QUANDO LA LUCE SPETTRALE SI SPEGNE

a cura di Fumo Fuffu

(Alla richiesta di essere riportato in vita il teschio rispose):

“il Cielo e la Terra sono il mio letto e cuscino,
il Tuono ed il Lampo sono il mio tamburo e ventaglio,
il Sole e la Luna sono le mie lampade,
la Via Lattea uno stagno, le stelle le mie gemme.
Seguo la natura, senza passioni, senza desideri.
Lavami, non potrei esser più bianco.
Sporcami, resterò sempre puro.
Benché immobile, sono dovunque,
senza fretta e pure veloce.”
Così dicendo cessò di parlare. Si fece silenzio.
La luce spettrale si spense…

(Zhang Heng 78-139 dC, Gulou “Il Teschio”)

QUANDO LA LUCE SPETTRALE SI SPEGNE
QUANDO LA LUCE SPETTRALE SI SPEGNE

LA VITA E’ UN PRESTITO IN CONTINUA TRASFORMAZIONE

di Fumo Fuffu

La vita non è che un prestito; grazie ad un prestito noi nasciamo. La vita non è che un grumo di polvere. La morte e la vita si succedono come il giorno e la notte. D’altronde, tu ed io siamo qui a contemplare un esempio di trasformazione. Se la trasformazione mi coglie, perché averne orrore?

(Zhuangzi)

LA VITA E' UN PRESTITO IN CONTINUA TRASFORMAZIONE
LA VITA E’ UN PRESTITO IN CONTINUA TRASFORMAZIONE

RICORDARE CHI SIAMO

a cura di Evano Zaccaron

“L’uomo identifica l’Io con la sua mente; costruisce una personalità falsa che opprime anche il suo corpo e la sua psiche. È totalmente immerso nell’illusione duale; dominato dalla paura e dalla “necessità” di difendere la personalità falsa e apparente, si riveste di un insieme di ruoli fittizi, di maschere, dietro le quali si nasconde e con le quali si propone sulla scena della presunta “realtà”. L’uomo dovrebbe fermare la sua corsa verso miraggi che svaniscono non appena raggiunti. È possibile l’unità permanente, intima e profonda tra anima e corpo? Molte antiche tradizioni, quali Sufi, Cabala e Gnosi, assicurano di si. Per maturarla meditare serve a poco, le energie coinvolte sono ben superiori a quelle che la mente comune ottiene in uno stato di meditazione. Anche tutte le varie tecniche oggi in voga, possono aiutare un po’, ma alla fine non servono se mancano quegli atti fondamentali che sono l’osservazione di se stessi e il coraggio della verità. Per innescare la sinergia tra anima e corpo serve una “lotta” speciale e interna con il “lato oscuro”. Per “vincere” la “lotta” con la propria paura serve la pratica di un’arte antica e dimenticata: l’arte della memoria; in realtà non si tratta di “vincere”, ma di ricordare chi siamo.”

Giuliana Conforto

RICORDARE CHI SIAMO
RICORDARE CHI SIAMO

LA GENTE NON HA CAPITO LA GRAVITA’ DELLA VICENDA KIRK

di Franco Marino

Da giorni, l’omicidio di Kirk ha monopolizzato i social e, come era inevitabile che accadesse, dopo un po’ sono arrivati quelli che dicono “Pensiamo alle tasse, al carovita, alla guerra” e via discorrendo, convinti che quanto accaduto sia una bolla che tra qualche giorno sarà schiattata e nessuno ne parlerà più. Chi scrive una cosa del genere, stupisce per la sua superficialità. Occorre che tutti noi prendiamo consapevolezza che quello che è accaduto è molto più importante, nella sua pericolosità e gravità, di tutto il resto. Quanto accaduto a Kirk, è bene ripeterlo, è da considerare a tutti gli effetti l’Undici Settembre della libertà d’espressione e un punto di non ritorno. Perché?

