ORIGINE DELLA BORGHESIA

di Fabio Calabrese

Una parola molto interessante, ricca di storia, è borgo, viene dal tedesco burg, che significa sia castello sia villaggio, il che non è affatto strano, perchè in epoca medioevale i villaggi, le case dei contadini si ergevano attorno ai castelli, nelle cui mura questi ultimi potevano trovare protezione nel caso di un’aggressione, cosa non infrequente all’epoca. Oltre a questi ultimi, c’erano quelli che risiedevano permanentemente nel castello o nelle sue pertinenze, artigiani, armigeri, servitori. Costoro, i burgenses, i borghesi, col tempo avrebbero dato origine alla borghesia, la classe sociale che ha determinato la modernità, con il suo capitalismo, il suo colonialismo e il suo conduzionismo dal Rinascimento a oggi.

ORIGINE DELLA BORGHESIA
ORIGINE DELLA BORGHESIA

Hezbollah sorprende Israele

a cura della Redazione

05-09-2024

Durante l’operazione “Quarantesimo Giorno”, condotta da Hezbollah in risposta all’uccisione di Fuad Shokr, alti funzionari israeliani del Comando Nord erano presenti nella sala comando gestita dal dipartimento “Fire Center”. Questo dipartimento è responsabile della gestione del confronto sul campo contro Hezbollah durante le guerre e in tutti i conflitti precedenti e futuri.

Il dipartimento non è riuscito a impedire le operazioni di Hezbollah contro l’importante base Gilit, situata a circa 1,5 km da Tel Aviv, utilizzando ben sei droni d’attacco. Il segretario generale di Hezbollah ha dichiarato nel suo discorso sull’operazione che: “Le nostre informazioni e le nostre fonti di intelligence confermano che un numero considerevole di droni ha raggiunto questi due obiettivi (il secondo obiettivo era la base di Ein Shemer), ma il nemico, come al solito, nega. I giorni e le notti riveleranno ciò che realmente è accaduto”.

Cosa si sa di questo dipartimento, soprattutto considerando che l’Idf nasconde ancora molte informazioni al riguardo?

– Questo è il centro di comando e controllo di Ashish del Comando Nord, che in precedenza era subordinato al Corpo di artiglieria.

– Il centro è situato presso la base di Safed. Secondo quanto riportato dai media, si trova sulle pendici del monte Canaan, all’ingresso di Safed, ed è raggiungibile dopo aver sceso centinaia di gradini (la censura militare vieta la pubblicazione del numero esatto). Il centro comprende corridoi infiniti, uscite a diversi livelli e spazi simili a caverne. La sua costruzione è stata completata circa 40 anni fa e consente protezione contro armi non convenzionali e alloggi per diverse settimane.

– Durante le tensioni, centinaia di soldati e ufficiali dell’aeronautica, della fanteria e dei servizi segreti rimangono nel centro. Utilizzando 35 schermi monitorano la situazione sul campo in Libano e Siria.

– Il centro gestisce una parte significativa degli attacchi in Siria e Libano nell’ambito della campagna tra le due guerre (MABM). È anche gestito dal Comando Nord durante eventi tesi e complessi contro Hezbollah, come l’operazione Avivim.

– I membri del dipartimento sono responsabili dei rapporti tra l’intelligence, le brigate di fanteria, i mezzi corazzati, l’artiglieria, l’aeronautica, la difesa aerea e le forze di osservazione. Consigliano sul tipo di armi da utilizzare secondo criteri predefiniti.

– Il capo del dipartimento esamina ogni obiettivo individualmente per assicurarsi che soddisfi tutti i criteri definiti, prima che passi alla fase di pianificazione.

Il centro è suddiviso in diversi dipartimenti principali:

1. Il dipartimento “percorso breve e ripido”: si concentra sui missili e sulle bombe a corto raggio di Hezbollah.
2. Il dipartimento “Frecce progettate”: è specializzato in missili pesanti.
3. Il dipartimento “Hamanef”: è responsabile della rimozione degli ostacoli al movimento delle forze di terra e pianifica il modo per aprire la strada alle forze dal primo punto al secondo punto.
4. Dipartimento legato alla Divisione Galilea.
5. Dipartimento relativo alla Divisione Golan.

– I computer del centro funzionano con un sistema operativo segreto, senza nome, che contiene algoritmi in grado di calcolare in pochi secondi, senza intervento umano, i missili o le bombe che verranno sganciate su qualsiasi bersaglio.

Secondo le informazioni fornite, sembra che questo centro sia stato ingannato da Hezbollah durante l’operazione “Quarantesimo Giorno”, non riuscendo a impedire l’attacco di Hezbollah alla base 8200 di Gilil.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Hezbollah sorprende Israele
Hezbollah sorprende Israele

Donne indigene: verità sugli esperimenti della Cia

a cura della Redazione

05-09-2024

Un gruppo di donne indigene spera di fermare le ruspe in un ex ospedale di Montreal che, secondo loro, potrebbe contenere la verità sui bambini scomparsi dopo un raccapricciante esperimento della Cia. Hanno trascorso gli ultimi due anni cercando di ritardare il progetto di costruzione della McGill University e del governo del Quebec.

“Hanno preso i nostri bambini e hanno fatto loro ogni genere di cose. Stavano facendo esperimenti su di loro”, ha dichiarato Kahentinetha, un’attivista di 85 anni della comunità Mohawk di Kahnawake, a sud-ovest di Montreal.

Le attiviste si affidano ad archivi e testimonianze che suggeriscono che il sito contenga tombe senza nome di bambini precedentemente internati al Royal Victoria Hospital e all’Allan Memorial Institute, un vicino ospedale psichiatrico.

Negli anni ’50 e ’60, dietro le austere mura del vecchio istituto psichiatrico, la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti ha finanziato un programma di esperimenti umani chiamato MK Ultra.
Durante la Guerra Fredda, il programma mirava a sviluppare procedure e farmaci per fare il lavaggio del cervello alle persone in modo efficace.

Furono condotti esperimenti in Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti, sottoponendo le persone, compresi i bambini indigeni di Montreal, a elettroshock, droghe allucinogene e deprivazione sensoriale. “Volevano cancellarci”, ha dichiarato Kahentinetha.

Una figura di spicco del movimento per i diritti degli indigeni che ha viaggiato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti per denunciare il colonialismo, ha definito questa lotta “la più importante della sua vita. Vogliamo sapere perché hanno fatto questo e chi se ne prenderà la colpa”.

Donne indigene accusano università e agenzia per le infrastrutture di aver violato accordo

Nell’autunno del 2022, le madri hanno ottenuto un’ingiunzione per sospendere i lavori su un nuovo campus universitario e un centro di ricerca nel sito, un progetto dal valore di 870 milioni di dollari canadesi (643 milioni di dollari Usa).

La collega attivista Kwetiio, 52 anni, ha dichiarato che hanno insistito nel sostenere il caso da soli, senza avvocati, “perché nel nostro modo di fare, nessuno parla per noi”.
L’estate scorsa, cani da fiuto e sonde specializzate sono stati portati a perquisire gli edifici estesi e fatiscenti della proprietà. Sono riusciti a identificare tre aree di interesse per gli scavi. Ma, secondo McGill e la Societe Quebecoise des Infrastructure del governo, “non sono stati scoperti resti umani”.

Le madri Mohawk accusano l’università e l’agenzia governativa per le infrastrutture di aver violato un accordo, selezionando gli archeologi che hanno effettuato la ricerca e poi interrompendo il loro lavoro.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Donne indigene: verità sugli esperimenti della Cia
Donne indigene: verità sugli esperimenti della Cia

Uomini dèi

di Rita Remagnino

3 Febbraio 2024

Il viaggio nel Tempo e nella Storia dell’uomo viene raccontato come una progressione costante dalla barbarie alla civiltà, un percorso lineare le cui tappe principali sono rintracciabili nella nascita dell’agricoltura, della metallurgia, delle tecniche complesse, delle strutture di governo. Su questa base si è sviluppata l’incredibile idea che gli esseri umani, apparsi sulla Terra dai 3 ai 5 milioni di anni fa, siano rimasti tutto il tempo con la clava in mano per svegliarsi una mattina all’improvviso.
Seguendo lo stesso metodo di analisi si è anche dedotto che l’attuale società umana sia la più evoluta in assoluto grazie alla sua ultimogenitura, mentre gli uomini del passato sarebbero stati dei sempliciotti che credevano a «cose prodigiose» fatte da divinità mai realmente esistite bensì immaginate sotto la spinta di desideri insoddisfatti. I famosi «dèi» sarebbero insomma figure puramente simboliche nelle quali l’antenato primitivo avrebbe proiettato l’amore di sé e della vita.

Uomini dèi
Uomini dèi

Ma perché non accantonare per un momento i mentalismi e ricercare la verità nella semplicità? Il mondo cambia quando lo si guarda da un’altra prospettiva, e, fino a prova contraria, il principio del rasoio di Occam funziona. E’ dunque assai probabile che nell’arco di milioni di anni la Terra abbia ospitato un numero imprecisato di civiltà umane, ognuna delle quali avrà toccato l’apice di un processo di crescita e sviluppo prima di auto-estinguersi.
Per una causa che va al di là dell’umana comprensione ogni sistema fisico, ogni organismo, ogni ordine spontaneo (universo incluso) tende naturalmente al caos. Le società create dall’uomo non fanno eccezione e perciò i cosiddetti «dèi» potrebbero essere stati semplicemente gli eredi di una civiltà decaduta, ovvero individui in carne ed ossa apparsi «straordinari» agli occhi di genti «ordinarie». Basta del resto osservare la mappa del cammino compiuto dalla specie umana negli ultimi 50mila anni per avere un’idea dell’intreccio di «relazioni» e della varietà di «connessioni» derivate dall’alta mobilità dei gruppi umani [immagine 1].

