Abbiamo ricevuto tramite intermediari alcune idee dalla parte americana per raggiungere un accordo di cessate il fuoco. Di conseguenza, il movimento Hamas accoglie con favore qualsiasi iniziativa che contribuisca agli sforzi per fermare l’aggressione contro il nostro popolo e afferma di essere pronto a sedersi immediatamente al tavolo delle trattative per discutere il rilascio di tutti i prigionieri in cambio di una chiara dichiarazione di fine della guerra, un ritiro completo dalla Striscia di Gaza e la formazione di un comitato per la gestione della Striscia di Gaza composto da palestinesi indipendenti che ne assumeranno immediatamente il controllo, con la garanzia dell’impegno del nemico in modo chiaro ed esplicito a quanto concordato, in modo che non si ripetano precedenti esperienze di accordi respinti o annullati.
L’ultimo di questi è stato l’accordo presentato dagli intermediari al movimento sulla base di una proposta americana, che il movimento ha approvato al Cairo il 18/8/2025, e a cui l’occupazione non ha finora risposto, continuando invece con i suoi massacri e la pulizia etnica.
Di conseguenza, il movimento è in continuo contatto con gli intermediari per sviluppare queste idee in un accordo globale che soddisfi le esigenze del nostro popolo.
L’UE spende 80 milioni l’anno per media e progetti giornalistici, mentre Israele investe milioni in propaganda digitale per minimizzare la crisi a Gaza. Tra fondi pubblici e Big Tech, l’informazione si trasforma sempre più in strumento di potere e controllo.
L’Europa e i finanziamenti alla stampa: sostegno o condizionamento?
Secondo un’inchiesta del Berliner Zeitung, l’Unione Europea ha erogato oltre 600.000 euro all’OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project) a partire da novembre 2024, nell’ambito del progetto NEXT-IJ, ufficialmente per “rafforzare” il giornalismo investigativo.
La Commissione Europea ha ribadito la trasparenza di tali sovvenzioni, sottolineando che sono vincolate a standard rigorosi. Tuttavia, molti osservatori sottolineano il rischio che simili finanziamenti possano in realtà condizionare l’indipendenza delle redazioni.
Non è la prima volta che la questione viene sollevata. Lo studio di Thomas Fazi, Brussels’s Media Machine, ha documentato come Bruxelles spenda circa 80 milioni di euro l’anno in progetti mediatici, quasi 1 miliardo nel decennio passato.
La finalità dichiarata è promuovere pluralismo e lotta alla disinformazione. Ma i critici vedono un obiettivo diverso: influenzare l’opinione pubblica e marginalizzare le voci contrarie all’agenda comunitaria.
Esempi non mancano. Programmi come IMREG (40 milioni dal 2017), Journalism Partnerships (50 milioni dal 2021), Multimedia Actions (20 milioni annui) e l’European Digital Media Observatory (27 milioni) hanno finanziato media e agenzie pubbliche. Anche il Parlamento europeo ha stanziato circa 30 milioni dal 2020 per iniziative simili. In molti si chiedono se questo sostegno si traduca, nei fatti, in un controllo del discorso pubblico.
OCCRP e le ombre sul finanziamento
L’OCCRP gode di grande prestigio per le inchieste sui Panama Papers e sull’Azerbaijan Laundromat. Tuttavia, le fonti dei suoi fondi restano controverse. In passato, gran parte dei finanziamenti proveniva da USAID, l’agenzia statunitense per lo sviluppo, con circa 11 milioni di dollari (5,7 direttamente da USAID).
Secondo rivelazioni giornalistiche, funzionari americani avrebbero influenzato decisioni editoriali e di personale. Il flusso si è interrotto sotto l’amministrazione Trump, ma il nodo resta: può un giornalismo dipendente da fondi governativi mantenere una reale indipendenza?
Il tema è diventato ancora più delicato dopo le accuse di Petr Bystron, eurodeputato di AfD, che ha denunciato la presunta manipolazione delle elezioni europee da parte di media beneficiari dei fondi UE. Le accuse arrivano però da un personaggio a sua volta sotto indagine per corruzione e riciclaggio, il che rende il quadro ancora più ambiguo.
