IO STO CON LA VERA UMANITA’

di Roberto Siconolfi

Io sto con le maggioranze silenziose

Io sto con il maschio, bianco, occidentale

Maschio, bianco, occidentale sempre più insofferente, scoglionato, per le sbobbe umanitarie e terzomondiste

Io sto con Trump e coi populisti americani

Con l’Ukip di Nigel Farage

Con AfD, la Le Pen e il generale Vannacci

Non me ne frega un cazzo della Global Sumud Flottilla perché è il cavallo di troia delle sinistre woke, ambientaliste, immigrazioniste e vacciniste, e dubito che per la vita dei palestinesi qualcosa di buono venga da lì

Non me ne frega un cazzo delle piazze che manifestano

Non me ne frega un cazzo delle piazze dell’egemonia culturale della sinistra

E non è una questione di complotti o di chissà quale manovra che sta dietro a quelle piazze

È un fatto antropologico

Li c’è una umanità che non mi rappresenta

Amen!

IO STO CON LA VERA UMANITA'
IO STO CON LA VERA UMANITA’

LA PROSTITUZIONE NEL MEDIOEVO

di Tania Perfetti

La prostituzione medievale si colloca in uno spazio ambiguo, sospeso tra condanna morale e tolleranza pratica, tra repressione e istituzionalizzazione. Parlare di prostituzione in quell’epoca significa penetrare nel cuore di un mondo che riconosceva l’ineluttabilità di certi comportamenti, pur avvertendone il peso del peccato. La Chiesa, i poteri comunali e le comunità urbane svilupparono nei secoli un atteggiamento oscillante: da un lato la donna che si prostituiva era considerata peccatrice e reietta, dall’altro la sua presenza veniva accettata, persino regolamentata, come male necessario alla salvaguardia dell’ordine sociale.

LA TOLLERANZA DEL “MALE NECESSARIO”

Già sant’Agostino nelle sue riflessioni sulla società cristiana, sosteneva: «togliete le prostitute dalla società e scuoterete tutto con i piaceri» (De ordine, II, 4). Questa idea di “male necessario” divenne un punto di riferimento nel Medioevo, trovando eco in Tommaso d’Aquino, che nella Summa Theologiae (II-II, q. 10, a. 11) ribadiva la necessità di tollerare certi mali per evitarne di peggiori.

Da queste premesse derivò la pratica, a partire dal XIII secolo, di regolamentare la prostituzione anziché abolirla. Le città comunali istituirono veri e propri bordelli pubblici, sottoposti a un controllo preciso: non si trattava di un’accettazione morale, bensì di un contenimento pragmatico.

LEGGI E REGOLAMENTI COMUNALI

Gli statuti medievali offrono un materiale ricchissimo. A Perugia, gli Statuti del 1342 prescrivevano che le prostitute vivessero in zone delimitate e portassero un segno distintivo, pena una multa. A Firenze, i Capitoli del bordello del 1403 fissavano il luogo in cui le donne dovevano esercitare, le tariffe e persino le modalità di vestizione, proibendo loro di indossare sete o gioielli, riservati alle donne “oneste”.

Siena istituì già nel 1309-1310 un bordello comunale nei pressi di Porta Ovile: i proventi delle tasse pagate dalle prostitute andavano a finanziare spese cittadine, un aspetto che rivela l’integrazione fiscale del fenomeno. A Bologna, invece, gli statuti del 1259 e del 1288 imponevano che le meretrici risiedessero in zone marginali, come il “Borgo delle Tette”, ben lontano dalle chiese e dalle scuole.

Anche fuori dall’Italia il modello era diffuso. Ad Avignone, nel XIV secolo, il bordello comunale fu posto sotto la protezione papale: le autorità ecclesiastiche preferivano incanalare e controllare la prostituzione piuttosto che combatterla con una repressione inefficace.

MARGINALITA’ E INTEGRAZIONE

Le prostitute vivevano in una condizione paradossale: isolate e stigmatizzate, ma al tempo stesso parte integrante della vita urbana. Erano spesso costrette a portare abiti distintivi: a Venezia, per esempio, dal 1360 fu loro imposto di indossare una sciarpa gialla; a Bologna, una manica speciale di colore rosso. Il colore non era casuale: il giallo richiamava il tradimento e l’infamia, il rosso la lussuria.