Vista però la frequenza degli incontri umani, come ha fatto l’uomo a scambiare un suo simile per un essere divino? Non ha visto che anche l’Altro era dotato di due braccia e due gambe, sorrideva e si arrabbiava, parlava e procreava, nasceva e moriva? Certo che sì, a partire però dalla più piccola tribù dell’Età della Pietra qualsiasi gruppo umano non ha mai pensato a se stesso come a qualcosa di locale e circoscritto ma tutti, proprio tutti, si sono ritenuti espressione del «grande mondo», cioè di un etnocentrum.
Per millenni spazio e villaggio, natura e uomo, società e paesaggio, hanno costituito un totum comprensivo di piccolo (la comunità) e grande (l’ambiente) dove lo spazio diventava sacrale in virtù della sua totale inclusività (W.E. Mühlmann, Storia dell’antropologia, 1968). Ciò spiega il motivo per cui nessun essere arcaico ha mai valutato il suo mondo dal punto di vista esterno, né sentito il bisogno di concettualizzare idee sull’Altro, il quale, semplicemente, essendo estraneo all’etnocentrum risultava «fuori del comune».
Ogni contatto comportava una perdita per l’Uno e un guadagno per l’Altro poiché le alterità colloquianti presentavano un diverso grado di maturità. In genere toccava all’«antico» fare un passo indietro (in qualità di unica realtà esistente prima che il dialogo iniziasse), dato che l’«attuale» non avrebbe potuto rinunciare a qualcosa che ancora non aveva preso forma.
Dipende da questo continuo gioco al ribasso la scalata di malvagità e barbarie in cui l’uomo è impegnato da millenni, ma è stato inevitabile. Disciolti nel pentolone della società ibrida, dove il brodo ad ogni giro di mestolo s’intorbidava sempre di più, entrambi, l’Uno e l’Altro, non potevano sottrarsi alle richieste dell’umana «natura comunitaria». Anche il batterio portava con sé l’istinto a duplicarsi in due batteri e ciascuno di essi diventava nello stesso tempo madre, fratello e figlio dell’altro disposto allo scambio di fili del proprio Dna, ovvero capace di comunicare.
Chi era l’uomo, per interrompere il ritmo cosmico in cui si fondeva la specificità di ogni singola coscienza? L’Antico (il primordiale) perdeva così la propria identità, la propria cultura, la propria patria, salendo sulla giostra degli sradicamenti meticciati, dei livellamenti sociali e delle elementarizzazioni cognitive, mentre l’Attuale (il primitivo) veniva privato delle certezze del proprio etnocentrum e cominciava a tormentarsi. E via, avanti di questo passo.
Persino i razionalisti moderni spiegando il mondo fisico attraverso la genetica e l’ambiente hanno dovuto arrendersi al concetto di «interazione», che è il loro modo di chiamare il «mistero». Piaccia o non piaccia l’intera vita terrestre è intessuta di corrispondenze, logica e ragione sono facoltà utili a distinguere e discernere ma soltanto le esperienze fatte in comune offrono alcune parziali risposte ad un numero limitato di «cose inspiegabili». Il resto è un mistero.

Fatti per stare insieme

La società umana è il risultato di una complessa alchimia basata sulle relazioni e sulle interazioni possibili in un dato momento. Quindi il progetto individualista perseguito dall’attuale Cupola di potere come modello di ingegneria sociale si configura alla stregua di una malattia mentale. “La natura non è ordinata all’individuo, bensì alla specie, alla conservazione della quale tende con ogni serietà prodigandovi con cura un meraviglioso eccesso di germi e la grande potenza dell’istinto riproduttivo. L’individuo, invece, non ha per natura nessun valore” (A. Shopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Mursia, 1969).
L’uomo padrone di sé e svincolato da ogni relazione descritto da Stirner e pensato da Nietzsche è in realtà un povero diavolo vittima di se stesso. Un individuo ripiegato sull’Io e incapace di prendere le distanze dalle passioni che lo possiedono. Uno schiavo delle istanze del biologico che urgono in lui/lei. Un oppresso lontano da ogni possibilità di riscatto.
Qualora si realizzasse il «superuomo» non più nietzschiano ma ormai bionico auspicato dall’ideologia transumanista, la condizione umana peggiorerebbe ulteriormente in quanto l’orizzonte del cyborg non è la forma che definisce bensì l’immedesimazione nel divenire. Giudicate troppo fugaci e superficiali le relazioni-interazioni umane verrebbero azzerate e i modelli matematici prenderebbero facilmente il sopravvento.
Estranei a queste dinamiche gli antenati preistorici ponevano invece al centro della vita l’appartenenza del singolo al proprio «grande mondo», o etnocentrum, perciò ogni interferenza esterna veniva considerata figlia di un «altro mondo», ovvero «straordinaria». La qual cosa non era di per sé sconvolgente poiché il moltiplicarsi delle interazioni e delle interferenze tra l’Uno e l’Altro delineava un graduale passaggio antropologico, fino ad innescare il processo di mutazione.
A quel punto il luogo e il tempo precedenti cessavano di esistere in quanto tali, come dimostra la parabola del «pensiero puro» dei vecchi déi-civilizzatori (Sapiens), prima divenuto solido per poter dialogare con il Neanderthal e poi uniformatosi alla mentalità più materiale dei giovani popoli cromagnoidi, ormai in netta espansione demografica e culturale.
Ciò non significa che una specie largamente diffusa come quella neanderthaliana [immagine 2] fosse priva di cognizioni intellettuali, né che il Cro-Magnon (un grande «artista»!) mancasse di aspirazioni culturali, ma solo che l’instancabile vittoria della conoscenza sull’ignoranza chiamata «progresso» è un falso mito generato dallo strabismo dell’economia moderna.
Sotto l’aspetto umano, anzi, si registra un’involuzione: partita dalle antiche collaborazioni «uomini-dèi» l’umanità è arrivata ai rapporti malsani «schiavi-padroni», in conseguenza dei quali oggi il Demens è chiamato a pagare i debiti lasciati da cinquecento anni di sfruttamento coloniale selvaggio. E dire che già Benjamin Franklin aveva previsto le disastrose conseguenze del depauperamento sistematico di continenti, popoli e culture, facendo notare ai suoi contemporanei il disinteresse dei nativi nordamericani verso il «finto progresso» proposto dagli invasori. Uguale fu l’atteggiamento degli indios sudamericani che Darwin portò con sé in Inghilterra allo scopo di farli «istruire» da docenti incaricati di inculcare nelle loro menti i «valori» della civiltà occidentale, i quali alla prima occasione se la diedero a gambe e tornarono in gran fretta nel proprio etnocentrum, dove continuarono a vivere una felice vita da raccoglitori-cacciatori.

Un equivoco di vecchia data

Sugli incontri e sulle relazioni sono imperniati i Miti delle Origini mondiali, i quali si dividono in cosmogonici e antropogonici: nei primi l’arrivo di un Essere Supremo, demiurgo o eroe culturale, dà l’avvio ad un certo mondo traendolo dalla materia preesistente; nei secondi l’apparizione improvvisa di un gruppo umano sopravvissuto ad avvenimenti catastrofici causati dall’acqua o dal fuoco (anche celeste) ricostruisce daccapo un mondo.
Tra i miti cosmogonici più significativi vi sono quelli della colta India vedica, che attorno ai suoi «dèi» elaborò il noto pensiero filosofico-astronomico-religioso basato sulla Trimūrti: inizialmente Brahma, il creatore, mise in moto l’universo; ciclicamente la sregolatezza di Shiva lo destabilizzava affinché questo si rigenerasse; dopo ogni distruzione la chiara luce del sole tornava a risplendere, manifestandosi sulla Terra come «incarnazione» o avatar di Vishnu.
Meno intellettuali i miti antropogonici (tipici del settentrione eurasiatico) ebbero invece a cuore la memoria, espressa attraverso complesse saghe famigliari in cui gli «dèi» finivano spazzati via insieme alle loro civiltà da catastrofi geologiche e climatiche di portata cosmica. Al pari di quella degli uomini la sorte delle divinità nordiche (SapiensCro-magnon?) era nelle mani delle Norne che filavano la rete del Destino e scrivevano il libro del Fato. Ad ogni nuova nascita le tre sorelle si radunavano intorno alla culla per decretare il futuro del neonato (come le tre fate della Bella Addormentata nel Bosco) e ad ogni morte comparivano accanto al letto del moribondo per recidere il filo della vita.
Sembra che il fatidico trio abbia avuto un ruolo-chiave anche nella guerra fratricida che decimò le terze, quarte e quinte generazioni di civilizzatori, causandone l’estinzione. Tutto questo è chiaramente troppo «umano» per essere «divino». Ergo: gli dèi del mito erano uomini e donne ancora in grado di ricordare la propria «natura metafisica» (divina) ma comunque fiaccati da millenni di imprese spericolate ai confini dell’immaginazione (umana).

Esclusi dunque i santi e i profeti (dei quali queste pagine non si occupano) nessun essere umano, o popolo, ha mai ricevuto un mandato celeste al fine di assolvere al «sacramento universale di salvezza». Se lo ricordino i promotori della «teoria della politica mondiale» (Juan Rubio-Ramirez ed altri) formulata su interpretazioni distorte di alcune interpretazioni medioevali del cristianesimo europeo, infine confluite nell’idea a stelle e strisce del Manifest Destiny, cioè lo scopo manifesto. Un principio partito da un equivoco di cui diremo brevemente.
Durante l’Età del Bronzo, cioè attorno all’XIV secolo a.C. circa, nella terra di Canaan l’incontro di Jahvè con gli israeliti diede vita a un «patto» dove dio era il contraente più autorevole mentre il popolo rappresentava l’azionista di minoranza. Gli Inferiori (più numerosi ma meno influenti) si rendevano disponibili ad adorare esclusivamente il Superiore in cambio di favori e protezione. E fin qui, niente di strano. Se non fosse che l’uomo ha il brutto vizio di complicarsi la vita con le sue elucubrazioni mentali.
Gli anziani giunsero così alla conclusione che gli israeliti dovevano ciò che possedevano non a se stessi bensì a dio, il quale operando come Signore assoluto della Storia elargiva ai suoi protetti vari doni. Quindi le fortune famigliari non dipendevano da fattori umani (merito e valore) bensì dalla volontà divina stessa, la quale preferendo le genti d’Israele ne faceva il «popolo eletto». “Quando Jahvè, Dio tuo, disperderà i popoli davanti a te, non pensare: a causa della mia giustizia Dio mi ha fatto entrare in possesso di questo paese … Non a causa della tua ·giustizia e del tuo cuore puro pervieni al possesso della loro terra …” (Deuter. 9, 4-7).
Non è chiaro dove stia il «soprannaturale» in un patto in cui un Superiore, autonominatosi Signore della Storia, premia i sottoposti come in una qualsiasi azienda moderna. Qualche dubbio rimane anche sulle modalità seguite per stringere accordi con l’Invisibile, ma, come si dice, le vie del Signore sono infinite.