Israele e la propaganda digitale su Gaza
Parallelamente, il Drop Site News ha rivelato l’esistenza di una vasta campagna di propaganda digitale promossa dal governo israeliano per minimizzare la crisi umanitaria a Gaza. Secondo i documenti, il ministero degli Esteri di Tel Aviv avrebbe speso 45 milioni di dollari in pubblicità su Google, YouTube e Display & Video 360, attraverso l’agenzia statale Lapam.
L’operazione, avviata poche ore dopo l’annuncio del blocco totale di cibo e aiuti a Gaza il 2 marzo 2025, non è stata volta a discutere le conseguenze della misura, ma a gestire la percezione internazionale. Un video ministeriale, visto oltre 6 milioni di volte, sosteneva che “non c’è fame” a Gaza, bollando come menzogne le denunce di crisi alimentare.
Accanto a Google, Israele ha speso altri 3 milioni di dollari in campagne su X (ex Twitter) e 2,1 milioni tramite Outbrain e Teads. L’obiettivo: costruire un racconto parallelo, volto a ridimensionare il dramma umanitario.
Una narrazione in conflitto con i dati sul terreno
La realtà descritta dalle autorità israeliane stride con i numeri forniti dal ministero della Salute di Gaza: almeno 367 palestinesi morti per fame e malnutrizione dall’inizio del conflitto, tra cui 131 bambini. Un dato che smentisce in modo drammatico la retorica digitale.
Il caso rivela una dinamica più ampia: governi e istituzioni sovranazionali che utilizzano finanziamenti e campagne mediatiche per orientare le opinioni, spesso nel nome della “lotta alla disinformazione” o della difesa della sicurezza nazionale. Ciò solleva interrogativi sulla libertà dell’informazione e sulla capacità dei cittadini di formarsi un’opinione autonoma in un ecosistema dominato da capitali pubblici e partnership con Big Tech.
La combinazione tra i fondi europei alla stampa e la propaganda digitale israeliana mostra come, nel mondo contemporaneo, l’informazione diventi campo di battaglia geopolitico. E mentre le istituzioni rivendicano la trasparenza, la fiducia dell’opinione pubblica rischia di sgretolarsi di fronte all’ombra delle ingerenze.
Nel Buddhismo, i mantra sono molto più di semplici parole o frasi; sono considerati potenti strumenti per la trasformazione della mente e per il progresso spirituale. La parola stessa deriva dal sanscrito “man” (mente) e “trai” (liberare o strumento), quindi un mantra è letteralmente uno “strumento per liberare la mente”.
Il potere del mantra si manifesta su diversi livelli:
Vibrazionale e sonoro: Ogni mantra è composto da sillabe sacre che si ritiene possiedano una specifica vibrazione sonora. Ripetendo un mantra, si generano onde sonore che possono influenzare il corpo e la mente, armonizzando i centri energetici (chakra) e favorendo uno stato di calma e pace interiore. L’atto stesso della recitazione aiuta a focalizzare la mente, riducendo il “rumore mentale” e i pensieri disturbanti.
Psicologico e mentale: La ripetizione costante di un mantra agisce come un punto focale per la meditazione. Distrae la mente dalle preoccupazioni quotidiane e la canalizza verso un’unica intenzione. Questo processo non solo migliora la concentrazione e la consapevolezza, ma può anche aiutare a superare emozioni negative come l’orgoglio, la gelosia, l’avidità o la rabbia, a seconda del mantra utilizzato. Ad esempio, nel Buddhismo tibetano, ogni sillaba del mantra universale Om Mani Padme Hum è associata alla purificazione di un’emozione disturbante.
Spirituale e di trasformazione: I mantra sono considerati veicoli di potere spirituale. Non sono semplici formule, ma invocazioni che connettono il praticante con le qualità specifiche di un Buddha o di un Bodhisattva. Recitare un mantra non è solo un atto di devozione, ma un mezzo per coltivare e far crescere in sé stessi le qualità che il mantra rappresenta, come la compassione, la saggezza, la generosità e la pazienza. L’obiettivo finale è purificare il proprio corpo, parola e mente per raggiungere lo stato di un Buddha.
Esempi di mantra e il loro significato:
Om Mani Padme Hum: Questo è uno dei mantra più noti e diffusi nel Buddhismo tibetano, associato al Buddha della Compassione, Avalokiteśvara. Le sei sillabe del mantra rappresentano la purificazione delle sei emozioni disturbanti (orgoglio, invidia, desiderio, ignoranza, grettezza, ostilità) e la coltivazione delle sei perfezioni (generosità, autodisciplina, pazienza, perseveranza, concentrazione, saggezza).
