Videoconferenza del canale YouTube LA CHIESA TAOISTA D’ITALIA, trasmesso online in live streaming il giorno 5 Settembre 2025.
Lezione tenuta il 7 giugno 2025 al Tempio della Grande Armonia a Caserta davanti ai discepoli. Video integrale.
Videoconferenza del canale YouTube LA CHIESA TAOISTA D’ITALIA, trasmesso online in live streaming il giorno 5 Settembre 2025.
Lezione tenuta il 7 giugno 2025 al Tempio della Grande Armonia a Caserta davanti ai discepoli. Video integrale.
di Chiara Rovigatti
Ptah, l’Immanifesto Ain egizio dotato degli strumenti/facoltà per manifestarsi (Ankh, Uas, Djed): il pre-Padre gnostico degli egizi.
Da notare come venga ribadito il concetto che la divina sacralità segua un percorso verticale diretto lungo l’asse cerebro-spinale: un avvertimento importantissimo per coloro che fra gli umani la vogliano ricostituire in sè.
Osservare sempre bene, considerare ed applicare perchè Dio toglie, ma insegna pure a riottenere.
Magnifico.

a cura di Tania Perfetti
Immaginate di essere un frate dell’Ordine di San Lazzaro, nel cuore della Terra Santa, intorno alla metà del XIII secolo. La pelle reca i primi segni della lebbra: macchie pallide, mani leggermente deformate. Non siete completamente esclusi dalla comunità dei sani, ma la malattia vi definisce. La Regola dell’Ordine vi permette di vivere qui, tra i muri spessi dell’ospedale dedicato a San Lazzaro, servendo chi soffre più di voi. La malattia non è solo una condizione fisica: è un marchio di vocazione e testimonianza.
Ogni mattina, il vostro compito è duplice: assistere i malati nelle medicazioni, nelle abluzioni e nella distribuzione del cibo, e prepararsi alla difesa dei pellegrini e dei beni dell’ospedale. La mattina inizia con il canto dei salmi, imparati a memoria perché i libri sono scarsi e preziosi. I frati sani si muovono tra le corsie e le infermerie, mentre voi, anche se malato, prendete parte alle scorte armate verso le strade circostanti, dove briganti o incursioni turche minacciano i pellegrini. Non si tratta di attaccare, ma di difendere: bastoni, spade leggere, croce verde e rossa sull’abito. Il corpo malato diventa simbolo: vedere un confratello lebbroso affrontare un pericolo significa testimoniare la forza spirituale che supera la debolezza fisica.
Durante le giornate di scorta, attraversate villaggi abbandonati e sentieri deserti, accompagnando carovane di viveri e medicinali. Il sole picchia, il sudore scivola lungo le mani che, pur segnate dalla malattia, reggono la bisaccia o la spada. I pellegrini vi guardano con timore e rispetto: vedono la fragilità del corpo e la fermezza dello spirito. Ogni passo è un equilibrio tra il rischio del contagio percepito e la missione di protezione.
Tornando all’ospedale, trovate i nuovi arrivati: lebbrosi giunti dai villaggi vicini, con corpi devastati dalla malattia. Li accogliete come fratelli, impartendo loro cura, preghiere e speranza. La vita quotidiana alterna così il servizio spirituale e materiale, il sacrificio della malattia e l’atto eroico di proteggere chi non può difendersi. In alcuni casi, la regola prevede che frati gravemente malati assumano ruoli di responsabilità interna: dirigere le infermerie, organizzare il lavoro dei confratelli, amministrare i beni dell’ospedale. La loro debolezza fisica diventa legittimazione morale e autorità.
Nelle cronache francesi e italiane, come quelle di Jacques de Vitry e negli statuti dei lazzariti in Provenza, troviamo conferma di questa vita ibrida: confratelli che affrontano scorte armate, assistono malati, amministrano ospedali e, nei rari casi di conflitto diretto, partecipano a scontri difensivi limitati. Non sono cavalieri aggressivi, ma difensori-sacerdoti, custodi della carità e della sicurezza dei pellegrini. Il corpo malato diventa così emblema di eroismo religioso: ogni ferita, ogni macchia, ogni deformazione è testimone della fedeltà all’Ordine e alla missione di Dio.
Così vive un lazzarita: sospeso tra malattia e coraggio, tra preghiera e difesa, tra esclusione e autorità morale. La sua esistenza quotidiana è un intreccio di sofferenza, disciplina, eroismo e compassione. E quando, alla sera, la luce cala sull’ospedale, il canto dei salmi risuona tra i muri di pietra: è la voce dei vivi e dei malati insieme, testimonianza di un mondo medievale in cui il confine tra fragilità e eroismo, malattia e santità, si fa incredibilmente sottile.