Il culto del cargo

Non avendo l’abitudine di stipulare contratti i primi Maestri dell’Umanità non erano degli affaristi, né dei filantropi dal cuore d’oro, ma, probabilmente, uomini e donne che insegnarono i segreti della tecnica (e solo quelli) a chi non possedeva alcuna competenza allo scopo di rendere la propria società più vivibile. Questo punto era ben chiaro nella mente dei pensatori classici, i quali trattarono infatti miti come quelli di Eracle e Cerbero, per esempio, in modo del tutto concreto (storico) anziché scomodare il Divino.
Si pensi ad Ecateo nelle Genealogie, o a Erodoto nelle sue opere, sebbene nessuno sia apparso più lucido e preciso del filosofo-etnografo Evemero da Messina (330-250 a.C. circa), il quale rivisitò le vicende dei Maestri preistorici attraverso la descrizione della paradisiaca isola di Panchea (Παγχαία), una riedizione dell’Isola Bianca polare.
Qualche secolo più tardi i primi cristiani rispolverarono l’evemerismo per confutare la natura soprannaturale degli dèi pagani e avvalorare la duplice natura (umana e divina) del loro Salvatore. Comprensibilmente la politica chiedeva un tributo di passaggio; ma come potevano essere certi che la Bibbia descrivendo l’uomo creato a immagine di dio (Gen. l, 26) non intendesse dire che gli somigliava fisicamente? O forse liberalizzare la signoria dell’uomo sulle creature del mondo (Sal. 8, 7) appariva un boccone troppo ghiotto a cui era difficile resistere?
L’uomo è un essere uguale nella diversità, non essendo stato fatto con lo stampino bensì modellato in tante forme dotate di caratteristiche e capacità differenti. Persino nell’attuale Era dell’iper-informazione convivono sulla Terra i cacciatori-raccoglitori del deserto del Kalahari e i visionari cibernetici della Silicon Valley. Con la differenza, rispetto alla Preistoria, che gli uni sono al corrente dell’esistenza degli altri perché oggi il mondo è avvolto in una rete di iperfibre che garantisce ai contatti e alle comunicazioni il massimo della velocità possibile.
E’ tuttavia sufficiente spostare di qualche minuto le lancette dell’orologio della Storia per trovare reazioni sorprendenti suscitate da apparizioni improvvise di elementi estranei in un determinato etnocentrum. Tra le altre: i guineani che offrirono preghiere e sacrifici al naturalista Frank Hurley e al suo idrovolante, entrambi ritenuti di origine divina. Sebbene il caso più eclatante, quello che indusse gli antropologi ad inserire nei manuali il termine «culto del cargo», sia legato all’arrivo di alcuni soldati statunitensi nelle isole Vanuatu durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nel gruppo incaricato di contrastare l’arrivo dei Giapponesi c’era anche un militare di colore e gli abitanti dell’arcipelago, colpiti dalla sua pelle scura così simile alla loro, lo ritennero una specie di Grande Antenato venuto dall’Altromondo per soccorrerli in un momento difficile. Poco dopo la sua partenza il capo tribù riferì di essere stato visitato in sogno dalla «divinità» chiamata Jonfram, guadagnandosi automaticamente il titolo di «profeta del dio».
Il popolo costruì allora un tempio in cui custodire come reliquie alcuni oggetti appartenuti al soldato, del quale gli indigeni iniziarono ad attendere il ritorno. Molte incertezze rimangono sull’origine del nome, forse l’appellativo non era legato alla figura di quel singolo americano (che in effetti si chiamava John Frum) bensì alla circostanza che il militare si fosse presentato alla tribù come “John from America”. Fatto sta che il suono Jonfrom/Jonfram fu associato dagli aborigeni alla discesa miracolosa di un «dio dell’abbondanza» ricco di beni da distribuire al suo popolo. Tutto questo non avveniva in tempi preistorici senza testimoni oculari bensì sotto gli occhi smaliziati degli antropologi.

Nostalgia del futuro

Ancora oggi sull’isola di Tanna viene celebrato ogni mese di febbraio il «Johnfram Day», una festa nel corso della quale i partecipanti sfilano indossando magliette con la scritta T-A USA (Tanna USA Army): l’evento si celebra il giorno 15 perché si ritiene che il «dio» tornerà proprio in quella ricorrenza, non è chiaro però di quale anno.
E comunque c’è poco da ridere: se oggi stesso si verificasse l’«atterraggio miracoloso» di una nave aliena, il Demens non esiterebbe a credere che il cargo sia partito da un pianeta più evoluto (Superiore) appositamente per portare in dono all’umanità terrestre (Inferiore) una strepitosa tecnologia, cioè la «luce di dio» del XXI secolo.
La stessa Modernità che crede solo alla Modernità è di fatto un rifacimento dell’arcaico etnocentrum provvisto di tutti i suoi miti e delle sue tradizioni. Con la differenza che l’Antico poteva parlare laicamente dell’«invidia degli dèi» e della «gelosia di Jahvè» (segno che non li credeva divini) mentre all’allocco incollato h24 allo scemofono è proibito dissentire sui dogmi della «scienza», che è la nuova religione globale.
A conti fatti, quale dei due è il vero primitivo del Ciclo presente? Per fortuna i panni sporchi verranno lavati in famiglia, nel senso che a breve i vissuti affidati ai selfie spariranno dalla rete e sarà come se questa società non fosse mai esistita. Meno male, sarebbe inglorioso tramandare ai posteri il ricordo di un mondo in cui le persone si controllavano reciprocamente e la tecnologia controllava le persone, ormai trasformate in altrettante riserve deambulanti di potere d’acquisto. Meglio dimenticare gli schiavetti un po’ tonti che barattarono la libertà della vita selvatica con la comodità di cliccare, delegando a presunti «esportatori di democrazia» incaricati da un’Autorità Invisibile la gestione di un mondo omogeneizzato.
Se comunque la «legge della Trimūrti» è fondata, la chiara luce del sole tornerà a risplendere in una forma mai vista prima. Dopotutto il Sapiens-Demens è uomo/dio-creatore, perciò non finirà mai di stupire se stesso; a patto che lavori sodo per mantenere la propria «divinità» e non perda la speranza. Un sentimento a cui sant’Agostino attribuì due bellissimi figli: lo sdegno (per la realtà delle cose) e il coraggio (per cambiarle).
Comportati con onestà intellettuale in ogni istante della tua vita, dice Agostino, perché “solo il presente è realmente“. Che non significa “cogli l’attimo” bensì vivi il presente nel rispetto del passato. Abbi coscienza di esistere in quel dato momento perché la coscienza è il succo, l’estratto, di una nutrita serie di esperienze pregresse. Ha radici. Costituisce la parte divina posta accanto alla parte umana in cui è custodita l’eredità ricevuta in dono dagli «dèi», cioè il lascito espresso nel comune patrimonio concettuale, religioso, mitologico e allegorico dell’umanità.

Tratto da: Ereticamente.net

L’eminenza grigia di Kiev: cosa si nasconde davvero dietro le dimissioni di Kuleba

di Clara Statello

04 Settembre 2024

Dimissioni a raffica nel governo di Kiev in meno di 24 ore. Il presidente della Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) Ruslan Stefenchuk da ieri sera ha ricevuto le lettere di rinuncia di:

– Dmytro Kuleba, Ministro degli Affari Esteri,

– Denis Malyuska, Ministro della Giustizia;

– Olexander Kamyshin, Ministro delle industrie strategiche,

– Ruslan Strelets, Ministro della Protezione dell’Ambiente e delle Risorse Naturali,

– Olga Stefanishina, vice Primo Ministro per l’Integrazione Europea ed Euro-Atlantica,

– Irina Vereshchuk,  vice Primo Ministro e Ministro per la Reintegrazione dei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina,

– Vitaly Koval, capo del Fondo del demanio dell’Ucraina.

Inoltre è stato rimosso anche il vice capo dell’ufficio presidenziale Rostislav Shurma. La pioggia di dimissioni non è la conseguenza del rapido deteriorarsi della situazione sul fronte Pokrovsk. Non deve essere vista come una crisi di governo, ma come un maxi rimpasto che in realtà era nell’aria già da mesi.

“Ho già parlato del rilancio della nostra leadership, dei ministri di molti ministeri, oggi abbiamo bisogno di una nuova struttura, e questi passi sono legati al rafforzamento del nostro Stato in diverse fasi”, ha dichiarato il presidente Volodymir Zelensky.

Si parla della sostituzione di Shurma con Kamyshin, mentre Stefanishina dovrebbe andare alla Giustizia e Vereshuck all’ufficio del Presidente come vice capo per le politiche sociali. Domani sono attese le nuove nomine. Il capogruppo al parlamento del partito Servitore del Popolo, David Arakhamia, uomo di fiducia di Volodymyr Zelensky, ha dichiarato che i cambiamenti riguarderanno il 50% dei componenti del governo.

Se le rimozioni avvenute negli scorsi giorni del capo del’aeronautica Mycola Oleshuck, del capo di Ukrenergo Vladimir Kudrytsky e del capo di stato maggiore del nuovo comando dei sistemi senza pilota, Roman Gradky (nominato venerdì 30 agosto e rimosso ieri) sono una conseguenza  delle difficoltà delle forze armate ucraine nella difesa aerea e del fronte del Donbass, il terremoto politico è solo in parte collegato all’andamento della guerra. La ragione più fondata è l’accentramento del potere nelle mani di un uomo solo, l’eminenza grigia dietro Zelensky.

Le dimissioni di Kuleba

Fa scalpore la lettera di rinuncia del ministro Kuleba, il top diplomatico che più di tutti ha incarnato la linea pro NATO e pro UE di Kiev e che ha coltivato rapporti con l’Occidente, in particolare con il capo della diplomazia statunitense, Anthony Blinken. Di una sua rimozione, tuttavia, si parlava già la scorsa primavera, dopo il clamoroso cambio ai vertici militari ucraini.

All’inizio di marzo Strana scriveva, citando fonti anonime vicine alla presidenza, che Zelensky stava valutando di spostarlo ad un altro incarico (forse come ambasciatore a Londra, poi assegnato al generale Zaluzhny) a causa di lamentele dell’ufficio del presidente, guidato da Andriy Ermak, sul servizio estero e sulla gestione delle ambasciate.

Più che motivi, però, questi sarebbero pretesti. La rimozione di Kuleba va vista come una delle tante mosse di Ermak per inserire i suoi uomini nelle principali cariche di governo e mantenere l’esclusiva sui rapporti con i partner Occidentali.

“In breve, a Bankova vogliono che tutti nel governo siano come il Primo Ministro Shmygal. Lavorate, non fate politica e non dite sciocchezze. Allora sarete notati e lodati o addirittura promossi! Chi si rende conto di ciò sta bene nell’attuale sistema di potere “militare”. Coloro che non rientrano nei semplici criteri specificati, invece, verranno esclusi”, riferiva un’altra fonte a Strana.