Oṃ Śākyamuni Mahā Mūnaye Svāhā: Questo mantra è dedicato a Buddha Śākyamuni. “Muni” significa “saggio” e la recitazione di questo mantra è un modo per onorare e invocare la saggezza e la consapevolezza del Buddha.
Oṃ Āh Hūṃ: Questo mantra, spesso usato nelle pratiche tantriche, rappresenta la purificazione del corpo, della parola e della mente. “Om” simboleggia il corpo, “Āh” la parola e “Hūṃ” la mente.
In sintesi, la pratica del mantra nel Buddhismo non è un’azione meccanica, ma un profondo processo spirituale che, attraverso la ripetizione consapevole e l’intenzione, porta a una profonda trasformazione interiore, purificando la mente e sviluppando le qualità illuminanti del Buddha.
“L’era moderna è il regno della quantità, i suoi squilibri sono i segni dei tempi” (René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi)
Per la prima volta nella storia della 5^ Repubblica, un governo francese cade sotto i colpi di un voto di fiducia negativo. È un velo che si lacera? Sicuramente un indizio significativo: viene dalla nazione che sventola il vessillo dell’Illuminismo e della Ragione: orgogliosa, ha reciso da tempo le sue radici spirituali, erigendo sé stessa quale fonte ed esempio di legge e verità. Da secoli ormai proprio la Francia ha spezzato il patto sacro (Notre-Dame è arsa) è si è erta a emblema dell’illusione prometeica: al posto della trascendenza ha sdoganato la convinzione che l’uomo possa bastare a sé stesso. Ma il fuoco senza radice divina non libera, incatena!
Anche i numeri parlano… Ora Macron dovrà cercare il 4° premier (4+5=9) in appena 18 mesi (1+8=9). Siamo 2025 (2+2+5 =9), e il prossimo presidente, se Macron fallirà, sarà comunque il 9°. Il NOVE… il numero del compimento, del ciclo che si chiude, di un passaggio che prepara alla RIVELAZIONE, perché conduce alla soglia della trasformazione, spesso attraverso rottura e dolore.
Siamo dunque di fronte a una scossa tellurica che attraverserà l’Europa e avrà il suo riverbero nel mondo? In un contesto già minato da guerre, debiti e crisi migratorie, la fragilità d’oltralpe diventa fragilità comune e invita a banchetto gli avvoltoi del potere. Gli scenari per esorcizzare l’inevitabile? Scegliere tra un rammendo tecnico, un salto nel vuoto elettorale o un’inedita alleanza nazionale. Ogni opzione porta con sé costi, incertezze e nuove crepe…
Un governo che cade non è solo un fatto parlamentare: è un pezzo della scacchiera che si rovescia, mostrando la precarietà delle strutture create dal POTERE. Sistemi politici, economie, mercati, alleanze: tutto ciò che appare solido in realtà è kenoma, vuoto, privo di radici nella Pienezza. La Francia diventa il simbolo di UN PILASTRO CHE SI INCRINA, e con esso si mostra, a chi sa vedere, la sostanza di cui è fatta l’impalcatura dell’intero edificio del SISTEMA. Gli scenari possibili? La fiducia dei mercati che vacilla, l’ascesa sovranista, gli equilibri geopolitici che si ridisegnano, la voce del più”forte” che farà leva per dominare scuotendo la collettività.
Così i fatti di cronaca ci mostrano la manifestazione di ciò che è architettato su altri piani da forze invisibili che si nutrono delle emozioni collettive. Ogni scelta politica è una mossa su una scacchiera, dove le pedine cambiano, ma il gioco resta immutato, e dove la caduta di un singolo pezzo diventa segnale che l’intero ordine è da ridisegnare. A vantaggio di cosa? Le tre varianti che abbiamo difronte sono tre versioni della stessa PRIGIONE: il POTERE che si reinventa per sopravvivere, alimentandosi della paura, della rabbia, dell’insoddisfazione che gli uomini continuano a proiettare senza guardarsi dentro. Nessuna delle opzioni apre alla salvezza: tutte restano all’interno del kenoma, tutte perpetuano il gioco del Demiurgo. Ma proprio questa evidenza può diventare RIVELAZIONE: riconoscere che non vi è soluzione politica definitiva, e che la vera stabilità non è nel potere degli uomini.