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FONTI PRIMARIE:
• Regola dell’Ordine di San Lazzaro, Biblioteca Vaticana, cod. Vat. Lat. 4980 (XIII secolo).
• Jacques de Vitry, Historia Orientalis, Paris, 1611.
• Guillaume de Tyr, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, Paris, 1879.
• Documenti notarili dei lazzariti in Provenza, Archivio di Marsiglia, secc. XIII–XIV.
• Vangelo di Luca 16,19–31 (parabola di Lazzaro).
STUDI NODERNI:
• R. Barber, The Military Orders: 1120–1314, London, 1979.
• M. D. G. Pullan, The Lazars: Leprosy in Medieval Society, London, 2009.
• J. Riley-Smith, The Crusades: A History, New Haven, 2005.
• H. Nicholson, The Hospitallers of St. John of Jerusalem, London, 2001.
• F. Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Milano, 1981.

di Luigi Angelino
La frase “come la fenice risorge dalle proprie ceneri” è ormai entrata nel linguaggio popolare ed adattata a molteplici situazioni diverse fra loro, assumendo un significando metaforico e perdendo, nel contempo, il suo significato primigenio. Proviamo a ripercorrere brevemente l’origine del mito, per arrivare a focalizzare la nostra attenzione sui relativi significati simbolici ed esoterici. Come è noto, la fenice o “uccello di fuoco” è quella creatura che si trova in numerose culture antiche, alla quale si attribuiscono le straordinarie capacità di riuscire a controllare il fuoco e di risorgere dalle proprie ceneri dopo il decesso, perpetuando un ciclo continuo di morte e di resurrezione.
Nell’antico Egitto, l’essere mitologico, associato successivamente alla Fenice, era chiamato Bennu, raffigurato di frequente con la corona di Atef oppure adornato dall’emblema del disco solare. L’aspetto di Bennu era molto simile ad un passero o ad un airone, che risorgeva dalle acque e non dal fuoco. A similitudine dell’airone che, quando spicca il volo, sembra imitare l’innalzamento del sole dall’acqua, la Fenice fu proprio associata al nostro astro, rappresentando la parte spirituale del dio del sole Ra, l’anima (il bà). Nella simbologia egizia, pertanto, la Fenice presiedeva al giubileo reale, assumendo il significato del sole che sorge e tramonta. Con il tempo, essendo indicata come “colei che risorge per prima”, finì col comprendere in sé anche la simbologia del pianeta Venere che, per questa peculiarità, era chiamato la “stella della nave del Bennu-Asar” e menzionato come “stella del mattino” nelle invocazioni religiose.
Nella mitologia greca al misterioso uccello, di cui cambiò anche l’iconografia, fu dato il nome di Fenice, diventando una sorta di aquila reale arricchita da colori splendidi come il rosso, l’oro, l’azzurro e la porpora, con lunghe piume che gli scendevano dal capo verso la coda, formata da altre tre lunghe piume, una azzurra, una rossa e l’altra rosa (1).
Pochi esegeti ormai si chiedono se il mito della “Fenice” possa derivare da una creatura realmente esistita, preferendo concentrare la propria attenzione sui significati semantici e simbolici del mitico uccello. Non sono mancati, tuttavia, coloro che, rimarcando il concetto che ogni mito contiene in sé almeno un piccolo nucleo di verità, hanno creduto di individuare nella “Fenice” il riferimento ad un uccello realmente esistito in epoca antica nelle regioni dominate dall’impero assiro. In più, è stato osservato il fenomeno scientifico secondo il quale alcune specie di volatili tenderebbero ad agitare le ali sul fuoco, allo scopo di allontanare i parassiti.
In epoca ellenistica e romana la “Fenice” fu identificata con una serie di volatili: il fagiano dorato, l’airone rosso, l’airone cenerino, l’ibis ed il pavone, sebbene su quest’ultimo animale sia fiorita progressivamente una letteratura a sé stante, sviluppatasi soprattutto in età cristiana. In tale contesto, è stato osservato come gli antichi sacerdoti egizi celebrassero rituali al ritorno del primo airone cenerino che si posava sopra al salice sacro di Eliopoli (2), ritenendo l’evento di buon augurio per la salute e la prosperità della popolazione. Il ritorno della Fenice era visto come l’inizio di un periodo di fertilità incarnando, nella religiosità egizia, la manifestazione di Osiride risorto e raffigurato, per questo motivo, mentre è assiso sul salice, albero sacro a questa divinità.
