Usa: torna la Dottrina Monroe e la Cina passa in secondo piano

di Giacomo Gabellini

07/09/2025

Alcune riflessioni in merito alle indiscrezioni, pubblicate da «Politico», sul contenuto della National Defense Strategy statunitense, elaborata da una serie di specialisti facenti capo alla figura chiave di Elbridge Colby.

Tratto da: Il Contesto

Usa: torna la Dottrina Monroe e la Cina passa in secondo piano
Usa: torna la Dottrina Monroe e la Cina passa in secondo piano
Usa: torna la Dottrina Monroe e la Cina passa in secondo piano

NETUREI KARTA: I GUARDIANI DELLA CITTA’ E LA FEDELTA’ ALLA TORAH CONTRO LE DERIVE DEL SIONISMO

Di Luciano Tovaglieri,
Segretario Nazionale di IGNIS – Fuoco Italico

I Neturei Karta sono un gruppo ebraico piccolo ma estremamente significativo, nato a Gerusalemme negli anni Trenta del Novecento. La loro origine è legata a una forte opposizione al sionismo, considerato un movimento politico e nazionalista che travisava l’essenza dell’ebraismo trasformandolo da religione spirituale a progetto di potere terreno. Il loro stesso nome, che in aramaico significa “Guardiani della Città”, racconta la missione che si attribuirono fin dall’inizio: preservare la purezza della fede e proteggere la comunità dalle tentazioni secolarizzanti e dalle manipolazioni della Torah a fini politici.

I fondatori appartenevano soprattutto al mondo dell’ebraismo haredi, quell’universo ultra-ortodosso che già negli anni Venti e Trenta vedeva con sospetto il sionismo laico, percepito come una ribellione contro Dio e contro la tradizione. Secondo la loro visione, solo il Messia avrebbe potuto riportare il popolo ebraico alla sua terra e ricostruire Israele, mentre ogni tentativo umano di farlo con la forza era non solo illegittimo, ma blasfemo. La nascita del movimento fu quindi più una scelta teologica e morale che politica, un atto di fedeltà alla Torah contro una nuova ideologia percepita come estranea e pericolosa.

Col passare dei decenni i Neturei Karta si sono consolidati come una delle voci più radicalmente anti-sioniste nel mondo ebraico. Pur essendo rimasti numericamente limitati, hanno saputo costruirsi un ruolo simbolico ben più ampio della loro effettiva consistenza. Oggi nel mondo si contano forse tra le cinquemila e le diecimila persone che si riconoscono nel movimento, con i nuclei principali concentrati a Gerusalemme, nei quartieri ultra-ortodossi come Mea Shearim, e comunità più ridotte a New York, a Monsey e in alcune città europee. Se si pensa che la popolazione ebraica mondiale è stimata intorno ai quindici milioni, i Neturei Karta rappresentano una frazione infinitesimale, meno dello 0,1 per cento. Eppure, nonostante questa irrilevanza dal punto di vista demografico, la loro visibilità mediatica è notevole: la loro presenza a manifestazioni pubbliche, a conferenze o persino a incontri con leader palestinesi e musulmani ha fatto spesso scalpore, suscitando critiche ma anche curiosità.

La radicalità delle loro posizioni li ha resi spesso bersaglio di repressione e violenze. Non è raro che durante le manifestazioni a Gerusalemme contro il servizio militare obbligatorio o contro le celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza israeliano i Neturei Karta vengano dispersi con la forza. Vi sono stati casi documentati in cui la polizia israeliana li ha manganellati, trascinati a terra, arrestati e umiliati pubblicamente, trattandoli di fatto come “nemici interni” nonostante la loro identità ebraica. Alcuni rabbini anziani del movimento sono stati visti uscire dalle proteste con i segni delle percosse, mentre i più giovani raccontano di essere stati insultati e picchiati per il semplice fatto di esibire cartelli contro il sionismo e a favore della pace con i palestinesi. Immagini circolate sulla stampa internazionale hanno mostrato uomini con la barba e i tradizionali abiti neri ortodossi presi a spinte e a colpi dai reparti antisommossa, un paradosso che colpisce chiunque osservi una scena in cui ebrei devoti vengono aggrediti dalla polizia di uno Stato che pretende di rappresentare l’intero popolo ebraico.

