“Se un uomo smette di litigare quando ha torto, gli sarà costruita una dimora nel Paradiso. Ma se un uomo rinuncia a litigare anche quando ha ragione, gli sarà costruita una dimora nel più alto livello del Paradiso.”
Ulrich Beck nasce a Berlino nel 1944, ha insegnato per molti anni sociologia a Londra e Monaco di Baviera ed è considerato uno dei più influenti sociologi contemporanei poiché svolge numerose ricerche sulla modernità, la globalizzazione, l’individualizzazione e sui problemi ecologici. Tra i suoi studi più influenti vi è quello sulla società del rischio, che è descritta da Beck come una società letteralmente fuori controllo, luogo in cui scompare ogni certezza.
Viviamo in una società più rischiosa rispetto a quelle passate?
Ad oggi non possiamo affermare che viviamo in una società più rischiosa rispetto alle precedenti perché non ci è consentito effettuare una stima quantitativa certa del fenomeno, ciò che invece possiamo osservare, secondo il sociologo Ulrich Beck, è il modo in cui la percezione del rischio è mutata nel tempo, ovvero come viene esercitata la qualità del controllo sia dagli individui che dalle istituzioni, meglio nota come l’incontrollabilità delle conseguenze decisionali che la società post-moderna produce.
Cercando di farci un’idea più chiara sulla concezione del rischio pre-moderno rispetto a quello post-modero dobbiamo tenere a mente che nella cultura pre-moderna i pericoli e le paure venivano maggiormente attribuite a Dio, agli dèi o alla natura, tendendo a scorgere nelle promesse istituzionali di modernizzazione, e quindi nel potenziamento dei mercati, della scienza e della tecnologia, condizioni di vita più sicure. Oggi invece, le insicurezze, i rischi e le minacce che fronteggiamo vengono attribuite quasi esclusivamente al progresso e alla modernizzazione, così fenomeni come il cambiamento climatico, il terrorismo e i disastri ecologici, ci appaiono sempre di più la conseguenza dell’agire umano.
La proliferazione dei rischi secondo Ulrich Beck
In ragione di ciò, secondo Beck, la proliferazione dei rischi risulterebbe funzionalmente connessa alla promozione della modernità, un meccanismo che crea un nuovo modello di coesione sociale in cui la distribuzione della ricchezza del Welfare State è interconnessa alla distribuzione del rischio, riflettendosi su tre livelli: temporale, spaziale e sociale. Temporale perché molto spesso i nuovi rischi hanno tempi di manifestazione molto lunghi e le conseguenze possono restare latenti per anni, spaziale nel momento in cui i nuovi rischi, grazie alla globalizzazione, superano i confini nazionali, e in ultimo quello sociale nella misura in cui la complessità sociale non permette di analizzare appieno le cause e le conseguenze dei rischi.
Ulrich Beck
Così se da un lato cresce la consapevolezza dei rischi dall’altro non è raggiungibile un pieno controllo di essi, per tale motivo risulta evidente, secondo il sociologo, il paradosso della cultura post-moderna dove le istituzioni che avevano promesso più sicurezza hanno creato l’opposto, facendo sorgere la consapevolezza che il mondo in cui viviamo sia fuori controllo e che i rischi fronteggiati siano presenti ovunque e per tale ragione non possono essere delimitati da un punto di vista spaziale, sociale e temporale.
La percezione del rischio è uguale in tutto il mondo?
Quando parliamo di società del rischio globale non dobbiamo pensare a un’omogeneizzazione del mondo perché non tutte le culture e le regioni vengono colpite in maniera eguale dai rischi, soprattutto per quanto riguarda quelli ecologici, terroristici ed economici.
Per tale ragione Beck sostiene che i rischi sono iniqui nel mondo, con sfaccettature diverse, modi di manifestarsi mutevoli che variano in base ai contesti storici, culturali e politici. Nelle zone periferiche, per esempio, i rischi globali non sono percepiti come fenomeni endogeni, ovvero che possono essere contrastati attraverso processi decisionali nazionali autonomi, ma come fenomeni esogeni, concausa di decisioni intraprese da altri paesi, così le persone, in tali contesti, tendono a sentirsi come ostaggi e vittime di questi processi.
Rischi globali
Secondo il sociologo la società del rischio trarrebbe la sua linfa vitale dall’aumento dei rischi globali, così se nella società industriale prevaleva la logica della ricchezza, la quale era l’unica via d’uscita dalla povertà, oggi la logica del rischio domina nella società moderna e le società avanzate producono meno ricchezza e più rischi. L’emblema della società del rischio dimora nel fatto che le decisioni collettive implicano conseguenze globali, che minano la promessa del controllo, il rischio, infatti, non può più essere considerato come un evento incerto in grado di influenzare in modo negativo o positivo il raggiungimento di risultati specifici, ma diviene l’orizzonte globale entro cui l’individuo, la società e le organizzazioni si muovono.
