LA VIA DEL GUERRIERO DI PACE

a cura di Vincenzo Di Maio

SOCRATE: “Tutti dicono cosa fare e cosa è bene per te, non vogliono che tu trovi le tue risposte, vogliono che tu creda alle loro.”

DAN: “Fammi indovinare. Tu vuoi che creda alle tue.”

SOCRATE: “No. Io voglio che tu smetta di raccogliere informazioni dall’ esterno e che inizi a trovarle dentro te stesso! La gente teme quello che ha dentro, ma è l’unico posto in cui troverà quello che serve.”

D. Millman – La Via del Guerriero di Pace

LA VIA DEL GUERRIERO DI PACE
LA VIA DEL GUERRIERO DI PACE

RIGENERARSI NEL DIVINO

a cura di Ottava di Bingen

“Non ti ho fatto né celeste né terreno,
né mortale né immortale,
perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto.
Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti;
tu potrai, secondo il tuo volere,
rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.”
(Giovanni Pico della Mirandola)

RIGENERARSI NEL DIVINO
RIGENERARSI NEL DIVINO

7 ottobre e diritto di Resistenza

a cura della Redazione

07-10-2024

7 ottobre – È trascorso esattamente un anno, da quando la Resistenza palestinese lanciò un massiccio attacco contro Israele. In pochi minuti la Resistenza sparò migliaia di razzi contro i Territori occupati, mentre centinaia di combattenti palestinesi si infiltrarono all’interno dei Territori, attaccando basi militari e kibbutz.

L’operazione, denominata Al-Aqsa Flood, iniziò alle 6:30 del 7 ottobre 2023, cogliendo di sorpresa il sistema difensivo israeliano. Israele perse in pochi minuti il controllo del confine tra Gaza e gli insediamenti israeliani confinanti, facendo emergere il totale fallimento dell’intelligence israeliana.

I media israeliani riferirono di un elevato numero di vittime, sottolineando che combattenti palestinesi erano stati avvistati per le strade di Sderot e in altri insediamenti confinanti con Gaza. I video circolati sui social media mostrarono soldati israeliani catturati dai combattenti della Resistenza palestinese. Altri filmati mostrarono combattenti palestinesi che rientravano a Gaza a bordo di veicoli militari sequestrati ai soldati israeliani.

7 ottobre tra atrocità israeliane e complicità occidentale

La Resistenza palestinese tutta, unita e compatta come mai nella storia della Palestina, dichiarò che questo attacco era una risposta ai crimini israeliani a Gaza e in Cisgiordania. Da quel momento, iniziò l’inferno per milioni di civili palestinesi. Forte del sostegno e della complicità di Usa e Occidente, Israele scatenò una devastante guerra, ancora in corso. Di seguito alcune cifre del conflitto:

  • Civili palestinesi uccisi: 42mila di cui 18mila bambini
  • Civili palestinesi feriti: 97mila
  • Operatori sanitari uccisi: 1.160
  • Famiglie sterminate: 902
  • Bambini orfani: 20mila
  • Infrastrutture civili distrutte: 75%

Bastano queste cifre per dare l’idea del livello di crudeltà e disumanità con cui Israele ha risposto a un legittimo attacco di un popolo sotto assedio da 80 anni. Proprio quest’ultimo aspetto viene colpevolmente omesso o ignorato dalla quasi totalità dei media mondiali, asserviti all’arroganza criminale di Usa, Israele e Occidente.

Davanti al silenzio e alla complicità di buona parte della comunità internazionale, emergono solo il coraggio e l’etica di quell’Asse della Resistenza, ultimo e unico baluardo a difesa dei popoli oppressi.

Diritto di Resistenza

Il diritto di ribellione, noto anche come diritto alla resistenza (o diritto di resistenza), è il diritto di un popolo di opporsi al potere illegittimo o all’ingiusto esercizio del potere da parte di un tiranno. Secondo l’interpretazione giuridico-positivista, tale diritto sarebbe riconosciuto a un popolo solo se previsto dalla sua carta costituzionale. Secondo l’interpretazione giusnaturalistica, tale diritto sarebbe invece sempre riconosciuto in quanto facente parte dei diritti naturali ed inalienabili dell’Uomo.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

7 ottobre e diritto di Resistenza
7 ottobre e diritto di Resistenza

UOMINI DI LUCE E UOMINI DI TENEBRA

di Mike Plato

Perché Dio avrebbe dovuto desiderare questa umanità bastarda, tenendo conto che aveva creato un essere simile a Lui, che può davvero fregiarsi del titolo Uomo, ovvero Omo-simile? Uno gnostico di 1800 anni fa risponderebbe che il Dio Assoluto non voleva questa umanità, il che è assurdo perché ciò farebbe di Dio un essere limitato e impotente, incapace di impedire che emerga una ontologia indesiderata. E dunque, Perché Dio Padre avrebbe voluto una falsa umanità creata da miserabili Potenze intermedie (Galati 4,9 ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire?) oltre a quella reale da Lui stessa creata?

