LA GUERRA POTEVA ESSERE GIA’ FINITA MA C’E’ CHI HA INTERESSE A CHE CONTINUI

di Mauro Coltorti

L’Ucraina che è la diretta interessata, poteva brindare alla fine della guerra da tempo. Era sufficiente accettare l’intermediazione di Trump e le condizioni purtroppo imposte dalla Russia. Ma quando non ci sono opzioni migliori si dovrebbe accettare quello che c’è. L’Ucraina è stremata da anni di guerra ed è evidente che anche con l’aiuto americano de dei “volenterosi” la guerra l’ha già persa. E non c’è possibilità che questa realtà cambi a meno che da una guerra locale si passi ad una guerra mondiale. A quel punto la prima nazione ad essere rasa al suolo sarebbe proprio l’Ucraina. Penso a quei giovani ucraini e russi al fronte che certamente non vedono l’ora che finisca e che possono tornare alle loro famiglie. Purtroppo Zelensky non è interessato al suo popolo e chiede più armi come se la penuria di uomini si potesse compensare con l’invio di una quantità più elevata di armi tradizionali. E’ ovvio che la Russia può inviare più uomini e l’Ucraina ha già esaurito le sue riserve a meno di non mandare al fronte i ragazzini. Quando la guerra terminerà e la Russia avrà annesso un numero più elevato di regioni e forse l’intera Ucraina qualcuno si ricorderà che c’era stata una possibilità di interrompere le morti e le distruzioni. Si potevano interrompere: 1. Prima di iniziarle; 2. Subito dopo l’inizio; 3. In più momenti sino ad oggi. Se non si sono interrotte è perché c’è chi con questa guerra ci guadagna miliardi, incluso molto probabilmente Zelensky. Sicuramente non l’Europa !!

UCRAINA: PERCHÉ ORA LA GUERRA DIVENTERÀ SEMPRE PIÙ “SIRIANA”

ALESSANDRO ORSINI – IL FATTO – 02.10.2025

Trump darà i temibili missili Tomahawk a Zelensky? Ho parlato di questo nella mia rubrica del martedì, “sicurezza internazionale”, sul canale YouTube del Fatto . Nessuno riesce più a fermare la guerra in Ucraina a causa della sua “sirianizzazione”. Una guerra è “sirianizzata ” quando presenta le caratteristiche della guerra scoppiata in Siria nel 2011 e mai conclusa. La prima caratteristica di una guerra sirianizzata è la molteplicità degli attori internazionali coinvolti nella lotta, ognuno con un’agenda diversa che persegue i propri obiettivi nazionali. Questa pluralità di interessi rende molto difficile accontentare tutti e porre fine all ’alimentazione esterna del conflitto. La seconda caratteristica di una guerra sirianizzata è il gioco a somma zero dovuto all’irriducibilità delle posizioni degli attori in campo: i nemici di Bassar al Assad concepivano soltanto il suo rovesciamento. Dal canto suo, Bassar al Assad concepiva soltanto la loro distruzione. La terza caratteristica di una guerra sirianizzata scaturisce dalla prima. Si tratta della mobilitazione di una grande quantità di risorse che impedisce al conflitto di spegnersi per l’esaurimento di soldi e munizioni. I Tomahawk costringeranno Putin ad accettare le richieste dell’Europa? No, i Tomahawk non faranno altro che accrescere la sirianizzazione della guerra. Semmai, aumenteranno le probabilità che Putin decida di marciare direttamente su Kiev sfondando il fronte dalla Bielorussia. Giorgia Meloni dovrebbe riflettere sul fatto che Putin sta arruolando una quantità impressionante di soldati, circa 300.000 negli ultimi nove mesi. Ecco la mia previsione: “Quanto maggiore sarà il volume di fuoco dell’Ucraina contro la Russia, tanto più grande sarà il volume di fuoco della Russia contro l’Ucraina ”. Di certo Putin non si arrenderà adesso, dopo avere scoperto, anche grazie alle rivelazioni di Guido Crosetto, che l’Unione europea è sostanzialmente disarmata. Se l’Ucraina ha sopportato migliaia di missili e droni russi, la Russia può sopportare di essere colpita da qualche Tomahawk. La Nato ha dato tutto quello che poteva e l’Ucraina si è ritrovata sempre più affossata: missili Himars, Atacms, Storm Shadow, Scalp, ma anche carri armati Abrams, Challenger, Leopard, bombe a grappolo, Patriot, Samp-t e pure gli F-16. L’Ucraina non ha fatto altro che sprofondare. Tutti si domandano come andrà a finire in Ucraina. Per esemplificare il mio pensiero, propongo di distinguere tra “cause generative ” e “cause cinetiche”. Le cause generative sono quelle che generano lo scoppio di una guerra. Nel caso della guerra in Ucraina, la causa profonda – così ha spiegato Jens Stoltenberg il 7 settembre 2023 davanti alla Commissione Affari esteri del Parlamento europeo –è stata l’espansione della Nato in quel Paese martoriato. Le cause cinetiche sono le cause che muovono e tengono in vita il conflitto sirianizzandolo. Un esempio di causa cinetica è l’ingresso della Finlandia nella Nato o gli accordi tra Merz e Zelensky per costruire missili a lunga gittata in Ucraina. Il fatto che la causa generativa della guerra in Ucraina venga rimossa, impedendo a Kiev di entrare nella Nato, non implica la fine della guerra perché le cause cinetiche hanno assunto una forza indipendente rispetto alla causa generativa. Le mie previsioni sono tre: 1) i Tomahawk renderanno la guerra ancora più distruttiva per l’Ucraina; 2) Putin aumenterà le sue richieste territoriali; 3) Putin inizierà a organizzare l’invasione di Kiev e poi valuterà se eseguire questo piano in base a una molteplicità di variabili. Repubblica e Carlo Calenda hanno attribuito a questa rubrica di avere previsto una guerra breve. È falso. Questa rubrica, sin dal primo giorno, aveva previsto la sirianizzazione della guerra, quindi, una g

LA GUERRA POTEVA ESSERE GIA’ FINITA MA C’E’ CHI HA INTERESSE A CHE CONTINUI
LA GUERRA POTEVA ESSERE GIA’ FINITA MA C’E’ CHI HA INTERESSE A CHE CONTINUI

GLI ZEN

di Franco Giovi

Lo zen o dovrei dire gli zen, derivano dal ch’an cinese, a sua volta trasmesso alla Cina dal grande Bodhidharma, il primo tra i Traduttori della sapienza indiana, alla cui radice si pone l’insegnamento della Bhagavad Gītā e, detto all’ingrosso, gli Yogasūtra e le Upanişad.

Come già lo yoga, così i successivi insegnamenti, tra tipologie culturali e Maestri diversi, si spiegano storicamente in fitte diramazioni che ora non è luogo elencare. Allo zen nipponico va dato il merito di rinnovare e demolire, con sconcertante essenzialità, i formalismi e le incrostazioni formatesi intorno all’opera significante.

Lla meditazione (originariamente dhyāna) priva di pensieri con cui si giunge al satori: l’Illuminazione che cancella la dualità di soggetto e oggetto, uomo e cosmo. Liberi dal sé, si è in tutte le cose e tutte le cose sono perché sono Luce Spirituale.