Quando iniziai a scrivere nel lontano 2003, era già nell’aria crisi che sarebbe poi esplosa nel 2008, come un temporale che senti arrivare ma nessuno vuole vedere. Quando poi la tempesta scoppiò, la blogsfera si riempì di personaggi che costruirono la loro fortuna di divulgatori criticando il sistema dominante, spesso con la stessa foga con cui un predicatore arringa la folla. Ma la cosa che era già in incubazione – e che poi si sarebbe manifestata in tutta la sua brutalità – è che il sistema si sarebbe trasformato in una macchina tecnocratica e professorale, pronta a stilare una lista di opinioni “buone” da contrapporre a quelle “sbagliate”, una divisione che ancora oggi ci avvelena, dai telegiornali fino ai social. E non si tratta di preferenze da bar, tipo se sia meglio il prosciutto crudo o quello cotto, o se il caffè vada bevuto amaro o dolce: qui si gioca sulla carne viva degli interessi reali delle persone, del loro patrimonio valoriale, morale e materiale. E la sensazione, sempre più diffusa, è che certi interessi non siano considerati più meritevoli di tutela e che chi li difende sia automaticamente un nemico da abbattere.

Basta soffermarsi un attimo su questo punto per capire che ciò che è successo il 10 settembre non può essere archiviato come la solita storiella da rotocalco, tipo la coppia beccata a limonare al concerto dei Coldplay, o la diatriba da bar su Raoul Bova coglione o martire, o ancora l’ennesima, stucchevole rissa tra femministe e maschilisti. Qui si parla della libertà di espressione, cioè della possibilità di raccontare la nostra esperienza, di discutere il nostro quotidiano, di mettere in discussione ciò che ci circonda senza dover passare per un tribunale morale. Quando si arriva a stilare una lista, anche solo implicita, di idee “giuste” e idee “sbagliate”, e in nome di questa divisione si arriva a giustificare – o peggio, a eseguire – l’eliminazione fisica di chi difende certe posizioni, anche solo con le parole, nelle università, nelle piazze, nei luoghi dove dovrebbe regnare il confronto, allora la conseguenza è lampante: siamo già dentro un regime, e non serve nemmeno più il manganello per accorgersene. Quello che è successo a Kirk, e soprattutto il modo in cui una parte consistente dell’opinione pubblica ha reagito – tra indifferenza, sarcasmo e compiaciuta approvazione – ci sbatte in faccia una serie di verità che molti fingono di non vedere. Quali?

1) Siamo tutti diventati bersagli ambulanti. Che poi abbiano sparato a Kirk invece che al sottoscritto, è solo una questione di irrilevanza personale: la mia voce, in fondo, vale quanto il due di briscola quando si gioca a scopa con le carte truccate dal mazziere. Ma il meccanismo resta identico: se hai l’ardire di dire quello che pensi davvero, se osi mettere in discussione il sistema di potere che ci sta soffocando, se denunci la deriva culturale che ci sta trascinando verso il baratro, diventi automaticamente un nemico da eliminare. Non conta quanto sia flebile la tua voce, non conta quanto sia limitata la tua influenza: il solo fatto di esistere e parlare ti trasforma in un problema da risolvere.

2) Se mi sparano domani, questo avverrà col plauso compiaciuto degli intellettuali. Quelli che si riempiono la bocca di democrazia, pluralismo, diritti civili, saranno i primi a dire che me la sono cercata, che chi semina vento raccoglie tempesta, che la violenza genera violenza e procederanno, sistematicamente, allo sputtanamento della mia vita privata, senza che ovviamente io possa difendermi. Gli stessi che predicano tolleranza e inclusività saranno pronti a giustificare qualsiasi cosa accada a chi osa mettere in discussione le loro verità rivelate. E questo non è un caso, non è un incidente di percorso: è la logica conseguenza di anni di demonizzazione sistematica di chiunque non si allinei al pensiero dominante.

3) Più grave delle altre due, è stata ufficializzata una scissione netta tra il diritto positivo e quello dei pretoriani di un sistema di potere che si è costruito una sorta di diritto parallelo, non scritto, che da anni sabota il diritto ufficiale, quello per il quale alcuni opinion leader molto popolari in Rete, per le cose che fanno e che dicono – altro che le parole di Kirk – in un qualsiasi paese normale sarebbero in galera. In molti discorsi che ho letto da parte dei cosiddetti “progressisti” – che ogni anno che passa, mi sembrano sempre più “regressisti” sul piano mentale – un magistrato potrebbe riscontrare gli estremi per un’istigazione a delinquere.

Naturalmente, non sono così ingenuo da pensare che prima questa scissione non ci fosse, e del resto sono tanti anni che faccio bisboccia sul web per denunciarla. Ma quello che è successo a Kirk ha ufficializzato che esiste una giustizia per chi sta dalla parte giusta e un’altra per chi ha la sfortuna di trovarsi dall’altra parte della barricata.