In ragione di ciò Beck parla di seconda modernità che di fatto produce una quantità non stimabile di rischi, facendo svanire il confine tra natura e società, dove le nuove tecnologie possono riflettersi negativamente sull’ambiente sia a breve che a lungo termine. Nella seconda modernità, quindi, i criteri di calcolo del rischio sfuggirebbero all’uomo diventando un valore indecifrabile in grado di generare una condizione di insicurezza non stimabile, altresì nota come quella sensazione di insicurezza sociale che l’uomo vivrebbe quotidiane ma in misura diversa in base al contesto di appartenenza. Pensiamo per esempio all’energia nucleare o alla gestione dei rifiuti, o alla scienza in senso lato che è diventata portatrice di rischio e perde il consenso e quel carattere di infallibilità che aveva nella società pre moderna che le consentiva di procedere con la fiducia dei cittadini.
Società del rischio e una nuova forma di capitalismo per Ulrich Beck
Oltre alle problematiche legate al rapporto tra scienza e ambiente Beck osserva anche una nuova forma di capitalismo, quello privo di classi sociali, che comporta due importanti conseguenze: la prima è l’isolamento del soggetto, il quale vuol conseguire l’obiettivo di auto realizzarsi, la seconda è la de-strandardizzazione del lavoro, il quale risulta libero dalle tradizionali idee di ambiente lavorativo e di posto fisso. Il nuovo capitalismo, secondo il sociologo, provoca una mobilità generalizzata delle carriere professionali e dei rapporti di lavoro, così nei paesi occidentali assistiamo sempre di più alla presenza di professionisti isolati che sono capi di sé stessi e quindi detengono tutte le responsabilità del proprio percorso professionale.
A parere di Beck i mutamenti della società post-industriale possono sintetizzarsi nella perdita di un’appartenenza di classe, nella crisi della famiglia nucleare e nella flessibilizzazione del lavoro. Inoltre, l’accesso alle donne nel mondo del lavoro, l’elasticità degli orari lavorativi e la loro precarietà, hanno incrementato il processo di individualizzazione, dove i vincoli delle classi sociali si sfaldano. Altresì l’aumento della disoccupazione mette in mostra un individuo solo, che non ha più il sostegno collettivo e deve gestire la perdita del lavoro in maniera autonoma. In ragione di ciò la società post-moderna come può definirsi se non la società delle incertezze e dell’insicurezza? Luogo in cui l’uomo è solo dinnanzi ai nuovi rischi che la modernizzazione produce.
“Non esiste, ad un certo livello, una tradizione semita, o induista o buddhista o avestica o cristiana.
Esiste una sola Tradizione, proveniente dal Supremo, che poi da un centro scorre verso diverse direzioni assumendo forme peculiari. In ogni tradizione esiste un esoterismo, che è la verità, oltre le diverse forme essoteriche.
Personalmente parlo fin troppo spesso di quella giudaica cristiana perché, a mio parere presenta il materiale esoterico più interessante e il messia più interessante, l’unico che abbia pugnalato la morte al cuore…”
Una parola molto interessante, ricca di storia, è borgo, viene dal tedesco burg, che significa sia castello sia villaggio, il che non è affatto strano, perchè in epoca medioevale i villaggi, le case dei contadini si ergevano attorno ai castelli, nelle cui mura questi ultimi potevano trovare protezione nel caso di un’aggressione, cosa non infrequente all’epoca. Oltre a questi ultimi, c’erano quelli che risiedevano permanentemente nel castello o nelle sue pertinenze, artigiani, armigeri, servitori. Costoro, i burgenses, i borghesi, col tempo avrebbero dato origine alla borghesia, la classe sociale che ha determinato la modernità, con il suo capitalismo, il suo colonialismo e il suo conduzionismo dal Rinascimento a oggi.
Durante l’operazione “Quarantesimo Giorno”, condotta da Hezbollah in risposta all’uccisione di Fuad Shokr, alti funzionari israeliani del Comando Nord erano presenti nella sala comando gestita dal dipartimento “Fire Center”. Questo dipartimento è responsabile della gestione del confronto sul campo contro Hezbollah durante le guerre e in tutti i conflitti precedenti e futuri.
Il dipartimento non è riuscito a impedire le operazioni di Hezbollah contro l’importante base Gilit, situata a circa 1,5 km da Tel Aviv, utilizzando ben sei droni d’attacco. Il segretario generale di Hezbollah ha dichiarato nel suo discorso sull’operazione che: “Le nostre informazioni e le nostre fonti di intelligence confermano che un numero considerevole di droni ha raggiunto questi due obiettivi (il secondo obiettivo era la base di Ein Shemer), ma il nemico, come al solito, nega. I giorni e le notti riveleranno ciò che realmente è accaduto”.
Cosa si sa di questo dipartimento, soprattutto considerando che l’Idf nasconde ancora molte informazioni al riguardo?
– Questo è il centro di comando e controllo di Ashish del Comando Nord, che in precedenza era subordinato al Corpo di artiglieria.
– Il centro è situato presso la base di Safed. Secondo quanto riportato dai media, si trova sulle pendici del monte Canaan, all’ingresso di Safed, ed è raggiungibile dopo aver sceso centinaia di gradini (la censura militare vieta la pubblicazione del numero esatto). Il centro comprende corridoi infiniti, uscite a diversi livelli e spazi simili a caverne. La sua costruzione è stata completata circa 40 anni fa e consente protezione contro armi non convenzionali e alloggi per diverse settimane.
