La cultura “woke” è un virus mentale

di Kali Yuga Rider

Biopolitica dell’ideologia progressista

Il termine “woke”, nato come forma di vigilanza morale nei confronti delle ingiustizie e delle discriminazioni, si è progressivamente trasformato in un universo culturale complesso, dotato di proprie regole linguistiche, categorie interpretative e strumenti di legittimazione. Oggi il woke non è più soltanto un atteggiamento etico o politico, ma una vera e propria formazione culturale che pretende di imporsi come grammatica obbligata del discorso pubblico. Per comprendere la sua natura, può essere utile una metafora insolita ma feconda: quella del virus. Non un virus biologico, naturalmente, ma un virus culturale, che non possiede in sé la capacità di autoriprodursi attraverso i canali tradizionali della società e che per sopravvivere deve colonizzare nuovi ospiti cognitivi, appropriandosi di spazi che appartengono ad altre forme di vita culturale.

Nelle società tradizionali la trasmissione dei valori avviene per via duplice: biologica e culturale. Le famiglie generano figli e al tempo stesso li educano, trasmettendo costumi, visioni del mondo, linguaggi. Questo meccanismo assicura una continuità relativamente autonoma: la cultura si rigenera insieme alla vita stessa. Non vi è bisogno di grandi apparati ideologici per mantenere la catena, perché la famiglia e la comunità bastano a garantire la riproduzione sociale. Nel caso del woke la situazione è differente. Qui il quoziente riproduttivo naturale è scarso: non si valorizza la famiglia tradizionale, non si enfatizza la natalità, e anzi spesso la riproduzione biologica viene relativizzata o considerata secondaria rispetto alle scelte individuali di identità. La conseguenza è che la continuità non può basarsi sulla discendenza, ma deve appoggiarsi a un’altra forma di trasmissione: l’adozione culturale.

Come un virus che non può moltiplicarsi senza una cellula ospite, il woke deve trovare canali esterni attraverso cui perpetuarsi. Questi canali sono le istituzioni: scuole, università, media, servizi sociali, normative giuridiche. Lì dove la famiglia garantisce la continuità biologica e culturale, il woke cerca di inserirsi attraverso i programmi educativi, i linguaggi ufficiali, i criteri di inclusione nelle politiche pubbliche. Non è un caso che le battaglie più accese si giochino attorno all’istruzione, alle adozioni, alla rappresentazione mediatica: non sono terreni accidentali, ma il cuore stesso della sua strategia di sopravvivenza.

In questa dinamica si riconosce la logica dell’egemonia descritta da Gramsci: chi controlla il linguaggio e i codici di legittimità sociale non ha bisogno di reprimere apertamente le alternative, perché le rende semplicemente impensabili. L’universo woke costruisce così un ambiente semantico artificiale nel quale i concetti della tradizione appaiono retrivi, oscurantisti, fuori tempo. Il potere del virus non sta tanto nella forza argomentativa, quanto nella capacità di ridefinire i confini del dicibile. La lotta non è più fra opinioni, ma fra possibilità stesse di espressione.

Questa strategia spiega anche l’aggressività con cui vengono difese le posizioni conquistate: non si tratta di eccessi marginali, ma di un istinto di sopravvivenza. Un paradigma che non può contare sulla riproduzione naturale deve assicurarsi che la riproduzione culturale sia totale, che ogni nuova generazione venga almeno in parte sottratta all’influenza familiare e tradizionale. L’educazione inclusiva, le campagne mediatiche, le politiche di adozione e tutela dei minori non sono dunque solo strumenti di giustizia sociale, ma anche veicoli indispensabili per garantire la continuità del sistema.

In questo senso il conflitto tra tradizione e woke non è solo politico, ma quasi ontologico. Da un lato una cultura che sopravvive grazie alla riproduzione organica di vita e valori, dall’altro una cultura che, non potendo affidarsi a tale continuità, deve combattere per garantirsi l’accesso alle coscienze dei figli altrui. La disputa sul futuro non riguarda soltanto le politiche contingenti, ma la stessa modalità con cui una civiltà assicura la propria sopravvivenza.