Il cuore della loro posizione rimane comunque la fedeltà assoluta alla Torah e alla tradizione rabbinica. Il Talmud, per i Neturei Karta, non è un insieme di norme superate ma la bussola che orienta la vita ebraica e fissa i limiti della diaspora. La Kabbalah, con la sua dimensione mistica, è parte integrante di questo patrimonio, ma non deve mai essere trasformata in un gioco esoterico o, peggio, in un’arma politica. In entrambe le direzioni, la regola è la stessa: la Torah e i suoi commentari non possono essere manipolati per giustificare conquiste, oppressioni o stermini.

Il loro messaggio al mondo ebraico è che un buon ebreo non è colui che occupa terre o scaccia altri popoli, ma colui che vive in fedeltà ai precetti divini e porta nella vita quotidiana pace e giustizia. Le derive del sionismo vengono viste come la prova di cosa accade quando i testi sacri vengono piegati a interessi mondani. In questo senso, la loro opposizione è anche una forma di vigilanza: essere “guardiani della città” significa custodire la Torah e impedire che venga deformata in strumento di dominio.

Per i Neturei Karta non è legittimo occupare case appartenenti ad altri popoli né sterminare in nome della religione. Tutto ciò rappresenta una violazione profonda dello spirito della Torah, che non è mai stata pensata come giustificazione alla sopraffazione, ma come cammino di santità e giustizia. La loro lotta si combatte soprattutto con la testimonianza pubblica, con la memoria costante del principio messianico e con l’insegnamento rivolto agli altri ebrei.

Il valore dei Neturei Karta, dunque, non si misura in numeri. Anzi, proprio la loro piccolezza numerica li rende paradossalmente più interessanti, perché il loro peso reale non è demografico ma simbolico. In un mondo in cui il sionismo è diventato quasi sinonimo di identità ebraica, la loro voce ricorda che l’ebraismo non coincide con un progetto politico, che il vero compito del popolo ebraico è spirituale e non nazionale, che la grandezza non consiste nell’occupare terre ma nel rimanere fedeli al patto con Dio.

Ai futuri ebrei, siano essi ashkenaziti o sefarditi, israeliani o della diaspora, i Neturei Karta offrono un monito chiaro: non siate manipolatori della Torah, ma custodi della sua verità. Non trasformate la religione in ideologia, ma vivetela come via di pace e prosperità. In questa prospettiva, i “Guardiani della Città” non sono soltanto un piccolo gruppo ultra-ortodosso, ma una memoria vivente di ciò che l’ebraismo può e deve essere quando rimane fedele alla sua radice più autentica.

NETUREI KARTA: I GUARDIANI DELLA CITTA' E LA FEDELTA' ALLA TORAH CONTRO LE DERIVE DEL SIONISMO
NETUREI KARTA: I GUARDIANI DELLA CITTA’ E LA FEDELTA’ ALLA TORAH CONTRO LE DERIVE DEL SIONISMO

I SIMULACRI DELLA CINA?

a cura di Rainaldo Graziani

Questa riflessione di Alexander Dugin è pubblica. Ma il fatto di essere pubblica è irrilevante poiché questa riflessione è integralmente comprensibile alla Principessa Vittoria Alliata e poche altre persone. In queste riflessioni forse, alcuni di noi, possono respirare un sentimento russo assolutamente speciale. Perché speciale ? Perché esiste la concreta possibilità che il pensiero che segue sia stato generato non tanto dal Prof. Alexander Dugin ma da un Alexander Dugin quale appartenente al circolo Juzinskji. Leggere per credere…

di Alexander Dugin

Se si osserva attentamente la Cina, diventa ovvio che produce solo simulacri. Si può assaggiare il whisky cinese o guidare un’auto cinese. Sembra la cosa giusta, eppure non lo è affatto. Qui ci troviamo disorientati. Dopo Deng Xiaoping, i cinesi hanno imparato a copiare qualsiasi cosa con perfetta precisione. Ma non creano nulla di nuovo. Sapete perché? Perché nella tradizione cinese – nel confucianesimo, nel taoismo e persino nel buddismo, di origine indoeuropea ma addomesticato dalla Cina – il nuovo appartiene al regno maledetto.