Di conseguenza, quando hai sabotato il confronto democratico, quando hai reso impossibile il dibattito civile, quando ogni divergenza di opinione diventa una guerra di religione, allora i temi per cui rivendichi attenzione non possono più essere discussi con onestà. Perché le soluzioni che vorresti proporre per risolverli non sono gradite a quello stesso sistema che ha fatto fuori Kirk. È un meccanismo perfetto, una trappola a orologeria: prima si elimina la libertà di parola, poi si pretende di affrontare i problemi con le stesse ricette marce che li hanno generati. Chi minimizza ciò che è accaduto non capisce che stiamo assistendo all’agonia di ogni possibilità di confronto civile. Non capisce che, quando si arriva a sparare a chi dissente, tutti gli altri problemi diventano automaticamente secondari, perché senza libertà di parola non esiste nemmeno la possibilità di affrontarli. Chi dice “pensiamo alle cose serie” dimostra di non aver capito che questa è la cosa più seria di tutte, perché decide se potremo ancora occuparci di tutto il resto o se dovremo solo subire in silenzio. La stupidità di chi sottovaluta ciò che è successo sta nel non vedere che quello che è accaduto a Kirk è solo l’inizio, non la fine. È la prova che siamo entrati in una fase in cui la violenza è diventata l’unico strumento rimasto per zittire il dissenso. E quando il dibattito democratico viene sostituito dai proiettili, significa che abbiamo già perso tutto ciò che vale la pena difendere.

Quindi, che vi piaccia o no, sì, continuerò a parlare del caso Kirk. Lo farò finché mi andrà, finché avrò qualcosa da dire, finché mi pare e piace. Se avrò spunti di riflessione tali da riempire questa pagina fino a dicembre, continuerò a parlare di Kirk fino a dicembre, magari pure nel 2026 o nel 2027. Perché quello che è successo è più importante di tutto il resto, persino delle guerre. Su questa vicenda, l’Occidente si gioca tutto. Chi non è d’accordo, naturalmente può fare una sola cosa: smettere di leggermi.

Chest’è.

LA GENTE NON HA CAPITO LA GRAVITA' DELLA VICENDA KIRK
LA GENTE NON HA CAPITO LA GRAVITA’ DELLA VICENDA KIRK

AVERE UN INTELLETTO STABILE

a cura di Ottava di Bingen

“Il Signore Beato disse:
Quando un uomo si libera completamente di tutti i desideri che sono penetrati (profondamente) nella mente,
o Partha,
quando egli è appagato nel Sé,
attraverso il Sé soltanto,
allora si dice di lui che ha un intelletto stabile.”
(Bhagavad-Gita, verso 55)

AVERE UN INTELLETTO STABILE
AVERE UN INTELLETTO STABILE

TRADIZIONE E ISLAM CON LA MUSICA MODERNA PROFANA

di Beatrice Lucenzi

—-

L’argomento è uno di quelli che i Maestri ritengono molto importanti per la “salute” del discepolo.

La degenerazione delle arti e delle scienze tradizionali sono dapprima il risultato di uno scollamento dai principi tradizionali, in secondo luogo di una riduzione della loro portata agli aspetti più marginali, se non quando una sovversione dei significati simbolici.

La musica occidentale e moderna non si esime da questo processo.

Non solo, ma in questo caso, essendo la funzione della musica tradizionale legata alla “scienza del ritmo”, quindi all’armonizzazione delle modalità sottili in funzione di una comunicazione con gli stati superiori dell’essere, la degenerazione moderna ha un carattere ancora più pernicioso, dato che la sovversione non riguarda solo i principi e i modelli veicolati, ma la stessa scienza del ritmo, la quale in modo analogo, ma invertito, ha come scopo cosciente, da parte della contro iniziazione, quello di favorire una conunicazione con gli stati inferiori dell’essere, se non quando una vera e propria disintegrazione dello stato sottile (è il caso dei generi “metal” a cui si lega, infatti, l’aspetto infero dei metalli: “heavy” poi vuol dire pesante..ciò che sprofonda).

Ciò, del resto, vale in un certo senso per tutta la musica profana, poiché, anche quando non assume come in questo caso un carattere dissolvente, la sua funzione è quella di determinare nel cuore uno stato di distrazione e non curanza, ragione per cui, ad esempio, ai tempi del Profeta Muhammad saws certi strumenti musicali e certi ritmi, al di fuori di un impiego tradizionale ed ispirato, erano vietati.