Molte provenivano da famiglie contadine migrate in città, senza dote o sostegno familiare. Alcune vi giungevano per debiti, altre dopo violenze o abbandoni. Gli statuti comunali cercavano di “incanalare” queste vite, relegandole ai margini, ma non riuscivano mai a estirpare il fenomeno, perché la prostituzione svolgeva una funzione economica e sociale riconosciuta, pur se contraddittoria.

REPRESSIONE E REDENZIONE

La condanna morale non veniva mai meno. Predicatori come Bernardino da Siena e Girolamo Savonarola inveivano con veemenza contro le meretrici e i loro clienti, vedendo nella prostituzione il simbolo della decadenza morale delle città.

Parallelamente si sviluppò un movimento di “redenzione”: ordini religiosi e confraternite istituirono domus conversorum o “case delle convertite”, dove le prostitute pentite potevano ritirarsi. A Firenze, le Convertite di Santa Maria Maddalena nacquero proprio con questo scopo. La figura della Maddalena, trasformata da peccatrice in penitente, divenne il modello spirituale di queste esperienze.

UNA LENTE SULLA SOCIETA’ MEDIEVALE

La prostituzione medievale è dunque una finestra privilegiata sulla mentalità del tempo. Essa riflette il continuo compromesso tra il rigore della morale cristiana e le necessità concrete dell’ordine urbano. I bordelli pubblici e i regolamenti comunali mostrano un Medioevo meno monolitico di quanto si creda: capace di grande severità, ma anche di un pragmatismo che giustificava il peccato per garantire stabilità sociale.

La condizione della prostituta medievale ci ricorda infine come la marginalità femminile fosse strettamente legata alla questione economica, alla dote, al matrimonio e alle fragilità della vita urbana. Guardare a queste figure significa leggere non solo la storia di donne emarginate, ma le dinamiche profonde di una società che, proclamando l’ideale della purezza cristiana, doveva fare i conti quotidianamente con le contraddizioni del corpo e necessità.

FONTI PRIMARIE

• Statuti comunali di Bologna (1259, 1288).Statuti di Perugia (1342).

• Capitoli del bordello di Firenze (1403). Statuti di Siena (1309-1310). Agostino d’Ippona, De ordine.

• Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae. Bibliografia secondaria Jacques Rossiaud, La prostituzione nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 1985.

• Carlo Ginzburg, Ecstasies: Deciphering the Witches’ Sabbath, New York, Pantheon, 1989.

• James Brundage, Law, Sex, and Christian Society in Medieval Europe, Chicago, University of Chicago Press, 1987.

• Guido Ruggiero, The Boundaries of Eros: Sex Crime and Sexuality in Renaissance Venice, Oxford, Oxford University Press, 1985.

IMMAGINE

Un bordello-bagno nel 1470. Questo acquerello raffigura un uomo in abiti di corte e un re che guardano attraverso una finestra osservando la dissolutezza nei bagni. Uomini e donne nudi si lavano e mangiano insieme, mentre due coppie nei bagni e una coppia in una stanza adiacente si baciano e si accarezzano. Le prostitute indossano veli elaborati e collane di gioielli. Il pittore, il Maestro di Antonio di Borgogna, scelse di ambientare la scena di lusso in un bordello o bagno fiammingo contemporaneo.

LA PROSTITUZIONE NEL MEDIOEVO
LA PROSTITUZIONE NEL MEDIOEVO

L’ESPERIENZA DIRETTA DELLO SPIRITO

a cura di Martino Zeta

Gli stregoni parlano dello Spirito non per fede ma per esperienza diretta; non lo vedono come i cristiani vedono Dio, ossia un padre amorevole che si trova sopra tutto. Lo Spirito, invece, è qualcosa di molto più diretto e immediato: uno stato di coscienza che trascende la religione. Lo Spirito parla e lo si può ascoltare purchè si stia nel giusto stato di coscienza, silenzio interiore. Lo Spirito sussurra oppure dispiega immagini davanti al nostro occhio interiore. Per parlare con lo Spirito bisogna proprio cambiare stato di coscienza, ecco perchè spesso c’è stata necessità, come per gli antichi veggenti o anche, come si vede in occidente in tutti gli ordini esoterici, di particolari cerimoniali e rituali per passare da uno stato di coscienza ordinario ad un altro diverso, sottile, intenso. Il problema di queste pratiche è che vincolano e rendono dipendente il praticante dal simbolismo e gli fanno perdere di vista il collegamento originario, diretto e personalissimo con l’essenza autentica dello Spirito. Lo Spirito si trova dietro tutto ciò che esiste. Il cammino, come noi l’abbiamo intrapreso è l’arte del silenzio. Il silenzio è un passaggio tra i mondi: nel mettere a silenzio la mente, la persona diventa veicolo dello Spirito e tutte le sue azioni cominciano a radunare potere.