Per poter contrastare un fenomeno politico-culturale, esattamente come si fa per limitare l’espansione di una malattia, è assolutamente necessario capire la natura più intima dello stesso. Proprio per questo motivo credo sia particolarmente utile cominciare a percepire la cultura woke per quello che è, ossia una sorta di infezione virale della nostra civiltà. Definire il woke un “virus culturale” significa riconoscerne la natura peculiare: non un semplice orientamento politico, ma una forma di vita simbolica che necessita di istituzioni esterne per perpetuarsi. In prospettiva politologica, ciò apre due questioni cruciali. La prima riguarda la memetica politica: come certe idee si diffondono non per forza di tradizione, ma per contagio, attraverso ambienti saturi che rendono inevitabile l’assimilazione.

La seconda riguarda la contraddizione tipica della sinistra legata al pluralismo democratico. Da un lato essi lo esaltano, ma solamente fin quando questo viene idealizzato come un valore iperuranico, e non come una prassi politica concreta. Questo è comprensibile al netto del fatto che un paradigma che sopravvive solo imponendo i propri codici culturali può essere compatibile con una società che presuppone la competizione fra visioni del mondo? Ovviamente no.

Forse la metafora del virus, con la sua ambiguità, è la più adatta a descrivere questa condizione. Un virus, infatti, non è mai del tutto vivo né del tutto morto: ha bisogno di corpi estranei per continuare a esistere. Così il woke non vive di se stesso, ma della capacità di infiltrarsi in sistemi che non ha generato. Non è necessariamente maligno, ma è intrinsecamente parassitario. E comprendere questa natura è il primo passo per affrontare con lucidità il conflitto che oggi attraversa le nostre società.

Tratto da: Kali Yuga Surf Club

La cultura “woke” è un virus mentale
La cultura “woke” è un virus mentale

YUAN QI: ACCEDERE ALL’ENERGIA ORIGINARIA

di Felipe Guerra

Nella teoria tradizionale del , il Jing , o Yuan (Sorgente, o Chong ) Qi , entra nel corpo attraverso il Chong Mai e viene distribuito tramite il Triplice Riscaldatore e il Du Mai ai punti Shu della Vescica e quindi ai punti Sorgente del meridiano primario. Dato che il sistema dei meridiani primari rappresenta le necessità della sopravvivenza e del condizionamento sociale (Qi postnatale), ci sono sempre strati di potenziale non realizzato ( Jing ) lasciati indietro alla Sorgente.

Parte di questa energia originaria potrebbe essere latente negli organi del (come una malattia), e quindi potrebbe teoricamente essere accessibile attraverso i canali distinti. Una parte risiede anche nei punti Sorgente del canale. Anche i punti Shu della Vescica e Mu Frontali sono buoni serbatoi. In definitiva, tutti i punti che contengono energia stagnante sono piccoli mini-serbatoi di Yuan Qi . Tuttavia, in realtà, il serbatoio definitivo sarà il Chong Mai stesso.

Il canale Chong

Il Chong Mai è generalmente considerato un modello architettonico, contenente influenze prenatali, genetiche e ancestrali. Non limitato a specifici canali primari, si dice che vada ovunque e faccia tutto.

È più attivo nell’utero , ma continua ad essere attivo fino ai 6 o 8 anni di età. Il Chong Mai si connette a tutti gli altri canali primari. Dato che è così onnicomprensivo, è difficile immaginare come il Chong Mai possa avere caratteristiche lineari e punti specifici. Forse non è così . Forse, quando si lavora con il Chong Mai , qualsiasi punto andrà bene, a patto che la scelta nasca spontaneamente dalla relazione non-duale. Questa è stata sicuramente la mia esperienza.

Tuttavia, il Chong Mai è stato descritto come dotato di una traiettoria e di punti, forse perché, senza una qualche struttura, sarebbe difficile da concettualizzare. In The Eight Extraordinary Channels, Qi Jing Ba Mai: A Handbook for Clinical Practice and Nei Dan Meditation 4, David Twicken, DOM, LAc, descrive 5 rami

(1) Il primo ramo inizia nell’addome inferiore ( Ming Men ) ed emerge nel perineo nel CV 1 ( Huiyin ). Da lì, il ramo risale la colonna vertebrale fino al GV 16 ( Fengfu ), dando origine al Du Mai, che prosegue fino alla corona. Il percorso del ramo, insieme al Du Mai , è stato equiparato al Sushumna della medicina ayurvedica (il percorso della Kundalini, che corre dalla base della colonna vertebrale alla corona.

Il secondo ramo scorre da Huiyin a ST 30 ( Qichong ) e KI 11 ( Hengu ). Da lì, il ramo sale lungo la parte anteriore del corpo lungo il canale del Rene fino a KI 21 ( Youmen ), dando origine al Ren Mai e collegando i Reni al Cuore. Il ramo passa quindi attraverso i punti Shu del Rene del torace (da KI 22 a KI 27) e si disperde nel torace.