Come si intuisce, siamo dalle parti della “Luce Increata” che nel buddhismo (probabilmente l’uso della negazione per indicare cosa le cose non sono ha lasciato in Occidente un velo di incomprensione per il buddhismo, che viene ancora visto da qualcuno come un orientamento nichilista e passivo) è la vera, incontaminata natura dell’uomo interiore.

Non per caso, nascendo dalla pura ascesi, il buddhismo sino nell’aspetto religioso, manifesta un carattere non fazioso di disponibilità e gentilezza poco conosciute e praticate dalle tre religioni monoteiste, con la loro monomania di possedere ognuna l’unico Dio vero e la verità rivelata.

GLI ZEN
GLI ZEN

La sinistra abita in un mondo parallelo

di Marcello Veneziani

Maurizio Landini è la bestia nera dei lavoratori e il gadget portafortuna del governo Meloni. I suoi sioperi, pronunciati senza ci, i suoi comizi arrabbiati, il suo tono minaccioso, le sue dichiarazioni, la sua faccia feroce col naso perennemente rincagnato da un corruccio permanente sulla fronte, non servono minimamente alla causa dei lavoratori, non si ribellano a nessuna ingiustizia sociale e non producono nessun effetto pratico, nemmeno sulle cause globali alle quali si dedicano; in compenso danneggiano sicuramente gli italiani, bloccati da una ennesima giornata di sciopero. Alla fine portano consensi solo al governo Meloni, alla destra e ai suoi alleati. Da anni il sindacato serve alla promozione della carriera di Landini come leader della sinistra corrucciata, che grida, pretende, minaccia, come ai tempi in cui la Cgil e i sindacati erano davvero una grande forza composta da milioni di lavoratori “in lotta” e non da pensionati, migranti e ausiliari, come adesso. Ogni mattina la Meloni si alza e ringrazia i suoi nemici che la sostengono al governo coi loro attacchi: ringrazia Landini e la sinistra da passeggio, ringrazia le mille Gruber che la attaccano in video ogni giorno e le attribuiscono ogni guerra, nefandezza e carestia; ringrazia l’apparato mediatico-culturale-politico che col suo odio militante stimola i più dementi dell’estremismo a figurarla appesa a testa in giù. Ogni immagine di quel tipo avvelena il clima ma è uno spot in favore della Meloni più efficace di quelli che vantano il suo governo come il migliore della terra e di tutti i tempi.

Sulla catastrofe umanitaria di Gaza sapete come la penso, la condanna dei massacri di Israele nei confronti delle popolazioni inermi non ha l’ombra di una giustificazione; e non trova l’ombra di una effettiva, efficace reazione a livello internazionale, a partire dall’Europa e dall’America di Trump. Il tentativo di pace ora imbastito sarà in alcuni aspetti detestabile ma perlomeno ha buoni margini di riuscire a far cessare la carneficina e salvare il salvabile. Dunque, speriamo che si realizzi e che le parti in campo lo osservino sul serio.

Non amo, invece, le azioni dimostrative tipo quella della Flotilla, che non servono a nulla, non migliorano la vita del popolo palestinese, non impensieriscono minimamente Israele e servono soltanto per la ricaduta nostrana, non solo italiana. Ma riconosco perlomeno ai protagonisti dell’impresa un gesto simbolico e un piccolo atto di coraggio, pur con le spalle protette dal governo italiano che pubblicamente disprezzano e dalla sua buona amicizia con Israele che garantiva il buon esito finale. Quand’ero bambino o poco più mi colpirono i ragazzi della gioventù nazionale nostrana, missini e anticomunisti, che partirono per Praga, Danzica o Stettino invase dai carri armati sovietici. Erano atti di coraggio con alto valore simbolico ma con incidenza pratica pari allo zero. Rispetto alle azioni di questi giorni erano imprese destinate al silenzio dei media, colpivano solo l’area circostante e poco più; non avevano dunque nemmeno il ritorno di popolarità e consenso di queste iniziative in favore di telecamere.

Se arrivo a comprendere chi si è imbarcato su quelle navi, dissento invece dalle manifestazioni proPal esplose in Italia e condensate nel venerdì di sciopero generale. Uno sciopero indetto per la flotilla e non per i palestinesi. Col loro sciopero non hanno sfiorato minimamente i massacratori, non hanno impensierito Netanyau e i suoi soldati, abituati a bombe e massacri, fatti e subiti; ma hanno infierito contro i nostri poliziotti e carabinieri, contro le vetrine e le auto di inermi cittadini, contro la vita, il lavoro, i mezzi di trasporto di un Paese, lasciandolo in ginocchio. Qui ha ragione la Meloni: questi scioperi non aiutano i palestinesi, in compenso creano disagio agli italiani.

Certo, non è una novità. Per tornare alla mia infanzia, ricordo le manifestazioni contro l’intervento americano in Vietnam, che naturalmente ebbero zero incidenza sul Vietnam e sui governi ed eserciti statunitensi, ma inveivano contro i pavidi, inermi, incolpevoli governi Rumor nostrani, contro i nostri poliziotti, figli del popolo e non di papà, come lo erano invece molti manifestanti (Pasolini dixit). Certo, qualche migliaio di delinquenti o di esagitati non rappresentano i due milioni di cittadini che sono scesi in piazza in modo civile, anche se il tono della manifestazione è dato dagli slogan, dai cartelli, dai comizi: ed era una manifestazione bellicosa in nome del pacifismo, come succede spesso.

Capisco Landini, uno che mangia pane e sciopero ogni giorno, uno che è sposato col suo sindacato (la sua compagna di vita è l’ex leader della Cgil Susanna Camusso); rimpiango gli epici sindacalisti di una volta, come il grande Peppino Di Vittorio, cafone dalla parte dei cafoni, che difendeva davvero i lavoratori; con lui Landini ha in comune solo gli scarsi studi. Ma al di là del caso Landini (che Meloni dovrebbe proporre come Cavaliere del Lavoro e Commendatore della Repubblica per i servigi che rende al governo in carica) resta la strana sindrome della sinistra.

Come spiegarla? Di fronte ai fatti reali, alle tragedie vere, ai problemi concreti, si costruisce un mondo parallelo e va ad abitarlo, cercando lì, nel mondo che non esiste, la soluzione dei fatti reali. Davanti a una guerra, a un regime, a un genocidio, si indicono agitazioni, cortei, manifesti, e si arringa contro il potere in carica più vicino, cercando di far valere la proprietà transitiva: la Meloni è alleata a Trump e Netanyau quindi è lei la colpevole a noi più vicina da colpire. Non condivido affatto la prudente indulgenza del nostro governo verso i misfatti d’Israele e verso la scellerata simbiosi Hamas-Netanyau che è alle origini della persecuzione dei palestinesi. Ma da qui a caricarla di corresponsabilità e di gravi complicità nei massacri ce ne corre. Tutto l’Occidente fu allora corresponsabile e complice di tutte le invasioni, massacri, persecuzioni delle dittature comuniste nel mondo, perché non mossero mai un dito e mantennero attivi i rapporti non solo commerciali con l’est.