(Hermelinda – Memorie di una viaggiatrice dello spirito)

L'ESPERIENZA DIRETTA DELLO SPIRITO
L’ESPERIENZA DIRETTA DELLO SPIRITO

I VOLTI DI DIO

di Chiara Rovigatti

IL Padre è Vita e in quanto tale si esprime e partorisce: il frutto del Suo parto è l’Etz-Chaim, l’Albero della Vita appunto, dalle mille espressioni, dalle mille apparenze.

Perchè ciò che è in Alto, è pure in basso e tutto è Suo ed è da Lui: anche quello che sembra non esserlo.

Il Padre quindi ha 2 Volti (Macro e Microprosopo): il primo è ciò che è in Sostanza, il secondo è ciò che manifesta emanando da Sè, emanando dal Grande Volto.

I VOLTI DI DIO
I VOLTI DI DIO

LA MAFIA E LE SUE ORIGINI GIUDAICHE

a cura di Antonella Mancino

Il crimine organizzato della Kosher Masso Mafia si è sviluppato in Italia dopo la kosher criminale unità massonica d’Italia. La mafia ha origini di creazione giudaico-massoniche, creata da questi grandissimi criminali giudeo-massoni: Mazzini, La Marmora e Goffredo Mameli. Il crimine, mentre Cosa Nostra deriva da “Kosher Nostra”, la mafia ebraica. All’interno di Cosa Nostra erano presenti massoni di alto grado ed ebrei, come attualmente nelle varie mafie.

Durante il fascismo, in Italia, la mafia venne bandita e Mussolini incaricò il prefetto Cesare Mori – conosciuto come “il Prefetto di ferro” – di compiere una vasta operazione di repressione. Mori organizzò una serie di arresti e retate in tutto il Sud Italia: migliaia di mafiosi furono catturati e molti altri vennero mandati al confino. In quegli anni la mafia fu colpita duramente e messa al bando.

Durante la kosher resistenza del 1943, i criminali giudeo-americani in Sicilia liberarono tutti i mafiosi e li misero a governare. Il criminale ebreo mafioso Lucky Luciano divenne capo della kosher resistenza.

La mafia è una creazione malvagia giudaica: un italiano non scioglierebbe mai un bambino nell’acido, come hanno fatto quei criminali spietati di matrice giudaico-massonica.

LA MAFIA E LE SUE ORIGINI GIUDAICHE
LA MAFIA E LE SUE ORIGINI GIUDAICHE

IL DIRITTO AD UNO STATO PALESTINESE

di Matteo Martini

Ho sentito dire qualche acuta mente che il popolo palestinese non avrebbe diritto a uno Stato perché nel ’47 (un anno con oggi, vero?) non accettò la risoluzione ONU sulla partizione della Palestina.

Ora, a parte che a non riconoscerla non furono i “palestinesi” (che non avevano nessuna rappresentanza politica) ma la Lega Araba e varie entità statali che entrarono in guerra con Israele, Giordania ed Egitto in particolare.

Cosa che va spiegata a questi brillanti dicitori, non è che che non accettassero la sovranità palestinese su determinati territori, fra cui l’attuale Cisgiordania. La Lega Araba non riconosceva legittima l’istituzione dello Stato di Israele che era, per loro, l’usurpazione di terre arabe.

Non si capisce perché dal non riconoscere la partizione si passerebbe a perdere il diritto alla sovranità sulla parte assegnata dalla stessa risoluzione. Per capirsi è come se, nel caso di un’eredità indivisa, il giudice avesse disposto di dividere un immobile fra due eredi, secondo una determinata linea (nel caso di specie furono gli stessi israeliani a scegliersi le terre migliori, ma sorvoliamo). Ora, facciamo il caso che uno dei due eredi volesse fare ricorso, o contestare l’occupazione della parte dell’immobile da parte dell’altro, questo non annulla il suo diritto sulla parte spettante. Tanto più che nessuna sentenza successiva ha modificato la partizione originaria.