Il terzo ramo sale lungo la gola, curva intorno alle labbra e termina sotto gli occhi.

Il quarto ramo emerge da ST 30 e scende lungo le gambe medialmente fino alla fossa poplitea e dietro il malleolo mediale fino alla pianta del piede, dando origine ai vasi Yin Wei e Yin Qiao . Il ramo passa attraverso SP 10 ( Xuehai ), KI 10 ( Yingu ) e BL 40 ( Weizhong ).

Il quinto ramo emerge a ST 30 e scorre verso ST 42 ( Chongyang ), LR 3 ( Taichong ), LR 1 ( Dadun ) e SP 1 ( Yinbai ).

Nel complesso, si tratta di un discreto assortimento di rami e di un’enorme quantità di punti potenziali per un singolo meridiano. Inoltre, se si aggiungono alla matrice gli altri meridiani elettromagnetici, tutti provenienti dal Chong Mai , il risultato è una moltitudine di punti situati praticamente ovunque.

Gli antenati

Il Chong Mai dà origine al Ren , al Du e al Dai Mai , un gruppo noto come Prima Antenata ( Tabella 1 ). Il Du e il Ren nascono dal Chong Mai e completano un circuito dal pavimento pelvico (CV 1) alla corona (GV 20 ( Baihui ) e ritornano. Il Dai Ma i circonda la vita, dando origine a vari gradi di separazione tra le energie pelviche e lo Shen del Cuore .

La sfida di usare il Chong Mai in modo efficace sta nell’andare oltre le formule e vedere i sintomi come parte della totalità della diade terapeutica, in cui sono i sintomi stessi a scegliere i punti. Questa differenza non è solo semantica, ma ha a che fare con gli stati di coscienza. Dato che il Chong Mai è un progetto che esiste prima dell’emergere dell’ego, per utilizzarlo, sia l’ operatore che il paziente devono essere in uno stato di coscienza transpersonale. Inoltre, quando l’energia originaria emerge, l’ego deve rimanere indietro, osservare e resistere alla tentazione di intervenire. Le energie primordiali possono essere potenti e a volte spaventose. Come disse una volta Andrew Nugent-Head, “Il Qi non è una cosa debole”.

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YUAN QI: ACCEDERE ALL'ENERGIA ORIGINARIA
YUAN QI: ACCEDERE ALL’ENERGIA ORIGINARIA
YUAN QI: ACCEDERE ALL'ENERGIA ORIGINARIA
YUAN QI: ACCEDERE ALL’ENERGIA ORIGINARIA