Ed è giustamente collocato lì.

Copiare è sicuro. Creare è pericoloso. Ecco perché, come ha giustamente osservato il critico d’arte Dmitrij Chvorostov, l’arte cinese – persino l’arte d’avanguardia – produce solo ornamento. Laddove l’europeo sperimenta una rottura psichica (o estetica), il cinese produce ornamento. Nient’altro.

I cinesi sono un popolo profondamente sano mentalmente. Pertanto, producono solo simulacri.

Ma come si può distinguere l’autentico dall’inautentico? Qui la questione si estende ben oltre la Cina.

Per qualcuno il cui Dasein esiste in modo non autentico, originali e falsi non esistono. Semplicemente non ha la capacità di distinguere l’autentico dall’imitazione scadente. Perché lui stesso è un falso. Anche se è al culmine della ricchezza e possiede enormi somme di denaro. I super-ricchi sono circondati da pietose contraffazioni simili a cianfrusaglie, mentre sono convinti di vivere la loro vita in mezzo agli originali. Perché il loro stesso essere è privo di valore. Il loro Dasein esiste come das Man e quindi il loro gusto e la loro capacità di discernimento sono profondamente plebei.

Ciò che distingue un aristocratico da un plebeo non è né lo status sociale né la ricchezza, ma la capacità di discernere. Credo che questo sia esattamente ciò che Lord Henry disse a Dorian Gray, anche se non ne sono sicuro. Yevgeny Vsevolodovich Golovin me lo disse sicuramente (o forse no; sto iniziando a confondere la storia personale con la storia del mondo…). Sottolineò, soprattutto, la capacità di discernere tra copia e originale. È in questo senso che abbiamo L’Esemplare di Enrico Suso. Che qualcosa esista come esemplare è dato solo attraverso una sottile esperienza interiore. L’esperienza di Dio.

I cinesi hanno risolto la questione: producono falsi, mettendo da parte il mistero dell’originale. Non è affar loro.

I consumatori russi sono ancora più sciocchi, simili alle allegre contadine ucraine dei più sperduti villaggi di provincia: ne respirano l’aroma, ne assaporano il retrogusto e distinguono il costoso dal poco costoso. Eppure, loro stessi non sono altro che cianfrusaglie, oggetti prodotti in serie con difetti più o meno gravi.

Per i cinesi questo non rappresenta alcun problema. Anzi, per loro non esiste alcun problema.

La capacità europea di distinguere l’originale dal falso è l’ultima, sbiadita, scintillante scintilla del gusto aristocratico. Un’eco lontana di un’epoca in cui ancora contava.

Solo, forse, la Principessa Vittoria Alliata all’interno della sua meravigliosa dimora o il padre del nostro splendido Granduca Giorgio Michajlovič sono in grado di percepire questa differenza. Il resto, assolutamente no.

È proprio per questo che la Cina è invincibile.

Ha smascherato l’Occidente moderno.

L’Occidente rivendica la propria autenticità, senza comprenderla minimamente.

Baudrillard era molto perspicace. Viviamo nel terzo ordine dei simulacri. Non dovresti rivendicare l’autenticità. Questo ti renderebbe solo ancora più sciocco e volgare.

Whisky, vino e profumi ormai non hanno più alcun sapore, se non quello che ci hanno detto.

Abbandonate questa chimera della coscienza: saranno i responsabili delle vendite a pensare per voi.

I SIMULACRI DELLA CINA?
I SIMULACRI DELLA CINA?

IL SANTO GRAAL SIMBOLO DELL’EUCARISTIA

a cura di Tania Perfetti

Il tema del Graal, così come è stato concepito nella tradizione medievale, assume un valore profondamente simbolico quando viene confrontato con il sacramento dell’Eucaristia. La figura del Graal, inteso soprattutto come Santo Calice, la coppa della Cena eucaristica, si intreccia con il mistero della comunione cristiana, grazie a una storia che fonde leggenda, teologia e poetica cavalleresca.