– Durante le tensioni, centinaia di soldati e ufficiali dell’aeronautica, della fanteria e dei servizi segreti rimangono nel centro. Utilizzando 35 schermi monitorano la situazione sul campo in Libano e Siria.
– Il centro gestisce una parte significativa degli attacchi in Siria e Libano nell’ambito della campagna tra le due guerre (MABM). È anche gestito dal Comando Nord durante eventi tesi e complessi contro Hezbollah, come l’operazione Avivim.
– I membri del dipartimento sono responsabili dei rapporti tra l’intelligence, le brigate di fanteria, i mezzi corazzati, l’artiglieria, l’aeronautica, la difesa aerea e le forze di osservazione. Consigliano sul tipo di armi da utilizzare secondo criteri predefiniti.
– Il capo del dipartimento esamina ogni obiettivo individualmente per assicurarsi che soddisfi tutti i criteri definiti, prima che passi alla fase di pianificazione.
Il centro è suddiviso in diversi dipartimenti principali:
1. Il dipartimento “percorso breve e ripido”: si concentra sui missili e sulle bombe a corto raggio di Hezbollah. 2. Il dipartimento “Frecce progettate”: è specializzato in missili pesanti. 3. Il dipartimento “Hamanef”: è responsabile della rimozione degli ostacoli al movimento delle forze di terra e pianifica il modo per aprire la strada alle forze dal primo punto al secondo punto. 4. Dipartimento legato alla Divisione Galilea. 5. Dipartimento relativo alla Divisione Golan.
– I computer del centro funzionano con un sistema operativo segreto, senza nome, che contiene algoritmi in grado di calcolare in pochi secondi, senza intervento umano, i missili o le bombe che verranno sganciate su qualsiasi bersaglio.
Secondo le informazioni fornite, sembra che questo centro sia stato ingannato da Hezbollah durante l’operazione “Quarantesimo Giorno”, non riuscendo a impedire l’attacco di Hezbollah alla base 8200 di Gilil.
Un gruppo di donne indigene spera di fermare le ruspe in un ex ospedale di Montrealche, secondo loro, potrebbe contenere la verità sui bambini scomparsi dopo un raccapricciante esperimento della Cia. Hanno trascorso gli ultimi due anni cercando di ritardare il progetto di costruzione della McGill University e del governo del Quebec.
“Hanno preso i nostri bambini e hanno fatto loro ogni genere di cose. Stavano facendo esperimenti su di loro”, ha dichiarato Kahentinetha, un’attivista di 85 anni della comunità Mohawk di Kahnawake, a sud-ovest di Montreal.
Le attiviste si affidano ad archivi e testimonianze che suggeriscono che il sito contenga tombe senza nome di bambini precedentemente internati al Royal Victoria Hospital e all’Allan Memorial Institute, un vicino ospedale psichiatrico.
Negli anni ’50 e ’60, dietro le austere mura del vecchio istituto psichiatrico, la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti ha finanziato un programma di esperimenti umani chiamato MK Ultra. Durante la Guerra Fredda, il programma mirava a sviluppare procedure e farmaci per fare il lavaggio del cervello alle persone in modo efficace.
Furono condotti esperimenti in Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti, sottoponendo le persone, compresi i bambini indigeni di Montreal, a elettroshock, droghe allucinogene e deprivazione sensoriale. “Volevano cancellarci”, ha dichiarato Kahentinetha.
Una figura di spicco del movimento per i diritti degli indigeni che ha viaggiato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti per denunciare il colonialismo, ha definito questa lotta “la più importante della sua vita. Vogliamo sapere perché hanno fatto questo e chi se ne prenderà la colpa”.
Donne indigene accusano università e agenzia per le infrastrutture di aver violato accordo
Nell’autunno del 2022, le madri hanno ottenuto un’ingiunzione per sospendere i lavori su un nuovo campus universitario e un centro di ricerca nel sito, un progetto dal valore di 870 milioni di dollari canadesi (643 milioni di dollari Usa).
La collega attivista Kwetiio, 52 anni, ha dichiarato che hanno insistito nel sostenere il caso da soli, senza avvocati, “perché nel nostro modo di fare, nessuno parla per noi”. L’estate scorsa, cani da fiuto e sonde specializzate sono stati portati a perquisire gli edifici estesi e fatiscenti della proprietà. Sono riusciti a identificare tre aree di interesse per gli scavi. Ma, secondo McGill e la Societe Quebecoise des Infrastructure del governo, “non sono stati scoperti resti umani”.
Le madri Mohawk accusano l’università e l’agenzia governativa per le infrastrutture di aver violato un accordo, selezionando gli archeologi che hanno effettuato la ricerca e poi interrompendo il loro lavoro.
