COLUI CHE IL MONDO ALLUMA

di Rita Remagnino

Caro lettore, scrive Dante, alza idealmente gli occhi al cielo e osserva insieme a me l’opera ineffabile del sommo Artefice. Fissa lo sguardo sul punto in cui l’Equatore celeste e l’eclittica si intersecano, da questo snodo “si dirama / l’oblico cerchio [lo zodiaco] che i pianeti porta, / per sodisfare al mondo che li chiama” (Pd X 13-15). Qualora la divergenza tra le due linee fosse maggiore o minore, come già è accaduto in passato, l’ordine della Terra muterebbe influendo sul ciclo delle stagioni. Sappi inoltre che a partire da questo momento il nostro rapporto cambierà: finora ti ho imboccato con pazienza, ora però devi mangiare da solo perché io non potrò seguire te e contemporaneamente occuparmi dell’alta materia dei miei versi.
E’ il prologo di quella poetica dell’«inesprimibile» che tanta parte avrà nella Cantica, e qui in modo particolare. Il Paradiso vero e proprio inizia dal Quarto Cielo, sufficientemente lontano dall’ombra della Terra per non subirne gli effetti e libero d’irradiarsi attraverso la luce solare, che, secondo Platone, dà l’idea del Bene, principio in sé inconoscibile ma di cui si può intuire la capacità fecondante (La Repubblica, VI 1260-1270).
Sul Sole i beati non appaiono più sotto forma di immagini astratte che si muovono in ordine sparso ma compongono come tanti piccoli nuclei lucenti una formazione quasi metafisica. Ruotando e cantando essi disegnano dapprima la figura di un cerchio intorno a Dante e Beatrice, poi diventano due cerchi concentrici, ciascuno costituito da 12 spiriti. Totale 24.
Fondato sul rapporto con il sistema di calcolo sessagesimale derivato dai 360° della Circonferenza, il 12 con i suoi multipli ha rappresentato a lungo in Eurasia il numero della «buona armonia cosmica» capace di coniugare lo Spirito alla Tecnica. Diffuso nei vari sub-continenti (Europa inclusa) dalle migrazioni dei popoli Ari, esso era inoltre il numero-chiave del nuovo Zodiaco che rimpiazzò la primordiale simbologia cosmica di matrice polare, basata su una più antica serie settenaria legata alle Pleiadi.
Emblema di perfezione e sapienza la ruota zodiacale girava sulla testa dell’umanità preistorica come adesso gira attorno a Dante e Beatrice la danza solare degli Spiriti Sapienti, paragonati dal poeta alle stelle che ruotano accanto al Polo celeste. “Poi, sì cantando, quelli ardenti soli / si fuor girati intorno a noi tre volte, / come stelle vicine a’ fermi poli” (Pd X 76-78).

All’improvviso i lumi danzanti si fermano, come se fossero rimasti momentaneamente senza musica, ma si tratta di una «pausa tecnica» creata per dare la parola a Tommaso d’Aquino, che aumentando ad ogni frase il suo splendore racconta anche le vite di altri due autorevoli «soli»: san Francesco e san Domenico.
Quando Tommaso s’interrompe la corona ricomincia a ruotare e cantare, ricordando a Dante il ticchettio dell’orologio che invita i frati di un convento a partecipare al Mattutino. Vivificato dal contesto il poeta si lascia attraversare da un’emozione indescrivibile. Il cosmo è davvero l’opera perfetta del supremo architetto che in virtù di un disegno preciso ha fatto del Sole il “ministro maggior de la natura” (Pd X 28), il “padre d’ogne mortal vita” (Pd XXII 116), il «misuratore» cosmico che “del valor del ciel lo mondo imprenta” (Pd X 29).
Fonte astrale primigenia della temperatio mundi l’astro d’oro è il principale agente dell’ordine mondano, l’exemplum sensibile del procedere della ruota celeste che vivifica e riconduce a sé ogni creatura terrena attraverso una doppia azione energizzante: l’una naturale (calore), l’altra spirituale (bontà e magnificenza). Qualora l’equilibrio dovesse cessare, regnerebbero corruzione e malignità; difatti il Paradiso è pervaso dalla luce intellettuale piena d’amore che emana da dio (Pd XXX 41) mentre l’Inferno appare come il luogo “dove ‘l sol tace” (If I 60).
Dando origine a effetti caleidoscopici il Sole genera dunque la Luce che crea i colori, produce innumerevoli sfumature e tinge le nubi, cioè dà “quel color che per lo sole avverso / nube dipigne da sera o da mane” (Pd XXVII 28). Direttamente connesso al dono della Grazia divina il Sole rappresenta inoltre lo Spirito, come rivelano gli esseri superiori presenti nel Quarto Cielo, i quali, avendo dedicato la propria vita alla comprensione delle cose, appaiono al poeta come ardenti soli “per lo splendore della dottrina” (Pd X 76).
Beatrice precisa che il sole dei soli, dio, crea “sfavillando” (al verso 74 si legge addirittura “raggia”) e “sanza mezzo”, cioè senza l’intermediazione della materia, tutto ciò che è libero spiritualmente in quanto non soggiace alle virtù delle “cose nove”, ovvero le influenze ondivaghe delle stelle (Pd VII 64-72). E’ interessante notare come il paragone dell’atto creativo con le faville che sprizzano dal fuoco sia presente anche nella Mundaka Upanishad (2,1,1): “Come da un fuoco ben acceso a migliaia si dipartono scintille che hanno la stessa natura, così dall’Indistruttibile diverse creature nascono”. Ne consegue che oltre ad essere Luce e Spirito, l’astro solare è Fuoco.