Dunque mi risulta un pensiero abbastanza strampalato e aberrante quello di chi argomenta in questi modo. In termini giuridici non ha nessun senso, anche perché una sentenza non ha validità se è riconosciuta dalle parti, né la perde se una parte in causa dovesse non riconoscerla. Credo che su questo non ci sia molto da spiegare, almeno finché si può parlare di natura oggettiva del diritto.

Ugualmente ha senso ricordare che di “territori occupati” si parla legittimamente, perché prima del 1967 Gaza e la Cisgiordania, fino a Gerusalemme Est, erano sotto controllo arabo, egiziano e giordano (fra l’altro il re di Giordania, ashemita, ha il compito tradizionale di protettore della Gerusalemme islamica).

Dopo il ’67 le truppe israeliane hanno preso la parte orientale di Gerusalemme e trasformato soprattutto la Cisgiordania in una riserva indiana per arabi, sottoposta a una fittizia, e oggi collaborazionista, “Autorità nazionale palestinese”. La situazione in quest’area è addirittura peggiorata dopo i famosi accordi di Oslo che erano stati presentati come un primo passo per la soluzione della questione.

Per spiegare a chi non lo sa come si vive nel territorio occupato della Cisgiordania, i palestinesi in casa loro non hanno diritto di muoversi liberamente. Per andare da un’area a un’altra, servono speciali permessi o visti rilasciati dall’autorità ebraica. Vi ricordate quando vi lamentavate che non potevate andare dall’amante durante il lockdown (lo dico ai destri, lettori de La Verità che facevano i libertari)? Ecco immaginate che gli israeliani abbia messo il lockdown ai soli palestinesi. Con la differenza che lì le forze di occupazione israeliana, se gli tira il culo, ti sparano contro, o ti arrestano e possono detenerti per mesi, anche per anni, senza processo.

(P.S. la lotta di Hamas è anche per chiedere la liberazione di questi prigionieri illegali, anche di altre formazioni politiche nemiche di Hamas.

I prigionieri palestinesi sono al momento 11mila, contro 40 ostaggi israeliani).

Andiamo avanti. il territorio della Cisgiordania è continuamente diviso e frammentato da strade militari, posti di blocco che tagliano il territorio per cui le aree effettivamente palestinesi sono via via ridotte e non possono comunicare fra loro. In più c’è la questione degli insediamenti dei coloni, che il governo israeliano non contrasta e che va a minare ancora di più la continuità territoriale e la composizione etnica dell’area. Solitamente i coloni sono ebrei ultraortodossi fortemente religioso che credono in un mandato biblico su quei territori e ne hanno fatto un’obbligo di fede (per la verità ci sono passi del Talmud che proibiscono agli ebrei di fare ciò, ma questo ora non ci interessa). Spesso questi coloni compiono i incursioni ai danni di fattorie o proprietà occupate da palestinesi, per forzarne l’allontanamento. I coloni, ricordo, hanno una loro milizia irregolare. Tutto questo non è molto diverso da quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre, ma ai lettori di Libero, La Verità, Il Giornale e Il Tempo, non viene mai ricordato.

Se poi i palestinesi della Cisgiordania provano a difendersi, beh ovviamente interviene l’esercito israeliano.

Questo per ricordare lo stato delle cose.

Il punto fondamentale, pre-giuridico direi, è che nel diritto internazionale non è tanto l’osservanza di una risoluzione ONU a motivare l’aspirazione a essere riconosciuti come Stato sovrano, ma il diritto all’autodeterminazione dei popoli, che viene prima della risoluzione delle Nazioni Unite, che semmai ha solo la funzione di implementare gli aspetti tecnici (come ad esempio i confini).

Il punto fondamentale è che Israele viola il diritto del popolo palestinese ad esercitare la propria autodeterminazione, e lo fa occupando militarmente la terra. E questo non ha nulla a che vedere con la risoluzione dell’ONU. Paradossalmente, se anche non ci fosse mai stata una risoluzione ONU, ci sarebbe non di meno una violenza contro il diritto di un popolo all’autodeterminazione.