Il viaggio nel Tempo e nella Storia dell’uomo viene raccontato come una progressione costante dalla barbarie alla civiltà, un percorso lineare le cui tappe principali sono rintracciabili nella nascita dell’agricoltura, della metallurgia, delle tecniche complesse, delle strutture di governo. Su questa base si è sviluppata l’incredibile idea che gli esseri umani, apparsi sulla Terra dai 3 ai 5 milioni di anni fa, siano rimasti tutto il tempo con la clava in mano per svegliarsi una mattina all’improvviso. Seguendo lo stesso metodo di analisi si è anche dedotto che l’attuale società umana sia la più evoluta in assoluto grazie alla sua ultimogenitura, mentre gli uomini del passato sarebbero stati dei sempliciotti che credevano a «cose prodigiose» fatte da divinità mai realmente esistite bensì immaginate sotto la spinta di desideri insoddisfatti. I famosi «dèi» sarebbero insomma figure puramente simboliche nelle quali l’antenato primitivo avrebbe proiettato l’amore di sé e della vita.
Uomini dèi
Ma perché non accantonare per un momento i mentalismi e ricercare la verità nella semplicità? Il mondo cambia quando lo si guarda da un’altra prospettiva, e, fino a prova contraria, il principio del rasoio di Occam funziona. E’ dunque assai probabile che nell’arco di milioni di anni la Terra abbia ospitato un numero imprecisato di civiltà umane, ognuna delle quali avrà toccato l’apice di un processo di crescita e sviluppo prima di auto-estinguersi. Per una causa che va al di là dell’umana comprensione ogni sistema fisico, ogni organismo, ogni ordine spontaneo (universo incluso) tende naturalmente al caos. Le società create dall’uomo non fanno eccezione e perciò i cosiddetti «dèi» potrebbero essere stati semplicemente gli eredi di una civiltà decaduta, ovvero individui in carne ed ossa apparsi «straordinari» agli occhi di genti «ordinarie». Basta del resto osservare la mappa del cammino compiuto dalla specie umana negli ultimi 50mila anni per avere un’idea dell’intreccio di «relazioni» e della varietà di «connessioni» derivate dall’alta mobilità dei gruppi umani [immagine 1].
Vista però la frequenza degli incontri umani, come ha fatto l’uomo a scambiare un suo simile per un essere divino? Non ha visto che anche l’Altro era dotato di due braccia e due gambe, sorrideva e si arrabbiava, parlava e procreava, nasceva e moriva? Certo che sì, a partire però dalla più piccola tribù dell’Età della Pietra qualsiasi gruppo umano non ha mai pensato a se stesso come a qualcosa di locale e circoscritto ma tutti, proprio tutti, si sono ritenuti espressione del «grande mondo», cioè di un etnocentrum. Per millenni spazio e villaggio, natura e uomo, società e paesaggio, hanno costituito un totum comprensivo di piccolo (la comunità) e grande (l’ambiente) dove lo spazio diventava sacrale in virtù della sua totale inclusività (W.E. Mühlmann, Storia dell’antropologia, 1968). Ciò spiega il motivo per cui nessun essere arcaico ha mai valutato il suo mondo dal punto di vista esterno, né sentito il bisogno di concettualizzare idee sull’Altro, il quale, semplicemente, essendo estraneo all’etnocentrum risultava «fuori del comune». Ogni contatto comportava una perdita per l’Uno e un guadagno per l’Altro poiché le alterità colloquianti presentavano un diverso grado di maturità. In genere toccava all’«antico» fare un passo indietro (in qualità di unica realtà esistente prima che il dialogo iniziasse), dato che l’«attuale» non avrebbe potuto rinunciare a qualcosa che ancora non aveva preso forma. Dipende da questo continuo gioco al ribasso la scalata di malvagità e barbarie in cui l’uomo è impegnato da millenni, ma è stato inevitabile. Disciolti nel pentolone della società ibrida, dove il brodo ad ogni giro di mestolo s’intorbidava sempre di più, entrambi, l’Uno e l’Altro, non potevano sottrarsi alle richieste dell’umana «natura comunitaria». Anche il batterio portava con sé l’istinto a duplicarsi in due batteri e ciascuno di essi diventava nello stesso tempo madre, fratello e figlio dell’altro disposto allo scambio di fili del proprio Dna, ovvero capace di comunicare. Chi era l’uomo, per interrompere il ritmo cosmico in cui si fondeva la specificità di ogni singola coscienza? L’Antico (il primordiale) perdeva così la propria identità, la propria cultura, la propria patria, salendo sulla giostra degli sradicamenti meticciati, dei livellamenti sociali e delle elementarizzazioni cognitive, mentre l’Attuale (il primitivo) veniva privato delle certezze del proprio etnocentrum e cominciava a tormentarsi. E via, avanti di questo passo. Persino i razionalisti moderni spiegando il mondo fisico attraverso la genetica e l’ambiente hanno dovuto arrendersi al concetto di «interazione», che è il loro modo di chiamare il «mistero». Piaccia o non piaccia l’intera vita terrestre è intessuta di corrispondenze, logica e ragione sono facoltà utili a distinguere e discernere ma soltanto le esperienze fatte in comune offrono alcune parziali risposte ad un numero limitato di «cose inspiegabili». Il resto è un mistero.