La spiegazione è tutta in una meravigliosa esortazione di Cristo

Matteo 5,16

Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Quindi esistono UOMINI DI LUCE (pochi) in mezzo ad una massa sterminata di UOMINI DI TENEBRA, come è scritto degli uomini di tenebra, chiamati FIGLI DI BELIAR dallo stesso Cristo

Giovanni 3,19

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.

ERGO il motivo per cui Dio ha voluto una massa sterminata di UOMINI DEL BUIO è la consapevolezza che i FIGLI DELLA LUCE debbano avere di se stessi confrontandosi con il loro contraltare, la comprensione del dono, della gloria del diritto di nascita….

ERGO, che i figli della luce non temano i tenebrosi e le loro accuse di follia perché è detto

1Corinzi 2,14

L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito.

(Mike Plato, 2023)

UOMINI DI LUCE E UOMINI DI TENEBRA
UOMINI DI LUCE E UOMINI DI TENEBRA

IL COSTITUZIONALISMO NEOCONFUCIANO DI HUANG ZONGXI FRA MING E QING

a cura di Niccolò Bonetti

“L’altro grande storico e pensatore politico, Huang Zongxi, fu mosso da analoghi intendimenti, contrapponendo al dispotismo imperiale il consenso quale base della legittimazione dell’autorità politica. Partendo dal problema dell’alternarsi nella storia di periodi di ordine e di periodi di disordine, di buon governo e di malgoverno, si occupò della periodizzazione storica per elaborare un sistema politico adatto alla nuova era, che considerava imminente. Le linee principali di questo sistema si trovano nel suo trattato politico, Mingyi daifan glu, che costituisce la sua maggiore opera, assieme a quella che può essere considerata come la prima storia intellettuale del periodo Ming, Mingru xue’an. Secondo Huang, l’ordine e il disordine non dipendevano dall’ascesa o dalla decadenza di una determinata dinastia, ma dalle condizioni reali della popolazione. Le istituzioni, le leggi e i governanti erano buoni o cattivi a seconda che servissero l’interesse generale o l’interesse pri vato del sovrano. E per far sì che operassero nel modo corretto, occorreva un sistema di contrappesi e di controlli, che permettessero la limitazione del potere del sovrano attraverso organi responsabili di fronte all’opinione pubblica (cioè la gentry). Questi organi sarebbero stati costituiti, a livello centrale, dal primo ministro, ma soprattutto, a livello locale, dal sistema delle scuole. Queste ultime infatti non avrebbero avuto soltanto la funzione dell’istruzione e della preparazione agli esami, ma anche il ruolo politico formale di dibattere i maggiori problemi pubblici, inviare consigli e rimostranze al sovrano, controllare l’opera dei funzionari, gestire gli affari finanziari, militari e giudiziari locali. “

(M. Sabatini e P. Santangelo, Storia della Cina. 2004 pp. 517-518)

IL COSTITUZIONALISMO NEOCONFUCIANO DI HUANG ZONGXI FRA MING E QING
IL COSTITUZIONALISMO NEOCONFUCIANO DI HUANG ZONGXI FRA MING E QING

L’INVIDIA È CIECA*

a cura di Michele Maino

Di tutti i vizi, l’invidia sembra essere il più subdolo. A differenza degli altri, come la gola, l’ira o la lussuria che potrebbero, al limite, essere visti come scaturigini del bisogno o della debolezza della carne, reazioni alla paura o manovre compulsive di sopravvivenza, l’invidia non è un frutto spontaneo ma procede espressamente da un’architettura psichica infetta e contorta.

La parola deriva dalla sua omografa controparte latina, la cui etimologia è spiegata come una formazione composta dal deverbativo -vidia, da vĭdēre (“vedere”, “guardare”), e dal prefisso “in” impiegato nel suo senso avversativo di “contro”, dunque “guardare ostilmente”, “guardare male”.

Il prefisso “in”, tuttavia, ha anche valore privativo, negativizzante, che anzi è il più comune e che dà forma a parole come, ad esempio, “impuro”, “ignobile”, “insensato” ecc…

Cercando bene, quindi, sembra emergere un secondo livello semantico, più sottile, latente: quello di “non-vedere”.

A illuminare questo senso c’è il termine avidyā, che in sanscrito, lingua “cugina” del latino, è formato da a- privativa e vidyā, “vista”, “conoscenza”, dunque “ignoranza”, “incapacità di vedere”. Nella cultura dell’India antica, o meglio in tutti i sistemi dharmici, Induismo, Buddhismo e Jainismo, avidyā (avijjā in pāli), rappresenta infatti l’ignoranza fondamentale della realtà, il travisamento del mondo fisico e metafisico e dunque la radice della sofferenza come viene espresso, quasi a epitome di un intero universo culturale, nel quinto verso del secondo libro degli Yoga Sūtra di Patañjali: “Avidyā è prendere per permanente, puro, piacevole e pregno di essenza ciò che è invece impermanente, impuro, doloroso e privo di essenza”.