Ho sentito anche qualcuno dire che lo Stato di Palestina non ha diritto di esistere perché non è mai esistito prima. Dimenticano che anche lo Stato di Israele non è mai esistito prima del 1947. O che neanche la Cecoslovacchia è mai esistita prima del 1919. Dubito che un simile pensiero verrebbe preso sul serio.

Il diritto internazionale è ben altra cosa rispetto ai commenti della domenica dei partigiani su facebook. Il problema è che sfondoni del genere si sentono anche da giornalisti e presunti intellettuali.

IL DIRITTO AD UNO STATO PALESTINESE
IL DIRITTO AD UNO STATO PALESTINESE

L’ISLAM E LA MUSICA

‎a cura di Giuseppe Aiello

1. Sunnismo‎

Nel sunnismo, ci sono quattro scuole giuridiche principali (madhhab): Hanafita, Malikita, Shafi‘ita, ‎Hanbalita.‎

• Hanafita:‎

o Considera la musica generalmente permissibile, purché non porti a comportamenti ‎peccaminosi o distragga dai doveri religiosi.‎

o Alcuni studiosi hanafiti distinguono tra strumenti “legittimi” (come il tamburo) e ‎strumenti “illegittimi” se associati a immoralità.‎

• Malikita:‎

o Tradizionalmente più restrittiva, la musica e gli strumenti musicali sono spesso ‎considerati disapprovati (makruh) o proibiti se incoraggiano comportamenti ‎immorali.‎

o Tuttavia, alcune forme di musica rituale o per celebrazioni non religiose possono ‎essere tollerate.‎

• Shafi‘ita:‎

o Posizione intermedia: la musica non è intrinsecamente proibita, ma è condizionata ‎dall’uso. Se porta a peccato o distrazione dalla religione, è vietata.‎

o Alcuni studiosi shafi‘iti hanno accettato strumenti come il tamburo nelle ‎celebrazioni religiose.‎

• Hanbalita:‎

o Tradizionalmente la più restrittiva: spesso la musica è considerata illegittima ‎‎(haram), specialmente se associata a balli, bevande alcoliche o comportamenti ‎peccaminosi.‎

o Tuttavia, c’è una distinzione per strumenti semplici come il tamburo nei contesti ‎religiosi.‎

‎2. Sciismo‎

Nel ramo sciita, specialmente tra gli Imamiti duodecimani, la musica è generalmente considerata ‎lecita solo se:‎

• Non conduce a peccato.‎

• Non distrae dai doveri religiosi.‎

• È usata in contesti sociali o cerimoniali appropriati.‎

Lo sciismo tende a essere meno restrittivo dei sunniti conservatori, e strumenti come il tamburo o ‎strumenti tradizionali sono spesso accettati nei rituali commemorativi (ad esempio, durante ‎l’Ashura).‎

‎3. Considerazioni generali‎

• Tutte le scuole distinguono tra musica lecita (halal) e illegittima (haram), spesso basandosi ‎sul contesto, l’uso e l’effetto morale.‎

• Strumenti semplici e tradizionali, come tamburi o flauti nei rituali religiosi, sono ‎generalmente tollerati.‎

• Musica legata a peccato, immoralità o distrazione dai doveri religiosi è quasi ‎universalmente vietata.‎

L'ISLAM E LA MUSICA
L’ISLAM E LA MUSICA

IL TERMINE MANTRA

di Mostafa Milani Amin

Il termine #mantra, noto nella tradizione vedica e induista, ha una radice comune con il termine zoroastriano manthra. Entrambi derivano dal proto-indoeuropeo \men-* (“pensare”) e indicano una “formula del pensiero” o “strumento mentale”.

Nel contesto zoroastriano, manthra designa le preghiere sacre rivelate, come Ahuna Vairya, Ashem Vohu, Yenghe Hatam, e Airyaman Ishya. #Zaratustra stesso si definisce mąθran — conoscitore dei manthra — nei Gatha, i testi più antichi dell’Avesta.

Nella tradizione vedica, mantra assume un ruolo rituale e meditativo, spesso più lungo e musicale, ma con la stessa funzione di veicolo spirituale.