Ma quel che caratterizza la sinistra, soprattutto da noi, è questa vena mimetica: trasferisce la tragedia sul palcoscenico e simula la rivincita sulla realtà a teatro, inscenando sollevazioni di popolo contro le tragedie in corso, con le piazze piene, le condanne dai nostri palchi a distanza di sicurezza (alcune migliaia di chilometri) dai luoghi dei massacri. Ma tutto questo, come si sa, non incide minimamente sui veri scenari di guerra e sui genocidi, dove contano i rapporti di forza, capacità persuasiva, peso e valore dell’azione diplomatica, do ut des, e altri fattive condizioni. Loro, le anime belle, risolvono tutto in piazza, con un bel corteo che li assolve dalla cattiva coscienza e li fa sentire i migliori. Ma la realtà è un’altra cosa.

Per concludere e per dirla tutta, non limitandomi solo a osservare il versante sinistro: la destra si appiattisce sulla realtà, si adegua alla situazione, salvo poi rivestire la scelta di paroloni ideali, valori patriottici, ecc. La sinistra, invece, si trasferisce su un piano virtuale rispetto alla realtà e combatte una lotta parallela (simulata, differita, riversata su altri soggetti) che non incide minimamente sui fatti.

La destra si mimetizza nella realtà, la sinistra invece mima un altro mondo. Così la destra dura al governo e la sinistra dura all’opposizione. Amen.

La Verità – 5 ottobre 2025

Tratto da: Marcello Veneziani BLOG

La sinistra abita in un mondo parallelo
La sinistra abita in un mondo parallelo

IL CAVALLO CHE NON BEVE

di Giuliano Noci

Viviamo in un mondo che corre a velocità supersonica. Stati Uniti e Cina sfrecciano a bordo di bolidi tecnologici, mentre l’Europa si muove con l’inerzia di un cavallo da corsa che, pur davanti a un secchio d’acqua fresca, rifiuta di bere. L’Intelligenza Artificiale è la sfida del secolo, il carburante che ridisegna catene del valore e modelli di business. Eppure, noi restiamo fermi alla partenza.

Non possiamo nasconderci dietro alibi facili: questa volta Bruxelles non c’entra. L’UE investe in innovazione quanto gli Stati Uniti (0,7% del PIL). La differenza è nelle imprese: in America il settore privato destina il 2,3% del PIL a ricerca e sviluppo, in Europa ci fermiamo all’1,2%. Con l’IA va ancora peggio: spendiamo solo il 5% di quanto investono oltreoceano.

La fotografia è impietosa: negli USA i giganti della R&S non si chiamano più Ford o Pfizer, ma Alphabet, Meta e Microsoft. In Europa, invece, i campioni di vent’anni fa restano gli stessi di oggi: VW, Mercedes, Siemens. Un carosello lento, più simile a una giostra che a una corsa di cavalli.

Il problema è che la gara non aspetta. E mentre i cavalli americani e cinesi bevono e galoppano, il nostro resta fermo, lo sguardo malinconico perso all’orizzonte.

IL CAVALLO  CHE NON BEVE
IL CAVALLO CHE NON BEVE

ADL: IL POTERE OCCULTO CHE HA INFILTRATO LO STATO AMERICANO

di Luciano Tovaglieri
Segretario Nazionale di IGNIS Fuoco Italico

Per troppo tempo un’organizzazione privata, ideologicamente schierata e strutturata secondo modelli iniziatici, ha esercitato un’influenza profonda e spesso opaca all’interno dello Stato americano. La recente decisione del direttore dell’FBI Kash Patel di interrompere ogni collaborazione con l’Anti-Defamation League (ADL) segna una svolta storica: per la prima volta da decenni, un’agenzia federale chiude le porte a un attore esterno che era riuscito a penetrare nel cuore dell’apparato di sicurezza nazionale. Non si tratta di un gesto tecnico, ma di una vera e propria rottura politica e culturale.

L’ADL nasce nel 1913 come articolazione dell’Independent Order of B’nai B’rith, una confraternita ebraica fondata a New York nel 1843. Il B’nai B’rith, a differenza delle organizzazioni religiose convenzionali, adotta una struttura rituale e gerarchica modellata sulla massoneria: logge, gradi di iniziazione, simboli e cerimonie. Non si tratta di folklore, ma di un modello organizzativo che ha permesso la creazione di una rete internazionale compatta, disciplinata e dotata di un’identità ideologica forte. L’ADL è nata da questo humus: la sua missione ufficiale è combattere l’antisemitismo e difendere i diritti civili, ma sin dall’inizio ha avuto una dimensione politica e culturale più ampia, mirata a orientare l’opinione pubblica e le istituzioni.

Negli anni ’40, l’ADL stringe un’alleanza con l’FBI: fornisce dati, organizza corsi di formazione e contribuisce alla definizione dei criteri con cui individuare “gruppi estremisti”. Col passare del tempo, la collaborazione si approfondisce fino a una vera coabitazione: in alcuni uffici regionali, come in Connecticut, FBI e ADL arrivano a condividere spazi fisici. Si tratta di un fatto senza precedenti: un’agenzia federale che apre le sue sedi a un gruppo privato, ideologicamente connotato, con funzioni operative e formative.

L’influenza non si limita al piano logistico. L’ADL ha elaborato e diffuso glossari e manuali in cui definiva categorie di “odio” e “estremismo” spesso politicamente orientate. Nel 2025, questo è esploso in tutta la sua gravità: l’organizzazione aveva etichettato Turning Point USA, movimento conservatore fondato da Charlie Kirk, come vicino al “nazionalismo cristiano” e quindi meritevole di sorveglianza. Queste definizioni venivano utilizzate dall’FBI per indirizzare indagini e attività di monitoraggio. In altre parole, un soggetto privato dettava la cornice ideologica dell’azione federale.

La rottura è avvenuta dopo l’assassinio di Charlie Kirk nello Utah. Le incongruenze dell’indagine e il coinvolgimento di agenti provenienti dal Connecticut – la stessa sede della coabitazione ADL–FBI – hanno acceso il dibattito. Figure come Elon Musk e Candace Owens hanno amplificato le critiche, denunciando una deriva ideologica e una strumentalizzazione politica delle categorie di odio. Patel ha risposto tagliando i ponti, ritirando l’FBI dall’influenza dell’ADL e avviando una revisione delle partnership.

Questo episodio non è un’anomalia, ma la manifestazione di un processo lungo più di un secolo: un’organizzazione privata, nata in un contesto iniziatico e dotata di una forte coesione interna, ha progressivamente conquistato spazi dentro lo Stato, orientando politiche e definizioni sensibili. Non è un caso che l’ADL abbia avuto rapporti stretti anche con l’ONU e con reti transnazionali di advocacy: la sua forza è sempre stata la capacità di operare a cavallo tra sfera civile, politica e istituzionale.

La questione non riguarda l’identità religiosa, ma il principio democratico fondamentale: nessuna organizzazione privata, tanto più se fondata su appartenenze iniziatiche e ideologiche, può esercitare un ruolo così determinante nella definizione delle politiche pubbliche. Combattere l’odio e la discriminazione è compito dello Stato, non di strutture parallele che agiscono secondo logiche proprie.

La rottura tra FBI e ADL apre uno spazio politico nuovo. Significa affermare che l’apparato di sicurezza non può essere subordinato a criteri ideologici esterni, e che la sovranità democratica deve prevalere su reti di influenza che operano nell’ombra delle istituzioni. È un messaggio che va oltre gli Stati Uniti: in un’epoca di globalizzazione politica e culturale, anche in Europa esistono organizzazioni para-istituzionali e di stampo massonico che tentano di svolgere funzioni simili.