La consapevolezza che chi è invidioso non capisce nulla del mondo e procede maldestramente nella vita causando danni a sé e agli altri, è senz’altro presente anche nel nostro sistema culturale e occhieggia nemmeno troppo dissimulatamente nella letteratura e nelle opere d’arte. Giotto, ad esempio, nel suo ciclo allegorico di affreschi dedicato alle virtù cardinali e teologali e ai vizi cardinali nella Cappella degli Scrovegni, a Padova, raffigura l’invidia come un’anziana con un serpente che le esce dalla bocca, simbolo della sua attitudine alla maldicenza e alla maledizione, e che le si ritorce contro colpendole gli occhi e mettendo così in evidenza il difetto di “non-vedere”. La mano destra è rapace e svela il desiderio, mentre il sacchetto che quasi stritola con la sinistra suggerisce l’avversione a dare, a restituire, a provare gratitudine.

Le fiamme che divampano alla base della veste rappresentano il dolore che deriva dalla brama insaziabile, dalla cieca furia del saccheggio e della spoliazione di ciò che è altrui, e l’inferno a cui questo vizio inevitabilmente condanna, in vita come dopo la morte.

*“Caeca invidia est…” (Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXVIII, 49)

Immagine: Giotto di Bondone, allegoria dell’invidia, affresco, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1306 circa.

L'INVIDIA È CIECA
L’INVIDIA È CIECA

FARE L’UNITÀ

a cura di Mario Luigi Blandino

Com’è noto, il cardine attorno al quale ruota l’intera dottrina religiosa dell’Islam è la dichiarazione dell’unità divina (tawḥīd), un principio che viene attestato con tale chiarezza da oscurare in un certo senso qualsiasi altra considerazione e rendere secondario ogni ulteriore enunciato.

Questa dichiarazione dell’unità palese per tutti, affermata dalla religione secondo una prospettiva puramente exoterica, viene per così dire «trasformata» dal punto di vista dell’esoterismo, che le attribuisce una portata realmente metafisica e universale.

Limitarsi al tawḥīd nell’esclusivo significato che esso ha per la religione esteriore, cioè quello di una semplice professione di fede nel monoteismo, non può certo ritenersi sufficiente in una prospettiva esoterica: fino a che persiste un soggetto esterno a Dio che ne proclama l’unicità, infatti, Egli non può essere considerato davvero Unico.

Per usare l’immagine di un celebre apologo sufi, è come se qualcuno entrasse in una casa e, trovandovi un singolo occupante, gli dicesse: «Ci sei solo tu in questa casa»; ora, l’altro potrebbe a buon diritto rispondergli: «La tua affermazione sarebbe vera se tu non esistessi!».

In sostanza, affinché l’attestazione dell’unità divina non sia una formula ambigua, è necessario che l’uomo che la professa sparisca totalmente dalla scena: solo così l’Uno viene realmente affermato come Unico.

Il vero tawḥīd non può dunque consistere in una semplice adesione passiva a un dogma teorico, ma implica necessariamente un processo attivo di trasformazione interiore, che permetta di «verificare» (nel senso dell’arabo taḥqīq, «rendere vero», «realizzare», «effettuare») l’unità divina.

È significativo, a tal proposito, che il termine tawḥīd sia l’infinito della forma verbale waḥḥada, che attribuisce alla parola una sfumatura decisamente attiva e dinamica: non tanto dunque «dire» l’unità, quanto invece «fare» l’unità, cioè unificare, rendere unico.

(ALBERTO VENTURA)

FARE L’UNITÀ
FARE L’UNITÀ

IL POTERE PERSONALE

a cura di Martino Zeta

Gli dissi di aver ricevuto lettere di varie persone le quali affermavano che facevo male a scrivere attorno al mio apprendistato. Citavano come precedente il fatto che i maestri delle dottrine esoteriche orientali esigevano segreto assoluto sul loro insegnamento.

“Forse quei maestri si compiacevano d’esser maestri” disse senza guardarmi “Io non sono un maestro, sono solo un guerriero. Perciò non posso veramente sapere ciò che sembra bene a un maestro.”

“Ma può darsi che io riveli cose che non devo, Don Juan.”

“Non importa ciò che uno rivela o tiene per sè.” egli rispose. “Tutto ciò che facciamo, tutto ciò che siamo, poggia sul nostro potere personale. Se ne abbiamo a sufficienza, una sola parola gettata a noi può bastare a cambiare il corso delle nostre vite. Ma se non abbiamo sufficiente potere personale, il più splendido brano di saggezza può esserci rivelato, e questa rivelazione non cambierà proprio nulla.”

(Carlos Castaneda – L’isola del tonal)

IL POTERE PERSONALE
IL POTERE PERSONALE