Bloomberg scrive che adesso Kuleba “si concentrerà sul rafforzamento delle relazioni dell’Ucraina con la NATO”, senza specificare altro. Ipotizza che verrà sostituito dal suo vice, Andriy Sibiha, che per l’appunto è un uomo di Ermak. Dal 2021 fino a metà aprile era vice capo dell’Ufficio del Presidente. Il suo trasferimento al ministero degli Affari Esteri come vice di Kuleba ha sollevato i sospetti sul mantenimento del suo incarico.

In precedenza Zelensky aveva affidato al suo consigliere capo il cosiddetto piano di pace e l’impegno con il Sud del mondo. Ciò lascia pensare che da tempo Kiev si preparava alla sostituzione del ministro degli Esteri.

 Cosa aspettarsi dal maxi rimpasto

Da tempo il governo e perfino la Verkhovna Rada hanno cessato di essere “centri decisionali” in Ucraina. E’ l’ufficio del presidente ad aver concentrato su di sé questo potere. Quindi poco dipende dal rimpasto di governo e poco cambierà.

Ermak ormai è il vero ministro degli Affari Esteri. Chiunque sarà nominato al posto di Kuleba, non giocherà un ruolo determinante nella politica estera dell’Ucraina.

Le principali funzioni di questo rimpasto saranno due: distrarre dalla situazione disastrosa nel sud est dell’ucraina e scaricarne la responsabilità sui membri del gabinetto e su alcuni comandanti militati. Probabilmente è questa la ragione per cui è avvenuto proprio adesso.

“L’autunno sarà estremamente importante per l’Ucraina. E le nostre istituzioni statali devono essere configurate in modo tale che l’Ucraina ottenga tutti i risultati necessari. Per fare questo, dobbiamo rafforzare alcune aree del governo e le decisioni sul personale sono già state preparate”, ha detto ieri il presidente.

La massiccia pulizia di governo mostrerà all’opinione pubblica che il presidente è consapevole dei problemi del popolo e per questo sta effettuando un reset di potere per organizzare un più efficiente lavoro degli apparati di Stato.

Tratto da: L’Antidiplomatico

L’eminenza grigia di Kiev: cosa si nasconde davvero dietro le dimissioni di Kuleba
L’eminenza grigia di Kiev: cosa si nasconde davvero dietro le dimissioni di Kuleba

Le due concezioni della divinità

a cura di RigenerAzione Evola

In quest’articolo uscito sul “Roma” nel novembre 1971, con l’intitolazione originaria di “Mefistofele e l’androgino”, Evola si soffermava brevemente sui due diversi modi di intendere il concetto di dio e di divinità, in sé e nelle sue relazioni col mondo manifestato.

Da una parte la via deduttiva, legata all’approccio di tipo fideistico al sacro, che porta alla concezione del Dio-persona, del dio antropomorfo, con la conseguente attribuzione allo stesso di caratteri necessariamente positivi e luminosi; una concezione che genera problemi laddove si debba giustificare l’esistenza del male, dell’elemento negativo, distruttivo, oscuro, conducendo inevitabilmente ad una concezione dualistica della dimensione spirituale e delle sue manifestazioni.

Dall’altra parte, la via induttiva, legata all’approccio più strettamente metafisico-esoterico al sacro, che conduce ad una concezione unitaria della divinità, in cui tutti gli opposti si fondono e vengono ricompresi: un’unità, una sintesi sovraordinata, trascendente, che va oltre gli schemi della mera razionalità umana.

L’intitolazione dell’articolo deriva da una celebre opera di Mircea Eliade, citata da Evola, in cui viene affrontato anche questo tema dell’unità trascendente in cui si riassorbono tutte le dualità e le opposizioni del sacro e del manifestato. Questo spunto ci consentirà, da una parte, di affrontare ancora il tema del “male” nelle religioni, nonché di tornare sul tema dell’androginia primordiale, affidandoci a contributi proprio di Mircea Eliade, nonché del “primo” Guénon.

Le due concezioni della divinità
Le due concezioni della divinità

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Nell’immagine in evidenza, “La scala di Giacobbe” di William Blake

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di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 27 novembre 1971

Per chi cerca di formarsi una idea della divinità e delle sue relazioni con la realtà del mondo, si presentano due vie, che si potrebbero chiamare deduttiva l’una, induttiva l’altra. Coloro che prendono la prima via – come fa abitualmente ogni credente – partono da un certo concetto a priori della divinità, conforme alla loro fede, e in base ad esso cercano di spiegarsi il mondo creato. Invece, seguendo la seconda via, quella induttiva, fattasi una idea realistica complessiva del mondo, ci si sforza di rappresentarsi quale divinità ne possa essere la creatrice e l’autrice.

Lungo la prima via nascono difficoltà di non poco rilievo quando si assume l’idea di un Dio personale con caratteri unicamente positivi, luminosi e, diciamo così, «morali». Infatti, nel mondo e nell’esistenza, è rilevabile anche il male, vi agiscono anche processi distruttivi e forze oscure, ed allora è da chiedersi come tutto ciò si concili con quella idea di Dio. Tale conciliazione è il problema che si è posto un ramo della teologia, che si chiama la «teodicea»: nel quadro del cristianesimo non si può dire che essa lo abbia mai risolto in modo soddisfacente.

Il Demiurgo

Già nei primi secoli del cristianesimo, le difficoltà furono messe in risalto in modo assai crudo da Marcione, nella forma di alternative. Da un lato, Marcione considerò il mondo secondo gli accennati aspetti anche oscuri e problematici; dall’altro, egli pose un Dio supposto saggio, buono e onnipotente. Dopo di che, Marcione ragionò cosi: se il mondo è quel che è (e non il «migliore dei mondi possibili», come avrebbe cercato di dimostrare la teodicea di Leibniz), Dio potrà anche essere buono, ma non onnipotente e saggio; oppure sarà onnipotente, ma non buono e saggio; oppure potrà essere saggio, ma né onnipotente né buono. Marcione credette di cavarsela ammettendo, in un certo modo, due divinità: l’una è il «Demiurgo», un dio creatore inferiore che è responsabile dell’essere, la creazione, quella che è; l’altra è un Dio Superiore, trascendente, veramente luminoso.

Per Marcione, il primo Dio sarebbe quello dell’Antico Testamento (che effettivamente non ha sempre tratti simpatici), il secondo, Dio dell’amore e della grazia, sarebbe quello rivelato dal Nuovo Testamento.

Per consolidare la sua tesi, Marcione, fra l’altro, si mise d’impegno per evidenziare quegli aspetti della realtà e dell’esistenza che, secondo lui, non parlano della suprema saggezza di un dio, e qui non manca anche uno spunto piccante quando dice che basta pensare alla «ridicola ginnastica» (sic) necessaria alla procreazione per convincersi che la creazione non è l’opera di un dio veramente saggio. (Forse, se le avesse conosciute, Marcione avrebbe fatto proprie le parole di quel famoso oratore greco che chiese alla divinità, a Zeus, se, avendo deciso che gli uomini dovessero riprodursi, non aveva saputo escogitare nulla di meglio della donna).

Faust e Mefistofele – particolare del Monumento a Goethe (Villa Umberto I, Roma)

Ma vi è anche un diverso modo di ridimensionare il concetto della divinità partendo dalla realtà del mondo. In uno dei saggi compresi nel volume, recentemente pubblicato in traduzione italiana dalle Edizioni Mediterranee e intitolato Mefistofele e l’androginolo storico delle religioni Mircea Eliade indica il ricorrere, in diverse civiltà, di una concezione, diciamo così, bifronte della divinità, tale da corrispondere ad una «coincidentia oppositorum»: un Dio che comprende in sé gli opposti, ciò che è luminoso e ciò che è tenebroso, il creativo e il distruttivo il bene e il male, dunque, se si vuole, tanto il Dio nel senso stretto tradizionale quando l’anti-Dio, il diavolo, Mefistofele o come altrimenti si vuole designare l’«altra metà».

È questa, una concezione diversa dalla veduta propria all’antica religione dualistica persiana (iranica, il mazdeismo), la quale si arresta all’opposizione di due principî originari (il Dio di luce contro Arimane) supposti coesistenti ma in una continua tensione e lotta. Con la concezione anzidetta si va, invece, oltre questa opposizione cosmica, ci si immagina una unità che la riprende e che la trascende. Una tale concezione, di certo sconcertante per ì più, ha avuto frequentemente relazioni col mondo dei Misteri e dell’iniziazione, ma qui essa valse come l’ultimo mistero esoterico, da non rivelare al profano. Essa si riflette, fra l’altro, anche nelle vedute del poeta e mistico inglese William Blake, il quale parlò di «nozze fra il paradiso e l’inferno».

È evidente che, partendo una tale idea della divinità o del Supremo Principio, il problema di spiegare il mondo e l’esistenza in tutte le sue antitesi viene meno, né vi è bisogno di supporre, con Marcione, una divinità subordinata, sola responsabile per la creazione e che, per così dire, non conosceva bene il suo mestiere. Ma forse la veduta più equilibrata ce la presenta la cosiddetta Trimurti dell’induismo.

Trimurti induista (Brahma, Vishnu, Shiva)

Seguendo tale nota veduta, andrebbero considerati tre aspetti del Supremo Principio, personificati da altrettanti Iddii: l’aspetto creativo (Brahma), l’aspetto di conservazione dell’esistenza e dell’ordine (Vishnu), l’aspetto distruttivo («nero», Ҫiva). Con questa triade, è possibile tentare una interpretazione globale dell’universo e della vita nulla escludendo.

In tale contesto, si può forse rintracciare il modo in cui, nell’area della religione cristiana, nacque l’Idea di Satana. Al cristianesimo è stato proprio l’attribuire alla divinità solamente qualità positive, luminose, «morali». Data questa polarizzazione, tutto ciò che ha un carattere diverso e che, secondo l’anzidetta concezione metafisica e trascendente della divinità, era ripreso in una superiore, impenetrabile unità, doveva assumere i tratti di un principio a sé soltanto negativo – non dell’«altra metà» – nella persona, appunto, del diavolo, di Satana, Lucifero e simili. Con una accentuzione moraleggiante, si tornò dunque all’antica veduta dualistica.