Svelare e denunciare questi intrecci non è complottismo, è un atto di igiene democratica, soprattutto per un movimento come IGNIS Fuoco Italico, che nasce espressamente per combattere l’influenza della massoneria in politica. La trasparenza e la separazione tra poteri pubblici e gruppi privati sono la base di ogni Stato libero. Quando questa separazione viene meno, si apre la strada alla manipolazione ideologica e al controllo politico mascherato da “lotta all’odio”.

La decisione di Kash Patel non chiude la partita, ma segna un precedente. Resta ora da vedere se altre agenzie e governi avranno il coraggio di fare altrettanto.

ADL: IL POTERE OCCULTO CHE HA INFILTRATO LO STATO AMERICANO
ADL: IL POTERE OCCULTO CHE HA INFILTRATO LO STATO AMERICANO

Il silenzioso collasso degli Stati Uniti

di Lucas Leiroz

October 17, 2025

Debito record e rischio nucleare espongono il declino di una superpotenza.

Mentre Washington insiste nel presentarsi come il baluardo dell’«ordine mondiale liberale», le fondamenta stesse dello Stato americano mostrano chiari segni di collasso. La realtà interna degli Stati Uniti oggi è caratterizzata da un abisso fiscale insormontabile, da una polarizzazione politica cronica e da un’allarmante incapacità di mantenere anche i più elementari sistemi di sicurezza nazionale. La recente escalation del debito pubblico, combinata con l’imminente collasso delle infrastrutture di monitoraggio nucleare, rivela che l’egemonia americana non è solo in declino, ma è sull’orlo del collasso funzionale.

Secondo i dati del Tesoro degli Stati Uniti, il debito pubblico lordo ha superato i 37,5 trilioni di dollari nel 2025, il livello più alto nella storia del Paese, superando il 120% del suo PIL. Ciò che è più allarmante è la velocità di questa crescita: solo negli ultimi 12 mesi, il debito è aumentato di oltre 2 trilioni di dollari, senza alcun contesto di emergenza come una guerra o una pandemia globale. Si tratta di una traiettoria insostenibile, tipica degli Stati falliti, che tuttavia si sta verificando nel cuore del sistema finanziario occidentale.

Allo stesso tempo, i tagli di bilancio imposti dallo stesso Congresso, bloccato in infinite dispute partitiche, hanno messo direttamente a repentaglio la sicurezza dell’arsenale nucleare americano. La National Nuclear Security Administration (NNSA), responsabile della supervisione e della manutenzione delle testate atomiche del Paese, ha ammesso pubblicamente che i suoi fondi garantirebbero il funzionamento solo per “ancora pochi giorni”. Una volta scaduto questo periodo, è iniziato un processo di spegnimento dei sistemi di monitoraggio, cosa impensabile per qualsiasi potenza minimamente funzionante.

Come può un Paese che spende centinaia di miliardi di dollari all’anno per finanziare guerre in territori stranieri – come l’Ucraina e la Palestina occupata – non essere in grado di finanziare la sicurezza del proprio arsenale nucleare? La risposta è semplice: gli Stati Uniti non sono più un Paese razionale, ma un “impero” in decadenza guidato dalle lobby aziendali, dagli interessi militari-industriali e da un’élite politica completamente scollegata dalla realtà nazionale.

L’attuale amministrazione repubblicana cerca di incolpare l’opposizione democratica per la paralisi del bilancio, mentre i democratici sabotano ogni tentativo di accordo al fine di minare politicamente il governo. Questa argomentazione è in parte valida, ma mette anche in luce la debolezza degli stessi repubblicani, che non riescono a contrastare il sabotaggio democratico. Questo teatro bipartisan non solo è disfunzionale, ma è anche suicida. Gli Stati Uniti sono in balia del proprio disordine interno, diventando una minaccia non solo per se stessi ma per il mondo intero, data la natura sensibile dei sistemi nucleari coinvolti.

Migliaia di dipendenti e appaltatori della NNSA sono già stati colpiti da chiusure e congelamenti dei finanziamenti. Sebbene il governo affermi che le “operazioni critiche” continueranno, non ci sono garanzie né trasparenza su ciò che rimarrà effettivamente funzionante. Un errore, un guasto alla manutenzione o anche solo una risposta ritardata a un incidente potrebbero avere conseguenze catastrofiche, tra cui fughe radioattive o detonazioni accidentali.

Nel frattempo, paesi come la Russia e la Cina continuano a rafforzare la loro sovranità energetica, i sistemi di difesa e la stabilità istituzionale. L’approccio multipolare che queste nazioni stanno costruendo, in particolare nell’ambito del quadro ampliato BRICS+, dimostra maturità strategica e responsabilità nei confronti dell’ordine globale, in netto contrasto con quanto si osserva a Washington.

Il declino dell’America non si esprime solo attraverso numeri o grafici economici. È visibile nell’incapacità di proteggere la propria popolazione, mantenere le infrastrutture di base o impedire che i giochi politici erodano l’integrità strutturale dello Stato. Quando anche l’arsenale nucleare, che dovrebbe essere l’ultima linea rossa, è vulnerabile ai tagli di bilancio, il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti non sono più in grado di guidare il mondo.

Il collasso all’orizzonte non sarà solo economico. Sarà istituzionale, militare e geopolitico. E di fronte a questo scenario, il mondo deve cominciare a cercare altre leadership – multiple, stabili, sovrane e genuinamente orientate alla pace – per garantire la sicurezza globale.

Tratto da: Telegra.Ph

Il silenzioso collasso degli Stati Uniti
Il silenzioso collasso degli Stati Uniti

Arte commercio e potere statale nel cuore della Via della Seta

di Pepe Escobar

October 16, 2025

Le brillanti culture eurasiatiche convergevano, interagivano e spiegavano le loro ali sulle antiche Vie della Seta.

Arte commercio e potere statale nel cuore della Via della Seta
Arte commercio e potere statale nel cuore della Via della Seta

DUNHUANG – Nel corso della storia, la Via della Seta – in realtà una rete di strade – è stata la principale arteria di comunicazione: il più importante corridoio di collegamento mai esistito, che attraversava l’antica Eurasia, collegando quelli che gli studiosi cinesi definiscono all’unanimità i principali sistemi di civiltà del mondo: Cina, India, Persia, Babilonia, Egitto, Grecia e Roma, oltre a rappresentare diverse fasi storiche degli scambi economici e culturali tra Oriente e Occidente.

Il prof. Ji Xianlin, uno dei massimi studiosi di Dunhuang, ha formulato un’affermazione destinata a far impazzire per sempre i suprematisti occidentali:

“Ci sono solo quattro, anziché cinque, sistemi culturali influenti nel mondo: cinese, indiano, greco e islamico. Tutti si sono incontrati solo a Dunhuang e nello Xinjiang, in Cina”.

La posizione geostrategica privilegiata di Dunhuang nel corso della storia era inevitabilmente destinata a generare spettacolari risultati artistici.

Dopo anni dai miei precedenti viaggi, poi lo shock del Covid, poi la successiva ripresa della Cina, ho avuto il privilegio di intraprendere finalmente un nuovo Viaggio in Occidente per ripercorrere l’antica Via della Seta originale, partendo da Xian – l’antica capitale imperiale Chang’an – attraverso il corridoio del Gansu fino a Dunhuang.

