“Il diavolo si vince soprattutto con la pazienza, perché lui invece non ne ha”,
Carl Gustav Jung
Spesso vengo contattato da persone che vogliono imparare a meditare. Dopo aver specificato che non sono un maestro, bensì un praticante come loro con un pò più di esperienza nel caso stiano iniziando (pratico la meditazione da laico dal 1990), suggerisco di seguire alcuni semplici accorgimenti e di praticare assieme. Alcuni accettano e, per grazia dei Siddha, cominciando ad avere esperienze, iniziano un percorso di pratica; altri incalzano: “ok, ma subito non ho tempo da perdere…”.
Allora faccio presente che per intraprendere un sentiero serio di meditazione è necessario osservare innanzitutto i propri processi mentali, soprattutto quelli che mi vogliono vedere sempre accelerato e che non mi permettono di rallentare le frequenze cerebrali. Risultato? Non hanno tempo, hanno fretta: “sai caro ho tante cose da fare!”. La cosa triste? Spesso sono operatori olistici e insegnanti di haṭha, ovvero persone che dovrebbero insegnare ad altri a rallentare nella vita. Perché sbagliano? In primo luogo per loro stessi, in seconda battuta perché vengono da me per aggiungere cose da mettere a listino, da rivendere in un secondo momento, vabbè ci vuole pazienza…
L’arte del Gandhāra fiorì nella regione oggi a cavallo tra Pakistan settentrionale e Afghanistan orientale, approssimativamente tra l’ultimo secolo a.C. e il IV-V secolo d.C. (con echi fino ai secoli VII-VIII). Fu in quest’area che si incrociarono culture persiana, indiana — e, decisamente, ellenistica.
È questo sincretismo culturale che permise un’innovazione cruciale nell’iconografia buddhista: la rappresentazione del Buddha in forma umana. Prima del Gandhāra, si preferivano modalità aniconiche — simboli come la ruota del Dharma, l’albero della Bodhi, il trono vuoto. Solo nel Gandhāra prende forma la figura umana del Buddha in statue e rilievi.
Statue del Buddha come un dio greco: caratteristiche dell’incontro
Molti elementi stilistici delle statue gandhariche sembrano mutuati da modelli greco-ellenistici o romano-ellenistici:
La resa del panneggio — pieghe profonde, naturali, che richiamano le vesti dei filosofi o delle divinità greche e romane.
L’anatomia idealizzata: muscolatura sottile ma definita, proporzioni che riflettono ideali estetici dell’arte greca classica.
Volti armonici, lineamenti regolari (naso diritto, mascella definita, labbra morbide), occhi a mandorla o socchiusi che danno un’espressione meditativa ma anche maestosa.
I capelli modellati a ciocche ondulate, a volte raccolti in chignon — ushnīṣa — che somiglia a come venivano rappresentati i capelli divini nelle statue ellenistiche.
Questa fusione non è mera imitazione: è un dialogo produttivo. Il Buddha non viene rappresentato come un dio greco, ma molte sue immagini — specialmente i Buddha in piedi o seduti in atteggiamenti di insegnante — richiamano pose, gesti, simbologia visiva che uno spettatore contemporaneo riconoscerebbe come “divina” nel mondo greco-romano. È come se il Maestro venisse raffigurato usando la grammatica visiva del pantheon ellenistico.
Un caso eccezionale: perché unico
L’arte del Gandhāra è probabilmente l’unico (o almeno il più significativo) caso in cui il buddismo integra l’immagine antropomorfa del Buddha prima di sviluppi interni successivi in altre regioni. Mentre nell’India settentrionale (es. Mathura) si sviluppavano tradizioni iconografiche autonome, il modello gandharico, con la sua enfasi sulla forma umana e l’uso del linguaggio artistico greco, rappresenta una fusione che risulta davvero unica.
Il ruolo del MAO (Torino) nell’interpretazione visiva
Il Museo d’Arte Orientale (MAO) di Torino offre ottime testimonianze di questa fusione tra ellenismo e buddismo:
All’interno del museo, la sezione dedicata all’Asia meridionale include una sala Gandhāra con statue in scisto, stucco e terracotta, e decorazioni provenienti dallo stupa di Butkara.
Una delle opere più rappresentative è una Testa di Buddha in stucco (sec. IV‑V d.C.), proveniente dalla regione del Gandhāra. Il volto, dalle linee sobrie e armoniche, mostra il perfetto equilibrio tra essenzialità espressiva e modellazione naturale: occhi a mandorla, labbra morbide, naso curvilineo appena accentuato. Nel suo insieme, il volto trasmette serenità (tipica dell’iconografia buddhista) attraverso modalità stilistiche egregiamente classiche europee.