Nel Nuovo Testamento, l’istituzione dell’Eucaristia avviene nella Cena del Signore: Gesù “prese anche il calice, dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo in memoria di me’” (1 Corinzi 11,25) È su queste parole che si fonda il sacramento eucaristico, nel quale pane e vino, per opera dello Spirito Santo, diventano il Corpo e il Sangue di Cristo, realtà essenziali per la fede e la salvezza dei cristiani.

Parallelamente, la leggenda del Graal, inizialmente una coppa o piatto miracoloso nelle novelle arturiane, viene gradualmente identificata con la coppa dell’Ultima Cena, soprattutto grazie all’opera di Robert de Boron alla fine del XII secolo . In questo modo, il Graal diventa non solo un simbolo cavalleresco, ma anche un segno religioso legato alla Cena eucaristica.

Lo studio della simbologia medievale ha messo in luce i paralleli tra la rappresentazione del Graal e il rito eucaristico. Nelle storie di Chrétien de Troyes e in quelle successive, il Graal appare come un vaso che trasporta un’ostia o offre pane e vino a cavalieri puri; nella versione di Wolfram von Eschenbach, addirittura, il Graal è un oggetto che si “ricarica” tramite un’ostia calata dal cielo per mezzo di una colomba, simbolo dello Spirito Santo. Qui l’analogia con la Messa e il sacramento diventa evidente: l’atto liturgico dell’Eucaristia, con la sua dimensione sacramentale e salvifica, è poeticamente trasposto in una narrazione cavalleresca fatta di meraviglie e purificazione.

In termini teologici, il Graal si configura come una metafora del calice eucaristico che, nella Messa, diviene “contenitore del sangue divino”, non in luoghi nascosti, ma nelle chiese, ogni volta che il sacerdote pronuncia “Fate questo in memoria di me”. Questa interpretazione sottolinea che il vero Graal non è una reliquia sparita, ma un mistero vivo presente nell’Eucaristia quotidiana. Un testo, per esempio, afferma: «Il Santo Graal è la coppa che contiene sia il vino dell’ultima cena che il Sangue dell’Agnello… e ciò non si trova né nei sotterranei di misteriosi castelli… bensì nelle nostre chiese…».

Questa visione è confermata anche da riflessioni spirituali che assimilano il calice eucaristico al Graal: per molti autori, ogni calice consacrato durante la Messa diventa l’autentico “Santo Graal”, perché trasporta il mistero della presenza reale di Cristo. Ancora più radicale è l’impostazione secondo cui l’ostia, Corpo di Cristo, è il Graal stesso, nutrimento che apre all’immortalità e segno palpabile dell’amore divino .

Da ultimo, va considerato l’aspetto storico-teologico. Il culto popolare del Graal fiorì proprio nel contesto della definizione dottrinale della transustanziazione e della centralità del sacramento eucaristico nel Medioevo. Autori cavallereschi contribuirono a “romanticizzare” la Messa attraverso la narrativa eroica, promuovendo indirettamente un appello alla difesa dell’ordine ecclesiastico e sacramentale. La leggenda del Graal, lungi dal rappresentare eresia o misticismo alternativo, era infatti profondamente ortodossa nelle sue basi teologiche.

LE DIVERSE VERSIONI DEL GRAAL E IL LORO LEGAME CON L’EUCARISTIA

Le narrazioni medievali sul Graal non presentano una versione univoca dell’oggetto, ma differenti interpretazioni che, pur variando nella forma e nel contenuto, mostrano costanti richiami all’Eucaristia e alla sua simbologia.

• Chrétien de Troyes (fine XII sec.): nel Perceval ou le Conte du Graal, il graal è un vaso misterioso che contiene un’ostia e serve a nutrire il Re Pescatore. L’allusione eucaristica è implicita, ma già evidente.

• Robert de Boron (fine XII – inizi XIII sec.): nel Joseph d’Arimathie, il Graal è il calice dell’Ultima Cena, usato per raccogliere il sangue di Cristo. Qui l’identificazione con l’Eucaristia è piena.

• Ciclo del Lancelot-Graal (XIII sec.): il Graal diventa reliquia sacra, accessibile solo ai puri, in particolare a Galahad. L’analogia con il ricevere degnamente l’Eucaristia è diretta.