Uscito dal mondo vedico per entrare nello zoroastrismo come principale agente di purezza rituale, prima d’intrufolarsi in tutte le altre religioni del continente, il Sole /Fuoco ha dato luogo nel tempo a celebrazioni rituali che lungi dall’essere una sequela di offerte e gesti meccanici, sacrifici e preghiere, hanno rappresentato l’intelligenza e l’anima. Ed è proprio questo il «taglio» che Dante sceglie di dare al suo canto, dove il Sole sotto forma di Fuoco è definito l’appagatore di ogni desiderio (Pd IX 8), la luce che illumina di sapienza e accende di carità l’intero consesso celeste (XV 76, XXV 54, XVIII 105), il calore benefico che permette il perpetuo fiorire della rosa sempiterna dei beati in un’aria d’immutabile primavera (XXX 126).
Una delle massime espressioni di questa forza positiva è l’Angelo/Beatrice, che s’infiamma più d’una volta rivolgendosi a Dante e risponde alle sue sorelle “colorata come foco” (Pg XXXIII 9). Più in generale la fiamma rappresenta in Paradiso lo splendore spirituale dei beati, degli angeli, di dio stesso. Persino il cerchio trinitario raffigurante lo Spirito Santo è paragonato al “foco / che quinci e quindi igualmente si spiri” (Pd XXXIII 119).
Sfrecciano tra queste immagini di rovente poesia i fulmini tonanti degli «dèi tempestari» dell’Eurasia arcaica, che, punendo, purificavano. In tutta evidenza i monoteismi successivi hanno rispolverato l’esistente senza inventare nulla di nuovo, a partire dalla nascita del Salvatore da una vergine per finire alla visione astrale, virtualmente latente in ogni essere umano e risvegliabile in chiunque intenda riscoprire la propria divinità attraverso un serio addestramento.
Ma non finisce qui: l’emanazione della luce/calore solare nella Commedia è legata all’irradiamento della divinità. Questo elemento della comune cultura è presente in tutte le tradizioni dell’Eurasia e nel corso dei millenni è stato raffigurato sotto forma di cerchi ruotanti, semplici o con un puntino al centro, raggiati o squadrati. Tutti simboli riconducibili alla swastica (solare, non polare), il cui nome deriva dal termine sanscrito svastica a cui viene dato il significato generico di «oggetto di buon auspicio».

Beatrice esorta il suo protetto a ringraziare il Sole degli angeli (dio) che lo ha sollevato fino al regno della luce. Una tappa spirituale di epica importanza. Dante la prende in parola, distoglie il suo amore da lei e si dedica interamente alla meraviglia che lo circonda.
Nel complesso gli spunti offerti dalla rodata simbologia solare camminano nella terza cantica sul doppio binario tracciato dalla Tradizione: da un lato c’è l’aspetto naturale (il rigeneratore del mondo) e dall’altro si trova quello soprannaturale (il rinnovamento interiore). La prima causa che vede il Sole accendere nel cielo stellato “le migliaia di lucerne” è chiaramente Cristo (Pd XXIII 29), mentre il Sole spirituale che motiva il cammino del pellegrino e “largisce la sua grazia appagando ogni desiderio” è dio (Pg VII 26, Pd IX 8, Pd X 53).
Ma neanche in Paradiso è tutto oro ciò che luccica poiché i fasci luminosi generano le ombre che agitano il cuore dell’uomo fino a fargli smarrire se stesso. Puntuali e immancabili, infatti, le ombre si stanno affollando in questo momento nei pensieri di Dante. Se ciò che dio ha creato è immortale, chiede, significa che il Sole fatto di una mistura elementare (il fuoco) può morire? La risposta di Beatrice è una ripetizione di cose già dette in precedenza: solo gli esseri del cielo, come gli angeli, mantengono la loro integrità originaria mentre la materia di cui sono fatti le stelle e gli astri è mortale.
Tommaso d’Aquino aggiunge che entrambi, il mortale e l’immortale, esprimono comunque ciò che il Signore iddio può generare amando. “Ciò che non more e ciò che può morire / non è se non splendor di quella idea / che partorisce, amando, il nostro Sire” (Pd XIII 52-54). Attraverso un sapiente gioco di parole il poeta attribuisce dunque all’azione di dio il verbo creare, che è diverso dal facere (fare, plasmare, modellare), l’azione di Satana.
Come sai, continua Beatrice, il mondo terreno è da millenni teatro della battaglia dei due principi, dio e anti-dio. Ma la «fine dei tempi» è prossima, perciò l’ordine primigenio verrà presto restaurato. Ad ogni modo tu non hai nulla da temere: se pensi a come venne modellato il corpo umano quando furono creati Adamo ed Eva, puoi dedurre logicamente la vostra resurrezione (spirituale, non della carne). “E quinci puoi argomentare ancora / vostra resurrezion, se tu ripensi / come l’umana carne fessi allora / che li primi parenti intrambo fensi” (Pd VII 145-148).

