre che appartengono ad altri popoli, usurpando i territori altrui, controllandoli mediante la forza e commettendo massacri dei palestinesi – musulmani e cristiani – che sono stati espulsi da quelle terre. Per questo la ragione rimane dalla loro parte: anche se passano dieci anni, il trascorrere del tempo non rende quelle azioni giuste. Se io vengo a casa sua e la occupo con la forza, questo non significa che dopo cinquanta o cento anni, soltanto perché io sono più forte di lei e in grado di impossessarmene, diventi di mia proprietà; ciò non mi da il diritto e non rende in alcun modo legale l’occupazione della sua casa. Questa almeno è la nostra visione ideologica e legale: noi crediamo che la Palestina appartenga al popolo palestinese. Se vogliamo però mettere insieme ideologia, legge e realtà politica e porli in relazione col crimine – noi non vogliamo uccidere nessuno, non vogliamo trattare nessuno in modo ingiusto e vogliamo che la giustizia sia ristabilita – l’unica soluzione in questo senso è creare un solo Stato sul territorio della Palestina in cui i musulmani, gli ebrei e i cristiani vivano in pace all’interno di uno Stato democratico. Ogni altra soluzione sarebbe semplicemente inattuabile e insostenibile.

Assange: Israele sostiene che Hezbollah abbia usato i razzi contro aree civili, è vero?

Seyyed Nasrallah: Nel corso degli ultimi anni, e addirittura fin dal 1948, quando Israele è stato creato sul territorio della Palestina, le forze israeliane hanno bombardato civili, città e villaggi libanesi. Dopo dieci anni di Resistenza, cioè nel periodo che va dal 1982 al 1992, abbiamo cominciato a reagire ma solo e semplicemente per fermare i bombardamenti di Israele contro i nostri civili. Così nel 1993 vi è stata un’intesa, seppure indiretta, tra la Resistenza e il Libano da una parte e Israele dall’altra, intesa che è stata riaffermata nel 1996. In essa si rende chiaro il fatto che entrambe le parti devono evitare di bombardare i civili. Abbiamo sempre detto: “Se voi non colpite i nostri villaggi e le nostre città, noi non avremo nulla a che fare contro i vostri”. Questo è il metodo a cui è ricorso Hezbollah dopo lunghi anni di aggressione contro i civili libanesi, e punta semplicemente a stabilire una sorta di equilibrio fondato sulla deterrenza per impedire che Israele uccida civili libanesi.

Assange: Secondo un cablo pubblicato da noi di WikiLeaks proveniente dall’ambasciata americana in Libano, lei ha detto di essere scioccato dal livello di corruzione dei membri di Hezbollah, che in alcuni casi guidavano SUV, vestivano abiti di seta e compravano cibo take away. E’ questa una conseguenza naturale del fatto che Hezbollah sia entrato nella scena politica elettorale libanese?

Seyyed Nasrallah: Prima di tutto, ciò che essi dicono a proposito di questa faccenda non è corretto. Fa parte delle voci incontrollate che volevano usare per screditare Hezbollah e distorcerne l’immagine e rientra nella guerra mediatica ingaggiata contro di noi. Sapete che dicono che operiamo come le organizzazioni mafiose e trafficando droga nel mondo, qualcosa di assolutamente proibito dalla nostra religione e dalla nostra etica e contro cui combattiamo strenuamente. Dicono un sacco di cose prive di fondamenti e ne approfitto ora con lei per smentire questa faccenda della corruzione, che non è corretta. Secondo, rispetto a quello che hanno affermato recentemente, ho detto che si tratta di un fenomeno molto limitato le cui ragioni vanno ricercate in alcune ricche famiglie che in passato non sostenevano Hezbollah, la sua linea, la sua dottrina o il suo programma. Deve capire che dopo il 2000, quando la Resistenza in Libano – ed Hezbollah costituiva la componente principale della Resistenza – è riuscita a liberarne la parte meridionale, ciò è stato visto come una sorta di miracolo e ha creato un grande shock nella società libanese. Come poteva un piccolo gruppo come il nostro riuscire a tenere testa per trentatré giorni all’esercito più grande e più potente della regione, senza uscirne sconfitto? Così vi sono stati gruppi all’interno della società che hanno iniziato a considerarsi pro-Hezbollah o sostenitori di Hezbollah: provenivano da realtà benestanti e che vivevano quindi secondo standard di vita corrispondenti alle loro possibilità finanziarie. Essi dicono così che questa tendenza sia stata poi trasmessa a Hezbollah, ma non è vero. Lo dico con certezza, sulla base di tutte le informazioni che ho. Non è un problema che esiste e a cui bisogna porre rimedio.

