a cura di Giuseppe Aiello
“Cavalleria spirituale (futuwwah) non è possibile con litigi e maldicenze. La cavalleria spirituale è nutrire le persone, donare loro, essere gentili e onorevoli con esse.”
— Jaʿfar al-Ṣādiq (m. 765)

a cura di Giuseppe Aiello
“Cavalleria spirituale (futuwwah) non è possibile con litigi e maldicenze. La cavalleria spirituale è nutrire le persone, donare loro, essere gentili e onorevoli con esse.”
— Jaʿfar al-Ṣādiq (m. 765)

di Karma Tutob Gyatso
La meditazione sul karma e sull’impermanenza è fondamentale.

a cura di Giuseppe Aiello
“La ḥilm significa rispondere, quando si ha il potere, a un’azione malvagia con un’azione buona.
Significa non dar spazio alla propria collera, ma rafforzare la propria ragione.
Dio Altissimo dice: *«Non sono uguali la buona azione e la cattiva azione. Respingi [il male] con ciò che è più bello, e allora colui tra te e il quale vi è inimicizia, diventerà un amico leale»* [Corano 41:34]. …
E si è detto: *«Il *ḥalīm** (colui che è indulgente) non è colui che è mite quando subisce un’ingiustizia e vendicativo quando ha il potere, ma piuttosto colui che, pur essendo stato oppresso, è misericordioso quando ha il potere»*.”
**al-Nuwayrī**
—-
(Non è l’invito a porgere l’altra guancia, ma a fare il bene a chi si comporta male. La potenza del bene trasforma gli uomini e i loro rapporti. Le condizioni alle quali ci si può aspettare questa metamorfosi, e la realtà di coloro che possono aspettarsela, sono precisate nel versetto seguente).

di Giuliano Noci
27 Settembre 2025
Domanda: vogliamo davvero che il futuro delle relazioni internazionali sia deciso come una puntata di reality show?
L’ONU è ormai un palcoscenico, non più un luogo di dialogo. L’Europa, relegata a pubblico silenzioso, sembra non accorgersene. Eppure il rischio è evidente: trasformare la politica globale in un’arena dove vince chi urla più forte.
Applausi, risate, indignazione: lo spettacolo è servito. Ma non è un incidente, è la nuova normalità americana. Trump gioca tutto sull’emotività, trasforma la paura in consenso e cerca di esportare il format anche in Europa. Perché fermarsi al MAGA quando si può puntare al MEGA (Make Europe Great Again). Il clima? Una “truffa”.Petrolio e carbone? Elisir di lunga vita. L’Europa? Un inferno annunciato per via dei migranti.
Un tempo l’ONU era il luogo dove si delineava il futuro del pianeta. Oggi, con Trump, sembra il palco di un reality: applausi a comando, insulti distribuiti come gadget. Ma dietro lo show c’è un sottotesto pesante: la politica estera ridotta a stand-up comedy.

a cura della Redazione
26/09/2025
Una svolta storica per la Slovacchia. Il Parlamento di Bratislava ha scritto un nuovo capitolo nella difesa dei valori fondamentali, approvando con 90 voti favorevoli una serie di emendamenti costituzionali che pongono un argine alle derive ideologiche e riaffermano la centralità della vita, della famiglia naturale e del ruolo dei genitori.
Le modifiche alla Costituzione
Il voto, arrivato dopo mesi di dibattiti accesi, ha visto la coalizione di governo guidata dal premier Robert Fico unire le forze con alcuni parlamentari conservatori dell’opposizione per raggiungere la soglia necessaria di 90 voti su 150. Gli emendamenti, che entreranno in vigore il 1° novembre 2025, modificano punti chiave della Costituzione slovacca, mandando un segnale chiaro: la verità biologica, il diritto alla vita e la famiglia tradizionale sono valori non negoziabili.
Ecco cosa cambia:
Un faro per Italia e UE
La decisione slovacca non è solo una vittoria per il Paese, ma un faro di speranza per l’Europa. Mentre molte nazioni dell’UE cedono alle pressioni di un’agenda progressista che nega la realtà biologica e i diritti dei bambini, Bratislava ha scelto di opporsi con fermezza. “Questa è una svolta epocale” – ha dichiarato Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia – “la Slovacchia dimostra che è possibile resistere alle ideologie che minano la famiglia e la dignità umana. È un esempio che l’Italia deve seguire”.
Pro Vita & Famiglia lancia un invito alle istituzioni italiane: è il momento di seguire questo esempio. Inserire nella Costituzione italiana principi come il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale e il diritto dei bambini a crescere con una mamma e un papà sarebbe un atto di coraggio per costruire una società più giusta. La Slovacchia ci mostra la strada: ora tocca a noi.
Tratto da: PRO VITA & FAMIGLIA

di Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale di IGNIS – Fuoco Italico
Se mai dovesse scoppiare una guerra tra Russia e NATO – per l’Ucraina, per i baltici o per qualche tensione artificiale – tre quarti degli italiani diserterebbero senza pensarci due volte.
E del quarto che resterebbe, metà finirebbe col combattere per gli americani e metà per i russi. Non per “amore” di Washington o di Mosca, ma perché non capirebbe il senso di una guerra che non esiste.
Gli italiani non hanno nessuna ostilità verso i russi: la Russia non ci ha mai fatto nulla, siamo stati noi ad attaccarla due volte. Perché allora dovremmo combattere una guerra di cui non abbiamo alcun bisogno e dalla quale avremmo solo da perdere?
Il risultato? Non una “grande guerra patriottica”, ma l’ennesimo pasticcio all’italiana: una guerra civile interna, con italiani schierati gli uni contro gli altri per conto terzi.

a cura della Redazione
26-09-2025
Da due anni, Israele sta conducendo quella che Netanyahu definisce una “guerra su più fronti”. Questa guerra include, oltre a Gaza, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Cisgiordania occupata e Iran. In una delle sue interviste, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sottolineato di sentirsi impegnato in una “missione storica e spirituale” e di essere “profondamente legato” alla visione della Terra Promessa e del Grande Israele. Con queste parole, Netanyahu conferma che quella che definisce una “guerra su più fronti” è motivata da motivazioni sia religiose che politiche.
Il pericolo risiede nel fatto che Netanyahu e la destra sionista religiosa radicale credono che il mondo debba avvicinarsi all’orlo di una grande guerra “affinché il Messia discenda e lo salvi”. Per questo motivo, incoraggiano il proseguimento e l’espansione della violenza a Gaza, in Libano, Iran e oltre, vedendo questa come “l’era del Messia”.
Il 9 ottobre 2023, appena due giorni dopo l’Operazione Al-Aqsa Flood, durante un incontro con i sindaci delle città di confine meridionali colpite dall’attacco del 7 ottobre, il Primo Ministro israeliano dichiarò che la risposta di Tel Aviv all’assalto multifronte senza precedenti lanciato dai combattenti palestinesi da Gaza “cambierà il Medio Oriente”. Da quel momento, divenne chiaro che la guerra non sarebbe rimasta confinata a Gaza, ma che Israele l’avrebbe estesa per raggiungere il suo obiettivo principale, ovvero un nuovo ordine regionale in cui l’equilibrio di potere favorisca Tel Aviv. I leader israeliani hanno ripetutamente affermato di combattere simultaneamente su sette fronti: Gaza, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Cisgiordania occupata e Iran, descrivendo tutti questi conflitti come mirati a un “asse guidato dall’Iran” che presumibilmente cerca di “distruggere lo Stato ebraico”.
Per raggiungere questo obiettivo, Israele persegue due strade principali: indebolire i suoi nemici e imporre con la forza il rispetto degli altri Stati della regione, compresi gli alleati degli Stati Uniti. Sulla prima strada, Israele si è affidato ad attacchi militari diretti, inquadrandoli come “guerre su più fronti” con una logica “difensiva”.
Per quanto riguarda la seconda strada, imporre il rispetto degli accordi con la forza, Israele ha ripetutamente attaccato la “nuova Siria”, uno Stato non più ostile a Israele o agli Stati Uniti, occupando parti del suo territorio. Le aperture costantemente positive della Siria verso Tel Aviv non hanno scoraggiato Israele, che ha persistito nei suoi attacchi e nella continua occupazione.
A tal proposito, il recente attacco israeliano al Qatar il 9 settembre si inserisce in due percorsi paralleli della sua politica. Il primo è diretto ai leader politici di Hamas, a indicare che non esiste un rifugio sicuro per loro in nessuna parte del mondo. Il secondo trasmette un messaggio chiaro al Qatar e agli altri alleati degli Stati Uniti nella regione: l’approccio di Israele non si basa su interessi condivisi, ma sul timore delle conseguenze. Le alleanze basate su interessi comuni sono una cosa, e l’obbedienza imposta attraverso la paura è un’altra. In questa fase, questo è esattamente il messaggio che Trump cerca di inviare agli stati della regione: “Obbeditemi, o non posso garantire che Israele rimarrà lontano da voi”. Questo avvertimento è rivolto a tutti gli stati della regione, senza eccezioni.
Gli Stati della regione devono comprendere che ciò che un tempo proteggeva le loro capitali dall’aggressione israelo-americana era la presenza dell’Asse della Resistenza, che ha mantenuto per anni un equilibrio di deterrenza regionale. Va notato che il Qatar è ufficialmente designato come “principale alleato non Nato” degli Stati Uniti, uno status conferito dall’amministrazione Biden dal marzo 2022. Inoltre, il Qatar ospita la base aerea di Al-Udeid, che è molto più di una base militare convenzionale, ma funge da quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti nella regione, rendendolo uno dei centri strategicamente più importanti per Washington a livello mondiale. Ma niente di tutto ciò ha impedito a Tel Aviv di attaccarlo.