Naturalmente, il concetto del «diavolo» comprende anche qualcosa di altro. Per un lato, il diavolo è il maligno e il tentatore. Per cercare di spiegarne la possibilità di esistenza nell’economia cosmica del divino, nel suo piano, vi è chi ha cercato di trasformarlo in uno strumento dello stesso divino. Così Goethe parlò di una forza che in sé vuole il male, ma che alla fine, a suo dispetto, propizia il bene. Ciò però non impedisce che, a parte l’«happy end» (il lieto fine), il volere il male caratterizzi il Satana o Lucifero cristiano, secondo i tratti del «contestatore», dell’oppositore, del ribelle per eccellenza, per professione o vocazione: tanto che quasi se ne potrebbe fare il patrono illustre di tante esagitate tendenze, sia pure velleitarie e assai profane, oggi in voga.

Proprio questo aspetto viene in rilievo nel delizioso romanzo La révolte des Anges di Anatole France. Gli angeli caduti e sgominati con Lucifero alla testa scendono in terra e si vanno riorganizzando per tentare le rivincite, facendo ricorso a rum; ciò che offrono loro sia la scienza, sia la magia. Tutto è così ben disposto che non sembrano esservi dubbi sul buon esito della impresa. Senonché Lucifero alla vigilia del grande giorno fa un sogno; sogna la vittoria, sogna che l’antico Dio è detronizzato, che lui ne prende il posto. Ma nel sentirsi l’onnipotente Dio di Luce, senza rivali, Lucifero viene preso da un tale senso di noia che, svegliatosi, dà subito il contrordine e manda tutto a monte. Egli preferisce restare l’eterno ribelle.

Tratto da: RigenerAzione Evola

Il mito dell’androgine

a cura di RigenerAzione Evola

Cominciamo a sviluppare il tema dell’androgino primordiale, accennato da Evola trattando delle tesi di Meyrink sui significati esoterici del Risveglio e del congiungimento tra uomo e donna, con questo interessante estratto da “Metafisica del sesso”.

Nell’immagine in evidenza, dalla copertina de “La Tradizione Ermetica” di Evola, Edizioni Mediterranee, miniatura dell’Aurora Consurgens, XIV secolo, raffigurante il Rebis androginico, compimento dell’Opus Minor, che viene “rapito” in cielo dall’Aquila, simbolo dello “Zolfo”, a significare il sommo grado dell’Imperator ermetico. Ai suoi piedi giacciono i corvi “precipitati” dalla preliminare Nigredo.

Il mito dell’androgine
Il mito dell’androgine

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di Julius Evola

Tratto da “Metafisica del sesso” (capitolo II, paragrafo 13)

La forma propria nella quale il mondo tradizionale ha espresso i significati ultimi dell’essere è stata il mito. Il mito tradizionale ha un valore di chiave. Specie nel periodo precedente si è cercato di spiegare il mito con la storia naturale, la biologia o la psicologia. Per converso, per noi sarà il mito a spiegare tutto questo materiale, con particolare riferimento all’argomento che qui ci interessa.

Più di un mito si presta per l’approfondimento del problema metafisico del sesso. Ne scegliamo uno che per gli Occidentali è, relativamente, fra i meno remoti: avvenendo però che gli stessi significati sono parimenti contenuti in miti appartenenti ad altre culture. Come base, prenderemo dunque quanto si trova esposto sull’amore nel Convito di Platone. Qui s’incontrano propriamente, commiste col mito, due teorie dell’amore, fatte esporre, rispettivamente, da Aristofane e da Diotima. Vedremo che le due teorie in un certo modo si completano, lumeggiando le antinomie e la problematica dell’eros.

La prima teoria riguarda il mito dell’androgine. Come per quasi tutti i miti inseriti da Platone nella sua filosofia, anche per questo devesi supporre una origine misterica e iniziatica. In effetti, lo stesso tema serpeggia sotterraneamente in una letteratura assai varia, dagli antichi ambienti misteriosofici e gnostici fino ad autori del Medioevo e dei primi secoli della stessa era moderna. Temi corrispondenti si ritrovano anche fuori dal nostro continente.

Secondo Platone (1), esistette una razza primordiale «la cui essenza e ormai estinta», razza di esseri che contenevano in sé i due principî, maschile e feminile. I componenti di tale razza androgine «erano per forza e ardire straordinari, e nutrivano in cuore superbi propositi, tanto da attaccare perfino gli dei». Anzi ad essa va attribuita la tradizione riferita da Omero intorno ad Oto ed Efialte, cioè il tentativo di «dare la scalata al cielo onde assaltare gli dei». È lo stesso tema della ύβριϛ dei Titani dei Giganti; e il tema prometeico, e quello che si ritrova in tanti altri miti – in una certa misura, nello stesso mito biblico nell’Eden e di Adamo, in quanto vi figura la promessa di «divenire simile agli dei» (Genesi, III, 5).

“Rebis” alchemico

In Platone gli dèi non folgorano gli esseri androgini come avevano fatto coi Giganti, bensì ne paralizzano la potenza spezzandoli in due. Da qui, il sorgere di esseri di sesso distinto, portatori, come uomini e donne, dell’un sesso ovvero dell’altro; esseri, nei quali tuttavia permane il ricordo del precedente stato e si accende l’impulso a ricostituire l’unità primordiale. Per Platone, in tale impulso va cercato il significato ultimo, metafisico e eterno dell’eros. «Da così antica data l’amore sospinge gli esseri umani, gli uni verso gli altri, esso è congenito nella natura umana e mira a ripristinare l’antica natura nel tentativo di unire in un solo essere due esseri distinti e, pertanto. di risaltare la natura umana» (2). A parte la comune partecipazione degli amanti al piacere sessuale, l’animo di ciascuno dei due «tende a qualcosa di diverso che non sa esprimere ma che sente e misteriosamente rivela» (3). Quasi come controprova a posteriori, Platone fa chiedere ad Efaisto agli amanti: «Non è forse questo che voi bramate, una perfetta, reciproca fusione, così da non staccarvi mai l’uno dall’altra né di giorno ne di notte? Se tale è il vostro desiderio, sono disposto a fondervi e saldarvi insieme a forza di fuoco nel medesimo individuo, sì da ridurvi ad un essere solo, da due che eravate, cosicché, per tutta la durata della vostra esistenza viviate uniti l’uno all’altra e, una volta morti, laggiù, nell’Ade, di due siate uno solo, accomunati l’uno all’altra da un’unica sorte. Suvvia, guardate se questo è il vostro desiderio e se, raggiunto ciò, vi potete ritenere appagati». «A queste proposte – dice Platone – ben sappiamo che non uno rifiuterebbe o si mostrerebbe di altro desideroso; ma ciascuno senza esitazione penserebbe di aver finalmente udito espresso quello che certamente era da gran tempo il suo desiderio: riunirsi e fondersi con l’amato per formare, da due esseri distinti, una natura sola. Ora, il movente di questa aspirazione va ricercato nel fatto, che questa era appunto la primitiva natura nostra, e noi costituivamo una unità ancora integra; proprio la struggente bramosia di questa unità porta il nome di amore» (4). Quasi come simbolo. «l’avvinghiarsi [delle due parti] l’una all’altra, come per desiderio di compenetrarsi» (5).

In questo insieme dal concetto essenziale vanno separati gli elementi accessori, figurativi e «mitici» in senso negativo. Così, per primo non si debbono naturalmente concepirsi gli esseri primordiali che Platone, favoleggiando, ci descrive perfino nei tratti somatici, come i membri di una qualche razza preistorica di cui quasi si dovrebbero ritrovare i resti o i fossili. Ci si deve invece riportare ad uno stato, ad una condizione spirituale delle origini, non tanto in senso storico, quanto nel quadro di una ontologia, di una dottrina degli stati multipli dell’essere. Smitologizzato, un tale stato possiamo intenderlo come quello di un essere assoluto (non spezzato, non duale), di una completezza o pura unità e, per ciò stesso, come uno stato d’immortalità. Convalida quest’ultimo punto sia la dottrina messa in bocca a Diotima più oltre nel Convito, sia quella esposta nel Fedro ove, sebbene con riferimento a ciò che doveva venire chiamato «l’amore platonico» e alla teoria della bellezza, la connessione fra lo scopo ultimo dell’eros e l’immortalità è esplicita.

Cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre (Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, 1604-1608) (cliccare per ingrandire)

Come secondo elemento, nel mito platonico abbiamo poi una variante del tema tradizionale generale della «caduta». Il differenziarsi dei sessi corrisponde alla condizione di un essere spezzato epperò finito e mortale: alla condizione duale di chi non ha in sé, ma in altro, la vita; stato, questo, che qui non viene considerato originario. Così, a quest’ultimo riguardo, si potrebbe stabilire un parallelo con lo stesso mito biblico, in quanto in esso la caduta di Adamo ha per effetto la sua esclusione dall’Albero della Vita. Anche nella Bibbia si parla dell’androginia dell’essere primordiale fatto ad imagine di Dio («egli lo creo maschio e femmina» – Genesi, I, 27) e vi è chi ha attribuito a Eva, complemento dell’uomo, il significato di «la Vita», «la Vivente». Come vedremo, nell’interpretazione kabbalistìca la separazione della Donna-Vita dall’androgine è messa in relazione con la caduta e finisce con l’equivalere all’esclusione dall’Albero della Vita di Adamo, a che questi «non divenga uno di noi [un Dio] » e «non viva in perpetuo» (Genesi, III, 22).

Nel complesso, il mito platonico è dunque fra quelli che alludono al passaggio dall’unità alla dualità, dall’essere alla privazione dell’essere e della vita assoluta. Il suo carattere distintivo e la sua importanza stanno tuttavia nel suo applicarsi, appunto, alla dualità dei sessi per indicare il significato segreto e l’oggetto ultimo dell’eros. Come termine particolare di una nota sequenza relativa a ciò che veramente si cerca attraverso l’uno o l’altro scopo apparente e illusorio della vita ordinaria, già in una Upanishad si legge: «Non per la donna [in sé] la donna è desiderata dall’uomo, bensì per l’âtmâ [pel principio “tutto luce, tutto immortalità”]» (6). Il quadro, è lo stesso. Nel suo aspetto più profondo, l’eros incorpora un conato a superare le conseguenze della caduta, ad uscire dal mondo finizzante della dualità, a ripristinare lo stato primordiale, a superare la condizione di una esistenzialità duale spezzata e condizionata da «altro». Questo è il suo significato assoluto; questo è il mistero che si cela in ciò che spinge l’uomo verso la donna, elementarmente, ancor prima di tutte le condizionalità già dette presentate dall’amore umano nelle sue infinite varietà relative ad esseri, che non sono nemmeno uomini assoluti e donne assolute, ma quasi sottoprodotti dell’uno e dell’altra.