FINE DI UN CICLO: SEGNI DEI TEMPI PER UNA SCACCHIERA INSTABILE
“Infatti, la Presenza Divina ha due porte: uno aperto e uno chiuso. Se il culto di un servitore promette con un secondo fine, viaggia sulla strada che conduce al cancello chiuso, così il suo culto diventa velato e lui diventa velato. Ma se esce da lui senza intenzione, perfezionato e abbellito, devoto puramente alla presenza del suo Signore senza scopo, ma in pura servitù, percorre la via che conduce alla porta aperta. Trova il cancello aperto, entra e viene ricevuto. I tappeti dell’accettazione gli vengono posati, in virtù della sua cortesia nel perfezionare il culto puramente per la presenza del suo Signore, poiché questo è colui che conosce la realtà del servito. ”
Il Sole è simbolo dello spirito, della Divinità e illumina tutto, tutto dipende da esso…
Eppure…eppure noi non guardiamo mai il Sole, semplicemente perchè non possiamo, il nostro occhio non riesce a reggerne la luce, proprio come il nostro essere non riuscirebbe a reggere l’essenza della Divinità…
Quindi guardiamo la Luna: la nostra anima, che riflette la luce del Sole, ci guida e ci rincuora nella notte oscura
La Luna, piena di crateri, di ferite e traumi, che muove le maree delle nostre emozioni…
Un disegno di legge per attrarre volontari a suon di benefit senza escludere la leva obbligatoria in Germania per far fronte alla minaccia russa quotidianamente evocata. Ma le infrastrutture non ci sono più e nemmeno le risorse, che hanno preso la strada di Kiev.
La Russia «è e rimarrà nel lungo periodo la più grande minaccia alla libertà, alla pace e alla stabilità in Europa», ha dichiarato il 27 agosto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ribadendo che la Germania «è fermamente al fianco dell’Ucraina» e accusando la Russia di «condurre da tempo attacchi ibridi». Gli attacchi ibridi alla Germania non sono certo mancati da quando Berlino si è schierata al fianco di Kiev fornendo aiuti militari e finanziari inferiori solo a quelli stanziati dagli Stati Uniti dell’Amministrazione Biden. Ma se guardiamo agli attacchi “meno ibridi” e più “cinetici”, la più grave aggressione strategica al cuore della Germania dopo la resa del Terzo Reich l’8 maggio 1945 l’ha scatenata l’Ucraina, distruggendo nel settembre 2022 i gasdotti Nord Stream sotto la superficie del Mar Baltico.
A Berlino ne sono consapevoli, dato che hanno chiesto all’Italia l’estradizione di uno degli ufficiali di Kiev considerato tra i responsabili di quell’attentato ma né il governo attuale né quello precedente del cancelliere Olaf Scholz hanno mai tratto le dovute conclusioni. Né si sono neppure sognati di cercare prove della complicità di alcune nazioni alleate nella NATO, anglosassoni e baltiche, che dai molti indizi emersi in questo tre anni potrebbero aver avuto un peso determinante in quell’azione.
Le parole di Merz sono state pronunciate dopo che il governo ha approvato un disegno di legge che introduce il servizio militare volontario ma che minaccia di portare alla coscrizione obbligatoria se non si raggiungessero gli obiettivi di reclutamento. Il disegno di legge deve ancora ottenere l’approvazione del Parlamento dove le opposizioni daranno battaglia forse insieme a una parte della SPD, partito di governo con la CDU/CSU di Merz ma con molti esponenti in disaccordo con un neo-militarismo che cozza con la sempre più grave crisi economica e sociale tedesca. Anche perché gli obiettivi di reclutamento annunciati ben difficilmente potranno venire soddisfatti dai volontari, considerato che Merz punta a portare il numero dei militari, tra effettivi e riservisti, a 460mila effettivi, almeno 260mila militari in servizio permanente e 200mila riservisti.
Obiettivo ambizioso ma che, se anche fosse perseguibile sul piano politico e sociale, richiederà giganteschi investimenti di risorse e molti anni tenuto conto che oggi Berlino dispone di 180mila militari (inclusi i 14mila del comando cyber e i 22mila del servizio sanitario) di cui appena 60mila nell’esercito. Dati a cui aggiungere 34mila riservisti, di cui un terzo nell’esercito e oltre 7mila nella cyber-defense e nel servizio sanitario. In tutto meno di 215mila militari che dovrebbero più che raddoppiare (per l’esattezza + 114%) per far fronte alla quotidianamente evocata “minaccia russa”.