Nel mito della creazione, la Fenice sarebbe stata la prima forma di vita apparsa sulla collina primordiale, a sua volta originata dal “grande caos acquatico”. La Fenice era sempre la stessa (semper eadem) e sempre un esemplare maschio che conduceva la propria esistenza presso una piccola sorgente d’acqua fresca, situata in un’oasi del deserto d’Arabia (da qui l’appellativo alternativo di “araba fenice”), in una località nascosta e praticamente introvabile dall’uomo (3). Una tradizione poetica e struggente racconta che la creatura, mentre si immergeva nell’acqua, intonava un canto così sublime che il dio sole fermava la sua barca per fermarsi ad ascoltare tale melodia. Nella versione ellenica del racconto, il sole arrestava “il suo carro” all’udire il soave canto. La religiosità egizia voleva che Bennu, di tanto in tanto, visitasse Eliopoli, la città sacra al sole, posandosi sulla pietra “ben-ben”, una sorta di obelisco totemico collocato all’interno del santuario principale della città.
Nella cultura ebraica che, per ovvi motivi storici e geografici, assimilò numerosi elementi dell’evolutissima civiltà egizia, la Fenice era chiamata Hachol o Milcham (4). Al di là del discutibile e controverso valore religioso, molto suggestiva è la leggenda secondo la quale soltanto il Milcham riuscì a resistere all’invito di Eva, rivolto a tutti gli animali del giardino dell’Eden, di condividere con lei il pasto del frutto proibito.
Tutti gli altri animali cedettero alla tentazione, perdendo l’immortalità e la purezza, mentre il Milcham si impose per la sua integrità e capacità di resilienza. Per questa dimostrazione di integrità morale, Dio avrebbe ricompensato la creatura, collocandola in una città fortificata, dove avrebbe potuto prosperare per un periodo di mille anni, alla fine del quale l’uccello sarebbe stato bruciato e poi sarebbe risorto da una larva a forma di uovo. E’ evidente la somiglianza strutturale con il racconto egizio: la città fortificata rievoca Eliopoli ed il ciclo temporale è semplicemente raddoppiato. Dal punto di vista storico, uno dei primi riferimenti alla Fenice risale al solito Erodoto che parla di questo uccello che apparirebbe ogni 500 anni, secondo la credenza tramandata dai sacerdoti egizi di Eliopoli. La Fenice risorgerebbe dalle ceneri, dopo la morte del suo genitore, che poi sarebbe da identificarsi con essa stessa, o con la precedente versione di sé stessa. L’uccello, dopo aver vissuto 500 anni, si ritirava in un luogo nascosto, costruendo un nido di uovo in cima ad una quercia o ad una palma, dove si adagiava, lasciando che i raggi del solo la incendiassero. La morte accompagnava l’uccello tra i profumi della cannella e della mirra, poi dalle ceneri emergeva una larva a forma di uovo che, nell’arco di tre giorni, si trasformava in una nuova Fenice. Erodoto, ovviamente, si preoccupa di sottolineare come il racconto sia di natura fantastica e, pertanto, poco credibile.
Ovidio, nelle incomparabili “Metamorfosi”, fornisce un versione più “ellenistica” del mito del magnifico volatile, cambiando l’ultima fase del viaggio della nuova Fenice che trasporterebbe il nido nel tempio di Iperione (5), il Titano padre del dio Sole. Il romano Tacito rende ancora più suggestiva la narrazione, mediante un’immagine poetica: la nuova Fenice innalzerebbe il corpo del genitore defunto fino a farlo bruciare sull’altare del dio Sole, in una sorta di rituale di carattere ciclico-generazionale. Nell’antica Roma, la Fenice assunse anche un valore politico e sociale, diventando l’emblema della forza dell’impero. Per questo, si ritrova la sua immagine incisa su alcune monete imperiali e dipinta sui mosaici di importanti edifici pubblici o privati. Naturalmente, in ambiente cristiano, il percorso di morte e di resurrezione della Fenice venne interpretato come espressione emblematica del cammino di salvezza dell’uomo, compiutosi mediante il sacrificio di Gesù Cristo.
Nel Fisiologo (6), opera considerata tra i più antichi “bestiari” della cristianità medievale, si procedette a riassumere il racconto classico della Fenice, riducendolo ad una delle ennesime manifestazioni visibili del Salvatore. Una menzione al mitico uccello non poteva mancare nella “Commedia” dantesca. Il divino poeta nell’Inferno, in pochi versi, ci offre uno splendido compendio del mito millenario: “che la fenice more e poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa, erba né biada in suo vita non pasce, ma sol d’incenso lacrima e d’amomo, e nardo e mirra son l’ultime fasce” (7).