Fatti per stare insieme
La società umana è il risultato di una complessa alchimia basata sulle relazioni e sulle interazioni possibili in un dato momento. Quindi il progetto individualista perseguito dall’attuale Cupola di potere come modello di ingegneria sociale si configura alla stregua di una malattia mentale. “La natura non è ordinata all’individuo, bensì alla specie, alla conservazione della quale tende con ogni serietà prodigandovi con cura un meraviglioso eccesso di germi e la grande potenza dell’istinto riproduttivo. L’individuo, invece, non ha per natura nessun valore” (A. Shopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Mursia, 1969). L’uomo padrone di sé e svincolato da ogni relazione descritto da Stirner e pensato da Nietzsche è in realtà un povero diavolo vittima di se stesso. Un individuo ripiegato sull’Io e incapace di prendere le distanze dalle passioni che lo possiedono. Uno schiavo delle istanze del biologico che urgono in lui/lei. Un oppresso lontano da ogni possibilità di riscatto. Qualora si realizzasse il «superuomo» non più nietzschiano ma ormai bionico auspicato dall’ideologia transumanista, la condizione umana peggiorerebbe ulteriormente in quanto l’orizzonte del cyborg non è la forma che definisce bensì l’immedesimazione nel divenire. Giudicate troppo fugaci e superficiali le relazioni-interazioni umane verrebbero azzerate e i modelli matematici prenderebbero facilmente il sopravvento. Estranei a queste dinamiche gli antenati preistorici ponevano invece al centro della vita l’appartenenza del singolo al proprio «grande mondo», o etnocentrum, perciò ogni interferenza esterna veniva considerata figlia di un «altro mondo», ovvero «straordinaria». La qual cosa non era di per sé sconvolgente poiché il moltiplicarsi delle interazioni e delle interferenze tra l’Uno e l’Altro delineava un graduale passaggio antropologico, fino ad innescare il processo di mutazione. A quel punto il luogo e il tempo precedenti cessavano di esistere in quanto tali, come dimostra la parabola del «pensiero puro» dei vecchi déi-civilizzatori (Sapiens), prima divenuto solido per poter dialogare con il Neanderthal e poi uniformatosi alla mentalità più materiale dei giovani popoli cromagnoidi, ormai in netta espansione demografica e culturale. Ciò non significa che una specie largamente diffusa come quella neanderthaliana [immagine 2] fosse priva di cognizioni intellettuali, né che il Cro-Magnon (un grande «artista»!) mancasse di aspirazioni culturali, ma solo che l’instancabile vittoria della conoscenza sull’ignoranza chiamata «progresso» è un falso mito generato dallo strabismo dell’economia moderna. Sotto l’aspetto umano, anzi, si registra un’involuzione: partita dalle antiche collaborazioni «uomini-dèi» l’umanità è arrivata ai rapporti malsani «schiavi-padroni», in conseguenza dei quali oggi il Demens è chiamato a pagare i debiti lasciati da cinquecento anni di sfruttamento coloniale selvaggio. E dire che già Benjamin Franklin aveva previsto le disastrose conseguenze del depauperamento sistematico di continenti, popoli e culture, facendo notare ai suoi contemporanei il disinteresse dei nativi nordamericani verso il «finto progresso» proposto dagli invasori. Uguale fu l’atteggiamento degli indios sudamericani che Darwin portò con sé in Inghilterra allo scopo di farli «istruire» da docenti incaricati di inculcare nelle loro menti i «valori» della civiltà occidentale, i quali alla prima occasione se la diedero a gambe e tornarono in gran fretta nel proprio etnocentrum, dove continuarono a vivere una felice vita da raccoglitori-cacciatori.
Un equivoco di vecchia data
Sugli incontri e sulle relazioni sono imperniati i Miti delle Origini mondiali, i quali si dividono in cosmogonici e antropogonici: nei primi l’arrivo di un Essere Supremo, demiurgo o eroe culturale, dà l’avvio ad un certo mondo traendolo dalla materia preesistente; nei secondi l’apparizione improvvisa di un gruppo umano sopravvissuto ad avvenimenti catastrofici causati dall’acqua o dal fuoco (anche celeste) ricostruisce daccapo un mondo. Tra i miti cosmogonici più significativi vi sono quelli della colta India vedica, che attorno ai suoi «dèi» elaborò il noto pensiero filosofico-astronomico-religioso basato sulla Trimūrti: inizialmente Brahma, il creatore, mise in moto l’universo; ciclicamente la sregolatezza di Shiva lo destabilizzava affinché questo si rigenerasse; dopo ogni distruzione la chiara luce del sole tornava a risplendere, manifestandosi sulla Terra come «incarnazione» o avatar di Vishnu. Meno intellettuali i miti antropogonici (tipici del settentrione eurasiatico) ebbero invece a cuore la memoria, espressa attraverso complesse saghe famigliari in cui gli «dèi» finivano spazzati via insieme alle loro civiltà da catastrofi geologiche e climatiche di portata cosmica. Al pari di quella degli uomini la sorte delle divinità nordiche (Sapiens? Cro-magnon?) era nelle mani delle Norne che filavano la rete del Destino e scrivevano il libro del Fato. Ad ogni nuova nascita le tre sorelle si radunavano intorno alla culla per decretare il futuro del neonato (come le tre fate della Bella Addormentata nel Bosco) e ad ogni morte comparivano accanto al letto del moribondo per recidere il filo della vita. Sembra che il fatidico trio abbia avuto un ruolo-chiave anche nella guerra fratricida che decimò le terze, quarte e quinte generazioni di civilizzatori, causandone l’estinzione. Tutto questo è chiaramente troppo «umano» per essere «divino». Ergo: gli dèi del mito erano uomini e donne ancora in grado di ricordare la propria «natura metafisica» (divina) ma comunque fiaccati da millenni di imprese spericolate ai confini dell’immaginazione (umana).