Assange: Perché lei ha sostenuto la primavera araba in Tunisia, Yemen, Egitto e in altri Paesi, ma non in Siria?

Seyyed Nasrallah: Per ovvie ragioni. Prima di tutto noi non vogliamo interferire con gli affari interni dei Paesi arabi e questa è sempre stata la nostra politica. Nel mondo arabo ci sono stati però certi sviluppi particolarmente seri ed importanti rispetto ai quali nessuno – partito o movimento che fosse – poteva esimersi dal prendere posizione. In Siria tutti sanno che il governo di Bashar al-Assad ha sostenuto la Resistenza in Libano e in Palestina e non si è piegato alle pressioni di Israele e dell’America: un governo che ha quindi servito davvero la causa palestinese. Quello che noi chiediamo per la Siria sono negoziati, dialogo e riforme, perché altrimenti l’alternativa, viste le diversità e la sensibilità della situazione interna, è spingere il Paese in una guerra civile e questo è esattamente quello che Stati Uniti e Israele vogliono.

Assange: Seyyed, durante il fine settimana oltre cento persone sono state uccise a Homs, inclusa una giornalista con cui avevo cenato un anno fa, Mary Colvin. Io posso capire la sua logica, quando dice che non dovremmo semplicemente distruggere un Paese senza un motivo e che è molto meglio riformarlo se è possibile. Ma dove pone la linea rossa Hezbollah? Se venissero uccise 100.000 persone o un milione, a quel punto Hezbollah direbbe basta?

Seyyed Nasrallah: Fin dall’inizio degli eventi in Siria, noi siamo stati in costante contatto con la dirigenza siriana e abbiamo parlato come amici, dandoci reciprocamente consigli sull’importanza di portare avanti riforme fin dal principio. Io personalmente credo che il Presidente Assad fosse particolarmente disposto a intraprendere riforme radicali e importanti, e questo ci rassicurava riguardo alla posizione da noi assunta sulla Siria. L’ho detto pubblicamente in più di un’occasione e l’ho ripetuto nei miei incontri con vari capi libanesi e arabi e altri capi politici, a cui riaffermavo la mia fiducia sul fatto che il Presidente Assad vuole le riforme e ne approverà di reali e autentiche, ma l’opposizione deve essere disponibile a dialogare. Dirò molto di più, e questa è la prima volta che lo faccio: noi abbiamo contattato anche elementi dell’opposizione per incoraggiare e facilitare il processo di dialogo con il governo, ma quei gruppi l’hanno rigettato a prescindere. Avevamo un governo disponibile a intraprendere riforme e preparato al dialogo, ma dall’altra parte c’è un’opposizione che non è pronta a dialogare e non è preparata ad accettare alcuna riforma: tutto quello che vuole è abbattere il governo. Questo è il problema. Un’altra cosa è che quello che sta accadendo in Siria deve essere osservato con due occhi e non con uno solo: i gruppi armati in Siria hanno ucciso moltissimi civili.


Assange: Dove pensa stia andando la Siria? Cosa dovremmo fare per fermare i massacri in Siria? Lei ha parlato di dialogo, ma è qualcosa di cui è molto facile parlare: esistono però misure pratiche per poter fermare il bagno di sangue in Siria?

Seyyed Nasrallah: Nella domanda precedente c’è una cosa che non ho citato, ma che voglio menzionare ora. Ci sono certi Stati, arabi e non arabi, che forniscono soldi, danno armi e fomentano scontri all’interno della Siria. Questo è un aspetto della situazione. Poi c’è un’altra questione grave, confermata: noi tutti abbiamo sentito che il dottor Ayman al-Zawahiri, il capo di al-Qaeda, ha fatto una chiamata alle armi in Siria, e ci troviamo con combattenti di questa organizzazione che sono giunti in Siria e altri che li stanno seguendo da vari Paesi, nel tentativo di trasformarla in un campo di battaglia. Gli Stati che forniscono soldi e armi sono in grado di fare in modo che i gruppi di opposizione al governo si siedano intorno ad un tavolo e risolvano la crisi in modo politico. Ho detto questo pochi giorni fa: alcuni Stati arabi sono disposti a impiegare dieci ininterrotti anni per intavolare un dialogo politico con Israele, nonostante tutto quello che Israele ha fatto nella regione, ma non sono disposti a concedere uno o due anni, o addirittura neanche qualche mese, per una soluzione politica in Siria, e questa è semplicemente una cosa insensata e ingiusta.