• Wolfram von Eschenbach (inizio XIII sec.): nel Parzival, il Graal è una pietra miracolosa (lapsit exillis), rinnovata ogni anno da un’ostia celeste deposta da una colomba. Qui l’elemento eucaristico è trasposto in chiave mistica.

In tutte queste versioni, il Graal assume progressivamente un ruolo sempre più vicino al mistero dell’Eucaristia: da semplice oggetto meraviglioso a calice sacro, fino a diventare simbolo universale della grazia divina che si riceve nell’incontro sacramentale con Cristo.

FONTI PRINCIPALI:

• Liliane Tami, La Nuova Bussola Quotidiana (2024).

• From Symbol to Relic, Biblical Archaeology Review (library.biblicalarchaeology.org).

• Interpretazioni spirituali: CREST (centroricercheestudidellatradizione.blogspot.com); analisi storico-letteraria.

IMMAGINE: Santa maddalena e il Graal di Rossetti.

IL SANTO GRAAL SIMBOLO DELL’EUCARISTIA
IL SANTO GRAAL SIMBOLO DELL’EUCARISTIA

Dal silenzio imposto a Francesca Albanese al futuro di Gaza trasformata in resort

di Zela Santi

7 Settembre 2025

Dal caso Francesca Albanese alle speculazioni di The Great Trust su Gaza: due vicende che mostrano il volto ipocrita delle democrazie, dove finanza e politica cancellano diritti e popoli in nome di interessi economici e del potere delle élite.

Francesca Albanese e la dipendenza europea dalla finanza americana

Il caso di Francesca Albaneserelatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi, rappresenta una delle più lampanti dimostrazioni del potere extraterritoriale esercitato dagli Stati Uniti attraverso il sistema finanziario. L’Albanese, impegnata nel supportare le indagini della Corte Penale Internazionale sui crimini commessi dai leader israeliani, è stata colpita da pesanti sanzioni personali introdotte dall’Amministrazione Trump.

Il provvedimento, formalmente giustificato con l’accusa di “danneggiare” gli interessi economici e finanziari statunitensi, ha comportato il congelamento dei suoi beni negli Stati Uniti, il divieto di transazioni e, soprattutto, una minaccia estesa a chiunque intrattenga rapporti economici con lei.

Le conseguenze sono state immediate: persino in Italia, le banche hanno rifiutato di aprirle un conto corrente per timore delle ritorsioni americane e della possibile esclusione dai circuiti internazionali di pagamento. Nemmeno istituti che si presentano come indipendenti e attenti all’etica finanziaria, come Banca Etica, hanno osato sfidare la rete di condizionamenti proveniente da Washington.

Questa brutta vicenda rivela la totale subordinazione della finanza europea al sistema bancario statunitense. In pratica, un’istituzione sovrana come una banca italiana non è libera di offrire un servizio a una cittadina italiana senza il rischio di pesanti conseguenze economiche. Non si tratta dunque solo di un abuso contro un individuo, ma di una dimostrazione plastica del grado di asservimento delle economie europee al potere finanziario degli Stati Uniti.

La vicenda Albanese, apparentemente marginale rispetto al grande quadro geopolitico, è in realtà un campanello d’allarme: mostra come strumenti economici e giuridici vengano usati in modo selettivo, trasformando i principi di giustizia e di libertà in un apparato punitivo che rafforza il dominio politico ed economico.

Gaza trasformata in resort: il progetto The Great Trust

Parallelamente, un’altra vicenda mette a nudo la logica di sfruttamento che guida certe visioni politiche e imprenditoriali. The Great Trust è un piano elaborato durante l’Amministrazione Trump con la partecipazione di figure di spicco della politica europea ed ex leader progressisti, volto a trasformare Gaza in un polo di lusso per ricchi investitori e turisti internazionali.

Il progetto prevede dieci grandi opere immobiliari e infrastrutturali, legate alle petromonarchie del Golfo, che avrebbero come presupposto fondamentale l’allontanamento forzato della popolazione palestinese. La “soluzione” ideata appare quasi grottesca: la distruzione di Gaza, seguita da una “tokenizzazione” delle proprietà. I palestinesi riceverebbero in cambio dei loro beni dei gettoni elettronici, simbolici e di scarso valore, più un pacchetto di 5000 dollari e un anno di approvvigionamento alimentare per trasferirsi altrove.