Esclusi dunque i santi e i profeti (dei quali queste pagine non si occupano) nessun essere umano, o popolo, ha mai ricevuto un mandato celeste al fine di assolvere al «sacramento universale di salvezza». Se lo ricordino i promotori della «teoria della politica mondiale» (Juan Rubio-Ramirez ed altri) formulata su interpretazioni distorte di alcune interpretazioni medioevali del cristianesimo europeo, infine confluite nell’idea a stelle e strisce del Manifest Destiny, cioè lo scopo manifesto. Un principio partito da un equivoco di cui diremo brevemente. Durante l’Età del Bronzo, cioè attorno all’XIV secolo a.C. circa, nella terra di Canaan l’incontro di Jahvè con gli israeliti diede vita a un «patto» dove dio era il contraente più autorevole mentre il popolo rappresentava l’azionista di minoranza. Gli Inferiori (più numerosi ma meno influenti) si rendevano disponibili ad adorare esclusivamente il Superiore in cambio di favori e protezione. E fin qui, niente di strano. Se non fosse che l’uomo ha il brutto vizio di complicarsi la vita con le sue elucubrazioni mentali. Gli anziani giunsero così alla conclusione che gli israeliti dovevano ciò che possedevano non a se stessi bensì a dio, il quale operando come Signore assoluto della Storia elargiva ai suoi protetti vari doni. Quindi le fortune famigliari non dipendevano da fattori umani (merito e valore) bensì dalla volontà divina stessa, la quale preferendo le genti d’Israele ne faceva il «popolo eletto». “Quando Jahvè, Dio tuo, disperderà i popoli davanti a te, non pensare: a causa della mia giustizia Dio mi ha fatto entrare in possesso di questo paese … Non a causa della tua ·giustizia e del tuo cuore puro pervieni al possesso della loro terra …” (Deuter. 9, 4-7). Non è chiaro dove stia il «soprannaturale» in un patto in cui un Superiore, autonominatosi Signore della Storia, premia i sottoposti come in una qualsiasi azienda moderna. Qualche dubbio rimane anche sulle modalità seguite per stringere accordi con l’Invisibile, ma, come si dice, le vie del Signore sono infinite.
Il culto del cargo
Non avendo l’abitudine di stipulare contratti i primi Maestri dell’Umanità non erano degli affaristi, né dei filantropi dal cuore d’oro, ma, probabilmente, uomini e donne che insegnarono i segreti della tecnica (e solo quelli) a chi non possedeva alcuna competenza allo scopo di rendere la propria società più vivibile. Questo punto era ben chiaro nella mente dei pensatori classici, i quali trattarono infatti miti come quelli di Eracle e Cerbero, per esempio, in modo del tutto concreto (storico) anziché scomodare il Divino. Si pensi ad Ecateo nelle Genealogie, o a Erodoto nelle sue opere, sebbene nessuno sia apparso più lucido e preciso del filosofo-etnografo Evemero da Messina (330-250 a.C. circa), il quale rivisitò le vicende dei Maestri preistorici attraverso la descrizione della paradisiaca isola di Panchea (Παγχαία), una riedizione dell’Isola Bianca polare. Qualche secolo più tardi i primi cristiani rispolverarono l’evemerismo per confutare la natura soprannaturale degli dèi pagani e avvalorare la duplice natura (umana e divina) del loro Salvatore. Comprensibilmente la politica chiedeva un tributo di passaggio; ma come potevano essere certi che la Bibbia descrivendo l’uomo creato a immagine di dio (Gen. l, 26) non intendesse dire che gli somigliava fisicamente? O forse liberalizzare la signoria dell’uomo sulle creature del mondo (Sal. 8, 7) appariva un boccone troppo ghiotto a cui era difficile resistere? L’uomo è un essere uguale nella diversità, non essendo stato fatto con lo stampino bensì modellato in tante forme dotate di caratteristiche e capacità differenti. Persino nell’attuale Era dell’iper-informazione convivono sulla Terra i cacciatori-raccoglitori del deserto del Kalahari e i visionari cibernetici della Silicon Valley. Con la differenza, rispetto alla Preistoria, che gli uni sono al corrente dell’esistenza degli altri perché oggi il mondo è avvolto in una rete di iperfibre che garantisce ai contatti e alle comunicazioni il massimo della velocità possibile. E’ tuttavia sufficiente spostare di qualche minuto le lancette dell’orologio della Storia per trovare reazioni sorprendenti suscitate da apparizioni improvvise di elementi estranei in un determinato etnocentrum. Tra le altre: i guineani che offrirono preghiere e sacrifici al naturalista Frank Hurley e al suo idrovolante, entrambi ritenuti di origine divina. Sebbene il caso più eclatante, quello che indusse gli antropologi ad inserire nei manuali il termine «culto del cargo», sia legato all’arrivo di alcuni soldati statunitensi nelle isole Vanuatu durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel gruppo incaricato di contrastare l’arrivo dei Giapponesi c’era anche un militare di colore e gli abitanti dell’arcipelago, colpiti dalla sua pelle scura così simile alla loro, lo ritennero una specie di Grande Antenato venuto dall’Altromondo per soccorrerli in un momento difficile. Poco dopo la sua partenza il capo tribù riferì di essere stato visitato in sogno dalla «divinità» chiamata Jonfram, guadagnandosi automaticamente il titolo di «profeta del dio». Il popolo costruì allora un tempio in cui custodire come reliquie alcuni oggetti appartenuti al soldato, del quale gli indigeni iniziarono ad attendere il ritorno. Molte incertezze rimangono sull’origine del nome, forse l’appellativo non era legato alla figura di quel singolo americano (che in effetti si chiamava John Frum) bensì alla circostanza che il militare si fosse presentato alla tribù come “John from America”. Fatto sta che il suono Jonfrom/Jonfram fu associato dagli aborigeni alla discesa miracolosa di un «dio dell’abbondanza» ricco di beni da distribuire al suo popolo. Tutto questo non avveniva in tempi preistorici senza testimoni oculari bensì sotto gli occhi smaliziati degli antropologi.