Assange: Lei sarebbe disposto a fare da mediatore tra questi gruppi dell’opposizione e il regime di Assad? La gente si fida del fatto che lei non agisce come agente degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita o di Israele, ma si fiderebbero del fatto che lei non agisce per conto del regime di Assad? Se fossero convinti che fosse così, lei accetterebbe di mediare per la pace?

Seyyed Nasrallah: L’esperienza di trenta anni di vita di Hezbollah dimostra che siamo amici della Siria ma non suoi agenti. Lei sa che ci sono stati periodi della vita politica libanese in cui le nostre relazioni con la Siria non erano buone. Vi erano problemi tra di noi, e quanti erano soliti beneficiare della politica e dell’influenza della Siria in Libano sono proprio quelli che ora si oppongono a noi, e che si opponevano a noi anche mentre ci trovavamo sotto pressione da parte siriana. Noi siamo amici, non agenti della Siria. Gli stessi settori dell’opposizione siriana lo sanno, come lo sanno anche le altre forze politiche della regione. Come prima cosa siamo quindi amici. Seconda cosa, quando diciamo che sosteniamo una soluzione politica, ovviamente siamo pronti ad esercitare qualsiasi sforzo o contributo per raggiungerla. In passato ho detto che abbiamo contattato alcuni gruppi ma questi hanno rifiutato di aprire un dialogo col governo. Ogni gruppo che vuole un dialogo con il governo e vorrebbe noi come mediatori dovrebbe pertanto sapere che da parte nostra siamo più che felici di farlo, ma chiediamo agli altri di compiere degli sforzi per creare le condizioni per una soluzione politica.

Assange: Io credo che questi gruppi troverebbero il ruolo di Hezbollah molto più credibile se lei dicesse al regime siriano di Assad che voi avete una linea rossa. Il regime siriano è libero di fare quello che vuole secondo il punto di vista di Hezbollah, oppure ci sono cose che Hezbollah non accetterà?

Seyyed Nasrallah: Si, certo. Credo ci sia una linea rossa sia per il presidente Bashar Assad che per i nostri fratelli in Siria. Noi abbiamo ribadito quella linea rossa che tutti dovrebbero rispettare, ma il problema sta nei combattimenti in corso e che, conseguentemente, quando una parte si ritira l’altra avanza. Finché si sbatteranno le porte in faccia alla soluzione politica questa situazione andrà avanti così, perché anche se una parte si ritira l’altra avanzerà.

Assange: La Tunisia ha dichiarato che non riconoscerà più il regime siriano. Perché la Tunisia ha preso un’iniziativa così forte per prendere le distanze dalla Siria?

Seyyed Nasrallah: Credo che la posizione presa da Tunisi o da altri Paesi sia basata su prove incomplete, non voglio dire sbagliate, ma piuttosto incomplete. Naturalmente vi è anche il problema delle informazioni errate e incomplete fornite ai governi arabi e occidentali, ai quali era stato detto che era solo questione di settimane e poi il governo sarebbe caduto. Molti di questi Paesi volevano così essere soci in questa vittoria anticipata. Non nascondo comunque la mia convinzione che forse la ragione dietro alcune di queste posizioni vada ricercata nel fatto che il nuovo giovane governo si sia trovato di fronte ad una dura prova, abbia pensato che non fosse questo il momento di cercare lo scontro con gli Stati Uniti e l’Occidente, e che sarebbe meglio accontentarli e stare dalla loro parte in molte di queste faccende.

Assange: Hezbollah ha creato una rete televisiva internazionale, al-Manar, che gli Stati Uniti bloccano e che quindi non può trasmettere negli Usa. Allo stesso tempo gli Stati Uniti dichiarano di essere un bastione della libertà di parola. Perché, secondo lei, il governo americano è così spaventato da al–Manar?