Nel caso della musica occidentale e profana è pur vero che alcune canzoni hanno testi che possono consentire di richiamare alla memoria vaghi concetti tradizionali, ma laddove non si tratta di residui e vestigia coscientemente utilizzati per attirare l’essere in un processo di “audizione” invertito, come nel caso del “metal”, rimane semplicemente un adesione mentale e superficiale, il cui unico pregio può essere quello di non essere nocivo.

Noi tutti occidentali siamo cresciuti ascoltando, e in qualche caso suonando, musiche profane, il che, quantunque non impedisce di esaurire il relativo accumulo di scorie psichice con una costante pratica tradizionale e con la sostituzione di tali audizioni con quelle di carattere sacro (qasida, sama’…), rappresenta un problema laddove ci si illude di poter continuare a navigare in tali tenebre musicali e trarre da esse quel poco di luce che vi è rimanendo immuni da ogni pericolo.

Al Ghazali aveva ben ragione nel dire che l’uomo degli ultimi tempi è il più illuso riguardo alle sue facoltà e ben farebbe ad avere un atteggiamento piu scrupoloso e prudente.

La musica moderna e profana è un veleno per qualsiasi iniziato, sicché le tendenze individuali di carattere musicale, anziché essere oppresse, andrebbero ricollocate e rigenerate in un ambito tradizionale, anche se non è una cosa così facile, non trattandosi di una di quelle cose che rientrano nel ” fai da te”.

TRADIZIONE E ISLAM CON LA MUSICA MODERNA PROFANA
TRADIZIONE E ISLAM CON LA MUSICA MODERNA PROFANA

LA PAPESSA GIOVANNA TRA LEGGENDA E STORIOGRAFIA: UN MITO MEDIEVALE

di Tania Perfetti

La vicenda della cosiddetta Papessa Giovanna rappresenta uno dei racconti più singolari e longevi dell’immaginario europeo. Secondo la tradizione, nella prima metà del IX secolo una donna, travestita da uomo, sarebbe riuscita a farsi eleggere papa col nome di Giovanni VIII, venendo smascherata solo durante una processione, quando partorì improvvisamente davanti al popolo. Una scena scandalosa che le costò la vita. La storiografia moderna ha da tempo escluso ogni fondamento storico, ma resta il fatto che la leggenda ebbe nel Medioevo e oltre una diffusione straordinaria, fino a trasformarsi in un mito capace di assumere diversi significati politici, morali e simbolici.

LE ORIGINI DELLA LEGGENDA

Contrariamente a quanto suggerirebbe la sua collocazione cronologica, la storia di Giovanna non nasce nel IX secolo ma molto più tardi, nel cuore del Duecento. È infatti in questo periodo che tre diversi frati appartenenti agli ordini mendicanti la mettono per iscritto, in versioni indipendenti ma affini, che costituiranno il punto di partenza di tutte le varianti successive.

Il primo a parlarne fu il domenicano Giovanni di Mailly, che attorno al 1250, nella sua Cronaca universale di Metz, narra la parabola di una donna entrata nella curia romana sotto mentite spoglie maschili, divenuta notaio, poi cardinale e infine papa. La sua sorte fu tragica: durante una cavalcata partorì improvvisamente, e subito il popolo la punì con una morte atroce, trascinata dal cavallo e lapidata. Una lapide commemorativa, recante un’iscrizione in forma di filastrocca, ne ricordava lo scandalo.

Pochi anni dopo, un frate francescano di Erfurt inserì la storia nella sua Chronica minor (entro il 1261). Qui il colpo di scena avveniva in modo ancora più spettacolare: in pieno concistoro, il diavolo in persona svelava ai cardinali che il pontefice era una donna incinta. Questo particolare, nato in ambito conventuale, diventerà un’arma formidabile in epoca di Riforma, quando i protestanti non esiteranno a insinuare che il demonio stesso fosse il padre del bambino, trasformando la leggenda in un’allegoria dell’Anticristo.