Attraverso esposizioni come “Buddha. Frammenti, derive e rifrazioni dell’immaginario visivo buddhista”, il MAO invita il pubblico a riflettere su quanto questo linguaggio visivo sia stato il risultato di interazioni culturali profonde e mutevoli, e non di semplici “prestiti” estetici.
L’arte del Gandhāra rimane un fenomeno eccezionale: mai prima o poi è esistito un contesto nel quale il buddismo, nel rappresentare il suo fondatore, abbia adottato forme che echeggiano le divinità ellenistiche con tale naturalezza. Le statue del Buddha — iconograficamente “umane”, ma stilisticamente “divine” nel senso greco-ellenistico — incarnano una mediazione culturale che parla di scambi, conquiste, diffusione delle idee.
Seminano menzogna e terrore, convinti che nessuno li veda, ignari che l’Ombra osserva… e attende. Provocano, costantemente, chi ha già smascherato il gioco, chi non si piega, chi non reagisce — non per paura, ma perché ha già visto oltre il sipario di cartapesta. Ogni bugia che pronunciano è una pala di terra sulla loro stessa fossa.
E come si muovono? Inventano e inscenano tragedie su misura, a discapito della povera gente, per servire i loro sporchi scopi: 11 settembre, 7 ottobre, Nord Stream, inesistenti armi chimiche, coronacircus e conseguenti vaccini letali – per citarne alcune – e ancora, presunti traffici oscuri dal Venezuela. Tutto orchestrato con la solita regia globale mediocre ma criminale.
I giorni sono contati.
Si credono burattinai, ma i fili si stanno spezzando. Trattano il popolo come pecore: offrono finalmente l’utilizzo della parola “genocidio”, fino a qualche mese fa violentemente censurata, e concedono il diritto di manifestare e sventolare bandiere colorate. Ma è troppo tardi. La verità è già in marcia.
I giorni sono contati.
E quando cadrà il sipario, li accompagneremo con una scrosciante risata verso l’eterno riposo che hanno scelto con le loro stesse mani.
Nessuna gloria, nessun martirio. Solo il silenzio che avvolge i codardi quando la verità li raggiunge… troppo tardi.
**Un’Esperienza di Pre-Morte di una musulmana, condivisa tramite corrispondenza personale, dalla figlia della protagonista:
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«Mia madre… ebbe un’esperienza di pre-morte cinque anni fa, a causa di un improvviso aumento del potassio nel sangue. Il suo cuore smise di battere e fu dichiarata morta in ospedale. Dopo circa mezz’ora, all’improvviso il monitor iniziò a mostrare nuovamente i battiti cardiaci. Tutti in ospedale rimasero scioccati: un medico anziano disse che, in quarant’anni di carriera, non aveva mai visto un caso simile.
Quando la mamma si riprese, le chiesi cosa avesse visto. In breve, ecco le sue parole: vide tutti i suoi parenti defunti, case bellissime, giardini e negozi. Uno dei nostri stretti parenti, morto molto tempo fa, le disse che le buone azioni compiute nel mondo si trasformano in ricompense e monete. Con queste monete si possono aprire le porte dei giardini e del mondo degli angeli, e si può anche visitare il Santo Profeta Muhammad (pace su di lui).
Tutti erano felici e in pace. Quando mia madre chiese quali fossero le buone azioni ricompensate maggiormente, il nostro parente defunto rispose: la gentilezza, il perdono, la misericordia e, in particolare, la bontà verso la madre.
Le persone che sono gentili e pazienti con i parenti, i colleghi e i domestici ricevono molte monete. Coloro che spendono per i poveri e i malati ricevono anch’essi grandi ricompense e molte monete. Allo stesso modo, le persone che lavorano duramente, sono oneste e non fanno del male agli altri ricevono doni molto speciali. Tutte le persone—indù, cristiani, ebrei—che compiono il bene sono ricompensate: qui non c’è discriminazione.»