Seyyed Nasrallah: Vogliono poter dire alla gente che Hezbollah è un’organizzazione terroristica, che uccide e ammazza, ma non vogliono che la gente possa ascoltare la nostra voce. Per esempio, se almeno ci fosse un giusto processo, come minimo la persona accusata dovrebbe avere un’opportunità di difendersi, ma l’amministrazione Usa ci accusa privandoci però di quel diritto basilare all’autodifesa e di poter presentare le nostre ragioni al mondo. Per questo ci impediscono di far ascoltare la nostra voce.

Assange: Seyyed, come capo in una guerra, com’è stato in grado di mantenere la sua gente unita di fronte al fuoco nemico?

Seyyed Nasrallah: La cosa fondamentale, per quanto ci riguarda, è che noi avevamo un obiettivo, che abbiamo esplicitato: questo obiettivo è umano ed etico, basato sulla fede e sul patriottismo, qualcosa su quale non esiste discussione: liberare la nostra terra dall’occupazione. E’ la ragione primaria e vera per cui Hezbollah è stato creato, argomento che non è oggetto di discussione tra i libanesi. Noi non volevamo essere al governo né competere per il potere politico. La prima volta che siamo entrati nel governo libanese è stata nel 2005, e lo scopo non era di avere una fetta di potere ma di proteggere la Resistenza, affinché il governo che si era formato nel 2000 non commettesse errori a danno della stessa, poiché avevamo timori in tal senso. Quando si ha un obiettivo, un obiettivo corretto, diventa per noi la priorità ed evitiamo ogni altra rivalità onde poterlo raggiungere; cerchiamo di tenere tutti vicini e cooperare insieme per raggiungere l’obiettivo, e fino a questo momento abbiamo evitato per quanto possibile ogni coinvolgimento in polemiche interne. Lei può vedere come in Libano ci siano molte questioni su cui esistono grandi divergenze e differenze; a volte evitiamo perfino di esprimere le nostre opinioni o di prendere posizione per non essere coinvolti in dissidi interni. La nostra priorità continua ad essere la liberazione della nostra terra e la protezione del Libano dalla minaccia di Israele, perché crediamo che il Libano continui ad essere minacciato.

Assange: Voglio tornare indietro a quando lei era in un ragazzo. Da quel che so era figlio di un fruttivendolo. Quali sono i suoi primi ricordi, come giovane in quella casa in Libano? E quei primi ricordi influenzano il suo pensiero politico?

Seyyed Nasrallah: Sono nato e ho vissuto per quindici anni in una zona orientale di Beirut che aveva certe caratteristiche, e naturalmente l’ambiente in cui si vive influenza la propria personalità. Uno dei tratti caratteristici di quel luogo era la sua povertà. Vi vivevano musulmani sciiti e sunniti, cristiani, armeni, curdi, e ovviamente libanesi e palestinesi. Quindi sono nato e ho vissuto in questo ambiente molto vario e misto, e questa situazione mi ha reso consapevole e preoccupato per le condizioni della Palestina e per l’ingiustizia a cui il popolo palestinese era stato sottoposto; di conseguenza ho acquisito precocemente questa consapevolezza grazie ai palestinesi che vivevano nel nostro quartiere e che erano stati tutti espulsi dai loro villaggi: Haifa, Acre, Gerusalemme, Ramallah. Questo era l’ambiente in cui sono nato e cresciuto.

Assange: Ho letto un suo scherzo divertente a proposito dei sistemi israeliani di cifratura e decifrazione. Questa cosa mi interessa perché sono un esperto di crittografia e WikiLeaks si trova sotto un’estesa sorveglianza. Lei ricorda questo scherzo?

Seyyed Nasrallah: Si, parlavo di come la semplicità può sconfiggere la complessità. Le forze israeliane in Libano usano per esempio una tecnologia molto sofisticata sia in termini di armi che di comunicazioni, mentre la Resistenza è di tipo popolare e la maggior parte dei giovani uomini che ne fanno parte sono solo ragazzi ordinari che vivono nei villaggi. Provengono da fattorie, piccoli villaggi o comunità agricole e parlano attraverso banali walkie talkies, privi di sofisticazione; sono aggeggi molto semplici e quando vogliono parlare in codice usano un certo tipo di linguaggio, lo slang dei villaggi e delle loro famiglie. Così chi ascolta le conversazioni per sorvegliarle e utilizza il computer per cercare di decifrare quel linguaggio non ci riuscirà mai e non potrà farlo facilmente a meno che non abbia vissuto per anni in quei villaggi. Per esempio usano certe espressioni che si riferiscono alla vita del villaggio come “la casseruola”, “l’asino” o anche cose del tipo “il padre del pollo”. Nessun agente dell’intelligence israeliana o nessun analista dei computer capirà chi è “il padre del pollo” e perché lo chiamiamo così. Questa tecnica non servirà però a Wikileaks