La versione che conobbe la più vasta fortuna fu però quella del domenicano Martino Polono, funzionario della penitenzieria apostolica, che nel 1277 incluse l’episodio nel suo Chronicon pontificum et imperatorum. Qui la storia si arricchiva di dettagli concreti: la protagonista, inglese di nascita, avrebbe studiato ad Atene, insegnato con successo a Roma e guadagnato fama tale da venire eletta papa all’unanimità. Ma, rimasta incinta di un collaboratore, fu sorpresa dalle doglie durante una processione da San Pietro al Laterano, e morì poco dopo aver partorito tra il Colosseo e San Clemente. Da allora, si diceva, i papi avrebbero evitato quel tratto di percorso per non rievocare lo scandalo.

È importante sottolineare che nessuna fonte del IX secolo, cioè dell’epoca in cui Giovanna sarebbe vissuta, menziona la vicenda. Anzi, conosciamo con precisione le circostanze dell’elezione di Benedetto III dopo la morte di Leone IV, nel 855: la successione fu regolare e non vi fu spazio per pontificati “fantasma”. La leggenda, dunque, non può che essere un’invenzione tarda.

UN MITO NATO NELLA CURIA

Il fatto che a elaborare le prime versioni siano stati tre religiosi esperti della vita di corte pontificia è un dato fondamentale. Giovanni di Mailly riproduce la carriera tipica della curia del tempo; l’anonimo francescano dimostra conoscenze di Roma e dei suoi cerimoniali; Martino Polono mostra familiarità con i percorsi processionali dei papi. Non erano frati marginali, ma uomini di cultura che frequentavano da vicino l’ambiente romano. Proprio per questo, la leggenda sembra nascere come risposta indiretta a un dibattito scottante in quegli anni: la possibilità, avanzata da alcuni canonisti, di ammettere le donne agli ordini sacri.

Alla fine del XII secolo, infatti, la rilettura di un passo del concilio di Calcedonia aveva suscitato discussioni sulla liceità dell’ordinazione femminile. Le autorità ecclesiastiche ribadirono con forza l’impossibilità di una simile innovazione, ma la circolazione di racconti in cui donne officiavano messe in contesti ereticali alimentava il dibattito. In questo clima, la figura della papessa appare come una sorta di parabola ammonitrice: mostrare, in forma narrativa e scandalosa, le conseguenze paradossali di un’eventuale apertura in tal senso.

Non a caso, la leggenda fu collocata cronologicamente nel vuoto lasciato dal Liber pontificalis tra Leone IV e Benedetto III, dove alcuni manoscritti medievali si interrompevano. Era un punto della storia abbastanza lontano nel tempo da rendere plausibile l’inserimento di un episodio straordinario, e abbastanza “oscuro” da non sollevare sospetti.

RICEZIONE E DIFFUSIONE

Dal Medioevo in poi, la leggenda della papessa Giovanna si arricchì di dettagli sempre nuovi. Alcuni luoghi romani vennero collegati alla sua memoria: celebre è il caso della cosiddetta sedia stercoraria, trono forato usato nei rituali di intronizzazione papale, che fu interpretato come uno strumento inventato per verificare il sesso del pontefice dopo lo scandalo di Giovanna. Umanisti come Platina, nel Quattrocento, la raccontarono ancora, oscillando tra credulità e scetticismo.

Il vero rilancio della leggenda si ebbe però nel XVI secolo, quando i protestanti la usarono come arma polemica contro Roma. Autori come Matthias Flacius Illyricus la presentarono come prova dell’immoralità e della fallibilità del papato, mentre la Chiesa cattolica reagì con tentativi di censura o reinterpretazione. Dal Seicento in poi, con studiosi come Cesare Baronio, la storiografia cattolica ne smontò progressivamente la credibilità, confinandola nel campo delle favole popolari.

SIGNIFICATO CULTURALE

Se la papessa Giovanna non è mai esistita, la sua leggenda resta comunque significativa. Essa riflette paure, tensioni e contraddizioni legate al ruolo delle donne, al potere papale e al rapporto tra verità e menzogna. L’immagine di una donna capace di scalare fino al vertice della Chiesa, per poi essere smascherata dal parto, il segno più evidente della sua femminilità, mette in scena la sovversione dell’ordine sociale e religioso e, nello stesso tempo, la sua punizione.

L’immaginario della papessa, insomma, svolge una duplice funzione: da un lato denuncia le fragilità del papato e le ipocrisie del clero; dall’altro ribadisce, in chiave moralistica, l’esclusione femminile dall’autorità ecclesiastica. È proprio questa ambivalenza a spiegarne la lunga fortuna: dal Medioevo alla Riforma, fino alla cultura moderna e contemporanea, dove la figura di Giovanna continua a ispirare letteratura, cinema e studi storici come specchio delle tensioni tra potere, genere e verità.