In accordo con la visione cattolica il Maestro aveva detto all’Inferno che nel giorno del Giudizio Universale “ciascun (…) ripiglierà sua carne e sua figura” (If VI 95-98), ma quello era Virgilio, non l’Angelo/Beatrice. Nel Quarto Cielo del Paradiso il poeta alza il tiro mostrando le anime sotto forma di scintille, cioè di punti luminosi; il messaggio è chiaro: se costoro si sono smaterializzati, come potrebbero riprendere le antiche sembianze?
In modo assai significativo Dante chiama il corpo “vesta”, cioè veste, rivelando implicitamente la sua convinzione che la vera essenza dell’uomo risieda in ciò che sta sotto: lo Spirito. Per il momento gli uomini sono ancora «vestiti», cioè infagottati nei panni della guerra tra opposti principi ereditata dal monoteismo dualistico di Zarathustra e di Mani (Spirito/Materia, Luce/Tenebre, Bene/Male, eccetera), ma siccome in precedenza il mondo non era apparso ai ragionamenti umani né buono né cattivo, solo imperfetto, non si può escludere un «superamento» di questa fase, ovvero il ritorno all’Unità primigenia.
Leggendo nella mente di dio Tommaso d’Aquino conosce i pensieri di Dante, sa di non essere creduto fino in fondo, e, massimamente, vede quanto l’altro sia riluttante ad accettare l’affermazione secondo cui Salomone sarebbe stato il più sapiente tra i sapienti.
Ma come, dio non infuse la massima sapienza consentita a un essere umano in Adamo, e poi in Cristo che è morto per noi sulla croce? Tommaso gli ricorda allora il sogno del re, che avendo la possibilità di chiedere al Signore qualsiasi cosa si limitò a desiderare la saggezza necessaria a governare con giustizia il suo regno. Avrebbe potuto reclamare per sé la sapienza in quanto tale, ma non lo fece. Quindi la sua affermazione precedente è fondata, oltre ad essere compatibile con quanto Dante crede riguardo alla sapienza di Adamo e Cristo.
Sarà comunque Salomone in persona a dissipare le ultime ombre (canto XIV 34-60). Vuoi sapere se le anime dei beati continueranno ad essere luminose dopo essersi riappropriate dei loro vecchi corpi? Sappi allora che essi saranno avvolti dall’aura luminosa fino a quando durerà la loro beatitudine, cioè per l’eternità. Però … c’è un però: siccome alla fine dei tempi i loro organi risulteranno rafforzati dall’accresciuto ardore di carità, le antiche fattezze non potranno mostrarsi tali e quali a prima; immagina dunque di poterle intravvedere in controluce come scorgi i carboni incandescenti dentro la fiamma di un focolare (Pd XIV 34-60).