Ernesto Guevara: l’eroe romantico che piaceva anche ai fascisti

di Roberto Lobosco

Lo lavano, lo pettinano, lo radono e gli mettono un fazzoletto sotto la mascella per non deformargli il viso. Poi lo mostrano al mondo, non ci devono essere dubbi, il “Che” è morto. Morto ma non vinto, perché l’immagine di quel cadavere è troppo potente ed evocativa. Saranno i tempi ricchi di idealismo, sarà che la violenza era considerata ancora un modo per risolvere le grandi questioni e giustificata se serviva a portare equilibrio e giustizia nel mondo, saranno stati quegli occhi ancora pieni di volontà, quella volontà che aveva negli anni plasmato come un’opera d’arte, sarà stato che quel corpo ormai senza vita ispirò la pietà e il rispetto anche ai suoi nemici e un segno di speranza ai suoi compagni di lotta o a chi doveva continuare a compiangerlo o rinnovarne le gesta, ma d’improvviso Guevara assunse le sembianze di un martire e divenne il Cristo di Villagrande. Coricato su quella lastra di cemento ricordò a tutti il Cristo del Mantegna. Non sappiano con precisione perché scelse la Bolivia come terreno di lotta. In quanto straniero non era ben visto da una popolazione con una tradizionale forte identità nazionale accentuata dalla propaganda governativa, avrebbe dovuto immaginare il deciso sostegno militare statunitense, i contadini non appoggiarono la guerriglia anche perché il governo di Barrientos aveva intrapreso una politica di sviluppo economico favorevole ai contadini e concesse estensioni di terra ai quechua e agli aymara e, infine, il partito comunista boliviano, filosovietico, non lo aiutò. Per alcuni[1] in Bolivia stava preparando una scuola d’addestramento per guerriglieri, per portare in un secondo tempo queste forze a combattere in Argentina. Comunque sia Ernesto Guevara viene catturato l’8 ottobre del 1967 nella quebrada del Yuro, a pochi chilometri dal villaggio di La Higueira, dopo un conflitto a fuoco. Nonostante fosse ferito ad una gamba, con il fucile fuori uso e il corpo consumato dall’asma e dalla fatica, ancora incute timore. Per giustiziarlo viene estratto a sorte, fra i volontari, un giovane sergente dell’esercito, Mario Terán. Chissà cosa avrà pensato prima di sparargli, quanto alcol avrà ingurgitato prima di premere il grilletto, chissà quali incubi l’hanno attraversato negli anni a venire. Ernesto Guevara muore alla vigilia del ’68 e forse non avrebbe potuto scegliere momento migliore. In fondo “la cosa peggiore che può accadere a un rivoluzionario è vincere una rivoluzione”.[2] I giovani di tutto il mondo avevano ora un esempio da imitare. Non molti lo sanno, ma Ernesto Guevara fu un’icona anche di molti movimenti di estrema destra ed ebbe rapporti di stima con Peròn (ammiratore di Mussolini e creatore di uno stato e di una ideologia ispirata al fascismo italiano) e Nasser (che tra l’altro aveva combattuto al fianco dell’Asse durante la Seconda guerra mondiale). Jean Cau, noto pensatore conservatore che gli dedicò un bellissimo libro in cui ne raccontava le gesta e i motivi della sua “passione per il Che[3]. Negli anni Sessanta, una parte dell’estrema destra guardava al “Che”, a Fidel Castro e ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo in chiave antirussa e antiamericana. Non è un caso che al momento della sua morte, avvenuta il 9 ottobre 1967, i primi a onorarne la sua figura furono i comici del Bagaglino, cabaret romano di destra, e la prima biografia italiana (da cui verrà tratto anche un film) di Che Guevara, El Che Guevara. Vita e morte del vagabondo della rivoluzione[4], venne scritta da Adriano Bolzoni, un ex volontario della Repubblica di Salò. È necessario esaminare due aspetti, uno umano e uno politico-ideologico, che giustificano un tale interesse apparentemente innaturale ma che in realtà ci illumina su come le questioni politiche e ideologiche sono più ricche di sfumature e non così schematiche come vorrebbero farci credere. Gli uomini si valutano non solo per le loro idee politiche ma anche per il loro atteggiamento di fronte alla vita. Guevara ha rappresentato un eroe romantico, un guerriero poeta, un moderno don Chisciotte, un uomo che non avuto pietà dei suoi nemici ma che non ne ha mai chiesta per sé stesso. Ha condotto una vita frugale e spartana, ha rinunciato alla comoda vita borghese a Cuba, dopo la rivoluzione, per andare a combattere in Congo e in Bolivia per inseguire il suo sogno, proseguire la sua lotta all’imperialismo americano e liberare i popoli dalla dittatura del denaro e dallo sfruttamento capitalista e latifondista. Ha dimostrato grande forza d’animo e una volontà di acciaio per affrontare col suo problema d’asma tante privazioni e sacrifici. Come spiega Gabriele Adinolfi: “Non si può non onorare un uomo che abbandona cariche, onori, privilegi per andarsene a vivere tra i monti, nei boschi con i suoi compagni di lotta, passando giornate intere con qualche goccio d’acqua e, se dice bene, una galletta, un uomo che sogna e che resta fedele al suo sogno mettendo carne, muscoli, nervi al suo servizio, non può non essere onorato. Lo detta chiaramente quel sentimento della vita, dell’onore e del sacro che è alla base dell’Idea del mondo”. Dal punto di vista ideologico, la questione è più complessa e interessante. Risulta impossibile dogmatizzare il suo pensiero.