Oggi, il termine mantra ha assunto anche un significato più ampio: viene usato per indicare una frase ripetuta con intento meditativo, motivazionale o identitario, sia in ambiti spirituali che nel linguaggio comune. In politica, marketing o psicologia, si parla di “mantra personale” o “mantra collettivo” per descrivere formule che orientano il pensiero e l’azione.

Nonostante le somiglianze fonetiche e semantiche, mantra non deriva da manthra, né viceversa: sono evoluzioni parallele di una radice indoeuropea condivisa. Dire che mantra ha origini induiste, o zoroastriane, è impreciso, ma riconoscere la parentela linguistica e simbolica tra le due tradizioni è storicamente fondato.

IL TERMINE MANTRA
IL TERMINE MANTRA

DALLA PARTE DELLA PALESTINA

a cura di Osservatorio sul Neoliberismo

La Global Sumud Flotilla ha mostrato apertamente, attraverso il fango delle critiche che ha ricevuto, tutto il substrato culturale iper-individualistico, cinico, egoista e antipolitico che è non solo il cuore del neoliberalismo, ma anche l’elemento profondo che accomuna conservatorismo, fascismo e liberalismo al di là delle differenze “di superficie” tra queste diverse visioni della società e dell’esistenza.

È, tra l’altro, uno dei tratti culturali dominanti in Italia, che non a caso ospita un pezzo rilevante di società e opinione pubblica orgoglioso di “stare dalla parte di Israele” e di abitare in un Paese che, politicamente, è una colonia degli Stati Uniti d’America. In fondo, da questo punto di vista, gli americani sono italiani all’ennesima potenza, ospitando infatti una cultura di massa che spinge a guardare al proprio orticello, a pensare egoisticamente a sé stessi, a “lavorare” senza farsi troppi problemi e troppe domande su ciò che ci accade intorno; lavorare, consumare, mostrare, e ricominciare da capo con cinico pragmatismo. Ingranaggi della società di mercato. La teoria neoliberale ci ha costruito un intero impianto di civiltà, su questo modo di stare al mondo: ognuno pensi a sé stesso, al proprio lavoro e al proprio personale piano di vita; il mercato, quale luogo di incontro scontro e competizione degli individualismi, darà una direzione alla società; la politica e l’impegno personale per “prendersi cura dei problemi del mondo” sono persino dannosi, poiché distraggono le persone dalla propria funzione economica e pretendono di “decidere” i fini collettivi della società (Hayek, uno dei maggiori teorici del neoliberalismo, parla proprio di “eclissi della politica” e di smantellamento della democrazia rappresentativa).

Il sistema capitalistico, ovviamente, si nutre di questa cultura: i lavoratori pensino a lavorare, e non rompano tanto i coglioni con l’attivismo e l’organizzazione politica e sindacale; il fascismo, storicamente, è una evoluzione collettivistica di questa cultura profondamente “padronale”, che al fondo ha comunque questa radice antipolitica profonda (il collettivismo fascista, d’altra parte, è proprio finalizzato all’ordine di classe e alla spoliticizzazione della società, in cui il conflitto socio-economico viene risolto nel bene superiore della patria e nel corporativismo). Anche qui: è tutta roba italiana, italianissima, noi il fascismo l’abbiamo inventato e abbiamo fatto scuola. In fondo, a 80 anni di distanza, il blocco socio-economico e culturale che sostiene il governo Meloni è lo stesso: l’Italia che possiede (magari, pure poco: siamo un Paese di bottegai e piccolo-borghesi) e produce, e che non vuole tante rotture di coglioni. Gli struzzi stanno bene con la testa sotto la terra, dove l’eco dei problemi arriva molto ovattata.