Qui è dunque data la chiave di tutta la metafisica del sesso: «Attraverso la diade, verso l’unità». Nell’amore sessuale va riconosciuta la forma più universale nella quale gli uomini cercano oscuramente di distruggere momentaneamente la dualità, di superare esistenzialmente la frontiera fra lo e non-Io, fra Io e Tu, la carne e il sesso facendo da strumenti per un’approssimazione estatica all’unizione. L’etimologia della parola «amore» data da un «Fedele d’Amore» medievale, per essere fantasticata, non è meno significativa: «La particella a significa “senza”; mor (mors) significa morte; riunendo, si ha “senza morte”, cioè immortalità (7).

In fondo, amando e desiderando, l’uomo cerca dunque la conferma di sé, la partecipazione all’essere assoluto, la distinzione della στερησις, della privazione e dell’angoscia esistenziale a questa connessa. Esaminati sotto una tale luce, vedremo chiarirsi aspetti molteplici dello stesso amore profano e della sessualità.

ln pari tempo, si intravvede già la via che conduce al dominio dell’erotismo mistico e dell’uso sacrale o magico del sesso proprio a tante antiche tradizioni: perché già in partenza ci si è rivelato il fondo elementare non fisico ma metafisico dell’impulso erotico. Così la via è aperta per l’ordine delle ricerche che formeranno l’oggetto dei capitoli successivi di questo libro.

Intanto, non va trascurato un punto particolare. Come si è visto, Platone ha formulato la dottrina dell’androgine così da dare ad essa una coloratura «prometeica». Se gli esseri mitici dei primordi erano tali da incutere timore agli dèi e da gareggiare con essi, vi è da pensare che, in via di principio, il termine finale del tentativo di integrazione, costituito dall’eros, non sia tanto un qualche stato confusamente mistico quanto la condizione di un «essere» che è anche potenza.

Ciò avrà la sua importanza quando studieremo le forme iniziatiche della magia del sesso. Tale motivo va pero sdrammatizzato. In un contesto più vasto, si può togliere al prometeismo il suo carattere negativo di prevaricazione. La stessa tradizione che ha dato forma al mito di Prometeo e dei Giganti, e quella che ha anche conosciuto l’ideale di Eracle, il quale perviene ad un equivalente dello scopo perseguito dai Titani e di chi, in genere, tende a riaprirsi malgrado tutto l’accesso all’Albero della Vita, quando quell’eroe si assicura il fruimento dei pomi immortalanti (la via ai quali, secondo una redazione della saga, viene a lui indicata proprio da Prometeo) e il possesso, nell’Olimpo, di Ebe, la giovinezza eterna, non come un prevaricatore, anzi come un alleato degli Olimpici.

“The Quest and Achievement of the Holy Grail”, di Edwin Austin Abbey, c. 1895 (cliccare per ingrandire)

È con questa riserva che si può accennare al fatto, che il momento «prometeico» latente nell’eros è effettivamente attestato in accenni sparsi di diverse tradizioni. Qui ci limiteremo a ricordare che, ad esempio, nel ciclo dei Graal (ciclo ricco di contenuti iniziatici presentati sotto la veste di avventure cavalleresche) la tentazione che la donna costituisce pel cavaliere eletto talvolta viene riferita a Lucifero (8), tanto da incorporare un senso assai diverso da quello moralistico della mera seduzione della carne. In secondo luogo, in Wolfram von Eschenbach la caduta di Amfortas viene messa in relazione col suo aver prescelto per divisa «Amor», divisa, dice il poeta, che non si accorda con l’umiltà (9), il che equivale a dire che in essa si nasconde l’opposto dell’umiltà, la ύβριϛ degli esseri «uni» delle origini. È da notarsi, del resto, che in Wolfram si parla di un «aprirsi la via al Graal con le armi alla mano», cioè in modo violento, e che l’eroe principale del poema, Parzifal, giunge a tanto perfino in una specie di rivolta contro Dio (10). Ora, l’aprirsi la via al Graal è cosa più o meno equivalente, come contenuto, al riaprirsi la via all’Albero della Vita o dell’immortalità: tutto l’inquadramento sfaldato proprio al Parsifal di Wagner non corrispondendo per nulla ai temi originari predominanti e non essendo da prendersi in alcuna considerazione.

Infine è da notarsi che gli ambienti, nei quali sono stati praticati la magia sessuale e l’erotismo mistico, sono anche stati quelli che di solito hanno professato apertamente la dottrina dell’unità nei termini di una negazione di ogni vera distanza ontologica fra creatore e creatura, con una dichiarata anomìa – cioè con un disprezzo sia delle leggi umane che di quelle divine – come logica conseguenza: dal Siddha e dai Kaula indù della «Via delia Mano Sinistra» fino ai Fratelli del Libero Spirito del Medioevo cristiano, al sabbatismo franckiano e, ancora ai nostri giorni, fino ad un Aleister Crowley (11).

la lotta di Eracle con Acheloo mutatosi in drago

Ma, ripetiamolo, questi riferimenti vanno epurati dal loro lato problematico «prometeico» e, d’altronde. riguardano esclusivamente esperienze «guidate» dell’eros, in un dominio, che non è quello di una qualsiasi forma del comune amore fra uomini e donne. Vi è infine da aggiungere che nello stesso Platone (12) il risanamento, il ritorno al pristino stato e la «felicità suprema», intesi come il «sommo bene» a cui può condurre l’eros, sono associati al superamento dell’empietà, causa prima della separazione esistenziale dell’uomo dal divino in genere. È solo un diverso orientamento che, presso a alcune corrispondenze morfologiche, differenzia Prometeo da Eracle, e le accennate esperienze dal satanismo. Ma su ciò qui non e il caso di fermarsi.

Note

(1) Convito, XIV-XV e specialmente 189c-190c.

(2) Convito, 191c-d.

(3) Convito, 192c-d.

(4) Convito, 192d-e, trad. Untersteiner-Candia.

(5) Convito, 187-a.

(6) Brhadâranyaka-upanishad , II, IV, 5.

(7) A. Ricolfi, Studi sui Fedeli d’Amore, Milano, 1933, v. I, p. 63. (I due volumi di Ricolfi sono ripubblicatì in: Studi sui “Fedeli d’Amore”: dai poeti di corte a Dante. Simboli e linguaggio segreto, Bastogi, Foggia, 1983).

(8) testi in J. Evola, Il mistero del Graal (1937), Edizioni Mediterranee, Roma, 1994, p. 91.

(9) Wolfram von Eschenbach. Parzifal, III. 70-71 (tr. it.: Parzifal, TEA, Milano, 1989).

(10) Cfr. I J. Evola, Il mistero del Graal, cit., pp. 87-88.

(11) Per quanto riferite ad un personaggio che S. De Guaita (Le Serpent de la Genèse – Le temple de Satan, v. I, Paris. 1916. p. 503; tr. it.: Il Tempio di Satana, Atanòr, Roma, 1981) presenta sono una luce sinistra pel contesto sopra accennato sono significative le seguenti espressioni, nel quadro di un erotismo mistico: «Entendez le verbe d’Elie: si vous tremblez, vous êtes perdus, il faut être téméraires; si vous ne l’êtes pas, c’est ce que vous ne connaissez pas l’amour! L’amour entreprend, il renverse, il roule, il brise. Elevez-vous! Soyez grands dans votre faiblesse! Epouvantez le ciel et l’enfer, vous le pouvez! Oui, pontifes éliaques, qui êtes transformes, régenerés, transfigurés sur la montagne du Carmel, dites avec Elie: A nous le dam! A nous l’enfer! A nous Satan!». Del resto, perfino in un neoplatonico cristianeggiante, come Marsilio Ficino (Sopra lo Amore, XI, 19), espressioni come le seguenti non sono prive di una sfumatura luciferica: «Certamente, noi siamo qui divisi e tronchi: ma allora congiunti per Amore a la nostra idea ritorniamo interi: in modo che apparirà, che noi abbiamo prima amato Dio nelle cose, per amare poi le cose in lui: e noi onoriamo le cose in Dio, per ricomperare noi sopratutto: e amando Dio, abbiamo amato mi stessi». E ancora (11,6): «Poiché in questo atto [l’amante] appetisce, e sforzasi, da uomo farsi Dio». Infine, come casuale convergenza di idee di un autore moderno più che profano (H. Barbusse, L’Enfer): «II desiderio pieno di sconosciuto, il sangue notturno, il desiderio simile alla notte, gettano il loro grido di vittoria. Gli amanti quando si avvinghiano, lottano ciascuno per sé e dicono: “Ti amo”; aspettano, piangono, soffrono e dicono: “Siamo felici”, si lasciano, già venuti meno e dicono: “Sempre!”. Pare che nei bassifondi in cui sono immersi, come Prometeo abbiano rapito il fuoco del cielo».

[12] Convito, 193c-a.

Tratto da: RigenerAzione Evola

Il Demiurgo: dall’Unità alla Dualità

a cura di RigerAzione Evola

Torniamo oggi al filone inaugurato con l’inizio dello studio dell’androgino primordiale, delle origini dell’uomo e della sua “caduta”, con tutte le possibili, relative connessioni tematiche, riagganciandoci all’articolo evoliano “Mefistofele e l’androgino”, da noi ripubblicato con l’intitolazione “Le due concezioni della divinità”, per un interessante excursus sul delicatissimo tema dell’origine e del significato del “male” nella vita umana, che tante difficoltà ha creato e crea tra filosofi e teologi, senza ovviamente alcuna pretesa di essere esaurienti sull’argomento.

Il Demiurgo: dall’Unità alla Dualità
Il Demiurgo: dall’Unità alla Dualità

Evola osservava nell’articolo citato come lungo la via deduttiva alla divinità, legata all’approccio di tipo fideistico al sacro, “nascono difficoltà di non poco rilievo quando si assume l’idea di un Dio personale con caratteri unicamente positivi, luminosi e, diciamo così, «morali»Infatti, nel mondo e nell’esistenza, è rilevabile anche il male, vi agiscono anche processi distruttivi e forze oscure, ed allora è da chiedersi come tutto ciò si concili con quella idea di Dio. Tale conciliazione è il problema che si è posto un ramo della teologia, che si chiama la «teodicea»: nel quadro del cristianesimo non si può dire che essa lo abbia mai risolto in modo soddisfacente”.