Le brillanti culture eurasiatiche convergevano, interagivano e spiegavano le loro ali sulle antiche Vie della Seta. Dunhuang, all’estremità occidentale del corridoio Hexi nella provincia di Gansu, era il centro nevralgico della sezione orientale della Via della Seta cinese, incorniciata dalle montagne a nord e a sud, dalle pianure centrali a est e dallo Xinjiang a ovest.

Dunhuang, il “Faro ardente”, occupava una posizione strategica di prim’ordine, controllando due passi: Yangguan e Yumenguan. L’imperatore Han Wu Di comprese chiaramente che Dunhuang era l’ultima grande fonte d’acqua prima del temibile deserto del Taklamakan a ovest, oltre a trovarsi a cavallo delle tre principali rotte della Via della Seta che conducevano verso ovest.

Yumenguan era l’importantissimo passo della Porta di Giada, istituito dall’impero Han nel II secolo a.C.: situato nel Gobi meridionale e all’estremità occidentale dei monti Qilian, segnava di fatto il confine occidentale della Cina classica.

Ho trascorso un’intera giornata di cielo azzurro e splendente nel passo e nei suoi dintorni dopo aver concluso un accordo con un tassista a Dunhuang. È emozionante ammirare come la dinastia Han organizzasse il proprio sistema di gestione del traffico, il sistema di fuochi di segnalazione e il sistema di difesa della Grande Muraglia (i resti della Muraglia Han sono ancora lì), garantendo la sicurezza del corridoio di collegamento a lunga distanza della Via della Seta.

Parlare con la carovana: il segreto degli “scambi tra popoli”

Nel Dunhuang Book Center, organizzato in modo impeccabile, i documenti storici lo definiscono “una metropoli dove si incontrano il popolo Han e i popoli non Han”. Un vero e proprio precursore degli “scambi tra popoli” di Xi Jinping. Lo spirito rimane, soprattutto nel favoloso mercato notturno, una festa gastronomica che dà il posto d’onore alle ricette uiguri.

Seta e porcellana dalle pianure centrali, gioielli e profumi dalle “regioni occidentali”, cammelli e cavalli dalla Cina settentrionale, cereali da Hexi: tutto veniva commerciato a Dunhuang. Accordi commerciali, migrazioni, giochi militari, scambi culturali, una profusione di letterati, studiosi, artisti, funzionari, diplomatici, pellegrini religiosi e militari hanno portato la cultura classica cinese in un mix effervescente – sogdiano, tibetano, uiguro, tangut, mongolo – tutto assorbito in quella che alla fine è diventata l’arte di Dunhuang.

Buddismo itinerante, nestorianesimo, zoroastrismo, islam: il sofisticato senso estetico di Dunhuang fu progressivamente influenzato dall’architettura, dalla scultura, dalla pittura, dalla musica, dalla danza, dalla tessitura e dalle tecniche di tintura provenienti dall’Asia centrale e dall’Asia occidentale.

Il termine “Via della Seta” nella Cina modernizzata e “moderatamente prospera” di Xi è una questione estremamente sfumata. Ad esempio, già a Xian, alla Pagoda della Piccola Oca Bianca, lo vediamo descritto come “Vie della Seta: la rete di rotte del corridoio Chang’an-Tian Shan”.

Si tratta di un’interpretazione geograficamente corretta, che sottolinea le montagne del Tian Shan invece del politicamente corretto Xinjiang (che per secoli è stato essenzialmente parte delle “regioni occidentali”, non necessariamente territorio cinese).

Per quanto riguarda l’inizio della Via della Seta, oggi esiste un’unica versione accettata dagli studiosi: l’imperatore Han Wu Di, nel 140 a.C., inviò Zhang Qian come ambasciatore nelle “regioni occidentali” con due missioni commerciali. I “Cronache del Grande Storico” mostrano che Zhang Qian, primo diplomatico ufficiale della storia cinese, aprì di fatto i canali di comunicazione con le “regioni occidentali” e che poi tutti gli stati del nord-ovest iniziarono a commerciare con gli Han, in particolare la seta.

Dal Museo di Storia dello Shaanxi di Xian all’Accademia di Dunhuang, compreso il museo del Gansu a Lanzhou, nelle interazioni con studiosi e curatori di musei, nonché a complemento delle formidabili mostre sulla Via della Seta, è affascinante ripercorrere la narrazione ufficiale ormai consolidata sulla Via della Seta, secondo la quale “la civiltà dell’antica Cina rappresentata dalla seta iniziò ad avere un impatto sugli stati delle regioni occidentali, dell’Asia centrale e dell’Asia occidentale”.

Era molto più complesso di così: spezie, metalli, prodotti chimici, selle, prodotti in pelle, vetro, carta (inventata nel II secolo a.C.), tutto era sul mercato, ma la tendenza generale è questa: i mercanti delle pianure centrali sfidavano i deserti e le vette montuose con carovane cariche di seta, specchi di bronzo e oggetti laccati provenienti dalla Cina, cercando di scambiarli con merci, mentre i mercanti delle regioni occidentali portavano pellicce, giada e feltri nelle pianure centrali.

Si può parlare di “scambi tra popoli” multietnici. E, a proposito, nessuno ha mai usato il termine “Via della Seta”; era “la strada per Samarcanda” o semplicemente le rotte ‘settentrionali’ o “meridionali” intorno al minaccioso deserto del Taklamakan.

Per quanto riguarda il sistema monetario della dinastia Tang…

Nel III secolo, Dunhuang era già al vertice della connettività della Via della Seta; fu allora che mercanti e pellegrini iniziarono a finanziare la costruzione delle vicine grotte buddiste di Mogao.

Le grotte di Mogao fanno parte di quelle che nella provincia di Gansu sono conosciute come le cinque grotte di Dunhuang. Si tratta dello stesso sistema di grotte: ne sono rimaste 813, di cui 735 a Mogao. Avvicinarsi a Mogao è di per sé un’emozione forte: dobbiamo salire su un autobus ufficiale del parco, affollato da milioni di turisti cinesi, che attraversa il deserto, e all’improvviso ci troviamo ai piedi orientali dei monti Mingsha, con il fiume Dangquan che scorre proprio davanti a noi, di fronte ai monti Qilian a est, con le grotte incastonate nella parete rocciosa, collegate da una serie di rampe e passerelle.

Le grotte iniziarono ad essere costruite già nel IV secolo e continuarono fino al XIV secolo (i primi dipinti murali risalgono al V secolo); si tratta di un gruppo di grotte su quattro livelli, lunghe 1,6 km da nord a sud lungo una scogliera alta fino a 30 metri. Le 492 grotte nella zona meridionale ospitano oltre 45 km di dipinti murali, oltre 2.000 statue dipinte e cinque cornicioni in legno. In origine erano utilizzate per il culto dei Buddha.

Ciò che siamo ancora in grado di vedere ci lascia senza fiato. Tra i pezzi forti vi sono una scena di lotta tratta dalla vita di Buddha nella grotta 290; una ragazza apsara – mitica danzatrice – nella grotta 296; il Re Cervo nella grotta 257; una scena di caccia nella grotta 249; un Garuda – definito in cinese come “l’uccello scarlatto” – nella grotta 285; le parabole della Città Magica dal Sutra del Loto, un capolavoro dell’alta dinastia Tang, nella grotta 217; un Bodhisattva seduto nella grotta 196; Bodhisattva adoranti perfettamente conservati nella grotta 285.