“Eko draṣṭāsi sarvasya muktaprāyo’si sarvadā ayameva hi te bandho draṣṭāraṃ paśyasītaram”,”sei (asi) il solo (ekaḥ) vedente (draṣṭā) di tutto (sarvasya) [e] sei (asi) quasi (prāyaḥ) sempre (sarvadā) libero (muktaḥ); ciò (ayaṃ) in verità (hi) [è] il tuo (te) legame (bandha) vedere (paśyasi) il vedente (draṣṭāraṃ) [essere] altro (itaram, nel senso di distinto)”, Aṣṭāvakra-gītā (Rudra).
In questo versetto dell’Aṣṭāvakra-gītā, il termine draṣṭṛ può essere reso come “testimone” oppure come “vedente”, ossia colui che vede. Nella prima accezione di significato è inteso come “colui che osserva” e richiama il concetto di sākṣin (testimone) del Sāṃkhya, nella quale sfumatura si sottolinea il fatto di osservare senza coinvolgimento (sa akṣa, con i suoi propri occhi). Quindi se reso con testimone il senso dello śloka ha un taglio non-duale legato all’idea di distacco: il Sé non si mischia con ciò che è visto ma è comunque a sostrato della realtà.
Traducendo draṣṭṛ con vedente, la frase non si riferisce più al Sé (ossia il testimone) bensì ad ahaṅkāra, l’ego, a kartā, quello che pensa di fare e che si illude di essere il protagonista della scena. In tale ottica il vedente è “a occhi aperti” e vedendo proietta la sua illusione, la sua personalissima māyā su ciò che è (yathābhūta).
Per quale motivo è presente questa sfumatura di significato? Perché il più grande “vedente” di tutti è Śiva stesso. Egli apre gli occhi (unmeṣa) e proietta la realtà (spanda) e poi li chiude (nimeṣa) riassorbendola (pralaya). In questa prospettiva, diametralmente opposta a quella della mistica occidentale, dove aprire gli occhi è vedere con chiarezza e chiuderli è brancolare nella nescienza, il draṣṭā non è colui che vede l’essenza delle cose, bensì il confuso proiettore, ossia colui che proietta sul tutto la sua illusione individuale. Tale ottica interpretativa vede il legame (bandha) come lo stesso atto proiettivo di vedersi/percepirsi (paśyasi) distinto (itaram) dall’unica (ekaḥ) realtà che è Śiva. Un ulteriore tassello dell’analisi è quel: “sei quasi sempre libero”, ovvero sei libero per natura tranne quando ti vedi distinto da Śiva. Ora entrambi i commenti (bhāṣya) ed entrambe le traduzioni sono plausibili, questo è il merito “quantistico” del sanscrito, che ancora una volta ci ricorda che la verità è contemporaneamente tutte le variabili, anche quelle paradossalmente contrapposte, ecco perché nella via d’uscita non-duale da māyā permane il famoso testimone della filosofia duale del Sāṃkhya: il sākṣin non prende parte al gioco delle variabili, bensì le osserva distaccato.
COLUI CHE VEDE: IL TESTIMONE PRIVO DI COINVOLGIMENTO
Di Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale di IGNIS – Fuoco Italico
In un’epoca dove il dissenso viene sistematicamente zittito e il pensiero unico avanza con la forza di un rullo compressore, un altro eroe della contro-rivoluzione è caduto sotto i colpi dell’intolleranza violenta che caratterizza il nostro tempo. Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA, figura carismatica e paladino indomito dei valori conservatori americani, è stato assassinato. La sua colpa? Aver avuto il coraggio di portare avanti idee assolutamente controcorrente, sfidando il establishment globalista e parlando direttamente al cuore di una generazione di giovani alla disperata ricerca di verità.
Chi era Charlie Kirk: Il Risveglio di una Generazione
Nato non da un retroterra privilegiato ma da una famiglia della classe media, Charlie Kirk ha costruito un impero mediatico e culturale dal nulla. Giovanissimo, ha fondato Turning Point USA con una missione semplice ma potentissima: risvegliare gli studenti universitari e le giovani generazioni dal sonno dogmatico imposto dalla cultura woke e dal marxismo culturale che domina i campus e i media mainstream.
Kirk non era un politico di professione. Era un comunicatore, un attivista, un rivoluzionario del pensiero. La sua forza risiedeva nella capacità di rendere accessibili e appassionanti i principi del conservatorismo americano classico: la libertà individuale, il libero mercato, il patriottismo, il diritto alla autodifesa e il governo limitato. In un panorama dove i giovani vengono costantemente bombardati da messaggi di colpa collettiva, vittimismo e svalutazione della storia nazionale, Kirk offriva un messaggio di potenziamento, valorizzazione, ottimismo e amore incondizionato per l’America.