Il primo storico numero della rivista “La Gnose” fondata da Guénon nel 1909, con lo pseudonimo di Palingenius, con cui firmò anche il celebre articolo “Il Demiurgo”, come si può leggere nel frontespizio

Nella prospettiva induttiva al sacro, quella propria all’approccio metafisico in senso stretto, la questione del “male” trova invece una soluzione di sintesi nell’Unità superiore e trascendente, che tutto in sé racchiude, sovrarazionalmente: “una concezione, diciamo così, bifronte della divinità, tale da corrispondere ad una «coincidentia oppositorum»: un Dio che comprende in sé gli opposti, ciò che è luminoso e ciò che è tenebroso, il creativo e il distruttivo il bene e il male”, scriveva Evola.

Ebbene, su questo fondamentale e problematico argomento, passiamo oggi la parola ad un maestro della metafisica pura come René Guénon. Al giovane Guénon, precisamente, quello che, appena ventiduenne, nel 1909, con lo pseudonimo di “Palingenius” (il nome acquisito l’anno prima entrando nella “Chiesa Gnostica” di Fabre des Essarts, alias “Synesius”), scrisse sul n. 1 della rivista “La Gnose” un celebre articolo, “Il Demiurgo”, che, secondo l’interpretazione maggioritaria, è considerato il primo articolo del maestro di Blois. Nel periodo che va dal 1906 al 1909, René Guénon aveva frequentato la Scuola Ermetica, diretta da Papus, ed era stato ammesso nell’Ordine Martinista ed in altre organizzazioni collaterali. Nel 1909 aveva fondato proprio la rivista “La Gnose, dove molto avrebbe scritto e dove sarebbero apparse, in quegli anni, nonostante la giovanissima età, la prima stesura del Simbolismo della Croce, dell’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta e dei Principi del calcolo infinitesimale.

Ne “Il Demiurgo”, attraverso le sue già tipiche, serrate e ferree riflessioni, il ragazzo Guénon ci guida verso il tentativo di comprendere con le facoltà razionali ciò che è sovra-razionale, e, nello specifico, di comprendere il senso del “Male” rispetto al “Bene”, e più in generale di tutte le dualità e le opposizioni tipiche del mondo del manifestato, quale conseguenza puramente illusoria di una visione frammentaria, relativistica, disarticolata, individualistica del mondo, indotta dall’operare di una spinta interiore alla separazione, che crea l’inganno della falsa esistenza ed autonomia esteriore di potenze negative, ostili, opposte: è il dominio del Demiurgo, del “Principe di questo mondo”. In fondo, si tratta della trasposizione compiuta, sul piano metafisico, di quel che, in modo più grossolano poiché meramente razionalistico ed essoterico, al livello più basso di questo pur fondamentale piano, aveva proposto Marcione, citato da Evola nell’articolo di cui sopra.

Per facilitare la lettura e lo sforzo di comprensione dell’esposizione guénoniana, proponiamo l’articolo in due parti, ognuna divisa in brevi paragrafi esplicativi. Buona lettura.

Nell’immagine in evidenza, “Il demiurgo Urizen raccolto in preghiera mentre contempla il mondo che ha creato” (William Blake)

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di René Guénon (alias Palingenius) (*)

1. Premessa

Di tutti i problemi che costantemente hanno preoccupato gli uomini, ve ne è uno, quello dell’origine del male, che pare esser sempre stato il più difficile da risolvere, tanto da rivelarsi un ostacolo insormontabile per la maggior parte dei filosofi e soprattutto dei teologi: Si Deus est, unde Malum? Si non est, unde Bonum?

Il dilemma è effettivamente insolubile per coloro che considerano la Creazione come l’opera diretta di Dio e che, di conseguenza, sono obbligati a ritenerlo responsabile sia del Bene che del Male. Si dirà senza dubbio che questa responsabilità è in una certa misura attenuata dalla libertà delle creature; ma se le creature possono scegliere tra il Bene ed il Male, è segno che entrambi esistono già, almeno in principio, e se esse talvolta sono piuttosto propense a decidersi per il Male invece di essere sempre portate al Bene, ciò è dovuto al fatto che sono imperfette; ma come ha potuto Dio, se è perfetto, creare esseri imperfetti?

2. Perfezione come principio unico e causa prima

René Guénon nel 1908

È evidente che il perfetto non può generare l’imperfetto, perché, se così fosse, il perfetto dovrebbe contenere in se stesso l’imperfetto allo stato principiale ed allora non sarebbe più il perfetto. L’imperfetto non può dunque procedere dal perfetto per via di emanazione; potrebbe solo risultare dalla creazione ex nihilo; ma com’è possibile ammettere che qualcosa possa venire dal nulla, o, in altri termini, che possa esistere qualcosa che non abbia un principio? D’altronde, l’ammettere la creazione ex nihilo equivarrebbe ad ammettere l’annientamento finale degli esseri creati, poiché ciò che ha avuto un inizio deve anche avere una fine, e non vi sarebbe nulla di più illogico del parlare in tal caso di immortalità; del resto la creazione così intesa non è che un’assurdità, perché essa contraddice quel principio di causalità che nessun uomo ragionevole può in buona fede negare, per cui possiamo dire con Lucrezio «Ex nihilo nihil, ad nihilum nil posse reverti».

Niente può esistere che non abbia un principio; ma qual è questo principio? E non vi è in realtà un principio unico di tutte le cose? Se si considera l’Universo totale, è evidente che esso comprende tutte le cose, perché tutte le parti sono contenute nel Tutto; d’altra parte, il Tutto è propriamente illimitato, perché, se avesse un limite, ciò che è al di là di questo limite non sarebbe compreso nel Tutto, supposizione, questa, assurda. Ciò che non ha limiti può essere chiamato l’Infinito, e, comprendendo esso tutto, questo Infinito è il principio di tutte le cose.

D’altronde, l’Infinito è necessariamente unico, perché due infiniti che non fossero identici si escluderebbero a vicenda; ne consegue dunque che non vi è che un Principio unico di tutte le cose, e questo Principio è la Perfezione, poiché l’Infinito può esser tale solamente se esso è perfetto.

Così la Perfezione è il Principio supremo, la Causa prima; essa contiene tutte le cose in potenza, ed essa ha prodotto ogni cosa; ma allora, poiché non v’è che un Principio unico, che ne è di tutte le opposizioni che si colgono abitualmente nell’Universo: l’Essere ed il Non-Essere, lo Spirito e la Materia, il Bene ed il Male? Ci ritroviamo così di fronte alla domanda formulata all’inizio e che ora possiamo porre in un modo più generale: come ha potuto l’Unità produrre la Dualità?

3. Come  si è prodotta la dualità dall’Unità? Illusorietà di una distinzione.

a) Essere e Non Essere

Certuni hanno creduto di dover ammettere l’esistenza di due principi distinti, opposti l’uno all’altro; ma questa ipotesi è da scartarsi per quanto abbiamo precedentemente detto. Infatti questi due principi non possono essere entrambi infiniti, perché allora si escluderebbero a vicenda o si confonderebbero; se solo uno fosse infinito, esso sarebbe il principio dell’altro; e, se entrambi fossero finiti, non sarebbero veri principi, poiché dire che il finito può esistere di per se stesso equivarrebbe a sostenere che qualcosa possa venire dal nulla: infatti tutto ciò che è finito ha un inizio, logico anche se non cronologico. In tal caso, essendo entrambi finiti, essi devono procedere da un principio comune, quest’ultimo infinito, e così siamo ricondotti a considerare un Principio unico. Del resto, molte dottrine, abitualmente ritenute «dualistiche», non lo sono che apparentemente; nel Manicheismo, così come nella religione di Zoroastro, il dualismo era una dottrina puramente exoterica che celava la vera dottrina esoterica dell’Unità: Ormuzd e Ahriman sono entrambi generati da Zervané-Akerene e dovranno fondersi in lui alla fine dei tempi (1).

Mazdeismo-zoroastrismo: la celebre rappresentazione iconografica del Fravašay (Faravahar, fravashi), il doppio animico nella tradizione mazdea-persiana

La Dualità, nell’impossibilità di esistere di per stessa, è dunque necessariamente prodotta dall’Unità; ma in che modo può prodursi? Per comprenderlo dobbiamo anzitutto considerare la Dualità nel suo aspetto meno particolaristico, quello dell’opposizione tra l’Essere ed il Non-Essere; ma poiché l’uno e l’altro sono necessariamente contenuti nella Perfezione totale, appare subito evidente che tale opposizione non può essere che apparente. Sarebbe dunque più giusto parlare solo di distinzione; ma in cosa consiste tale distinzione? esiste in realtà indipendentemente da noi, od è semplicemente una conseguenza del nostro modo di vedere le cose?

Se per Non-Essere si intende il nulla, è inutile parlarne: infatti cosa si può dire del nulla? Non così se si considera il Non-Essere come possibilità d’Essere; l’Essere è allora la manifestazione del Non-Essere inteso in questo modo, ed è contenuto allo stato potenziale in tale Non-Essere. Il rapporto tra il Non-Essere e l’Essere è dunque il rapporto tra il non-manifestato ed il manifestato, e si può affermare che il non-manifestato è superiore al manifestato, di cui è il principio, poiché contiene in potenza tutto il manifestato ed anche ciò che non è, che non fu, né sarà mai manifestato.

Nello stesso tempo, è evidente che non si può parlare qui di una distinzione reale, poiché il manifestato è contenuto in principio nel non-manifestato; tuttavia, noi non possiamo concepire direttamente il non-manifestato se non attraverso il manifestato; questa distinzione dunque esiste, ma unicamente per noi.

b) Spirito e Materia (primo cenno) e Ternarietà

Se ciò vale per la Dualità colta nel suo aspetto di distinzione tra l’Essere ed il Non-Essere, a maggior ragione varrà per tutti gli altri aspetti della Dualità. A questo punto ci si accorge quanto illusoria sia la distinzione tra Spirito e Materia, sulla quale nondimeno, soprattutto nei tempi moderni, è stato costruito un così gran numero di sistemi filosofici aventi appunto tale distinzione a fondamento delle loro teorie, va da sé che se tale distinzione venisse meno, nulla più rimarrebbe di tutti questi sistemi. Inoltre possiamo notare che la Dualità non può esistere senza il Ternario: se il Principio supremo, differenziandosi, dà luogo a due elementi, i quali del resto sono distinti solo in quanto li reputiamo tali, questi due elementi ed il loro Principio comune formano un Ternario, sicché in realtà è il Ternario e non il Binario ad essere immediatamente prodotto dalla prima differenziazione dell’Unità primordiale.

c) Bene e Male (prima riflessione)

Statua di Lucifero nella cattedrale di Saint-Paul di Liegi (Belgio)

Ritorniamo ora alla distinzione tra il Bene ed il Male, la quale è appunto un aspetto particolare della Dualità. Quando si oppone il Bene al Male, generalmente si fa consistere il Bene nella Perfezione, o quantomeno in una tendenza alla Perfezione, ed allora il Male non è nient’altro che l’imperfezione: ma come può l’imperfetto opporsi alla Perfezione? Abbiamo visto che la Perfezione è il principio di tutte le cose e che, d’altra parte, non può produrre l’imperfetto, donde risulta che in realtà l’imperfetto non esiste, o almeno non può esistere che come elemento costitutivo della Perfezione totale; ma allora esso non può essere realmente imperfetto, e quel che noi chiamiamo imperfezione non è che relatività. Per cui un «errore» non è che una verità relativa: tutti gli errori, infatti, devono essere contenuti nella Verità totale, poiché, diversamente, questa trovandosi limitata da qualcosa di esteriore a se stessa non sarebbe perfetta, cioè non sarebbe la Verità. Gli errori, o piuttosto le verità relative, non sono che frammenti della Verità totale; è dunque la frammentazione a produrre la relatività, per cui la si potrebbe ritenere la causa del Male, sempre che «relatività» fosse realmente sinonimo di «imperfezione»; sennonché il Male non è tale se non quando lo si distingue dal Bene.