Le regole sono estremamente rigide: è possibile visitare solo alcune grotte selezionate, con una guida ufficiale, non è consentito scattare foto e le grotte possono essere illuminate solo dalla torcia della guida. Ho avuto il privilegio di visitare il sito con Helen, che ha studiato all’Università di Dunhuang e ora sta conseguendo un dottorato in Archeologia. Dopo la visita, mi ha spiegato in dettaglio l’innovativo lavoro di conservazione svolto dall’Accademia di Dunhuang.

La costruzione delle grotte è stata un’impresa spettacolare in termini di divisione del lavoro. Provate a immaginare: scalpellini per scavare e scavare una grotta nella scogliera; tagliapietre, che hanno anche scavato grotte; muratori per costruire strutture in legno o terra; falegnami, che hanno anche riparato gli attrezzi di legno; scultori per creare le statue; e pittori per dipingere le grotte e le statue.

Mogao, come esperienza estetica, non ha eguali nella sua straordinaria collezione di dipinti murali buddisti che attraversano la Cina, la Persia, l’India e l’arte dell’Asia centrale.

E poi c’è ciò che non possiamo vedere: più di 40.000 rotoli trovati nella grotta della biblioteca, il più grande deposito di documenti e manufatti scoperto lungo la Via della Seta, con testi sul buddismo, il manicheismo, lo zoroastrismo e la Chiesa cristiana orientale (dalla Siria) che mostrano quanto fosse cosmopolita Dunhuang. Questo fa parte del saccheggio europeo, accademico e non solo, delle ricchezze di Dunhuang iniziato alla fine del XIX secolo, una storia completamente diversa, complessa e lunga.

In termini geoeconomici, per quasi dieci secoli Dunhuang fu estremamente ricca, specialmente durante la dinastia Tang (dal VI al IX secolo). I Tang avevano un sistema monetario affascinante, con tre diverse valute: tessuti (seta e canapa), grano e monete.

Il governo centrale, nella capitale imperiale Chang’an, utilizzava un’unica unità aggregata per rappresentare tutti gli scambi commerciali. La guarnigione di Dunhuang era un posto strategico chiave: i pagamenti arrivavano in non meno di sei diversi tipi di seta tessuta. Beh, ogni luogo pagava le tasse con i propri tessuti prodotti localmente. Quello che facevano i Tang era trasferire tutti questi tessuti a Dunhuang. Gli ufficiali della guarnigione poi convertivano i tessuti delle tasse in monete e in grano, per pagare i mercanti locali e sfamare i soldati.

Quindi, in sintesi, la dinastia Tang iniettava continuamente grandi quantità di denaro – tramite tessuti – nell’economia di Dunhuang. Si tratta di un modello di sviluppo pubblico-privato, che certamente non è sfuggito ai pianificatori di Pechino quando, nel 2013, hanno ideato il concetto delle Nuove Vie della Seta.

Tratto da: Telegra.Ph

Sistema multivalutario: il futuro della finanza globale

Lorenzo Maria Pacini

October 15, 2025

Non si assiste a un processo lineare di sostituzione del dollaro con un’altra super-moneta, bensì all’affermazione progressiva di un sistema multivalutario, nel quale diverse monete coesisteranno in un equilibrio più articolato

Cosa abbiamo sul piatto

Lo sviluppo globale verso un mondo multipolare passa anche attraverso la ridefinizione dei criteri e degli standard delle valute con cui avvengono gli scambi commerciali. Faccio eco ad un eccellente video esplicativo del collega prof. Fabio Massimo Parenti dedicato al tema: stiamo andando verso un sistema multi-valutario, in cui l’egemonia del dollaro non sarà più presente e gli scambi dovranno essere necessariamente stabiliti in valute nazionali, i cui rapporti reciproci saranno ponderati su nuovi criteri di interazione dei mercati.

Per farci un quadro della situazione attuale, vediamo rapidamente quali valute sono maggiormente impiegate in questo momento, selezionandone otto, non necessariamente le più importanti per volumi ma quelle geograficamente più influenti.

Le valute nazionali, infatti, rappresentano uno degli elementi fondanti dei sistemi economici contemporanei, in quanto assolvono funzioni cruciali di scambio, riserva di valore, misurazione e potere sovrano. Tra le molte monete esistenti, alcune assumono un rilievo strategico per l’economia mondiale per la loro stabilità, ampiezza di utilizzo e capacità d’influenza geopolitica. Ognuna di esse incarna una particolare traiettoria storica e un differente modello di sviluppo economico e politico.

Per primo, inevitabilmente trattiamo il dollaro americano, che è la valuta di riserva dominante a livello globale, in costante declino.

Istituito ufficialmente nel 1792, inizialmente era ancorato a un sistema bimetallico (oro e argento), poi sostituito dal gold standard nel XIX secolo. Dopo la Seconda guerra mondiale, il sistema di Bretton Woods (1944) ne sancì il ruolo centrale, legando il valore del dollaro all’oro e fissando i tassi di cambio delle altre valute rispetto ad esso.

La fine della convertibilità in oro nel 1971, sotto la presidenza Nixon, aprì l’era del dollaro fiat, sostenuto unicamente dalla forza economica e politica degli Stati Uniti. Attualmente, il dollaro rappresenta circa il 58% delle riserve valutarie mondiali e oltre il 40% dei pagamenti internazionali. È emesso dalla Federal Reserve System, che ne regola l’offerta e i tassi di interesse con l’obiettivo di garantire stabilità dei prezzi e piena occupazione. La sua funzione di valuta di riserva con un buon impiego su scala globale, conferisce a Washington un “privilegio esorbitante”, che è la possibilità di finanziare disavanzi a costi ridotti, mantenendo un controllo significativo sul sistema finanziario mondiale.

Poi c’è l’euro, introdotto nel 1999 e messo in circolazione nel 2002, quale moneta ufficiale dell’Eurozona, composta da venti paesi dell’Unione Europea. È gestito dalla Banca Centrale Europea con sede a Francoforte e rappresenta la seconda valuta più importante del mondo.

La sua creazione rispondeva a obiettivi di integrazione economica e politica: riduzione dei costi di transazione, stabilità dei tassi di cambio e rafforzamento del ruolo dell’Europa nei mercati internazionali. L’euro ha tuttavia affrontato crisi significative, in particolare quella del debito sovrano europeo (2010-2012), che ha portato all’istituzione di meccanismi di stabilità e coordinamento fiscale. Oggi detiene circa il 20% delle riserve valutarie globali e costituisce un pilastro della finanza internazionale accanto al dollaro.

Il rublo è una delle più antiche valute tuttora in uso, risalente al XIII secolo, e divenne moneta ufficiale dell’Impero russo nel XVII. Dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991, la Federazione Russa introdusse un nuovo rublo, ridenominato nel 1998 dopo la crisi finanziaria di quell’anno.

Emesso dalla Banca Centrale della Federazione Russa, il rublo opera oggi sotto un regime di cambio fluttuante controllato. L’economia russa, fortemente orientata all’export di idrocarburi, conferisce alla valuta una certa volatilità, ma anche un’importanza strategica nel mercato energetico eurasiatico. Le sanzioni occidentali seguite al conflitto in Ucraina hanno accelerato il processo di dedollarizzazione della Russia, con un crescente utilizzo dello yuan e di altre valute locali negli scambi commerciali.