In epoca tardo medievale ed, ancora di più, in quella umanista-rinascimentale, nell’ambito della riscoperta e della rivisitazione dei miti classici, la Fenice diventa un simbolo importante e significativo di ogni processo di rinascita spirituale, indicando il compimento del processo chiamato di “trasmutazione alchemica”, che implicava una forma di rigenerazione dell’uomo. Non a caso gli Alchimisti chiamavano con l’appellativo di “fenice” la pietra filosofale.
Nella maggior parte delle culture del mondo vi sono uccelli mitologici che presentano evidenti similitudini con la fenice, come in quella ebraica, azteca, sumera, inca, slava e, soprattutto nella mitologia orientale. In particolare, in Cina, la Fenice, chiamata Feng, è una delle creature magiche che guida le sorti del Paese, proteggendone la parte meridionale. Feng incarnava il potere e la prosperità, appartenendo in maniera esclusiva all’imperatore ed alla sua consorte che erano gli unici a potersi fregiare del suo simbolo. Presentando un’iconografia molto simile a quella egizia, nell’antica Cina Feng racchiudeva in sé le forze primordiali dei Cieli, venendo spesso raffigurato con la testa e la cresta del fagiano, ma con la coda del pavone. Una particolarità dell’uccello mitologico cinese era che, in numerose rappresentazioni, comprendeva attributi di altri animali sacri: ad esempio la fronte della gru, il collo del serpente, il guscio di una tartaruga, la coda di un pesce o perfino le squame di un drago (8). Il Feng è spesso dipinto con una sfera di fuoco che richiama il sole, portando nel becco due pergamene, o in alcune varianti, una scatola quadrata in cui si conservavano i testi sacri. A differenza del Bennu egizio, il Feng può essere sia di sesso maschile che femminile e può anche vivere in coppia felicemente.
Di carattere cosmologico è l’Ho-ho giapponese, chiamato anche Karura, immaginato come una possente aquila con piume dorate capaci di sprigionare fuoco e gemme magiche che ne adornano il becco, la cui funzione principale è quella di annunciare il sopraggiungere di un nuovo ciclo temporale. Il Garuda della cultura induista e buddista ha, invece, un importante significato epico e didascalico, incarnando uno dei supremi veggenti “d’infinita coscienza” , impegnato in una strenua lotta contro i Naga, la famiglia dei serpenti e dei draghi.
Per la ricchezza e la complessità dei suoi significati, una trattazione a parte meriterebbe Quetzacoatl (9), il dio uccello o serpente piumato dell’America Centrale, venerato dai Maya e dagli Aztechi insediati nello Yucatan, nell’attuale Messico che, secondo la leggenda, aveva l’eccezionale capacità di morire e di risorgere, introducendo ogni volta una nuova era. Nella tradizione dei nativi americani, troviamo la figura di Wakonda, il volatile associato al fenomeno atmosferico del tuono, venerato soprattutto dal popolo Dakota. Per l’etnia Sioux, al mitico uccello sarebbe associato un “grande potere superiore”, dispensando saggezza al popolo ed illuminazione durante le visioni dello sciamano. Alla narrazione emblematica dell’uccello che risorge dalle proprie ceneri, è strettamente collegato anche il simbolo dell’uovo, come elemento cosmogonico primordiale. Nelle raffigurazioni classiche, di frequente Dioniso era immaginato con un uovo fra le mani. E anche nella tradizione della festa di Ostara (Easter) (10), trasfigurata nella Pasqua cristiana, vi è ancora oggi l’usanza di regalare uova, per festeggiare il ciclo naturale che ricomincia con la stagione primaverile.
A prescindere dalle differenziazioni culturali, non vi è dubbio che la simbologia della Fenice, legata all’immortalità, in quanto capace sempre di rigenerarsi di continuo, si perde nella notte dei tempi, come del resto la maggior parte dei grandi archetipi presenti nell’inconscio collettivo della storia dell’umanità. Il mito dell’immortalità e, di conseguenza, quello della rinascita, tuttavia, non deve essere inteso in senso lineare, ovvero come la vita eterna sempre associata allo stesso soggetto, ma nell’accezione “circolare”, ossia come legato al cambiamento ed al rinnovamento della persona che periodicamente “rinasce”. In tale contesto, è possibile affermare che la Fenice si riferisca alle qualità divine dell’uomo che dovrebbe vivere la propria ciclicità come una possibilità di evolversi, per il raggiungimento di una consapevolezza sempre più profonda e matura. Nell’esoterismo ermetico, l’acrostico I.N.R.I (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum) è da intendersi come “Igne Natura Renovatur Integra”, esprimendo cioè l’idea che attraverso il fuoco la natura riesce a rinnovarsi integralmente. Seguendo lo stesso filone alchemico, la croce non è altro che una raffigurazione plastica dei quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco). E’ necessario, a tale proposito, evidenziare come l’evangelista che ci offre più dettagli sull’acrostico I.N.R.I. sia proprio il redattore della tradizione giovannea, considerata la più esoterica ed iniziatica tra quelle originate dagli insegnamenti di Gesù di Nazareth (11).