Ricapitolando: l’uomo è stato fatto in due tempi poiché dio prima «plasmò» e poi «soffiò»; se ne deduce che la creazione dell’umana carne riguarda la prima fase, solo in seconda battuta appare la carne gloriosa e santa (Pd XIV 43) che alla fine dei tempi vedrà crescere ulteriormente la grazia divina, la visione di dio, l’amore e il proprio splendore. Trattandosi di «carni» differenti, appare dunque vana la speranza di poter rivedere con i propri occhi le persone care, non tutte le anime potranno trovarsi nello stesso momento allo stesso punto del percorso, né giungeranno contemporaneamente al medesimo livello di beatitudine.
A ciascuno la sua strada, per tutti c’è una sola certezza: vita-morte-rinascita. Torna il numero «tre» con i suoi multipli che s’impongono nel Quarto Cielo con maggiore forza perché il Sole è l’agente propulsore, il motore uno e trino. La cosa è oltremodo evidente in quello che sorge in congiunzione con l’Ariete, il quale imprime in modo ineguagliabile la virtù generante sulla Terra, regolandone l’ordinato sviluppo.
Il suo culmine è l’equinozio di primavera, scelto per questo motivo dagli Antichi come momento-simbolo per dare inizio all’anno calendariale. Nel massimo della potenza rigenerativa della Natura l’antenato arcaico vide la Terra come un punto su una linea retta mentre le sue sorgenti di luce, il Sole e la Luna, celebravano l’equilibrio perfetto del Cosmo, e, ammirato, pensò che niente avrebbe potuto esprimere con uguale intensità l’ordine perfetto del Tutto a dispetto del caos che lo aveva originato.
Non è escluso che l’importanza astronomica assunta delle Pleiadi attorno al 2.500 a.C. derivasse proprio dall’osservazione del loro sorgere in corrispondenza dell’equinozio di primavera. Fatto sta che il Sole in Ariete, cioè nel pieno della sua significazione sacrale, divenne uno dei capisaldi della cultura solare eurasiatica.
In esso la tradizione cristiana collocò la cosiddetta «Pasqua dei Fiori» dedicandola alla resurrezione di Cristo. Nel medesimo periodo il poeta-viator inizia il suo viaggio oltremondano (If I 38-40) e fa tappa nel cielo del Sole (Pd X 31-32), la cui immagine è il simbolo di dio unitrino, ovvero la meta del pellegrino devoto al quale dio concede la sua grazia (Pg VII 26, Pd X 53).
Non è del tutto chiaro come faccia il Fiorentino ancora vivo a mantenersi in equilibrio tra il sol oriens (che feconda la terra e rinnova i tempi) e il sol occidens (che conclude i tempi). Finora solo il Cristo risorto è stato figurato nel duplice aspetto di sol oriens e occidens, ma non sarebbe la prima volta che Dante si paragona al Salvatore.
Difficilmente, comunque, queste rodate alchimie funzionerebbero un domani; qualora una catastrofe atomica oscurasse per un lungo periodo il Sole, agli uomini mancherebbero gli strumenti spirituali necessari ad aggrapparsi all’energia seminale per fare poi uso del potere illuminante che scalda e rincuora. Sballottata tra gli influssi guerreschi di Marte e quelli giustizialisti di Giove l’ultima umanità del Ciclo presente vagherebbe nel nulla per un bel po’, prima di trovare rifugio nella vita contemplativa del Settimo Cielo, Saturno, in cerca di quiete.

Tratto da: Ereticamente

COLUI CHE IL MONDO ALLUMA
COLUI CHE IL MONDO ALLUMA

LA LIBERTA’ DI PAROLA

di Andrea Sartori

La libertà di parola non può e non deve mai passare per i roghi dei libri.

Non ti piace l’Islam? Invece di bruciare il Corano, ne contesti il contenuto. Questa libertà di contestare il contenuto del Corano come della Bibbia come di Das Kapital o dei discorsi del presidente della Repubblica o della cosiddetta “scienza” che oggi è imposta come una religione va assolutamente preservata. E quello che vale per il Corano vale, dall’altra parte, per I versi satanici e il suo autore Salman Rushdie. Su questo punto ritengo che la libertà di parola debba essere totale. Tanto la verità è un leone e sa benissimo difendersi da sola, scriveva Sant’Agostino.

Nell’oscuro Medioevo Pietro il Venerabile, nono abate di Cluny, era preoccupato per l’avanzata dell’Islam. Riteneva che “l’eresia maomettana” andasse combattuta. “E questo significa: scrivere”.

Cosa ti fa Pietro il Venerabile: fa tradurre il Corano in latino, servendosi anche dell’opera di un traduttore musulmano oltre che dei suoi monaci.

Questo in foto è il Libro della Scala di Maometto, che racconta il famoso Viaggio Notturno del Profeta che fu tra le fonti di Dante. Paradosso: di questo testo oggi esiste solo la versione latina, l’originale arabo è andato perduto: fu re Alfonso X di Castiglia a farlo tradurre dal medico ebreo Abraham Alfaquim e da Bonaventura da Siena “affinché si conoscano le bestemmie di Maometto contro Cristo”.

Ora se vuoi contestare, e devi essere libero di farlo, devi conoscere e non bruciare. Bruciare è roba da nazisti o da talebani. Nel Medioevo si intavolavano discussioni. Oggi si brucia

In libreria io ho anche il Capitale di Marx e il Mein Kampf. Bruciare o proibire è invece l’anticamera del totalitarismo che si fonda sempre sul terrore dell’ “altro da me”. Arrivando a volte a risultati grotteschi, come il veto cinese su Winnie the Pooh per dei meme in cui era accostato a Xi.