D’altra parte, se si chiama Bene il Perfetto, il relativo non ne è realmente distinto, poiché v’è contenuto in principio; dunque, dal punto di vista universale, il Male non esiste. Esso esiste solo, se si considerano le cose sotto un aspetto frammentario ed analitico, separandole dal loro Principio comune invece di vederle sinteticamente contenute in questo Principio, che è la PerfezioneCosì si crea l’imperfetto; e distinguendo il Male dal Bene, li si crea entrambi proprio con questa distinzione, poiché il Bene ed il Male sono tali solamente se messi in opposizione l’uno all’altro; inoltre, se il Male non esiste, non si può neppure parlare di Bene nel senso ordinariamente attributo a questa parola, ma solamente di Perfezione. È dunque la fatale illusione del Dualismo ad attuare il Bene ed il Male, ossia, considerando le cose da un punto di vista particolare, a sostituire la Molteplicità all’Unità, imprigionando così gli esseri su cui esercita il suo potere nel dominio della confusone e della divisione: tale dominio è l’Impero del Demiurgo.

d) Il simbolismo della “Caduta” biblica

Quanto abbiamo detto sulla distinzione tra il Bene ed il Male permette di comprendere il simbolismo della Caduta originale, almeno nella misura in cui queste cose possono venir espresse. La frammentazione della Verità totale, o del Verbo, che è in fondo la stessa cosa, frammentazione che produce la relatività, è identica alla segmentazione dell’Adam Kadmon, le cui separate particelle costituiscono l’Adam Protoplastes, cioè il primo formatore; la causa di tale segmentazione è Nahash, l’Egoismo o il desiderio dell’esistenza individuale. Nahash non è affatto una causa esteriore all’uomo, ma è in lui, inizialmente allo stato potenziale, diventandogli esteriore nella misura in cui l’uomo stesso l’esteriorizza; questo istinto di separatività, per la sua natura di provocatore di divisione, spinge l’uomo a gustare del frutto dell’Albero della Scienza del Bene e del Male. Allora gli occhi dell’uomo si aprono, perché ciò che era interiore è diventato esteriore in conseguenza della separazione che si è prodotta tra gli esseri; questi appaiono allora rivestiti di forme, le quali limitano e definiscono le loro esistenze individuali; e l’uomo pure è rivestito di una forma, o, secondo l’espressione biblica, di una «tunica di pelle»; egli si trova così racchiuso nel dominio del Bene e del Male, nell’Impero del Demiurgo.

e) il “Demiurgo”, Principe di questo mondo, e l’Avversario (“Shaitan”, Satana)

“La Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre” di Gustave Doré

Da questa breve esposizione per sommi capi e molto incompleta, risulta che il Demiurgo non è affatto una potenza esteriore all’uomo: non è che la stessa volontà dell’uomo allorquando realizza la distinzione tra il Bene ed il Male. Ma in seguito, limitato in quanto essere individuale da quella volontà che in realtà è la sua, l’uomo la ritiene come qualcosa di esteriore, e così essa diventa distinta da lui, non solo, ma opponendosi essa agli sforzi che l’uomo compie per uscire dal dominio in cui s’è egli stesso racchiuso, egli la considera come una potenza ostile, e la chiama Shaitan, l’Avversario.

Facciamo notare, del resto, che questo Avversario, che noi stessi abbiamo creato e che creiamo ad ogni istante (infatti non si deve pensare che la cosa si svolga in un tempo o in un luogo determinato) non è affatto cattivo in se stesso, ma è solamente l’insieme di tutto ciò che ci è contrario.

Da un punto di vista più generale, il Demiurgo, quale potenza distinta ed in quanto tale, è appunto il «Principe di questo Mondo» di cui si parla nel Vangelo di S. Giovanni; anche qui, egli non è propriamente parlando né buono né cattivo, o piuttosto egli è l’uno e l’altro, poiché contiene in se stesso il Bene ed il Male. Il suo dominio è il Mondo inferiore, che si oppone al Mondo superiore o all’Universo principiale da cui è stato separato, ma occorre rilevare che questa separazione non è mai stata reale in senso assoluto; essa è reale solo nella misura in cui la realizziamo, perché questo Mondo inferiore è contenuto allo stato potenziale nell’Universo principiale, essendo evidente che una parte non può realmente uscire dal Tutto. È questo, d’altronde, che impedisce alla Caduta di continuare indefinitamente: questa è un’espressione del tutto simbolica, e la profondità della Caduta è semplicemente la misura del grado di separazione. Con questa restrizione, il Demiurgo si oppone all’Adam Kadmon o all’Umanità principiale, manifestazione del Verbo, solamente come una sorta di riflesso, poiché non ne è affatto un’emanazione e non esiste di per se stesso; ciò è rappresentato dalla figura dei due Vegliardi dello Zohar e anche dai due triangoli del Sigillo di Salomone.

Ciò ci induce a considerare il Demiurgo come un riflesso tenebroso ed invertito dell’Essere, poiché altro non può essere in realtà. Esso non è dunque un essere, ma, secondo quanto abbiamo precedentemente detto, può venire inteso come la collettività degli esseri nella misura in cui essi sono distinti o, se si preferisce, in quanto essi hanno un’esistenza individuale. Noi siamo esseri distinti perché creiamo noi stessi la distinzione, la quale non esiste se non nella misura in cui la creiamo; creando questa distinzione, siamo gli elementi del Demiurgo, e, fintantoché siamo esseri distinti, apparteniamo al dominio di questo stesso Demiurgo, il quale è appunto la «Creazione».

f) il Demiurgo e la Creazione

Tutti gli elementi della Creazione, cioè le creature, sono dunque contenuti nel Demiurgo, stesso, il quale non può trarli che da se stesso, perché la creazione ex nihilo è impossibile. Considerato come Creatore, il Demiurgo produce per prima cosa la divisione, dalla quale non è realmente distinto, poiché egli non esiste che nella misura in cui la divisione stessa esiste; inoltre, siccome la divisione è la fonte dell’esistenza individuale, ed essendo questa definita dalla forma, il Demiurgo deve essere considerato come formatore, ed allora egli è identico all’Adam Protoplastes, così come già abbiamo visto. Si può ancora dire che il Demiurgo crea la Materia – intendendo con questa parola il caos primordiale, crogiuolo di tutte le forme – per poi organizzare questa Materia caotica e tenebrosa, ove regna la confusione, e farne scaturire le molteplici forme il cui insieme costituisce la Creazione.

Il Demiurgo

Si deve ora dire che questa Creazione sia imperfetta? Certamente non la si può considerare perfetta; ma se ci si pone dal punto di vista universale, essa è uno degli elementi costitutivi della Perfezione totale. La Creazione è imperfetta solo se la si considera analiticamente e separata dal suo Principio, e lo è d’altronde nella misura stessa in cui essa è il dominio del Demiurgo; ma, se l’imperfetto non è che un elemento del Perfetto, esso non sarà veramente imperfetto, per cui in realtà il Demiurgo ed il suo dominio non esistono, dal punto di vista universale, così come non esiste la distinzione tra il Bene e il Male. Ne consegue pure, sempre dallo stesso punto di vista, che la Materia non esiste: l’apparenza materiale non è che un’illusione, anche se non bisogna concludere che gli esseri che hanno questa apparenza non esistano, perché altrimenti si cadrebbe in un’altra illusione, quella di un idealismo esagerato e mal compreso.

g) Spirito e Materia

Se la Materia non esiste, per ciò stesso sparisce la distinzione tra Spirito e Materia. Tutto è Spirito in realtà, ma questo termine deve essere inteso in un senso del tutto diverso da quello attribuitogli dalla maggioranza dei filosofi moderni. Costoro, infatti, pur opponendo lo Spirito alla Materia, non lo considerano affatto indipendente dalla forma, per cui si può domandare in che cosa esso si differenzi dalla Materia; e se si afferma che esso è inesteso, a differenza della Materia che è estesa, come si può sostenere che l’inesteso possa esser rivestito di una forma? Del resto, perché questo volere definire lo Spirito? Che ciò avvenga con il pensiero o altrimenti, è sempre con una forma che si cerca di definirlo, ed allora non si tratterà più dello Spirito. In realtà, lo Spirito universale è l’Essere, e non questo o quell’altro essere particolare; è il Principio di tutti gli esseri, e tutti li contiene: perciò tutto è Spirito.

Quando l’uomo perviene alla conoscenza reale di questa verità, identifica se stesso ed ogni cosa allo Spirito Universale, ed allora ogni distinzione per lui scompare, ed egli contempla tutte le cose come in se stesso e non più come esteriori, perché l’illusione svanisce di fronte alla Verità, come l’ombra davanti al sole. Così, da questa stessa conoscenza l’uomo si trova liberato dai legami della Materia e dell’esistenza individuale, non è più soggetto alla dominazione del «Principe di questo Mondo», egli non appartiene più all’Impero del Demiurgo.

(*) È questo, crediamo, il primo scritto di René Guénon; esso fu pubblicato nel 1909 nel n. 1 di La Gnose. L’Autore, allora ventiduenne, firmava con lo pseudonimo di Palingenius (Rivista di Studi Tradizionali, n. 33).

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Nota redazionale

(1) da notare come invece Evola, nell’articolo “Mefistofele e l’androgino”, da noi ripubblicato con l’intitolazione “Le due concezioni della divinità”, insistesse sul carattere strettamente dualistico del mazdeismo persiano.

Tratto da: RigenerAzione Evola