Dopo dieci anni, in teoria, questi gettoni potrebbero essere usati per acquistare un appartamento nella nuova Gaza “di lusso”. In realtà, il piano è concepito affinché la popolazione palestinese, schiacciata dalla povertà, sia costretta a cedere i gettoni alle grandi società immobiliari, che li riunirebbero per ottenere il controllo degli appartamenti destinati a clienti ben più facoltosi: uomini d’affari arabi e investitori occidentali.

Dietro una retorica di “ricostruzione” e “opportunità”, si cela un gigantesco meccanismo di espropriazione e di pulizia etnica mascherata. L’operazione non solo cancella la presenza palestinese da Gaza, ma la trasforma in una farsa contrattuale, dove una popolazione viene indotta ad abbandonare la propria terra con l’illusione di un compenso che, nei fatti, rappresenta soltanto una beffa.

Dunque, a ben vedere, le due vicende, pur diverse, si intrecciano nel mostrare un aspetto comune: l’uso distorto del potere politico ed economico per ridurre al silenzio individui e interi popoli. Che si tratti di impedire a una relatrice ONU di esercitare i suoi diritti finanziari o di immaginare la trasformazione di Gaza in un parco giochi per miliardari, ciò che emerge è un quadro inquietante di dominio, ipocrisia e cinismo.

Dietro il paravento delle “democrazie”, si rivela un meccanismo in cui la giustizia diventa un ostacolo da neutralizzare e la ricostruzione un pretesto per arricchire élite già privilegiate.

Tratto da: Kultur Jam

Dal silenzio imposto a Francesca Albanese al futuro di Gaza trasformata in resort
Dal silenzio imposto a Francesca Albanese al futuro di Gaza trasformata in resort

LA MISERICORDIA E LA COMPASSIONE DI DIO

di Chiara Rovigatti

Al-Fātiḥa («l’Aprente») è la prima sūra del Corano e per i musulmani, racchiude l’essenza del loro Libro sacro, ed è recitata come preghiera e come formula rituale per sottolineare la pietas dell’Ente Supremo.

La sua formula d’apertura è: «Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso».

Al di là di qualsiasi inopportuna e apparente convinzione separativa, l’Islamismo è una religione rivelata ed è quindi Voce di Dio: per questo quando ci si rivolge a Lui come “il Misericordioso e Compassionevole” vuol dire che il Padre, qualsiasi possa essere il karma o la colpa umana, può decidere nella Sua infinita Saggezza e Sapienza di ignorare persino la Legge da Lui stabilita.

Ma SOLO Lui può farlo: per questo è Giusto e Perfetto.

LA MISERICORDIA E LA COMPASSIONE DI DIO
LA MISERICORDIA E LA COMPASSIONE DI DIO

IL PRETESTO DELLA GUERRA ALLA DROGA

di Luciano Tovaglieri,
Segretario Nazionale di IGNIS – Fuoco Italico

La “guerra alla droga” come pretesto: il caso Venezuela e i precedenti afghani

L’attacco statunitense a una piccola imbarcazione nel sud dei Caraibi — 11 morti secondo Washington — ha riacceso lo scontro fra Stati Uniti e Venezuela. La Casa Bianca sostiene che quel mezzo fosse gestito dalla gang venezuelana Tren de Aragua e diretto a rifornire gli Stati Uniti di stupefacenti; Caracas nega. Nel frattempo, il Pentagono ha rafforzato la postura militare nella regione: dieci F-35 sono stati inviati a Porto Rico per sostenere operazioni “anti-cartelli”, mentre due F-16 venezuelani hanno volato vicino a un cacciatorpediniere USA, in un episodio definito “altamente provocatorio” da funzionari americani. La linea ufficiale è quella della “guerra alla droga”; la sostanza, però, è più complessa.