LA LIBERTA' DI PAROLA
LA LIBERTA’ DI PAROLA

Buddhismo nel Periodo Tokugawa: l’età della degenerazione

di Diana Natalie Nicole

Il Buddhismo nel periodo Tokugawa ha caratteristiche molto distanti da quello di epoca medievale, tempo nel quale aveva conosciuto la sua massima fioritura, tanto da essere definita “l’età d’oro del Buddhismo”. La causa di ciò non era solo rintracciabile nella particolare spinta innovatrice in campo dottrinale, ma anche dalla presenza di figure eminenti che hanno fortemente sostenuto tale pensiero. La posizione del Buddhismo nel tessuto sociale era tanto capillare da essere espressione di un’ideologia politica, ancor prima che spirituale.

Non può dirsi lo stesso per il Buddhismo nel periodo Tokugawa, considerata un’età di “degenerazione”, cosa che ha portato gli studiosi a concentrarvisi poco.

Confucianesimo e Buddhismo nel periodo Tokugawa

Il più rilevante cambiamento intellettuale di epoca Tokugawa è la nuova attenzione per il Confucianesimo, che ben si prestava alle rinnovate esigenze dello shogunato. In altre parole, il Confucianesimo andò di pari passo con la formazione del bakuhan (幕藩), il nuovo ordinamento sociale e politico. Esso, con la sua attenzione per le questioni politiche e sociali, conveniva perfettamente agli interessi dei governanti Tokugawa, che dovettero affrontare il grave problema di ristabilire l’ordine sociale dopo i disordini militari degli anni precedenti. Il Confucianesimo soddisfaceva le esigenze dell’uomo del tempo, offrendogli una nuova filosofia e soprattutto, una nuova cosmologia. Esso affermava, infatti, che dietro l’universo vi è la “ragione” che agisce all’interno della “materia”.  Anche dietro la società vi è un ordine, per giunta, morale. Lo studio dei principi fondamentali che conducono al “sapere” poteva mettere in contatto l’uomo con l’essenza di questo ordine morale, facilitata dalla funzione di governo che auspicava al suo raggiungimento.

In quest’opera di razionalizzazione, divenne evidente che il Buddhismo nel periodo Tokugawa rispondeva a questa esigenza politica solo in parte, mentre il Confucianesimo meglio poteva incarnare gli ideali di lealtà, ordine sociale e familiare perché essi stessi erano espressione di una gerarchia, di un’ortodossia intellettuale.

Repressione del Cristianesimo

Con il governo militare di Ieyasu Tokugawa, la regolamentazione delle istituzioni religiose fu demandata ad un istituto specifico. Si stabilì che ci sarebbe stato un tempio buddhista principale che avrebbe esercitato il proprio controllo sui templi minori, in un assetto piramidale conforme al complesso sistema amministrativo del tempo. Durante lo shogunato di Ieyasu, il Buddhismo divenne il contraltare del Cristianesimo, considerato eresia, avviando una vera e propria politica anticristiana. Per evitarne la diffusione istituì il cosiddetto “registro degli affiliati religiosi”: ogni singola famiglia era affidata ad un monastero locale e il capofamiglia doveva dimostrare, prendendo parte a rituali e cerimonie religiose, di non aver subito alcuna contaminazione spirituale. È da ricordare anche l’esecuzione di massa che costò la vita a 120 missionari nel 1622, al di là delle torture perpetrate nei confronti di coloro che erano sospettati di essersi volti al culto cristiano.

Tratto da: Eroica Fenice

Buddhismo nel Periodo Tokugawa: l’età della degenerazione
Buddhismo nel Periodo Tokugawa: l’età della degenerazione

LE TRE REALTA’ INDISSOLUBILI

a cura di Ottava di Bingen

“Bene, Bello e Vero sono tre realtà indissolubili:
ciò che è Vero necessariamente incarna il Bene attraverso la forma della Bellezza.
La Bellezza e la forma del Bene che,
ordinando la materia “caotica” ,
ne ottiene un oggetto:
il vero.
Dunque: tutto ciò che non fosse bene sarebbe simultaneamente non bello e non vero…”

LE TRE REALTA' INDISSOLUBILI
LE TRE REALTA’ INDISSOLUBILI

IL MONDO DI MEZZO

a cura di Mike Plato

“I signori del Leviatano sono superuomini, tutti gli altri sono sotto-uomini: se il Leviatano si affermasse, eliminerebbe religione e sapere, poiché esse permettono all’uomo di realizzarsi, cosa che il superuomo non tollera. Se dunque le religioni non sono eccezionalmente stupide, dovranno convivere senza relativismo, né sincretismo, per impedire al Leviatano di fonderle in un’unica realtà insignificante o di trarre vantaggio dai loro conflitti. Allora sì che, valorizzando la libertà personale e la morale naturale della vera amicizia, potrebbero rappresentare la grande resistenza spirituale dell’umanità al suicidio indotto dal Leviatano”. (Philosophie de la guerre (ed. Economica), Henri Hude).