L’iniziativa, ha spiegato il ministro della Difesa Boris Pistorius, mira ad attrarre volontari per la Bundeswehrcon benefit e stipendi più alti, forse puntando anche sulla crescente disoccupazione in Germania, ma il ministro dell’SPD come il cancelliere della CDU hanno lanciato lo stesso monito: in caso non si arrivi a un numero di reclute sufficiente, scatterà la leva obbligatoria.
A partire dal 1° gennaio 2026 verrà inviato un questionario a tutti i giovani tedeschi, maschi e femmine, per sondare il loro interesse a servire nelle forze armate. Saranno incluse domande sul livello di forma fisica, competenze e interessi. Secondo il disegno di legge gli uomini saranno obbligati a compilare il questionario, mentre per le donne sarà facoltativo. In attesa delle proteste di femministe e uffici competenti per le pari opportunità, si apprende che dal 1° luglio 2027, tutti i tedeschi di 18 anni dovranno sottoporsi a una visita medica obbligatoria, anche se non avranno deciso di arruolarsi come volontari. La Germania, ha spiegato Merz, mira ad avere il più grande strumento militare convenzionale d’Europa ma la leva obbligatoria, sospesa in Germania nel 2011 sotto il cancellierato di Angela Merkel, già da tempo aveva ridotto i flussi di giovani chiamati alle armi.
Al di là dei proclami va fatto notare che non esistono più (in Germania, come in Italia e nel resto d’Europa) le infrastrutture (caserme, ospedali, magazzini, poligoni di tiro, centri addestrativi) idonee a ospitare, curare, vestire, armare, equipaggiare e addestrare così tanti coscritti. Anche perché quel poco che veniva mantenuto in riserva nei magazzini è stato già donato agli ucraini.
Il tema del ripristino della leva obbligatoria è stato al centro del dibattito ma pochi l’hanno finora attuato pienamente proprio per queste ragioni. Ad esempio, ieri la Spagna ha escluso la possibilità di ripristinare il servizio militare, volontario e obbligatorio, respingendo quanto deciso dalla Germania. Il ministro della Difesa, Margarita Robles, ha più volte escluso pubblicamente un ritorno alla leva – abolita in Spagna nel 2001 dall’allora governo conservatore di José Maria Aznar – a fronte del ripristino del servizio militare deciso o annunciato dopo l’invasione russa in Ucraina da Paesi come Lettonia o Lituania.
Per incoraggiare l’arruolamento in Germania è stata annunciata una campagna sui social media per pubblicizzarne i vantaggi: stipendio minimo di 2.300 euro al mese, assistenza sanitaria gratuita e altri vantaggi come l’ottenimento di patenti di guida.
Pur aumentando le spese militari fino al 3,5% del PIL entro il 2035 non è certo che tali risorse siano sufficienti: quest’anno Berlino ha stanziato 80 miliardi per la Difesa. Anche perché rinforzare stipendi e benefit sociali a chi si arruola, proprio oggi che il cancelliere Merz ha appena dichiarato che «lo stato del benessere universale nella forma in cui esiste oggi non può più essere finanziato con ciò che possiamo permetterci dal punto di vista economico», non aiuterà il governo sul fronte dei consensi.
Alla conferenza della CDU il cancelliere ha affermato che il sistema di sussidi non è più sostenibile poiché quest’anno ha già superato il record dello scorso anno di 47 miliardi di euro. È vero che l’economia tedesca è in crisi con una contrazione dello 0,2% lo scorso anno dopo un calo dello 0,3% nel 2023 e fosche prospettive quest’anno dopo il crollo della produzione industriale e con un PIL diminuito dello 0,3% nel secondo trimestre del 2025.