Assange: Voglio farle una domanda molto provocatoria, che non è politica. Lei ha combattuto contro l’egemonia degli Stati Uniti. Ma non è Allah o la nozione di Dio la superpotenza per antonomasia? E come combattente per la libertà, lei non dovrebbe cercare di liberare la gente dal concetto totalitario di Dio monoteistico?

Seyyed Nasrallah: Noi crediamo che Dio Onnipotente sia il Creatore di questa vita, degli esseri umani e di tutte le creature. Quando ci ha creato, ci ha provvisto di queste facoltà, di questi corpi e di queste capacità sia psicologiche che spirituali, che chiamiamo istinto naturale. La gente tenuta lontana dagli insegnamenti religiosi ha semplicemente un istinto, l’istinto di dire la verità, e quell’istinto dice loro che la verità è cosa giusta, che la menzogna è male e la giustizia è bene. L’ingiustizia è male, aiutare i poveri e le persone maltrattate è cosa buona, mentre aggredire gli altri e spargere sangue è orribile. La questione di resistere all’egemonia americana, all’occupazione o agli attacchi contro di noi e contro il nostro popolo è una questione etica, innata e umana. Ora anche Dio ha voluto ciò e quindi, in questo senso, i principi umani e etici sono conformi agli insegnamenti religiosi, perché le religioni abramitiche non hanno presentato nulla che contraddica l’intelletto o la natura umana, giacché il Creatore della religione è lo stesso Creatore degli esseri umani, e pertanto le due cose sono totalmente in armonia. Ogni volta che in una nazione, ma anche in una casa, ci sono due capi, è la ricetta per il disastro. Come potrebbe allora l’universo durare per miliardi di anni in tale splendida armonia ed avere allo stesso tempo più di un Dio? Se ci fosse stato più di un Dio l’universo sarebbe andato a pezzi, e ne abbiamo quindi la prova. Noi non combattiamo per imporre un credo religioso a nessuno. Il profeta Abramo è sempre stato a favore del dialogo e del discutere mostrando prove, e noi siamo tutti seguaci di questo profeta.

Assange: Grazie, Seyyed Hassan.

Traduzione a cura di Islamshia.org © È autorizzata la riproduzione citando la fonte

Tratto da: Islam Shia

Assange intervista Seyyed Nasrallah
Assange intervista Seyyed Nasrallah

L’antropologo Todd: l’esercito ucraino sta crollando

a cura della Redazione

Ottobre 11, 2024

Lo studioso: ‘L’Occidente è vittima di un’auto-allucinazione’

(ANSA) – ROMA, 11 OTT – “Sono noto per la parte meno importante della mia opera”: è così che, dopo una bella risata, risponde Emmanuel Todd se gli si chiede di quella volta che ‘predisse’ la caduta dell’Urss. “Il grosso del mio lavoro di ricercatore – spiega all’ANSA – si è concentrato sul cercare di stabilire un rapporto tra strutture familiari e ideologie politiche”.