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Carminati : E’ la teoria del mondo di mezzo compà. ….ci stanno… come si dice… i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo.

Brugia: embhè.. certo..

Carminati: e allora….e allora vuol dire che ci sta un mondo.. un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile che quello… come è possibile che ne so che un domani io posso stare a cena con Berlusconi..

Brugia: certo… certo…

Carminati: cazzo è impossibile.. capito come idea?. . .è quella che il mondo di mezzo è quello invece dove tutto si incontra. . cioè.. hai capito?… allora le persone.. le persone di un certo tipo… di qualunque. di qualunque cosa… .si incontrano tutti là. . .

Brugia: di qualunque ceto. .

Carminati: bravo…si incontrano tutti là no?.. tu stai lì…ma non per una questione di ceto… per una questione di merito, no? …allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno.
(Intercettazione di Carminati nell’inchiesta di Mafia Capitale)

IL MONDO DI MEZZO
IL MONDO DI MEZZO

La Cina appoggia le pretese argentine sulle Falklands-Malvinas

di Guido da Landriano

22 Giugno 2023

La Cina cerca di conquistare il Sud America con posizioni anti-colonialiste che, in alcune situazioni, possono risultare vincenti. L’ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite, Geng Shuang, ha appoggiato la rivendicazione dell’Argentina sulle isole Falkland e ha invitato i Paesi ad abbandonare il “pensiero coloniale”, avvertendo delle gravi implicazioni per l’ordine internazionale.

Geng, vice rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, ha fatto questi commenti martedì davanti a un comitato speciale sulla decolonizzazione, che ha adottato una risoluzione che invita la Gran Bretagna e l’Argentina a riprendere i negoziati sulle isole, note anche come Malvinas.

“La questione delle isole Malvinas è un retaggio storico del colonialismo. Anche se l’era coloniale è passata, l’egemonismo e la politica di potere che sono in linea con il pensiero coloniale esistono ancora oggi”, ha detto.
Geng ha affermato che questo modo di pensare ha un “grave impatto” sulle relazioni e sull’ordine internazionale e “danneggia seriamente” la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo dei Paesi coinvolti.

“La comunità internazionale deve rimanere estremamente vigile e resistere con determinazione”, ha dichiarato.
L’Argentina sostiene che le isole – che distano circa 600 km dalla sua costa nell’Atlantico meridionale – sono state conquistate illegalmente dalla Gran Bretagna, che sostiene di avere rivendicazioni territoriali che risalgono al 1765.

La disputa secolare è sfociata in una guerra di due mesi tra i due Paesi nel 1982, dopo che un tentativo di Buenos Aires di conquistare il territorio ha spinto la Gran Bretagna a inviare una task force navale per riconquistare le isole.
La questione è stata ripresa a marzo, quando l’Argentina ha abbandonato un accordo di cooperazione del 2016 – che riguardava questioni come l’energia, la navigazione e la pesca, ma non la sovranità – e ha chiesto di tornare a negoziare sulle isole.
Il segretario agli Esteri britannico James Cleverly ha ribadito con fermezza che le isole sono territorio britannico, sottolineando su Twitter che gli isolani “hanno scelto di rimanere un territorio d’oltremare autogovernato dal Regno Unito”.

Il referendum del 2013 sulle isole si è concluso con un 99,8% di voti a favore della permanenza della Gran Bretagna, ma gli abitanti sono solo 3600, quasi tutti pastori e pescatori di origine scozzese.
L’anno scorso il segretario argentino per gli affari delle Malvinas Guillermo Carmona ha sottolineato che il Paese sudamericano intendeva “approfittare” del clima geopolitico – compresa la guerra in Ucraina – per rafforzare il sostegno internazionale alla sua rivendicazione.

In un’intervista rilasciata a Reuters ad agosto, Carmona ha dichiarato che il mondo “raramente ha parlato così tanto dell’integrità territoriale dei Paesi come da quando la Russia ha invaso l’Ucraina a febbraio”. “Questo ha messo in evidenza il doppio standard di alcune potenze occidentali, come la Gran Bretagna, che applicano un criterio in Europa e un altro in Sud America”.

Alla riunione della commissione ONU di martedì, Geng ha dichiarato che Pechino “sostiene fermamente” la rivendicazione dell’Argentina sul territorio conteso e auspica la risoluzione delle controversie attraverso negoziati pacifici.
“Esortiamo il Regno Unito… a evitare misure che possano aggravare la tensione e il confronto, e allo stesso tempo a rispondere attivamente alla richiesta dell’Argentina di riprendere il dialogo e i negoziati”, ha dichiarato.

Sebbene le osservazioni di Geng si riferissero alle isole Falkland, esse riprendevano l’argomentazione di lunga data del ministero degli Esteri cinese, secondo cui gli Stati Uniti e altre nazioni occidentali cercano di mantenere il proprio dominio quando si oppongono alla presenza militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale.