Guevara nasce da una famiglia borghese da cui riceve una formazione cattolica. Il suo stare dalla parte degli ultimi e dei diseredati risentì anche di questa educazione. Il suo nemico principale era il capitalismo predatorio, il culto del denaro e la mercificazione di ogni aspetto della vita. Quando si sostiene che Guevara fosse un comunista è necessario chiarire che il suo era semmai un socialismo sudamericano nazional-popolare che univa patriottismo e giustizia sociale, ed in cui è del tutto assente il materialismo storico e dialettico. Il suo fu quindi un socialismo nazionale, umanista e idealista che contrapponeva ai fattori economici e sociali la costruzione di un “uomo nuovo” i cui valori erano l’amor di patria, il senso della comunità e lo spirito di sacrificio. Il suo percorso personale lo portò a mettere in dubbio tutti i dogmi del marxismo-leninismo in quanto il motore della storia non era più la lotta di classe ma l’uomo, che egli concepiva in modo certamente diverso dai comunisti ortodossi.[5] Guevara pensava, a differenza dei marxisti, che l’avanguardia rivoluzionaria non fosse il partito e la classe operaia, ma l’esercito ribelle, l’élite combattente e guerriera, che rappresentava così la coscienza del popolo. La sua concezione internazionalista era umanitaria, ecumenica, interclassista e quindi assolutamente estranea al marxismo leninismo e al pensiero di Mao, ed è mutuata da Martí, il quale: “….era nato, aveva sofferto ed era morto per l’ideale che noi adesso stiamo realizzando, e non solo: Martí fu il mentore della nostra rivoluzione, l’uomo alla cui parola è stato sempre necessario ricorrere per interpretare giustamente i fenomeni storici che stavamo vivendo, l’uomo alla cui parola e al cui esempio bisognava rifarsi ogni volta che nella nostra pratica si voleva dire o fare qualcosa di importante”.[6] Inoltre il ‘Che‘ riteneva che non era sufficiente una equa distribuzione delle ricchezze ma era necessaria una pianificazione centralizzata fondata su criteri sociali, politici ed etici, una morale rivoluzionaria, una educazione e un clima di alta tensione ideale capace di forgiare una nuova gioventù rivoluzionaria anti individualista e anti edonista, dimostrando così la sua presa di distanza dal «socialismo reale» e la ricerca di un’altra via. Pensava, insomma, che era necessaria una vera rivoluzione interiore, che esaltasse i valori più alti dell’uomo. Gli incentivi morali avevano quindi tanta importanza, se non di più, degli incentivi materiali. Una tale visione dell’uomo è in contrasto con il comunismo che mette al primo posto le dinamiche economiche e che è profondamente materialista. “La nostra missione – egli afferma – è quella di sviluppare l’uomo e ciò che di nobile vi è in ciascuno”.[7] Stessa concezione, d’altra parte, l’aveva anche Josè Antonio, secondo cui «la Falange spagnola non può considerare la vita come una mera serie di fattori economici. Non accetta l’interpretazione materialista della storia. Lo spirituale è stato ed è la molla decisiva nella vita degli uomini e dei popoli». Per José Antonio il «movimento falangista … deve avere un carattere e un senso ascetico, poetico e militare”. Il programma politico della Falange spagnola prevedeva, nel contesto di una forma corporativista dello Stato, la riforma agraria con la distribuzione della terra ai contadini, la nazionalizzazione delle banche e del credito, la nazionalizzazione delle grandi industrie e il sostegno alla piccola industria artigianale e familiare. Non rigettava il socialismo, reazione naturale alle ingiustizie del capitalismo, ma ne negava l’interpretazione materialista dell’uomo, della vita e della storia e il suo internazionalismo. Scrive Massimo Fini: “Perché ci piaceva tanto, perché ci piaceva più di tutti? Perché il “Che”, con i suoi ideali, con il suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra, infatti, era la prima generazione che non aveva fatto la guerra, che non l’aveva nemmeno vissuta. Era la prima generazione per la quale la guerra, a causa della bomba atomica, era diventata il tabù supremo, il male assoluto, l’innominabile. Ma noi, come tutti i giovani, amavamo la violenza, rimpiangevamo la guerra, anche se non potevamo dirlo nemmeno a noi stessi. E il “Che” legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni e i cubetti di porfido. Se avesse incontrato nella sinistra extraparlamentare Ernesto “Che” Guevara sarebbe piaciuto molto meno a quella ortodossa. I comunisti rimproveravano a Guevara una certa vaghezza ideologica (mi ricordo in proposito degli sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, il fatto che avesse abbandonato un potere che aveva appena conquistato. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere, senza contare poi che Guevara, con il suo passare da una rivoluzione all’altra, sembrava incarnare troppo da vicino quella “rivoluzione permanente” teorizzata da Trotzskij. E Trotzskij allora era tabù per i comunisti che, nonostante il rapporto Kruscev del ’56, rimanevano profondamente, intimamente stalinisti. Insomma, ai comunisti ortodossi Guevara non piaceva proprio per quei motivi per cui noi lo amavamo”.