Non sono affatto casuali gli “argomenti” delle persone che in queste settimane hanno criticato, delegittimato e attaccato con estrema violenza retorica l’equipaggio della Global Sumud Flotilla: “noi qua a lavorare, loro sulle barche a godersela”, “pensassero ai veri problemi, invece che alla Palestina”, “attivisti idealisti”, “radical chic privilegiati che non sanno quali sono i problemi veri della vita”, e via dicendo. È tutta roba culturale italianissima, di chi vuole pensare solo al proprio orticello e non vuole troppi discorsi su ciò che avviene al di fuori; in questo senso, non solo l’impegno politico è qualcosa di fastidioso e contrario alle norme del buon vivere (“a lavorare, alternativi scansafatiche!”), ma diviene totalmente incomprensibile e inaccettabile l’impegno politico per cause che non ci riguardano direttamente (“ma cosa scioperate a fare per i palestinesi, pensate ai problemi degli italiani!”). Ci definiscono, non a caso, “comunisti” e “anti-occidentali” per questa ragione: osiamo preoccuparci di questioni e problemi generali del mondo e di altri popoli che non ci riguardano direttamente (indirettamente, tuttavia, eccome se ci riguardano: il 90% del corpo degli struzzi rimane fuori dal terreno, con il deretano in bella vista), e osiamo sollevare questioni che ci mettono in discussione come sistema di potere politico-economico e quindi mettono in discussione il sistema che ci permette di pensare al nostro orticello senza troppe preoccupazioni.

Come scrivevo sopra, noi italiani siamo molto simili agli statunitensi, da questo punto di vista: ci piace l’appartenenza ad un sistema di potere che ci consente di rinchiuderci nei confini angusti dell’orticello e della botteguccia. Tanti italiani sono fieri della colonia Italia perché è la garanzia di questo assetto politico-economico; supportano Israele perché è la punta di diamante della nostra impresa imperialistica e capitalistica in Medio Oriente, e d’altra parte Israele rappresenta al massimo grado la logica tribalistica del gruppo chiuso che dà la priorità assoluta ai propri bisogni e interessi rispetto a quelli degli altri che è una delle modalità occidentalissime di stare al mondo – e combatte pure gli sporchi islamici che cercano di conquistarci da secoli. Come dicevo qualche riga sopra, il neoliberalismo ha portato a teorizzazione compiuta e sistematica questo impianto di civiltà anti-politico fino al midollo, ma si tratta di roba antica che fa parte della cultura italiana profonda, da sempre gelosissima del “particulare” e, anche a causa di questo, spesso “serva di dolore ostello”.

L’impresa della Global Sumud Flotilla, in questo senso, è la quintessenza di tutto ciò che viene odiato: l’impegno politico quale senso dell’esistenza (“a lavorare, zecche comuniste”), il mettere la propria vita in pericolo quando si potrebbe sguazzare nel consumismo e nei privilegi garantiti dalla nostra parte di mondo (“radical chic ingrati! arriverà la vostra ora”), il preoccuparsi degli “altri” invece che di “noi” e di ciò che ci riguarda direttamente (“idealisti scansafatiche!”), addirittura il criticare e il lavorare politicamente contro quel sistema di potere politico-economico (l’imperialismo capitalistico Usa – Israele – Nato) che garantisce a “noi” il benessere ai danni degli “altri” (“anti-occidentali!!”). Dal punto di vista antropologico la Global Sumud Flotilla è la nemesi dell’italiano che vuole pensare solo al proprio orticello e alla propria botteguccia, che non vuole troppi discorsi fastidiosi sui problemi del mondo (figuriamoci se riguardano questioni di giustizia che riguardano “gli altri”), che è contento di appartenere a quella parte del mondo che si è assicurata benessere materiale attraverso l’imperialismo occidentale.

Nota a margine: la riflessione sul genocidio e il “male assoluto” di 80 anni fa va in parte aggiornata. Oggi sappiamo che un genocidio, e più in generale il totale disprezzo dei diritti umani e del valore ontologico dell’Altro, sono possibili non solo per estrema ideologizzazione della società (come accaduto nel totalitarismo nazista), ma anche semplicemente per l’imbarbarimento culturale dovuto al consumismo, al benessere materiale, all’individualismo egoistico e alla cinica difesa dell’interesse personale. La libera società di mercato è capace di ripetere ciò che è accaduto nel totalitarismo politico: non solo il genocidio in sé, ma anche tutto il carico di legittimazione, di argomenti e di dinamiche culturali che lo accompagnano. La banalità del male ha cambiato volto, ma ha saputo manifestarsi anche nella nostra civiltà di mercato. Ciò manda completamente in frantumi le teorie neoliberali sul mercato e sull’individualismo quali motori del progresso civile.

DALLA PARTE DELLA PALESTINA
DALLA PARTE DELLA PALESTINA