Il corso d’acqua, ricco di risorse, è oggetto di rivendicazioni concorrenti da parte della Cina e di alcuni Paesi della regione che hanno espresso sempre più le loro preoccupazioni per le azioni cinesi e l’accumulo militare nelle aree contese. La differenza, non secondaria, è che sse le Falklands sono diverse migliaia di chilometri da Londra, le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale provengono da altri paesi rivieraschi come il Vietnam e le Filippine.

Comunque Pechino, con questa mossa, punta ad assicurarsi un appoggio da parte dei paesi sud americani nelle sue contese orientali. Tanto le Falklands sono lontane dal Mar Cinese.

Tratto da: Scenari Economici

La Cina appoggia le pretese argentine sulle Falklands-Malvinas
La Cina appoggia le pretese argentine sulle Falklands-Malvinas

UBUNTU: IO SONO PERCHE’ SIAMO

a cura di Sentiero Contemporaneo

Un antropologo ha proposto un gioco ai bambini di una tribù africana.

Ha messo un cesto di frutta vicino ad un albero e ha detto ai bambini che chi è arriva per primo, vince i dolci frutti.

Quando disse loro di correre, si presero tutti per mano e corsero insieme, poi si sedettero insieme a godersi i loro dolcetti.

Quando chiese loro perché avevano corso insieme, poichè uno avrebbe potuto avere tutti i frutti per sé, risposero:

“Ubuntu, come può uno di noi essere felice se tutti gli altri sono tristi? ‘

Ubuntu nella loro civiltà significa: “io sono perché siamo”

Quella tribù conosce il segreto della felicità che si è perso in tutte le società che le trascendono e che si considerano società civilizzate!

UBUNTU: IO SONO PERCHE' SIAMO
UBUNTU: IO SONO PERCHE’ SIAMO

SEI CAPACE DI AMARE TE STESSO?

a cura di Olga Orestova

“È facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei, quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente: ti brucia dentro, ed è un vero supplizio. Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci. Ma alla fine i nodi verranno al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, ripresentarti per quell’esperimento, sapere se sei realmente in grado d’amare.
È questa la domanda – sei capace d’amare te stesso? – e sarà questa la prova.”
Carl Gustav Jung

SEI CAPACE DI AMARE TE STESSO?
SEI CAPACE DI AMARE TE STESSO?

SOLITUDINE E SOCIALITA’ IN LUCIO ANNEO SENECA

a cura di Valentina De Cicco

È importante sapersi ritirare in se stessi:
un eccessivo contatto con gli altri,
spesso così dissimili da noi,
disturba il nostro ordine interiore,
riaccende passioni assopite,
inasprisce tutto ciò che nell’animo
vi è di debole
o di non ancora perfettamente guarito.
Vanno opportunamente alternate
le due dimensioni
della solitudine e della socialità:
la prima ci fa farà provare
nostalgia dei nostri simili,
l’altra di noi stessi;
in questo modo,
l’una sarà proficuo rimedio dell’altra.
La solitudine guarirà l’avversione alla folla,
la folla cancellerà il tedio della solitudine.

Lucio Anneo Seneca
“De tranquillitate animi”

SOLITUDINE E SOCIALITA' IN LUCIO ANNEO SENECA
SOLITUDINE E SOCIALITA’ IN LUCIO ANNEO SENECA

LA MAPPA NON E’ IL TERRITORIO

di Lorenzo Merlo

Per merito della logica, della supremazia del razionalismo, della scienza analitica, della fisica classica, siamo individui separati dal cosmo e dall’infinito. Così non ci avvediamo dell’orrore di fondo di cui siamo preda.

Capita, per strada, di chiedere informazioni sul posto a qualcuno. Gli mostri sulla mappa dove vorresti andare, lui l’afferra e inizia a farla girare, poi si ferma e guarda ancora il disegno e quindi, lasciandola perdere, indica cosa fare usando braccia e occhi e parole della sua lingua, per concludere con “non puoi sbagliare”.

La spiegazione si rivela poi del tutto insufficiente e il non puoi sbagliare mostra qualche difetto di verità. Stranamente, la storia si ripete nella maggioranza delle occasioni simili e anche il suo culmine conclusivo e rassicurante tende a non realizzarsi mai.

Tuttavia, è altrettanto certo che il nostro consulente d’occasione non era in malafede, tutt’altro. Voleva davvero darci una mano per raggiungere la nostra meta.

Viene da chiedersi come mai accade con tanta maggiore frequenza rispetto alla quantità di ripetizione dell’esperienza, come mai a parti invertite il risultato tendenzialmente non cambia, e anche come mai la medesima infruttuosa comunicazione si realizza, sebbene in forma differente, nella maggioranza degli scambi relazionali.