Lo yuan renminbi (“moneta del popolo”) fu istituito nel 1948, poco prima della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Inizialmente controllato rigidamente dallo Stato, ha conosciuto una graduale liberalizzazione a partire dalle riforme economiche di Deng Xiaoping di fine anni ’70.

Nel 2016 lo yuan è stato inserito nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo (SDR) del Fondo Monetario Internazionale, accanto a dollaro, euro, sterlina e yen, riconoscendo il suo crescente ruolo internazionale. Pechino promuove attivamente l’uso dello yuan nel commercio globale, soprattutto nell’ambito della Belt and Road Initiative. Inoltre, la Cina è stata la prima potenza economica ad avviare una valuta digitale sovrana (e-CNY), destinata a diventare una componente strutturale del sistema di pagamenti globale. Oggi rappresenta la nuova grande moneta che sta correndo a prendersi il primo posto nel commercio.

Quindi abbiamo la rupia indiana, derivata dal termine sanscrito rūpya (“moneta d’argento”), risale al XVI secolo, durante l’Impero Moghul. È la valuta ufficiale della Repubblica dell’India ed è emessa dalla Reserve Bank of India.

Dal 1947, anno dell’indipendenza, la rupia ha subito fasi di deprezzamento e liberalizzazione, fino all’introduzione del regime di cambio fluttuante controllato degli anni ’90. Pur non essendo una valuta di riserva globale, riflette la forza economica emergente dell’India, oggi una delle principali potenze del Sud globale. Il suo utilizzo nei commerci bilaterali con Russia, Iran e paesi africani ne sta ampliando il ruolo internazionale.

Non possiamo, sempre per ragioni geoeconomiche, non considerare l’importanza del rand, introdotto nel 1961 dopo la proclamazione della Repubblica del Sudafrica, prende il nome dal Witwatersrand, la regione aurifera che rese celebre l’economia sudafricana. È emesso dalla South African Reserve Bank ed è una valuta regionale di rilievo per l’Africa meridionale.

Il suo valore è fortemente influenzato dai prezzi delle materie prime, in particolare oro e platino, e dalle dinamiche politiche interne. Pur essendo soggetto a notevoli oscillazioni, il rand svolge un ruolo centrale come moneta di riferimento nell’African Common Monetary Area, che comprende anche Namibia, Lesotho ed Eswatini.

Il real brasiliano, importantissimo, fu introdotto nel 1994 con il Piano Real, una riforma economica volta a contrastare l’iperinflazione che aveva caratterizzato il Brasile per decenni. È emesso dalla Banca Centrale del Brasile e opera in un regime di cambio flessibile.

Il real riflette la diversificazione dell’economia brasiliana, che combina produzione industriale, agricoltura, risorse minerarie e un solido settore dei servizi. È oggi la principale valuta dell’America Latina e costituisce uno strumento fondamentale per gli scambi all’interno del Mercosur. In quanto membro dei BRICS, il Brasile promuove inoltre un rafforzamento delle transazioni in valute locali, riducendo la dipendenza dal dollaro.

Da ultimo ma non per minore importanza, abbiamo il dirham degli Emirati Arabi Uniti, introdotto nel 1973, che sostituì il riyal del Golfo ed è oggi una delle valute più stabili al mondo. È emesso dalla Central Bank of the UAE ed è ancorato al dollaro statunitense con un cambio fisso di circa 3,67 dirham per 1 dollaro.

Tale scelta riflette la forte connessione economica e commerciale tra gli Emirati e i mercati internazionali del petrolio, i cui contratti sono denominati in dollari. La stabilità del dirham è sostenuta dalle ingenti riserve in valuta estera e dal ruolo strategico di Abu Dhabi e Dubai come hub finanziari e logistici globali.

Negli ultimi anni, gli Emirati hanno avviato un processo di digitalizzazione del sistema monetario, partecipando a progetti congiunti con Arabia Saudita e Cina per la creazione di valute digitali di banca centrale (CBDC) destinate ai pagamenti transfrontalieri. Il dirham, pur non essendo una valuta di riserva, gode di grande credibilità nei mercati del Medio Oriente grazie alla stabilità politica e al forte avanzo della bilancia commerciale.

Otto valute che toccano otto zone del mondo geoeconomicamente molto rilevanti, e molte altre ancora stanno emergendo a gran velocità, facilitate dall’approccio multilaterale ai commerci e agli accordi.

Tutto il resto sarà storia

Primo Paese a guidare questa fase globale è la Cina, all’avanguardia in tutte le tecnologie e strategie valutarie, un Paese sta mostrando la strada per far sì che il “vecchio mondo” fiscale venga agilmente sorpassato e presto studiato come storia.

C’è sullo sfondo una strategia di respiro sistemico. La Repubblica Popolare Cinese, al pari di un numero crescente di Stati, sta progressivamente riducendo la propria dipendenza dal dollaro statunitense. Anche primari istituti finanziari occidentali, quali Bank of America e JP Morgan, hanno riconosciuto l’emergere di una tendenza strutturale alla dedollarizzazione, sempre più evidente nel panorama economico globale.

Uno degli equivoci più ricorrenti consiste tuttavia nell’interpretare tale processo come un tentativo da parte di Pechino di sostituire il dollaro con lo yuan quale principale valuta di riferimento internazionale. Si tratta, in realtà, di una lettura infondata: la Cina non ha mai espresso l’intenzione di imporre la propria moneta come unità di riserva dominante, ritenendo insostenibile un ordine economico fondato sull’egemonia di una sola valuta.

L’obiettivo strategico perseguito da Pechino consiste piuttosto nella costruzione di un sistema finanziario multipolare, caratterizzato da un crescente utilizzo delle valute locali negli scambi commerciali e negli investimenti. Non si tratta, dunque, di sostituire un’egemonia valutaria con un’altra, bensì di superare una configurazione moneta-centrica che, nel corso degli ultimi decenni, ha alimentato squilibri strutturali e disuguaglianze a livello globale. La sapienza asiatica, ancora una volta, colpisce nel punto giusto.

Sappiamo bene che nel corso degli ultimi settant’anni il dollaro statunitense ha consolidato la propria posizione di valuta di riferimento mondiale e che tale fiducia internazionale si è tradotta nella capacità per Washington di finanziare disavanzi sempre più consistenti, beneficiando di quello che è stato definito il “privilegio esorbitante” della propria moneta. Tuttavia, tale configurazione appare oggi progressivamente erosa. La quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è passata dal 71% nel 2000 al 58% nel 2025. Parallelamente, la quota detenuta in oro è aumentata fino al 20%, mentre lo yuan ha fatto il suo ingresso con una quota del 3,1%. Nel contesto dei pagamenti internazionali effettuati tramite il sistema SWIFT, la presenza del dollaro è diminuita dal 61% al 48% negli ultimi quindici anni, mentre la quota dello yuan è cresciuta da zero al 3%. Se si includono i circuiti di pagamento alternativi, non legati a SWIFT, le stime più recenti collocano la valuta cinese tra il 4 e il 10% dei pagamenti globali. Perché sì, lo SWIFT rischia di diventare presto un vecchio ricordo – ma di questo parleremo in un altro articolo.