Le Idee Scomode che lo Hanno Condannato
La sua popolarità era la sua condanna. Kirk rappresentava un pericolo esistenziale per i “poteri forti” – la grande finanza globalista, le Big Tech della Silicon Valley, i megafoni del mainstream mediatico e le ONG missionarie della cultura progressista. Perché? Perché stava vincendo la battaglia delle idee con la nuova generazione.
Le sue idee, considerate “pericolose” dall’oligarchia al potere, erano in realtà un baluardo di buonsenso:
1. Anti-Globalismo: Kirk era un fiero oppositore della cessione della sovranità nazionale a entità sovranazionali e non elette. Predicava la forza dello stato-nazione contro le nebulose e opprimenti governance globali.
2. Libertà di Espressione: Era uno dei più tenaci difensori del Primo Emendamento, denunciando senza sosta la censura strisciante operata dai social media e la cultura della “cancel culture” che punisce il dissenso.
3. Meritocrazia: Contro la narrazione tossica del “privilegio bianco” e della Critical Race Theory, Kirk promuoveva il merito, il duro lavoro e l’unità nazionale come veri motori della mobilità sociale.
4. Proprietà privata, libera iniziativa e Libertà Economica: Smontava con dati e semplicità le lusinghe del socialismo, spiegando ai giovani come sia stata proprio la libera e diffusa imprenditoria a creare prosperità, innovazione e opportunità.
Le Sue Frasi che Rimarranno per Sempre
Il suo linguaggio diretto e memorabile è ciò che risuonerà nelle orecchie dei suoi seguaci per gli anni a venire:
· “Il socialismo è la filosofia del fallimento, il credo dell’ignoranza, l’evangelo dell’invidia. La sua virtù inerente è la condivisione egualitaria della miseria.” (Una citazione che spesso riprendeva da Winston Churchill, facendola propria).
· “Non odiare il tuo paese. Miglioralo.” Un messaggio costruttivo in netto contrasto con la retorica di demolizione istituzionale.
· “I campus universitari sono le culle della stupidità americana.” Una denuncia tagliente contro l’indottrinamento ideologico nelle università.
· “La tua identità non è il tuo problema, la tua identità è il tuo potenziale.”
Un Omicidio Politico nel Contesto della Guerra Globale
L’assassinio di Charlie Kirk non è un evento isolato.
È un capitolo di una guerra più ampia, una guerra rivoluzionaria scatenata dalle forze del caos e del reset globale contro le forze della sovranità, della tradizione e della contro-rivoluzione.
Questa guerra non ha confini. La vediamo in Europa, dove leader sovranisti vengono attaccati, diffamati e minacciati costantemente per aver difeso i confini e l’identità delle loro nazioni. La vediamo nei confronti della Russia, dipinta come il nemico assoluto proprio perché pare ergersi a baluardo contro l’espansione dell’egemonia liberal-occidentale. La vediamo in ogni angolo del mondo dove un voce si alza per dire “no” al nuovo ordine mondiale.
Charlie Kirk era un bersaglio designato. La “mano di qualche burattino” che ha premuto il grilletto è solo l’ultimo, violentissimo anello di una catena di comando che parte dai salotti buoni della finanza internazionale e dai centri di potere che non sopportano voci fuori dal coro. Hanno provato a zittirlo con la diffamazione, con la censura, con l’emarginazione mediatica. Non essendo riusciti a spegnere la sua voce con questi mezzi, hanno scelto l’opzione finale e più crudele.
Ma le idee per cui Charlie Kirk ha combattuto e dato la vita non muoiono con lui. Al contrario, il suo martirio le renderà più potenti che mai. La rivoluzione globale può uccidere un uomo, ma non ucciderà mai la sete di libertà che lui ha acceso in milioni di giovani. La battaglia continua.
Requiescat in pace, Charlie Kirk. La tua voce non sarà dimenticata.
Charlie Kirk presente!