Nostalgia del futuro
Ancora oggi sull’isola di Tanna viene celebrato ogni mese di febbraio il «Johnfram Day», una festa nel corso della quale i partecipanti sfilano indossando magliette con la scritta T-A USA (Tanna USA Army): l’evento si celebra il giorno 15 perché si ritiene che il «dio» tornerà proprio in quella ricorrenza, non è chiaro però di quale anno. E comunque c’è poco da ridere: se oggi stesso si verificasse l’«atterraggio miracoloso» di una nave aliena, il Demens non esiterebbe a credere che il cargo sia partito da un pianeta più evoluto (Superiore) appositamente per portare in dono all’umanità terrestre (Inferiore) una strepitosa tecnologia, cioè la «luce di dio» del XXI secolo. La stessa Modernità che crede solo alla Modernità è di fatto un rifacimento dell’arcaico etnocentrum provvisto di tutti i suoi miti e delle sue tradizioni. Con la differenza che l’Antico poteva parlare laicamente dell’«invidia degli dèi» e della «gelosia di Jahvè» (segno che non li credeva divini) mentre all’allocco incollato h24 allo scemofono è proibito dissentire sui dogmi della «scienza», che è la nuova religione globale. A conti fatti, quale dei due è il vero primitivo del Ciclo presente? Per fortuna i panni sporchi verranno lavati in famiglia, nel senso che a breve i vissuti affidati ai selfie spariranno dalla rete e sarà come se questa società non fosse mai esistita. Meno male, sarebbe inglorioso tramandare ai posteri il ricordo di un mondo in cui le persone si controllavano reciprocamente e la tecnologia controllava le persone, ormai trasformate in altrettante riserve deambulanti di potere d’acquisto. Meglio dimenticare gli schiavetti un po’ tonti che barattarono la libertà della vita selvatica con la comodità di cliccare, delegando a presunti «esportatori di democrazia» incaricati da un’Autorità Invisibile la gestione di un mondo omogeneizzato. Se comunque la «legge della Trimūrti» è fondata, la chiara luce del sole tornerà a risplendere in una forma mai vista prima. Dopotutto il Sapiens-Demens è uomo/dio-creatore, perciò non finirà mai di stupire se stesso; a patto che lavori sodo per mantenere la propria «divinità» e non perda la speranza. Un sentimento a cui sant’Agostino attribuì due bellissimi figli: lo sdegno (per la realtà delle cose) e il coraggio (per cambiarle). Comportati con onestà intellettuale in ogni istante della tua vita, dice Agostino, perché “solo il presente è realmente“. Che non significa “cogli l’attimo” bensì vivi il presente nel rispetto del passato. Abbi coscienza di esistere in quel dato momento perché la coscienza è il succo, l’estratto, di una nutrita serie di esperienze pregresse. Ha radici. Costituisce la parte divina posta accanto alla parte umana in cui è custodita l’eredità ricevuta in dono dagli «dèi», cioè il lascito espresso nel comune patrimonio concettuale, religioso, mitologico e allegorico dell’umanità.
a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
“Si conobbero. Lui conobbe lei e sé stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e sé stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così” – Italo Calvino
Dimissioni a raffica nel governo di Kiev in meno di 24 ore. Il presidente della Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) Ruslan Stefenchuk da ieri sera ha ricevuto le lettere di rinuncia di:
– Dmytro Kuleba, Ministro degli Affari Esteri,
– Denis Malyuska, Ministro della Giustizia;
– Olexander Kamyshin, Ministro delle industrie strategiche,
– Ruslan Strelets, Ministro della Protezione dell’Ambiente e delle Risorse Naturali,
– Olga Stefanishina, vice Primo Ministro per l’Integrazione Europea ed Euro-Atlantica,
– Irina Vereshchuk, vice Primo Ministro e Ministro per la Reintegrazione dei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina,
– Vitaly Koval, capo del Fondo del demanio dell’Ucraina.