Dobbiamo iniziare definendo il risultato strategico. Nelle relazioni internazionali, un risultato strategico può essere definito come il raggiungimento di obiettivi a lungo termine che rimodellano l’equilibrio di potere, rafforzano la sicurezza dello Stato o espandono l’influenza nel sistema internazionale. Il risultato strategico differisce dai guadagni tattici o operativi a breve termine in quanto “produce cambiamenti nelle strutture fondamentali di interazione tra Stati e attori non statali”. Ciò significa che il risultato strategico deve consolidare un vantaggio duraturo nell’arena geopolitica.
Da questa prospettiva, Israele non è riuscito finora a ottenere alcun risultato strategico in Asia occidentale. Al contrario, negli ultimi due anni, ha accumulato una serie di guadagni tattici che cerca di trasformare in vantaggi strategici. A Gaza, Tel Aviv non è ancora riuscita a eliminare Hamas, e in Libano non è riuscita a smantellare Hezbollah. In Iran, i suoi tentativi di cambiare il regime o di dissuadere Teheran dal sostenere i movimenti di Resistenza sono falliti. In Yemen, le sue azioni non hanno fermato il sostegno di Sanaa a Gaza.
Pertanto, il nocciolo della battaglia attuale è impedire a Tel Aviv di trasformare i suoi guadagni tattici in guadagni strategici consolidati. Se Israele non riesce a eliminare la Resistenza palestinese, non riesce a isolare e disarmare Hezbollah in Libano, vede l’Iran continuare a sostenere i movimenti di Resistenza e il discorso anti-egemonia, e se il fronte di sostegno yemenita rimane saldo, allora Israele avrà esaurito il massimo del suo potere per imporre una realtà regionale che gli garantisce una superiorità temporanea, neutralizzando la Resistenza per un certo periodo, ma rimanendo fragile e insostenibile nel medio e lungo termine.
L’esito di questa lotta dipende in ultima analisi dalla capacità degli oppositori di Tel Aviv di superare le molteplici sfide create dalle sue guerre in Asia occidentale. O le forze della Resistenza riescono a sventare i tentativi di Tel Aviv di trasformare guadagni temporanei in un risultato strategico a lungo termine, oppure Tel Aviv e Washington riescono a sfruttare questi guadagni tattici per imporre una nuova realtà strategica che serva i loro interessi. Sorge quindi una domanda cruciale: quale prezzo ha pagato Israele per raggiungere i suoi attuali “risultati”?
In un recente articolo intitolato “Israele sta combattendo una guerra che non può vincere”, Ami Ayalon, ex capo della Marina israeliana ed ex direttore dello Shin Bet, scrive: “La rotta che Israele sta attualmente seguendo eroderà i trattati di pace esistenti con Egitto e Giordania, approfondirà le divisioni interne e acuirà l’isolamento internazionale. Alimenterà un maggiore estremismo in tutta la regione, intensificherà la violenza religioso-nazionalista da parte di gruppi jihadisti globali che prosperano nel caos, indebolirà il sostegno dei politici e dei cittadini statunitensi e provocherà un aumento dell’antisemitismo in tutto il mondo”. Conclude affermando: “La deterrenza militare di Israele è stata ripristinata, dimostrando la sua capacità di difendersi e dissuadere i suoi nemici. Ma la sola forza non può smantellare la rete di delegati dell’Iran né garantire una pace e una stabilità durature a Israele per le generazioni a venire”.
Inoltre, a causa dei crimini israeliani a Gaza, la responsabilità della catastrofe umanitaria è passata da Hamas a Israele. Per molto tempo, Tel Aviv ha cercato di dipingere Hamas come il principale responsabile della difficile realtà umanitaria di Gaza. Tuttavia, l’aggressività illimitata di Israele ha minato questo sforzo.
Non c’è dubbio che il 7 ottobre abbia segnato una svolta nella strategia militare di Israele. Da quella data in poi, Israele abbandonò per la prima volta la dottrina di combattimento stabilita da David Ben Gurion, il primo Primo Ministro israeliano. Le guerre lampo non erano più la sua opzione preferita, la questione del recupero dei prigionieri non era più una priorità centrale e la soglia per le perdite umane e materiali in qualsiasi confronto militare aumentò significativamente. Questo cambiamento costringe tutti gli Stati della regione a ricalibrare le proprie strategie per adeguarle alla nuova dottrina di combattimento di Tel Aviv.
È importante sottolineare che Ben Gurion progettò la dottrina di combattimento di Israele per adattarla alle sue realtà geografiche e demografiche. Questo potrebbe aver spinto il colonnello israeliano in pensione Gur Laish, ex capo della pianificazione bellica dell’Aeronautica Militare israeliana e un partecipante chiave alla pianificazione strategica dell’esercito, a pubblicare un documento il 19 agosto presso il Begin-Sadat Center for Strategic Studies, in cui metteva in guardia i leader israeliani dall’adottare una nuova dottrina di sicurezza che ignorasse i limiti del potere di Israele. Tuttavia, resta aperta la seguente domanda cruciale: Netanyahu riuscirà a dimostrare l’efficacia del nuovo approccio di Israele, oppure l’abbandono della dottrina di Ben Gurion segnerà l’inizio della fine di Israele?
Tratto da: Il Faro sul Mondo