CHARLIE KIRK: UNA VOCE LIBERA SPEZZATA DALLA VIOLENZA DELLA RIVOLUZIONE MONDIALISTA
Il corpo è purificato dall’Acqua. L’ego dalle lacrime. La mente è purificata dalla Conoscenza. E l’anima è purificata dall’Amore. … E la Sacra Arte Alchemica le purifica Tutte
E tu quale di queste donne sei? Una donna saggia costruisce la sua casa, ma la donna stolta la demolisce Siamo chiari. La differenza tra una casa pacifica e una distrutta non è sempre l’uomo. La maggior parte degli uomini si impegna, provvede, protegge, si comporta come padri e mariti. Ma sposare una donna stolta? Le sue azioni distruggeranno tutto. E la parte peggiore? Darà la colpa a tutti tranne che a se stessa. Analizziamolo. ⸻
La donna saggia onora, la donna stolta umilia Per un uomo, il rispetto è ossigeno. Una donna saggia lo sa. Costruisce il suo amore sull’onore. Ma la donna stolta deride il suo uomo, lo sminuisce in pubblico, trasforma le battute in pugnali. Poi si chiede perché sia diventato freddo. Un uomo può sopravvivere alle difficoltà. Ma non prospererà mai nell’umiliazione. ⸻
La donna saggia crea pace, la donna stolta crea guerra Una donna saggia costruisce una casa piena di calma. La sua presenza placa le tempeste. Ma la donna stolta? Ogni disaccordo è una competizione. Ogni correzione è “controllo”. Respinge la pace, genera tensione e la chiama “forza”. Poi si lamenta della “tossicità” in una casa che ha distrutto. ⸻
La lingua della donna stolta è un’arma Una donna saggia parla di vita. Moltiplica il suo uomo con le sue parole. Ma la donna stolta? La sua lingua è veleno. Si lamenta. Evira. Deride la sottomissione come debolezza. E quando l’uomo che ha ucciso alla fine si chiude? Lo incolpa di non essere più “l’uomo che ha sposato”. ⸻
L’orgoglio della donna sciocca è più importante della sua casa Una donna saggia può ammettere di aver torto. Sa ascoltare. Può adattarsi. Ma la donna sciocca? Preferirebbe vedere la casa crollare piuttosto che piegare il suo orgoglio. La sua arroganza diventa la palla da demolizione. E quando la polvere si sarà depositata, la sua famiglia non ci sarà più. ⸻
La donna sciocca lascia che gli estranei gestiscano la sua casa Una donna saggia protegge il suo matrimonio da pettegolezzi e sconosciuti. Sa che non tutti gli amici meritano di avere accesso al suo patto. Ma la donna sciocca? Lascia che siano i suoi amici single a dettare le regole del suo matrimonio. Lascia che i social media definiscano i suoi standard. Suo marito diventa un meme nella sua chat di gruppo. La sua famiglia si accontenta di TikTok. E quando tutto esplode? Si mostra sorpresa che la sua casa sia ora in rovina. ⸻ Parola finale Una donna saggia costruisce. Moltiplica. Trasforma il poco in molto. Rende il suo uomo più forte, i suoi figli più sicuri, la sua casa pacifica. Ma la donna stolta? Disprezza il rispetto. Genera conflitti. Lascia che l’orgoglio e gli estranei distruggano ciò che avrebbe dovuto essere sacro. Uomini, ascoltate attentamente. La donna che scegliete moltiplicherà tutto ciò che le date, O lo ridurrà tutto in cenere. Una donna saggia costruisce. Una donna stolta distrugge. E nessun uomo può superare in lavoro una moglie decisa a demolirle la casa.