Ma è altrettanto vero che lamentare il calo delle risorse da dedicare al welfare quando la Germania ha versato 50,5 miliardi di euro all’Ucraina tra il 2022 e il 2024 non aiuta a rendere popolare il governo. Di questi, 25 miliardi sono stati spesi per mantenere i rifugiati ucraini (inclusi parte rilevante dei 650 mila maschi ucraini in età di reclutamento che continuano a restare nei Paesi europei per non farsi arruolare), altri 17 miliardi per aiuti militari. Nel 2025 la Germania ha destinato 9 miliardi di euro a Kiev per l’assistenza militare, e nel 2026-2027 prevede di aggiungerne altri 17 miliardi. Il vice cancelliere e ministro delle Finanze Klingbeil ha detto il 25 agosto che Berlino manterrà un sostegno militare annuo di 9 miliardi di euro all’Ucraina, devastata dalla guerra.
Le falsità per preparare un conflitto contro l’“orco” Putin e la disparità di trattamento degli eccidi compiuti dagli israeliani nella Striscia di Gaza. Bancarotta morale delle democrazie occidentali
di Franco Cardini – Fatto Quotidiano, 3 settembre
La storia non sarà Maestra di Vita, ma qualcosa ogni tanto la insegna sul serio. Per esempio attraverso certi illustri aforismi di lontana origine ellenico-romana o biblica, trasformati magari in “verità da Bar dello Sport”.
Come quello, di antichissimo sapore ma difficile da rintracciare alla lettera nonostante Wikipedia – parte forse da Sun-Tzu, forse dal Machiavelli – secondo il quale, quando un qualche potere statale si sente arrivato in fondo alla sua parabola e ormai in trappola e in via di liquidazione fallimentare, ha a disposizione solo due vie d’uscita: o dichiara bancarotta o scatena una guerra.
La dichiarazione di bancarotta è più agevole e diretta: certo però implica il riconoscimento di una sconfitta che si può anche attribuire alla malasorte o al destino cinico e baro, ma che insomma comporta esplicitamente o no l’assunzione della responsabilità dei propri errori. Più decorosa e meno certa negli esiti (in fondo, sul campo di battaglia si può anche vincere…) è la dichiarazione di una guerra. Ma per essa occorrono due elementi: una “buona causa” (sic) e un nemico opportunamente scelto.
Quanto alla causa, è presto detto. A sant’Agostino, secondo il quale per dichiarare legittimamente una guerra occorre una buona causa, risponde implacabile lo Zarathustra di Nietzsche: “Vi è stato detto che una buona causa santifica anche la guerra: ma io vi dico che una buona guerra santifica qualunque causa”.
Per il nemico, è ancora più facile. Il più adatto è quello che Hannah Arendt indica come il “Nemico metafisico”: vale a dire quello identificabile come il Male assoluto. Secondo la Arendt, però, l’identificazione del Nemico metafisico (un obiettivo inesistente in quanto realtà storica) è necessaria solo ai totalitarismi: può essere l’Ebreo, il Capitalista, l’Ateo, il Fanatico religioso, il barbaro. Ma ecco qua un altro insegnamento della storia, che qualcosa deve pur insegnare: nella realtà delle cose il Nemico metafisico-Male assoluto lo si può facilmente evocare sempre, in qualunque momento, e non c’è bisogno di avere a disposizione un totalitarismo per costruirlo. Basta una bella propaganda.
Ebbene: è proprio quel che vediamo crescere nell’Europa dei nostri giorni. Un po’ meno negli Stati Uniti governati dal bisbetico, imprevedibile Trump: ma nell’Europa, terra dalla buona Frau Von der Leyen e dai suoi divertenti compagni di cordata la cosa è più facile. È un’erba che ci vediamo crescere attorno ogni giorno, nel nostro orticello.
Lo svolgersi della guerra “russo-ucraina”, ormai piuttosto russo-occidentale, che sembra ogni giorno sul punto di concludersi e non finisce mai, è il contesto opportuno per evocare ed esorcizzare il Nemico metafisico – Male assoluto, una definizione che da sola richiama alla perfezione l’Antico Serpente, il Demonio. Che veglia là, nel fondo della steppa, chiuso nella sua fortezza dalle torri sormontate da stelle rosse e da aquile bicipiti. Non è, non può essere solo un uomo. Finora abbiamo cercato di descriverlo per mezzo di benevoli eufemismi (“nuovo zar”, “feroce tiranno”, “pazzo furioso”, affetto da millanta malattie, disperato leader di un paese allo sbando). Ma ormai lo abbiamo finalmente smascherato come il Male, grazie ai Nostri Eroi.