[8]Non è quindi un caso se non tardò molto a rompere i suoi rapporti con l’Unione Sovietica. I motivi furono molti. In primo luogo, la delusione per il ritiro dei missili da Cuba durante la crisi dei primi anni ’60. In secondo luogo, egli riteneva che il sistema sovietico fosse inefficiente, pieno di sprechi e di burocrazia. In terzo luogo, riteneva che quel sistema portasse all’alienazione dell’uomo e del lavoratore (“Da molto tempo l’uomo cerca di liberarsi dall’alienazione per mezzo della cultura e l’arte. Egli muore ogni giorno durante le otto e più ore in cui agisce come merce, per poi risuscitare nella sua creazione spirituale”)[9]. Infine, durante un discorso in Algeria nel 1965, sostenne che l’Unione Sovietica si comportava come i paesi capitalisti sfruttando i popoli più poveri e sottosviluppati. “Se l’internazionalismo proletario guidasse gli atti dei governi di ogni paese socialista (…) sarebbe un successo. Ma l’internazionalismo è sostituito dallo sciovinismo (della grande potenza o del piccolo paese) o la sottomissione all’Urss (…). Questo distrugge i sogni onesti dei comunisti del mondo». Il viaggio di Fidel in Unione Sovietica, nel 1963, e il suo accordo con Krusciov per trasformare Cuba nello zuccherificio del mondo comunista fu un colpo mortale per i piani industriali ed economici del “Che”, il quale voleva far uscire Cuba dalla monocoltura dello zucchero in quanto si rischiava di perpetuare la dipendenza da un paese straniero, anche se era l’Urss e non più gli Usa. In una lettera del 1965 ad Armando Hart (ministro cubano della cultura), critica duramente il «conformismo ideologico» che a Cuba si manifesta nella pubblicazione di manuali sovietici per l’insegnamento del marxismo: “Non ti lasciano pensare: il Partito l’ha già fatto al tuo posto e tu devi solo digerire la lezione». Nelle “Note critiche” al “Manuale d’economia politica dell’Accademia delle scienze dell’Urss” aveva già elaborato una critica dello stalinismo: “Il terribile crimine storico di Stalin fu l’aver disprezzato l’educazione comunista e istituito il culto illimitato dell’autorità”. Ormai deluso dall’Unione Sovietica e dal suo dogmatismo ideologico rilancia il primato della politica. Guevara si indigna per le ingiustizie in America Latina, combatte contro l’imperialismo capitalista e americano, procede all’esproprio delle società straniere, vuole una riforma agraria che ripartisca la terra fra i contadini (con la riforma del ’59 il governo rivoluzionario cubano nazionalizza tutti i possedimenti agricoli di estensione superiore ai 400 ettari), crede nella guida delle aristocrazie guerriere, punta a una rivoluzione morale e vuole con l’indipendenza economica raggiungere la libertà politica, evocando gli stessi valori dell’ autarchia fascista. Questi elementi spiegano perchè il “Che” abbia riscosso successo e ammirazione anche “a destra”, visto i tanti punti originali del suo socialismo nazionale. Superficialmente era di “sinistra”, ma in un senso più ampio era un esteta e un combattente, più che al proletario di Marx si avvicina a D’Annunzio, Lord Byron o al super uomo di Nietzsche. Fu un avventuriero, un idealista e un solitario. Scrive in una lettera ai suoi genitori: “Molti mi diranno un avventuriero, e lo sono; solo che di un tipo diverso, di quelli che rischiano la pelle per dimostrare le proprie verità”[10]. Nel 1955 si unì a Castro “per un vincolo di romantica simpatia e la considerazione che valeva la pena morire su una spiaggia straniera per un ideale così puro[11].” Non era certo un pacifista, amava guerra e armi, unico strumento con cui combattere il Potere, non certo chiacchere, riunioni, partiti politici o sindacati e libere elezioni. È stato più un rivoluzionario sociale che ideologico, nel comunismo ha trovato uno strumento politico per la sua sete di giustizia sociale ma per molti aspetti ne è stato un eretico per il suo idealismo. Fu un sacerdote laico della rivoluzione che ha combattuto in nome di una visione del mondo in una logica tutta evoliana per cui “la vera patria sta nell’idea“. Incarnò un socialismo retorico e patriottico il cui famoso slogan fu “patria o muerte”. Senza necessariamente aderire al suo impianto ideologico, è difficile non sentire la giustezza della lotta di liberazione dei popoli latino americani dall’oligarchia americana e capitalista e non ammirare la sua etica eroica. “Vogliamo un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana[12]», diceva Peròn. E sembra di sentire Guevara. Comunque la si pensi, la peggiore mancanza di rispetto nei suoi confronti è il proliferare di gadget e magliette con la sua effige, l’aver commercializzato la sua immagine e averne fatto un prodotto di mercato di quel capitalismo che ha sempre combattuto fino a morire. Guevara ha diagnosticato bene le problematiche dell’America Latina, anche se forse non tutte le soluzioni proposte erano adeguate in quanto non arrivò a comprendere il valore della Tradizione. La morte prematura lo ha forse fortunatamente sottratto dalle responsabilità del potere e della sua utopia, del suo sogno applicato alla realtà. Come per Josè Antonio e Codreanu, la morte gli ha dato gloria e vita eterna, l’ha reso immortale. “Il suo destino, a differenza di quello di molti suoi contemporanei, era quello di morire come avrebbe voluto e di vivere la vita che aveva sognato”[13].