Cerca, cerca, la risposta si trova. Ognuno di noi, in ogni affermazione – anche non verbale –, si riferisce a una mappa mentale, tanto arbitraria e autopoietica, quanto necessaria. In quella mappa si muove a suo agio, tutto gli è chiaro. In ogni interlocuzione interpersonale non ha difficoltà ad impiegarla. Ha però meraviglia quando qualcuno dimostra di non aver compreso quelle affermazioni.

Una sorpresa che fa capo all’idea che una buona dialettica contenga comunicazione. E anche a quella che l’altro disponga del nostro medesimo universo. È il fideistico decanto dell’idolatria del razionalismo, prostrazione al feticcio di un’idea meccanicistica dell’uomo. E anche l’ottuso impiego di se stessi come unità di misura di tutto. Posizioni in cui vive forte e chiara la totale inconsapevolezza che siamo universi differenti, salvo che in minute circostanze ben delineate, con poche regole condivise – chiamiamole circostanze amministrative. Un’inconsapevolezza che ci impone di identificarci con il nostro giudizio, scambiandolo così come onesta descrizione della realtà, tanto da concepirla come oggettiva. Ma è un’identificazione che nasconde e impone una radicale separazione dall’altro. Che sancisce la propria mappa come valida per tutti. Che genera un mondo a base conflittuale, differente rispetto a quello che scaturirebbe dalla presa di coscienza che la realtà è nella relazione e che, quindi, non avvedersene ci tiene nella trappola della caverna di Platone. La verità non è mai per tutti quella che appare a noi.

Se un russo chiedesse a un giornalista medio italiano di spiegare le ragioni del conflitto in corso, otterremmo risposte che nulla hanno a che vedere con la verità russa della guerra. Gli strumenti dell’odierno giornalista medio non sono adatti ad aprire la scatola della verità russa. In questo caso, siamo nel ti piace vincere facile. Ma ugualmente accade in ogni relazione. Basti ricordare la quantità di equivoci e relativi disappunti, se non colpevolizzazioni date e ricevute, per renderlo evidente.

Presa coscienza del fatto che non possiamo fare a meno d’impiegare le costellazioni della nostra mappa per dire dove si trova la via, abbiamo il necessario per riconoscere che, così tutti facendo, troviamo l’origine dell’equivoco e del suo inetto fratello non può sbagliare.

È solo a quel punto che si inverte la rotta. Come prima si credeva di comunicare parlando, ora si sa che parlare non contiene comunicazione, se non nei suddetti campi chiusi, tecnici, amministrativi. Un cambio che comporta anche altro, tra cui la sostituzione dell’affermazione con l’ascolto.

Sarà proprio quest’ultimo ad alzare il rischio di riconoscere l’universo del prossimo e, contemporaneamente, a far partire un’intelligenza nuova, quella utile per riconoscere la mappa altrui, per rispettare le sue affermazioni, per cercare in noi il tempo e il modo utile a creare un contatto.

È quanto si fa in certi ambiti didattici, la cui grafica non è più rappresentabile da una freccia che, scoccata dal docente, si dirige retta verso il discente, ma da una circolare, indispensabile all’emittente per rimodulare l’affermazione non intesa dal ricevente.

Verrà allora il tempo in cui si cesserà di dare consigli, di credere nei pieni poteri della logica, di appellarsi all’idolatria del cosiddetto buon senso, come se fosse un cristallo puro identico in tutti gli universi che siamo. Un tempo in cui i proboviri e i delatori, allineati e coperti dietro i feticci materiali della conoscenza, perderanno il loro ordinario abuso di potere. Sarà il tempo in cui si capirà che dire “ovvio” è arrivare ultimi a comprendere che, fuori dai campetti di gioco dei saperi cognitivi, c’è il mondo e nessuna ovvietà. Restringere l’infinito entro scatolette della conoscenza analitica è uniformare gli universi ad una sola mappa. È l’inconsapevolezza che qualunque territorio di cui si voglia parlare prima deve essere ridotto a mappa, e che ciò verrà fatto secondo la propria capacità di disegnarla.

Sarà il tempo buono per percepire che c’è altro oltre alla propria mappetta imbrattata di scientismo e buoni propositi. Fino a che diverrà chiara la mappa di quei ciarlatani che citavano l’amore, non la laurea.

Nota al titolo:

La mappa non è il territorio è una formula di Alfred Korzybski (1879-1950), filosofo e matematico polacco, più volte ripresa testualmente da Gregory Bateson, Paul Watzlawick, altri, e implicitamente da tutta la ricerca sviluppata dalla Scuola di Palo Alto.

Tratto da: Ereticamente

LA MAPPA NON E' IL TERRITORIO
LA MAPPA NON E’ IL TERRITORIO