CONCLUSIONE

La Papessa Giovanna non appartiene alla storia, ma al mito. Eppure, la sua fortuna ci dice molto sulla mentalità medievale e sulla capacità delle narrazioni apocrife di diventare strumenti di dibattito e di propaganda. Lungi dall’essere una mera invenzione anticlericale, la leggenda nacque probabilmente per difendere la dottrina e i confini dell’ordine sacro, trasformandosi poi in un racconto universale sul potere e sulle sue contraddizioni. Ancora oggi rimane una finestra preziosa sulle paure, i conflitti e i simboli che hanno attraversato la cristianità medievale.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

• Giovanni di Mailly, Chronica Universalis Mettensis, sec. XIII.

• Anonimo di Erfurt, Chronica minor, sec. XIII.

• Martino Polono, Chronicon Pontificum et Imperatorum, sec. XIII.

• Platina (Bartolomeo Sacchi), Vite dei pontefici, 1479.

• Baronio, Cesare, Annales Ecclesiastici, Roma, 1588–1607.

• Bähr, Johann, Die Päpstin Johanna, 1834.

• Paravicini Bagliani, Agostino, La papessa Giovanna, Torino, Einaudi, 2016.

• Noble, T. F. X., “Literary Forgeries and the Legend of Pope Joan,” in Traditio, 41 (1985), pp. 151–175.

• Dufresne, Claude, La papesse Jeanne, Paris, Denoël, 2006.

• Platt, J., Queen Joan: The Myth of Pope Joan, Routledge, 2015.

LA PAPESSA GIOVANNA TRA LEGGENDA E STORIOGRAFIA: UN MITO MEDIEVALE
LA PAPESSA GIOVANNA TRA LEGGENDA E STORIOGRAFIA: UN MITO MEDIEVALE

Siria e la disintegrazione dello Stato

a cura della Redazione

16-09-2025

Siria – Quando Hafez al-Assad assunse ufficialmente il potere nei primi anni ’70, non si trattò semplicemente di un colpo di stato militare o di un cambio di leadership politica. Piuttosto, si trattò della creazione di un’ampia alleanza sociale che includeva le classi rurali emarginate, la borghesia urbana e la classe media. Questa alleanza formò quello che potremmo definire il “contratto sociale repubblicano”, che garantiva allo Stato una legittimità derivante dalla sua funzione sociale, non solo da slogan, e la capacità di durare per decenni. Questa capacità non può essere spiegata da una cospirazione settaria o da un colpo di stato militare. Questo potrebbe spiegare come fu preso il potere, ma non spiega come Assad abbia costruito un regime durato così a lungo in un Paese dove, prima di Assad, i colpi di stato militari si verificavano in media ogni sei mesi.

Gli strumenti a disposizione dello Stato per stabilizzare questo contratto erano: impiego pubblico per ogni laureato, sussidi per i beni di prima necessità, istruzione e assistenza sanitaria gratuite, sussidi per i beni di prima necessità e coscrizione obbligatoria a livello nazionale. Questo modello ebbe successo per decenni, ma in seguito iniziò a erodersi sotto le soffocanti pressioni regionali e globali.

Questo contratto sociale durante il primo regime di Assad ha prodotto quella che la ricercatrice Hanna Batatu chiama la “filantropizzazione dello Stato”, ovvero l’emergere di élite di origine contadina alle leve del potere, un processo sociale che ha portato a una relativa stabilità all’interno della struttura Stato-società.

Siria tra esplosione demografica e pressioni strutturali

All’inizio del terzo millennio, lo Stato siriano iniziò ad affrontare gravi sfide demografiche ed economiche dovute alle sue risorse limitate rispetto al costo di questa alleanza. Quest’alleanza non si limitava a contadini e operai, come nei paesi socialisti, ma si estendeva alle élite commerciali civili, cercando di garantirne la lealtà o almeno la neutralità politica. Ciò ne fece un ulteriore spreco di risorse statali. Per non parlare del costo delle spese militari in un Paese confinante con Israele. Le campagne siriane, principali beneficiarie dei programmi di welfare, registrarono uno dei più alti tassi di crescita demografica del mondo arabo. Tuttavia, con la ridotta capacità dello Stato di impiegare personale e l’ingresso di centinaia di migliaia di giovani nel mercato del lavoro ogni anno, iniziarono a emergere contraddizioni strutturali.