Ha cominciato come storico, cosa che pensa gli abbia permesso di “capire cosa succede nel presente”, aggiunge, e dunque scrivere il libro sulla caduta dell’Unione sovietica (‘Il crollo finale’, nel ’76). Basta fare una breve ricerca su internet per trovare questa storia, la più gettonata per descrivere lo storico e antropologo francese. Gli altri risultati, invece, sono critiche, in particolare quelle arrivate ultimamente con ‘La sconfitta dell’Occidente’, il suo ultimo libro pubblicato in Italia da Fazi Editore con traduzione di Alessandro Ciappa e Michele Zurlo. “Io leggo i testi di Putin, di Lavrov, la razionalità e i loro valori, il loro attaccamento alla sovranità russa – commenta – accetto la loro esistenza, e solo perché la accetto mi danno del putinofilo”.
    “La cosa interessante quando si scrivono dei libri sulla prospettiva, e particolarmente quando si è insultati da tutta la stampa del proprio Paese, è che il giudizio finale lo darà la storia – chiarisce Todd – Questo libro l’ho scritto durante la controffensiva ucraina e oggi tutti sanno che l’Ucraina e gli Usa hanno perso la guerra: quindi descrive la realtà. E ciò permette ai giornalisti francesi di detestarmi ancora più”, gongola dietro gli occhiali. Nel volume, come promesso dal titolo, l’autore fa un’analisi della “sconfitta dell’Occidente”, sia esterna (nel conflitto russo-ucraino) che interna (a livello demografico, morale ed economico), nel confronto con una Russia per lui stabilizzata e di nuovo grande potenza, nonostante le sanzioni degli ultimi anni.
    Secondo Todd, “i russi percepiscono gli occidentali come poco intelligenti”, pensiero che condivide: “leggendo i testi di geopolitica americani, i discorsi dei politici o gli articoli dei giornalisti francesi percepisco stupidità. È il mio unico vero punto d’accordo con i russi”. Lui, sostiene, ‘vede oltre’ perché “sono 50 anni che da storico vivo da un’altra parte, non so se nel passato o nel presente, ma altrove – riflette – e penso di vedere la società occidentale da fuori”.
    Più di tutto, l’antropologo trova che “gli occidentali non riescono più a guardare la realtà – afferma – ovvero che l’esercito ucraino sta crollando. Discutono di una soluzione tra loro, ma avete mai visto un negoziato di pace senza il vincitore?” È come, racconta, se fossero tutti vittima di una “auto-allucinazione collettiva”, in parte fomentata dai media: “Le Monde (testata che Todd non ama affatto, ndr) ha nascosto ai dirigenti politici francesi il vero ruolo di Putin”. Il suo timore è che in questa “auto-allucinazione i nostri politici si convincano che Putin non userà mai le armi nucleari. Ma lui è stato chiaro. Dobbiamo prenderlo sul serio”.
    Todd spera “che le élite tedesche, italiane e francesi tornino con i piedi nella realtà e si rivoltino contro gli Stati Uniti. Vedo le sofferenze del popolo ucraino, dei soldati russi, e penso che sia immensa, sia enorme la responsabilità occidentale”, soprattutto degli Usa, che per lui sono i colpevoli delle due guerre di questi anni. “Hanno lanciato gli ucraini, li hanno armati, fomentati, poi non sono più riusciti a fermarli – commenta – e la stessa cosa hanno fatto con Israele, è un tratto ripetitivo della loro politica estera. Ma non credo riusciranno ad aizzare Taiwan contro la Cina – ride – nemmeno se si fanno di allucinogeni, la Cina è troppo grande”.
    Quella di oggi è “una guerra di vigliacchi”, accusa l’antropologo. Per lui, la ragione si trova nello ‘stadio zero’ della religione protestante, la stessa fede dalla quale venne l’ascesa dell’Occidente. La conseguenza è “lo svilupparsi di pulsioni nichiliste nelle classi dirigenti – prosegue – mentre la società è atomizzata, frammentata ed è difficile immaginare popolazioni capaci di fare la guerra”. Per questo, dice, “c’è bisogno che l’Ucraina la faccia per noi”.
    E, ora, la situazione in Medio Oriente e il cambiamento nella percezione occidentale rispetto alla questione a Gaza e il ruolo di Israele, potrebbero essere “il colpo di grazia per la crisi dell’Occidente”, continua. La sua prossima teoria e, magari, il nuovo libro di prospettiva saranno su questo. “Non ho deciso ancora, sono un ricercatore serio, esito prima di farmi un’idea – conclude Todd – ma la mia ipotesi è che Israele, come l’Ucraina, sia tormentata da un problema di nonsense rispetto alla sua esistenza. Prima aveva un progetto nazionale, ora sembra essere solo la lotta contro gli arabi. Netanyahu non ha un obiettivo razionale. Conta solo i morti. Quello di Israele è un discorso nichilista, del piacere della distruzione”.

Tratto da: ANSA

L'antropologo Todd: l'esercito ucraino sta crollando
L’antropologo Todd: l’esercito ucraino sta crollando