BIBLIOGRAFIA ORIENTATIVA

ANDREA VIRGA, CUBA. DIO, PATRIA E SOCIALISMO, NOVAEUROPA EDIZIONI, 2017

ERNESTO GUEVARA, I DIARI DELLA MOTOCICLETTA, MONDADORI, 2021

JEAN CAU, UNA PASSIONE PER IL CHE, VALLECCHI, 2003

JUAN DOMINGO PERON, L’ORA DEI POPOLI, IL BORGHESE, 2013

GEORGE CASTANEDA, COMPANERO, MONDADORI, 1999

FEDERICO GOGLIO, PATRIA O MUERTE. CASTRO, GUEVARA E LE ORIGINI NAZIONALISTE DELLA RIVOLUZIONE, RITTER, 2014

MARIO LA FERLA, L’ALTRO “CHE”. ERNESTO GUEVARA MITO E SIMBOLO DELLA DESTRA MILITANTE, STAMPA ALTERNATIVA, 2008

NOTE

[1] José Luis Alcázar. Ñacahuasu, la Guerrilla del Che en Bolivia.

[2] Cau Jean, Una passione per il Che, Vallecchi, Firenze, 2004

[3] J. Cau, Una passione per il Che, Vallecchi, Firenze, 2004

Tratto da: Ereticamente

Ernesto Guevara: l’eroe romantico che piaceva anche ai fascisti
Ernesto Guevara: l’eroe romantico che piaceva anche ai fascisti

RITORNO ALL’UNITA’

di Carlo Weiblingen

La bilancia ha sempre simboleggiato la via del ritorno all’unità, al non manifestato, poiché il “manifestato” è soggetto alla dualità e alle opposizioni. L’equilibrio dei due piatti allude a una dimensione che trascende il tempo-spazio, ovvero la materia. Soltanto situandosi al centro della bilancia, nella immobilità dell’ago, si possono capire le opposizioni come complementari. Il segno si addice al periodo in cui cade l’equinozio d’autunno, quando la durata del dì e della notte si equivalgono, a simboleggiare psicologicamente la condizione nella quale il crepuscolo di un autunno fisico, esteriore, è bilanciato da una primavera spirituale. “Questo crepuscolo autunnale della natura” scrive Barbault “è in dialettica con l’aurora dell’anima, simboleggiata dall’esaltazione di Saturno il quale valorizza le tendenze al distacco, alla privazione, alla rinuncia, in altri termini, la vittoria dello Spirito sulla materia”.

[Alfredo Cattabiani, Planetario]

RITORNO ALL'UNITA'
RITORNO ALL’UNITA’

ALEXANDER DUGIN SULLA GUERRA CONTRO SATANA

a cura di Максим Иванов

“Ciò che è accaduto e ciò che continua a svilupparsi oggi in America, riguarda direttamente noi [Russia]. In verità, il nostro Turning Point è iniziato tre anni e mezzo fa. Eppure molto prima, la civiltà satanica era già penetrata in mezzo a noi e, nel corso di decenni, ha costantemente corrotto il nostro popolo e la nostra società.