Le rotte reali degli stupefacenti

Se davvero l’obiettivo fosse il narcotraffico, la mappa delle rotte spingerebbe a guardare altrove. I report più recenti dell’UNODC e della DEA indicano che la gran parte della cocaina diretta negli Stati Uniti nasce in Colombia e transita attraverso il Messico. La rotta caraibica esiste, ma pesa molto meno rispetto al corridoio Pacifico-Messico. Per quanto riguarda gli oppioidi, la quasi totalità del fentanyl intercettato in territorio americano proviene da cartelli messicani, che lo sintetizzano con precursori chimici cinesi. Nel 2024, solo nei primi otto mesi, la dogana statunitense ha sequestrato quasi nove tonnellate di fentanyl ai varchi di confine meridionali. Sono numeri che mal si conciliano con l’idea di un Venezuela trasformato in “rubinetto” primario delle forniture.

L’ombra dell’Afghanistan

Le contraddizioni diventano ancora più evidenti se si guarda all’Afghanistan. Durante i vent’anni di occupazione USA e NATO, a parole si diceva che la missione comprendeva anche la lotta al narcotraffico. I numeri raccontano altro: sotto la presenza militare occidentale, la coltivazione di papavero è esplosa fino a livelli record, tanto che nel 2017 l’ONU parlò di un aumento del 63% rispetto all’anno precedente. L’eroina afghana rappresentava più dell’80% del mercato mondiale.

Poi è accaduto un fatto rivelatore: appena le truppe americane hanno lasciato Kabul e i talebani sono tornati al potere, la produzione di oppio è crollata drasticamente, fino a quasi azzerarsi in alcune province, a seguito di un divieto imposto dal nuovo regime. A conferma che, volendo, la riduzione era possibile.

Non sono mancate testimonianze dirette, circolate negli anni scorsi fra giornalisti investigativi e osservatori locali, secondo cui parte dell’eroina afghana lasciava il Paese su cargo militari occidentali, spesso sotto copertura di missioni logistiche. Ipotesi mai dimostrate in sede ufficiale, ma che hanno alimentato la convinzione che la droga sia stata, in determinati contesti, più tollerata che combattuta, e persino usata come merce di scambio per rapporti con gruppi armati quando faceva comodo.

Dietro la retorica: petrolio e geopolitica

Il Venezuela, a differenza dell’Afghanistan, non è un Paese di produzione primaria di droga. È però il Paese con le maggiori riserve petrolifere certificate al mondo, oltre 300 miliardi di barili, una ricchezza che fa gola tanto agli Stati Uniti quanto all’Europa. Con Maduro, Caracas ha scelto la via dell’indipendenza da Washington e il rafforzamento dei legami con Russia, Cina e più in generale con l’universo BRICS. Mosca ha firmato nel 2025 un partenariato strategico con Caracas; Pechino ha rilanciato investimenti nel settore oil & gas, consolidando un asse che riduce lo spazio d’influenza statunitense nel “cortile di casa”.

Alla luce di questi elementi, l’attuale escalation appare meno come una crociata contro la droga e più come un capitolo della lunga lotta per il controllo delle risorse energetiche e per contenere l’avvicinamento del Venezuela al blocco multipolare emergente. La cocaina e il fentanyl sono la copertura retorica; il greggio e le alleanze geopolitiche il vero terreno di contesa.

IL PRETESTO DELLA GUERRA ALLA DROGA
IL PRETESTO DELLA GUERRA ALLA DROGA

LA NASCITA DELL’AVATARA

a cura di Giuseppe Aiello

“[…] e questo “germe”, in relazione al mondo al centro del quale è situato, è propriamente l’Avatâra primordiale (1).

(1) – Non si tratta degli Avatâra specifici che appaiono durante i diversi periodi ciclici, ma piuttosto di ciò che è, in realtà, e fin dall’inizio, il principio stesso di tutti gli Avatâra. Allo stesso modo, dal punto di vista della tradizione islamica, Er-Rûh el-muhammadiyah (lo Spirito Muhammadico) è il principio di tutte le manifestazioni profetiche, e questo principio è all’origine stessa della creazione. […]”

René Guénon – Prospettive sull’Iniziazione

CAPITOLO XLVIII – LA NASCITA DELL’AVATARA

LA NASCITA DELL'AVATARA
LA NASCITA DELL’AVATARA