Sebbene la Siria abbia registrato elevati tassi di crescita economica tra il 2005 e il 2010, questa crescita non è stata sufficiente ad assorbire la pressione demografica e la domanda sociale di lavoro e sostegno. Sebbene l’alleanza tra Stato e commercianti sia rimasta intatta, la sua capacità di assorbire i gruppi emarginati ha iniziato a indebolirsi.

Aggressione Iraq: il settarismo come strumento coloniale

Con l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, l’obiettivo non era solo quello di distruggere un esercito o cambiare un regime, ma di rimodellare la regione secondo linee pre-nazionali: settarie, etniche e regionali.

Questa invasione fu un terremoto geopolitico, le cui ripercussioni si estesero a Siria, Libano e Palestina. Le forze ostili all’asse dell’indipendenza araba si resero conto che il tessuto sociale di questi paesi era in gran parte unito e che farlo implodere dall’interno era il modo migliore per indebolire la resilienza di queste società, senza la necessità di una guerra diretta.

La Siria è stata un bersaglio diretto di questo percorso, non solo per la sua posizione geografica, ma anche per il suo ruolo centrale nell’Asse della Resistenza e per il suo rifiuto dell’egemonia israelo-americana.

Siria modello per le “guerre moderne

Ciò che è accaduto in Siria dal 2011 non è stata una “rivoluzione”, bensì – secondo gli standard militari e politici moderni – una guerra ibrida globale condotta da potenze esterne utilizzando strumenti non convenzionali:

  1. Ampio sostegno ai gruppi terroristici designati a livello internazionale.
  2. Un’enorme macchina mediatica globale che ha prodotto narrazioni dirette e fatto esplodere contraddizioni.
  3. Mobilitare fattori di identità e appartenenza per alimentare il conflitto interno.
  4. Imporre sanzioni economiche debilitanti che hanno compromesso la capacità dello Stato di fornire servizi di base.
  5. Attacchi aerei selettivi contro strutture militari e civili per perpetuare l’instabilità.

L’ex ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Hamad bin Jassim, ha ammesso che gli stati del Golfo hanno speso quasi 2mila miliardi di dollari per rovesciare il regime siriano, affermando di averlo fatto in diretto coordinamento con gli Stati Uniti.

Pertanto, quanto accaduto in Siria non è stato semplicemente lo scoppio di una crisi interna, bensì il risultato della convergenza di un aggressivo progetto esterno con divari e contraddizioni sociali interne deliberatamente esagerate. In Siria l’Occidente ha utilizzato tutti gli strumenti della guerra di nuova generazione: sedizione, guerra psicologica, smantellamento delle istituzioni, sanzioni e monopolio della narrazione mediatica.

Una guerra globale contro uno Stato indipendente

Ciò a cui la Siria ha assistito non è stato altro che la più cruda espressione del desiderio delle potenze straniere di rimodellare l’Oriente arabo per adattarlo ai propri interessi egemonici. La guerra siriana è stata l’esempio più estremo della strategia di “implosione” adottata dagli Stati Uniti contro qualsiasi stato indipendente.

È stato dimostrato che non c’è bisogno di un’invasione diretta se si possono accendere contraddizioni interne, immettere armi, dirigere i media e imporre sanzioni economiche.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Siria e la disintegrazione dello Stato
Siria e la disintegrazione dello Stato

Anche l’Onu accusa Israele: a Gaza è genocidio

di Andrea Muratore

16 Settembre 2025

Israele sta “commettendo un genocidio” nella Striscia di Gaza. Nel giorno in cui Benjamin Netanyahu ordina l’offensiva via terra verso il territorio controllato da Hamas nella parte meridionale della Palestina e in cui, dopo giorni di attacchi e avvertimenti d’evacuazione, il ministro della Difesa Israel Katz giubila dichiarando che “Gaza sta bruciando”, l’affondo più duro delle organizzazioni internazionali viene dalle Nazioni Unite. Per la precisione dall’attiva Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e Israele, organo d’indagine che ha esortato in un report Tel Aviv a interrompere “il genocidio in atto” a Gaza.