Coloro che sono fuggiti con l’inizio dell’operazione militare speciale — Pugacheva e Sineokaya, Galkin, Chubais e tutto il personale dell’Eco di Mosca — sono stati segnatori vividi di questa civiltà satanica, dei suoi fedeli seguaci, tutti agenti stranieri e terroristi. Ormai sono riconosciuti come tali, ma per trent’anni sono stati al vertice stesso del potere, della cultura, dell’analisi, dell’istruzione, della competenza e dei media. In quel periodo, hanno lavorato metodicamente per avvelenare e distorcere la vita della nostra società. Non sono semplicemente nemici dello Stato, sono nemici del popolo, nemici di Cristo. “

ALEXANDER DUGIN SULLA GUERRA CONTRO SATANA
ALEXANDER DUGIN SULLA GUERRA CONTRO SATANA

INDAGINE SULL’ASTERISMO ORIONE-TORO

di Mike Plato

Sono anni che indago sull’asterismo orione-toro

Il Toro, come gia scritto qualche settimana fa, è la POTENZA, quindi simbolo delle POTENZE ASTRALI. Inoltre l’inglese BULL è affine a BULLO, Tipo aggressivo e prepotente verso i più deboli, dominando e opprimendo gli altri con intenti di fare danno, sia a livello fisico che psicologico, in modo ripetuto nel tempo e con una chiara asimmetria di potere tra il bullo e la vittima. Il termine “bullo” si riferisce anche a una persona prepotente, smargiassa e teppista.

In sintesi, “fare il bullo” descrive un comportamento che si basa sulla prevaricazione e sull’uso della forza per sottomettere e opprimere gli altri.

Quindi, ORION è davvero il simbolo astrale dei CAMPIONI CHE POSSONO COMBATTERE CONTRO LE POTENZE:

altra cosa, come ULISSE acceca l’unico occhio del BULLO POLIFEMO, così Orion sembra puntare l’arma verso ALDEBARAN, l’occhio del Toro…

I NEPHILIM SONO LE POTENZE, uno dei tanti modi in cui sono criptate nella Torah

INDAGINE SULL'ASTERISMO ORIONE-TORO
INDAGINE SULL’ASTERISMO ORIONE-TORO

CI SONO ANGELI E ANGELI

a cura di Chiara Rovigatti

Un’ottica che richiama i tempi attuali. Come gli “angeli” di Dürer drenano il sacro Sangue di Cristo momentaneamente indebolito dal sacrificio sulla croce materica, così il sangue dei figli di Dio è al momento sotto attacco delle Potenze che vogliono impossessarsi delle sacre molecole veicolate nel suo DNA che per loro significano sopravvivenza eterna: ma l’eternità non è riservata a loro che non sono esseri di Luce come le Scintille di Adam Primigenio disperse qui, e alle quali quel Sangue speciale è riservato.

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Molti esegeti, e non so quanti ne avrò letti, ritengono che i cd ANGELI siano pienamente devoti e servili a Dio da non avere libero arbitrio, ovvero fanno ciò che Dio vuole facciano senza deviare. Gli uomini invece sarebbero speciali perché dotati di libero arbitrio.

Sfatiamo sta grande caxxata

1. In primo luogo ci sono malakim e malakim. Basta leggere Paolo per rendersene conto. Le sue invettive contro gli angeli della gerarchia di sinistra (Arconti, Potenze) sono terribili. Siffatta gerarchia angelica è sganciata, apparentemente, da Dio, anche se poi finisce per realizzare il Suo piano. Queste gerarchie sinistroidi realizzano il principio che definisco POWAQQATSI, in lingua hopi moderna:

“vita parassitica” oppure “vita in cambiamento”. Più liberamente, può essere interpretata come “vita” che consuma le forze vitali di altri esseri per promuovere la propria vita

2. Come può l’uomo, che è minore delle cosiddette Potenze, avere libero arbitrio, se poi è schiavo delle Potenze stesse??? Anzi direi che l’uomo sta INVOLONTARIAMENTE sotto le Potenze le quali stanno INVOLONTARIAMENTE sotto il Figlio di Dio, il quale sta VOLONTARIAMENTE e CONSAPEVOLMENTE SOTTO IL PADRE…

1Pietro 3:22

…. Cristo che, asceso al cielo, sta alla destra di Dio, dove angeli, principati e potenze gli sono sottomessi….

Mi ha sempre affascinato un’opera di Dürer, in quanto dice molto di più di ciò che sembrerebbe. Gli angeli da lui ritratti non hanno per nulla un viso benevolo, e sembrano molto impegnati nel drenare sangue a quella figura cristica crocifissa che rappresenta l’anima crocifissa alla carne, al corpo.

Osservatelo da un’altra ottica e capirete.

(Mike Plato, 2022)

CI SONO ANGELI E ANGELI
CI SONO ANGELI E ANGELI