E costoro, chi sono mai? Facile e breve enumerazione. Per esempio il presidente francese, ora che si sente alle strette da quando il suo stesso primo ministro ha evocato lo spettro del fallimento per debiti che sta minacciando la Francia: e Macron, dopo aver pronunziato la definitiva excusatio non petita secondo la quale egli avrebbe comunque diritto a concludere il suo mandato democratico qualunque cosa accadesse, ha ribadito che il vero Nemico della Francia, della Civiltà, della Libertà è quello là, Vladimir Putin, “l’Orco”. Che è come dire il diavolo. Il responsabile di tutti i nostri mali, che non vuol far finire la guerra contro l’Ucraina bensì continuarla ed estenderla, magari fino agli estremi limiti occidentali d’Europa. E i solerti ministri macroniani ripetono a ogni piè sospinto che, con la Russia, “siamo ormai alle soglie del conflitto”, o praticamente già dentro. Façon de parler, senza dubbio. Metafore. Però…
Al presidente francese fa puntuale eco il cancelliere tedesco, dietro la cui faccia da ragioniere del catasto si cela l’indomito Ricostruttore della Wehrmacht risorta dalle sue brune ceneri. Per Merz, Putin è ormai il nemico numero uno dell’Unione europea e ne sta preparando l’aggressione: quel che si sta sognando a Berlino è un nuovo 22 giugno 1941, una nuova “Operazione Barbarossa”. Difensiva, stavolta: sia chiaro.
Il contagio bellicista dilaga. Se nei bombardamenti russi di Kiev e Zaporizhzhia, presentati come apocalittici, le vittime si contano in realtà sulla punta delle dita, la supposta ferocia russa riempie in cambio i piccoli schermi delle nostre case dai quali sono scomparse le migliaia di morti palestinesi di Gaza. E l’atletico ministro meloniano Abodi può dichiarare che a giusto titolo le squadre russe vanno espulse da tutte le gare sportive internazionali per gli orribili crimini di guerra commessi dal loro governo, laddove giammai Israele potrà subire analoga sorte dal momento che a Gaza come altrove essa si limita a difendere il suo diritto all’esistenza e all’autodifesa.
Ebbene: io non ci sto più. E parlo anche per un nutrito gruppo di amici e colleghi che farà a breve sentire la sua voce. Noi italiani, noi europei, non meritiamo l’onta di dover sopportare in silenzio quest’infamia diventandone complici.
Le calunnie contro la Russia e a favore di una guerra che a ritmi sempre più stretti si prepara non dovranno e non potranno venir proferite con il nostro avallo. Come cittadini, lo dichiariamo apertamente riservandoci il diritto di dimostrarlo con fatti concreti.
Se si sta preparando davvero una guerra, ciò non avverrà con il nostro assenso. NON IN NOSTRO NOME.
L’Islam ci appartiene. Ha le nostre stesse profonde radici: la cultura ellenistico-mediterranea e il monoteismo abramitico; i suoi profeti sono i medesimi dell’ebraismo e del cristianesimo. La sua scienza e la sua filosofia, certo originali, restano impensabili senza le nostre. L’Islam è l’Occidente dell’Oriente. I fondamenti della sua cultura, radicati in quella ellenistica passata a Roma e a Bisanzio, sono arrivati alla nostra esattamente come le merci provenienti dall’Asia profonda giungevano in Europa. All’Islam, attraverso l’Asia Minore, il Delta Nilotico, l’Africa sahariana, il Maghreb e la penisola iberica, dobbiamo i fondamenti della nostra matematica, della nostra logica, della nostra astronomia, della nostra cartografia, della nostra geografia, della nostra fisica, della nostra medicina. Le nostre università medievali sono nate nell’XI-XII secolo come “studia” monastici e diocesani vivificati dall’esempio che proveniva loro dalle città musulmane, in molte delle quali esisteva una “bait al-Hikmah” dove s’imparava a pagamento: l’innovazione delle “universitates” medievali, corporazioni professionali dove la scienza si trasmette come una merce. Dante ci rammenta che Avicenna e Averroè sono padri del nostro sapere al pari di Platone e di Aristotele, d’Ippocrate e di Galeno; il Saladino è il nostro grande eroe cavalleresco. E non ci sono guerre, non ci sono atrocità, non ci sono fanatismi che tengano. La violenza e le infamie passano: ma le civiltà, i saperi, le scienze, le culture, rimangono. Come l’arcobaleno sulla cascata. Gloria all’Islam.