In parallelo, Cina e Russia hanno sviluppato proprie infrastrutture di pagamento indipendenti dal controllo statunitense, consentendo di aggirare le sanzioni imposte nei confronti della Federazione Russa e di altri partner strategici di Pechino, quali l’Iran e il Venezuela. Una quota crescente di scambi energetici e di materie prime viene oggi regolata in valute diverse dal dollaro.

Paesi come Russia, India, Cina e Turchia conducono transazioni in yuan o in monete locali, mentre l’Arabia Saudita ha espresso l’intenzione di introdurre contratti future sul petrolio denominati in yuan, a seguito della scadenza del patto cinquantennale stipulato con gli Stati Uniti. Contestualmente, si registra un crescente interesse internazionale verso le valute digitali di banca centrale (CBDC).

Le dinamiche di dedollarizzazione appaiono pertanto il risultato di una pluralità di fattori: il ridimensionamento relativo dell’influenza statunitense, la crescita economica e politica del cosiddetto Sud globale e la crescente domanda di autonomia e democratizzazione delle relazioni internazionali. Dal 2014, il PIL cinese ha superato quello statunitense in termini di parità di potere d’acquisto, e la Cina è oggi il principale partner commerciale di oltre 150 Stati, contro i 46 degli Stati Uniti. L’emergere di un Sud globale più integrato e consapevole trova espressione nell’espansione dei BRICS Plus e della Shanghai Cooperation Organization, che insieme rappresentano circa la metà della popolazione mondiale e oltre il 40% del PIL globale.

In risposta a tali trasformazioni, gli Stati Uniti hanno adottato misure di natura prevalentemente coercitiva — guerre commerciali, dazi, sanzioni economiche, congelamento di attività finanziarie — che, lungi dal contenere la tendenza in atto, hanno contribuito ad accelerare la perdita di fiducia nel dollaro come valuta di riserva globale.

Non si assiste a un processo lineare di sostituzione del dollaro con un’altra super-moneta, bensì all’affermazione progressiva di un sistema multivalutario, nel quale diverse monete coesisteranno in un equilibrio più articolato. Ben 134 paesi risultano attualmente impegnati nello sviluppo di analoghi strumenti digitali sovrani. La dissoluzione dell’ordine monetario precedente segna dunque l’avvio di una fase di riequilibrio sistemico, destinata a ridefinire in profondità l’architettura delle relazioni economiche e politiche internazionali nei prossimi decenni.

Tratto da: Telegra.Ph

Sistema multivalutario: il futuro della finanza globale
Sistema multivalutario: il futuro della finanza globale

SOLIDARIETÀ ALLA PALESTINA: PACCHETTO TUTTO COMPRESO

di Enrico Galoppini

Premesso che manifestare solidarietà al popolo palestinese, nei modi che uno ritiene più opportuno (forzando blocchi, marciando, donando, parlando, scrivendo, mettendoci la faccia insomma), è giusto e sacrosanto; e che fa proprio pena e ribrezzo chi bofonchia, vede solo “violenti” e “antisemiti”, finisce per assumere posizioni pro Israele “perché qui e perché là”, eccetera eccetera pur di non dire una parola chiara su un’ingiustizia incredibile che non inizia il 7 Ottobre… e che può dirsi “la questione” per definizione (sempre che non si facciano concessioni al politicamente corretto)… Premesso tutto questo, bisogna anche prendere atto che nel campo filo-palestinese che scende in piazza (e ho già detto che almeno in buona parte di costoro si esprime almeno dell'”umanità”) c’è parecchia gente con cui non me la intendo affatto in termini di “visione del mondo” (il che si collega alla capacità di comprendere “la questione”). Quando si era contro la “dittatura sanitaria” percepivo maggiore “affinità” con la media di coloro che partecipavano alle manifestazioni alle quali io stesso ho partecipato. Non importava niente a nessuno se uno era “di destra” o “di sinistra”. Tutti tra l’altro avevano chiaro CHI tira le fila della cosiddetta Big Pharma e, in particolare, dei “sieri magici” altrimenti detti “vaccini contro il covid”.

Invece stavolta bisogna stare con le antenne ben dritte e/o tapparsi il naso. Perché per onestà intellettuale bisogna ammettere che alcuni distinguo capziosi e persino avvelenati della parte avversa a queste manifestazioni filo-palestinesi contengono un pezzo di verità. Se si vuol far fare un salto di qualità al modo in cui si sostiene “la causa” questo riconoscimento va operato.

Chi tira fuori determinante obiezioni e coglie alcune incongruenze lo fa per screditare, sminuire e ciurlare nel manico, ma che ci siano personaggi in kefia che solo tre anni fa m’insultavano perché loro avevano il Green Pass e io no; che ci siano “attivisti climatici” e “lgbt” in linea con gli “Obiettivi ONU 2030”; che ci siano in blocco gli “islamisti” pro “primavere arabe” targate CIA; che ci siano i sindacati che hanno accettato qualsiasi porcheria, fino al Green Pass; che ci sia quello che qualcuno chiamò “il partito di Bibbiano”; che ci siano i più ottusi “antifa”… ebbene, non sono particolari sui quali, dal mio punto di vista, posso glissare come se non esistessero, in nome del “supremo obiettivo”. Anche perché proprio a causa della presenza di simili soggetti “la causa” viene ipso facto incasellata entro limiti gestibili per il baraccone stesso di cui essi sono parte integrante.

Facciamo un esempio pratico, così ci capiamo anche con chi fa fatica a stare sul teorico. Se fai un corteo per la Palestina e passi dalla sede di Pro Vita è imperativo andare oltre e non devi prenderla di mira. Che cazzo c’entra attaccare Pro Vita? Ma la mia è solo una domanda retorica, perché so bene che per chi tira le fila della “Sinistra” è necessario prendersi il “pacchetto tutto compreso”. Devi essere pro Palestina ed essere per l’aborto come e di più ancora lo vogliono i progressisti. Sei per la Palestina? Allora devi “lottare per tutti i diritti”, compresi quelli chi pretende di andarsi a comprare un figlio perché naturalmente non può farlo. Hai la bandiera palestinese sull’uscio di casa dal 2010? Non importa, devi ripetere come un automa, come se non sapessi nulla di Storia, che Israele è “il Fascismo”. Potrei andare avanti parecchio con altri esempi, ma già questi sono sufficienti per comprendere come uno come il sottoscritto, che un po’ di mondo arabo ed islamico lo mastica, non può bersi la favola del palestinese “antifascista” tout court, pro arcobaleno e disposto a ridurre la famiglia al simulacro occidentale. E anche qui mi fermo, ma gli esempi di questo “palestinese immaginario” ad uso e consumo delle ideologie occidentali alla moda potrebbero sprecarsi.

La chiudo qui, tanto i miei tre lettori apprezzano la mia onestà intellettuale, sennò possono trovare sfogo nelle tante pagine “militanti” in circolazione. Quello che ci tenevo a dire è che, ferma restando la mia posizione in favore della lotta dei palestinesi per la terra, la dignità e la libertà, non rinuncerò mai alla mia autonomia di giudizio, non gradendo l’intruppamento in un “pacchetto tutto compreso”.

SOLIDARIETÀ ALLA PALESTINA: PACCHETTO TUTTO COMPRESO
SOLIDARIETÀ ALLA PALESTINA: PACCHETTO TUTTO COMPRESO