a cura di Evano Zaccaron
“Come in alto, così in basso; come fuori, così dentro; come sopra, così sotto. Tu dividerai il grezzo dal sottile e riunificherai tutte le cose in Uno.”
(Ermete Trismegisto)

a cura di Evano Zaccaron
“Gli ignoranti Mi attribuiscono forma limitata e Mi cercano nella manifestazione, quando Io sono il loro stesso Sè; perchè cercarmi nel limitato quando sono ovunque presente? Quella stessa mente che Mi cerca, quando tace scopre di essere immersa in Me! Ma essi, confusi dalla mia Maya, Mi cercano nei sensi quando Io li trascendo; accecati dalla troppa luce si lamentano del buio.”
Krishna ad Arjuna
Bhagavad Gita

di Fabio Filomeni
24 settembre 2025
Niente di nuovo sotto il sole. Il discorso del Presidente degli Stati Uniti all’Assemblea Generale dell’ONU conferma la natura e la destinazione della superpotenza nordamericana: essere i più forti del mondo. All’ultimo minuto dell’Ottocento, gli Stati Uniti si proiettarono oltre i propri confini, arraffando quanto rimaneva dell’Impero Spagnolo, da Cuba alle Filippine, fino al trionfo del 1945, dove hanno preso il posto delle Grandi Potenze coloniali anglofrancesi, spartendosi il mondo insieme ai sovietici, per poi rimanere soli al comando di un loro Nuovo Ordine Mondiale, davanti allo sfasciarsi dell’Unione Sovietica nel 1989. Se dieci anni dopo sembravano appannati, eccoli di nuovo proiettarsi ovunque nel nostro continente, armati, dalle polveri delle Torri Gemelle l’11 Settembre 2001. Fino ad oggi, quando Putin e Xi Jinping, con operazioni speciali e oceaniche parate, a cavallo delle potenze eurasiatiche, hanno dichiarato iniziata l’epoca di un mondo multipolare. Ed eccolo, in questo stesso 2025, il Presidente degli Stati Uniti Trump, davanti a tutte le nazioni del mondo sedute in assemblea, proclamare che sono loro, i nordamericani, gli unici gendarmi della pace nel mondo, dando della tigre di carta ai russi di Putin. Possiamo chiederci se le altre superpotenze sono disponibili a salvare il mondo, oppure si accontenteranno di difendere in qualche modo i propri interessi. Questo accade e niente serve meglio a capire il tutto che osservare il comportamento drammaticamente fuori dalla realtà dell’Europa ufficiale, ancora convinta di avere lei le carte per salvare il mondo, in punta di principio e non di volontà di potenza, quando invece è chiaro che non ha il potere nemmeno per salvare sé stessa. Piaccia o meno quell’Europa è la terra dove stiamo vivendo. Possiamo reagire come formiche impazzite, tutti contro tutti, mentre arriva il formichiere. Oppure far prevalere l’istinto di sopravvivenza e uscire dall’angolo, meravigliando il mondo. Come seppe fare, nel peggio, il Soldato italiano.