Un passaggio senza precedenti, perché finora anche il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, pur critico della guerra di Israele in Palestina e dei massacri condotti dall’Israel Defense Force nell’attacco alla Striscia aveva sempre evitato di usare questa parola storicamente tabù: genocidio. Le figure più in vista dell’Onu che hanno accusato di genocidio Israele sono state al massimo al livello di relatore speciale, come è successo per l’italiana Francesca Albanese che però non dirige formalmente alcuna struttura né ricopre cariche di inviata speciale del Palazzo di Vetro.

Le denunce di Albanese, per quanto coraggiose, sono riferibili in virtù della sua mansione a una presa di posizione personale. Ben altro peso ha, invece, l’odierna dichiarazione, che porta la firma di una struttura legata all’Onu, che di fatto pubblicandola sottoscrive e certifica il rapporto. Questo è un’importantissima presa di posizione e un fondamentale cambio di paradigma, specie in relazione al fatto che Israele è, di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, indagata come Stato per la condotta a Gaza, con il Sudafrica sostenuto da diversi Paesi del Sud Globale e dalla Spagna che intende portar le prove per far condannare lo Stato Ebraico.

In punta di diritto, però, anche la conclusione della Commissione d’inchiesta può esser legalmente vincolante. La sua presidente Navi Pillay, giudice sudafricana della Corte Penale Internazionale (da non confondere con la Cig) e già Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani dal 2008 al 2014, lo ha spiegato sul New York Times. La citiamo esplicitamente, il suo commento vale più di mille parafrasi.

Scrive Pillay:

 La legge è esplicita: l’obbligo di prevenire il genocidio sorge nel momento in cui si manifesta un rischio grave. Quella soglia è stata superata molto tempo fa in questa guerra. Nel gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha avvertito tutti gli Stati che esisteva un serio rischio che a Gaza si stesse commettendo un genocidio. Da allora, le prove si sono solo aggravate e le uccisioni si sono moltiplicate.

Di conseguenza, non è solo Israele chiamata in causa. Ai sensi dell’accordo costitutivo delle Nazioni Unite, è vincolata anche l’intera comunità internazionale:

Cosa significa questo per la comunità internazionale? Significa che i suoi obblighi non sono facoltativi. Ogni Stato ha l’obbligo di prevenire il genocidio, ovunque si verifichi. Tale obbligo richiede un’azione: fermare il trasferimento di armi e il supporto militare utilizzati in atti di genocidio, garantire un’assistenza umanitaria senza ostacoli, fermare gli sfollamenti di massa e la distruzione e utilizzare tutti i mezzi diplomatici e legali disponibili per fermare le uccisioni. Non fare nulla non è neutralità. È complicità.

Pillay, che nel suo articolo ricorda anche la sofferenza dei civili israeliani trucidati dai terroristi di Hamas, è una giudice 84enne che è stata molto vicina a Nelson Mandela dopo la fine dell’Apartheid e ha presieduto processi contro molti criminali ruandesi complici e partecipi del genocidio del 1994. Nel suo articolo parla principalmente, dallo scranno del Nyt, agli Usa che proseguono i loro trasferimenti militari a Israele, ma anche all’intero sistema internazionale.

Non ci può essere, insomma, più ambiguità: la condotta di Tel Aviv è giudicata talmente grave da ritenere, agli occhi dell’Onu, una condanna incondizionata. La sentenza della Cig sul caso di genocidio renderà operativi i vincoli di cui parla la giudice. Ogni negligenza e favoritismo a Tel Aviv su Gaza rischierà, in caso di verdetto positivo di portare uno Stato di fronte alla Corte: vale, questo, in particolar modo per i partner occidentali di Tel Aviv. Inoltre, una sentenza in questione aprirebbe a proposte di intervento internazionale per risolvere i problemi nella Striscia.

Chiaramente, ad oggi, ogni strumento di enforcement della pace in Medio Oriente non può non passare dal Consiglio di Sicurezza Onu. Qui, Israele può contare sul veto degli Usa a qualunque risoluzione contraria ed è difficile pensare che, alla luce dell’attacco di Donald Trump e del segretario di Stato Marco Rubio alle istituzioni multilaterali, la situazione possa cambiare. Ma dopo oggi la pressione politica su Tel Aviv e alleati sarà sempre più pesante.

Tratto da: Inside Over

Anche l’Onu accusa Israele: a Gaza è genocidio
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