Inoltre è stato rimosso anche il vice capo dell’ufficio presidenziale Rostislav Shurma. La pioggia di dimissioni non è la conseguenza del rapido deteriorarsi della situazione sul fronte Pokrovsk. Non deve essere vista come una crisi di governo, ma come un maxi rimpasto che in realtà era nell’aria già da mesi.
“Ho già parlato del rilancio della nostra leadership, dei ministri di molti ministeri, oggi abbiamo bisogno di una nuova struttura, e questi passi sono legati al rafforzamento del nostro Stato in diverse fasi”, ha dichiarato il presidente Volodymir Zelensky.
Si parla della sostituzione di Shurma con Kamyshin, mentre Stefanishina dovrebbe andare alla Giustizia e Vereshuck all’ufficio del Presidente come vice capo per le politiche sociali. Domani sono attese le nuove nomine. Il capogruppo al parlamento del partito Servitore del Popolo, David Arakhamia, uomo di fiducia di Volodymyr Zelensky, ha dichiarato che i cambiamenti riguarderanno il 50% dei componenti del governo.
Se le rimozioni avvenute negli scorsi giorni del capo del’aeronautica Mycola Oleshuck, del capo di Ukrenergo Vladimir Kudrytsky e del capo di stato maggiore del nuovo comando dei sistemi senza pilota, Roman Gradky (nominato venerdì 30 agosto e rimosso ieri) sono una conseguenza delle difficoltà delle forze armate ucraine nella difesa aerea e del fronte del Donbass, il terremoto politico è solo in parte collegato all’andamento della guerra. La ragione più fondata è l’accentramento del potere nelle mani di un uomo solo, l’eminenza grigia dietro Zelensky.
Le dimissioni di Kuleba
Fa scalpore la lettera di rinuncia del ministro Kuleba, il top diplomatico che più di tutti ha incarnato la linea pro NATO e pro UE di Kiev e che ha coltivato rapporti con l’Occidente, in particolare con il capo della diplomazia statunitense, Anthony Blinken. Di una sua rimozione, tuttavia, si parlava già la scorsa primavera, dopo il clamoroso cambio ai vertici militari ucraini.
All’inizio di marzo Strana scriveva, citando fonti anonime vicine alla presidenza, che Zelensky stava valutando di spostarlo ad un altro incarico (forse come ambasciatore a Londra, poi assegnato al generale Zaluzhny) a causa di lamentele dell’ufficio del presidente, guidato da Andriy Ermak, sul servizio estero e sulla gestione delle ambasciate.
Più che motivi, però, questi sarebbero pretesti. La rimozione di Kuleba va vista come una delle tante mosse di Ermak per inserire i suoi uomini nelle principali cariche di governo e mantenere l’esclusiva sui rapporti con i partner Occidentali.
“In breve, a Bankova vogliono che tutti nel governo siano come il Primo Ministro Shmygal. Lavorate, non fate politica e non dite sciocchezze. Allora sarete notati e lodati o addirittura promossi! Chi si rende conto di ciò sta bene nell’attuale sistema di potere “militare”. Coloro che non rientrano nei semplici criteri specificati, invece, verranno esclusi”, riferiva un’altra fonte a Strana.
Bloomberg scrive che adesso Kuleba “si concentrerà sul rafforzamento delle relazioni dell’Ucraina con la NATO”, senza specificare altro. Ipotizza che verrà sostituito dal suo vice, Andriy Sibiha, che per l’appunto è un uomo di Ermak. Dal 2021 fino a metà aprile era vice capo dell’Ufficio del Presidente. Il suo trasferimento al ministero degli Affari Esteri come vice di Kuleba ha sollevato i sospetti sul mantenimento del suo incarico.
In precedenza Zelensky aveva affidato al suo consigliere capo il cosiddetto piano di pace e l’impegno con il Sud del mondo. Ciò lascia pensare che da tempo Kiev si preparava alla sostituzione del ministro degli Esteri.
Cosa aspettarsi dal maxi rimpasto
Da tempo il governo e perfino la Verkhovna Rada hanno cessato di essere “centri decisionali” in Ucraina. E’ l’ufficio del presidente ad aver concentrato su di sé questo potere. Quindi poco dipende dal rimpasto di governo e poco cambierà.
Ermak ormai è il vero ministro degli Affari Esteri. Chiunque sarà nominato al posto di Kuleba, non giocherà un ruolo determinante nella politica estera dell’Ucraina.
Le principali funzioni di questo rimpasto saranno due: distrarre dalla situazione disastrosa nel sud est dell’ucraina e scaricarne la responsabilità sui membri del gabinetto e su alcuni comandanti militati. Probabilmente è questa la ragione per cui è avvenuto proprio adesso.
“L’autunno sarà estremamente importante per l’Ucraina. E le nostre istituzioni statali devono essere configurate in modo tale che l’Ucraina ottenga tutti i risultati necessari. Per fare questo, dobbiamo rafforzare alcune aree del governo e le decisioni sul personale sono già state preparate”, ha detto ieri il presidente.
La massiccia pulizia di governo mostrerà all’opinione pubblica che il presidente è consapevole dei problemi del popolo e per questo sta effettuando un reset di potere per organizzare un più efficiente lavoro degli apparati di Stato.