Lo senti quel bisogno viscerale di essere qualcuno, di essere un individuo riconosciuto dagli altri, amato dal partner, accolto dagli amici? Quel bisogno di essere qualcuno è il senso dell’io. Tale bisogno non è niente di problematico, va solo visto, accolto e integrato in qualcosa d’altro. In cosa? Anzi in chi? In Nessuno… cioè nella vuota e pura consapevolezza che in termini anagrafici non corrisponde a nessuno. C’è una parte di te che non si sente nessuno, che non ha bisogno di essere qualcuno e non sente l’esigenza di farsi riconoscere. Chiamo questa parte di te, che a dire il vero non è una parte bensì è la totalità del tuo essere, pura e vuota consapevolezza. All’inizio dicevo che il bisogno di essere qualcuno, di avere un partner, l’impellenza di esorcizzare la solitudine, la dipendenza da una compagnia concreta o fittizia, la mania del selfie e così via, va accolta da Nessuno, cioè va accolta dalla pura e vuota presenza che tu sei. L’ego non va abbattuto, trasceso, ma semplicemente disciolto nella tua autentica identità. Quel qualcuno che credi di essere va offerto al Nessuno che sei veramente. Fai amicizia con Nessuno. Non cercare di essere qualcuno… Sii Nessuno. E anche se non vuoi esserlo, lo sei comunque, quindi perché non accettare la nudità e l’invisibilità della tua presenza? Questo vuol dire che puoi ancora giocare a fingerti qualcuno ma ora puoi farlo mantenendo la consapevolezza di Nessuno. Questo è il gioco che sei venuto a fare quaggiù. Te ne sei semplicemente scordato, immedesimandoti con quel presunto qualcuno che chiami ‘io’. Ora, con questo riconoscimento, si sta risvegliando il Nessuno che è in te e contemporaneamente si sta dissipando il senso dell’io che sembrava te. Lascia che i ruoli si invertano. Nessuno in primo piano. L’io in secondo piano. Lascia che quel vago ‘qualcuno’ rimanga sullo sfondo. Lascia che anche gli altri rimangano sullo sfondo. Concediti un po’ di tempo per familiarizzare soltanto con Nessuno. Poi ritorna al gioco di ‘qualcuno’, ma fallo col piacere di essere Nessuno. (ZeRo)
Nel vasto scenario delle grandi battaglie che hanno segnato la storia, quella di Talas (751 d.C.) occupa un posto particolare. Non solo perché vide lo scontro tra due mondi apparentemente lontani – l’Impero islamico abbaside e l’Impero cinese Tang – ma anche perché da quell’incontro nacque un evento destinato a cambiare la civiltà mondiale: la diffusione della carta verso Occidente.
Il contesto storico
A metà dell’VIII secolo, l’Asia centrale era un crocevia strategico e culturale. Lungo le rotte della Via della Seta si incrociavano carovane, eserciti e religioni: buddhisti, musulmani, nestoriani e confuciani convivevano in un mosaico complesso.
A ovest, il califfato abbaside, fresco di vittoria sugli omayyadi, cercava di consolidare il suo potere e ampliare la propria influenza verso l’Asia.
A est, la dinastia Tang governava la Cina in una delle sue epoche più splendide, interessata a mantenere il controllo sulle oasi e sui principati centroasiatici.
Il piccolo regno di Fergana e la città di Talas (oggi in Kirghizistan) divennero così il teatro di uno scontro inevitabile.
Lo scontro
Nel 751 le due potenze si affrontarono con eserciti imponenti. Le cronache parlano di decine di migliaia di soldati da entrambe le parti, con alleati locali che spesso tradivano in base a convenienze immediate.
La battaglia fu lunga e incerta, ma l’esito si decise grazie al tradimento delle tribù turche dei Karluk, inizialmente schierate con i Tang ma passate agli Abbasidi nel momento decisivo. La disfatta cinese fu totale: i Tang, colti di sorpresa, persero il controllo della regione e da allora la loro presenza in Asia centrale iniziò a ridimensionarsi.
Le conseguenze politiche
La vittoria abbaside consolidò la presenza islamica in Asia centrale. La regione divenne un’area di influenza musulmana, ponte di scambi religiosi e culturali. Per la Cina Tang, già provata da tensioni interne e dalle rivolte (come quella devastante di An Lushan pochi anni dopo), la sconfitta segnò il ritiro da quell’area strategica.
La “rivoluzione della carta”
Il ricordo più famoso della Battaglia di Talas, però, non è militare ma culturale. Secondo la tradizione, gli Abbasidi catturarono prigionieri cinesi tra cui artigiani della carta. Fino ad allora, nel mondo islamico e in Europa si usavano pergamena e papiro, materiali costosi e difficili da produrre.
La tecnologia cinese della carta, perfezionata già dal II secolo, venne così introdotta nel califfato. Da Samarcanda – che divenne il primo grande centro cartario islamico – la produzione si diffuse rapidamente a Baghdad, poi in Egitto, nel Maghreb e infine nella Spagna musulmana. Da lì raggiunse l’Europa, trasformando la trasmissione del sapere e aprendo la strada a biblioteche, studi scientifici e, secoli dopo, alla rivoluzione della stampa.
Un incontro-scontro di civiltà
La Battaglia di Talas non fu una guerra di conquista totale, ma piuttosto un episodio simbolico: segnò l’arresto dell’espansione cinese verso ovest, consolidò l’influenza islamica sulla Via della Seta, e, soprattutto, avviò il trasferimento tecnologico più decisivo della storia medievale: la carta.
Quell’oggetto apparentemente semplice cambiò il modo di comunicare, di commerciare e di pensare. Dalle scuole coraniche alle università medievali, fino a Gutenberg, tutto parte da Talas.