Il redattore del quarto vangelo, attribuito in maniera pseudo-epigrafica all’apostolo Giovanni, si preoccupa anche di universalizzare il messaggio, sottolineando come l’iscrizione sulla croce fosse stata incisa in tre idiomi diversi: l’ebraico (la lingua dei padri e della tradizione giudaica), il latino (la lingua dell’impero), il greco (la lingua degli intellettuali e “coinè”- comune- ai popoli del Mediterraneo). L’immagine del fuoco che divora, ma che nello stesso tempo rigenera, è stata sviluppata dalla simbologia esoterica, mediante la contrapposizione tra il concetto di Caos, di frequente raffigurato come Drago o Basilisco e la stessa Fenice, portatrice di armonia e di stabilità. Il processo di iniziazione è descritto nel rapporto con il pregresso principio, ovvero con l’evento, soltanto in apparenza traumatico, della morte del padre che, in ambito alchemico, si intuisce chiaramente anche nei riferimenti ai due Re, o ai due Leoni, il giovane e il vecchio (il verde ed il rosso).
E’ innegabile che tale ciclo di evoluzione presenti significativi punti in comune con il conflitto interiore di matrice edipica, culminante in un difficile processo di rinnovamento psichico e biologico. Nel suo libro “Simboli della trasformazione” (12), Carl Gustav Jung si occupa del legame tra l’essere umano e l’immagine della Fenice, designandola come un archetipo comune dove la straordinaria capacità di vincere la morte implica il significato più profondo della possibilità di rinascere dopo un’esperienza di fallimento.
In buona sostanza, si può ragionevolmente affermare che il simbolo della Fenice ben incarna sia l’evoluzione dell’umanità nel suo complesso, sia del singolo soggetto che ha bisogno di un continuo rinnovamento per purificarsi dai rigidi schemi della società che potrebbero intrappolare la sua spiritualità e non gli consentirebbero di spiccare il volo verso la scintilla divina da cui proviene.
Note:
1 – Francesco Zambon ed Alessandro Grossato, Il mito della fenice in Oriente e in Occidente, Marsilio Editori, Venezia 2004;
2 – Eliopoli, oltre all’importante funzione religiosa, rivestiva un significativo ruolo politico-amministrativo, come capitale del 13° distretto del Basso Egitto. Attualmente è inglobata tra i sobborghi della capitale Il Cairo;
3 – L’immagine dell’oasi nascosta richiama il mito del giardino dell’eden;
4 – Il simbolo del milcham si riscontra anche nell’Antico Testamento biblico (Giobbe 38,36);
5 – Prima di essere personificato, il termine Iperione era un appellativo riferito al sole, traducibile letteralmente con l’espressione “che si muove al di sopra”;
6 – La maggior parte degli studiosi ritiene che il libro sia stato redatto ad Alessandria d’Egitto, in ambiente gnostico, intorno al II/III secolo d.C., e poi diffuso successivamente in Occidente;
7 – Inferno Canto XXIV, 106-111;
8 – Mario Bussagli, Miti d’Oriente, Editore Rusconi, Milano 2021;
9 – Il nome, traducibile letteralmente con l’espressione “serpente piumato”, è in lingua azteca. I Maya lo chiamavano Kukulcan;
10 – La festa di Ostara è di origine germanica e veniva celebrata nel giorno dell’equinozio di primavera; ad essa in epoca medievale è stata sovrapposta la festa di Pasqua della tradizione giudaico-cristiana che cade nella domenica successiva al primo novilunio di primavera;
11 – Il periodo storico della redazione del testo giovanneo, scritto in greco come gli altri tre vangeli canonici (Marco, Matteo e Luca) chiamati sinottici, è individuato dagli studiosi tra il 90 ed il 110 d.C.. Il contenuto presenta profonde influenze della cultura ellenistica, come il famoso “incipit”: in principio era il Verbo (logos), e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio;
12 – Nel suo volume, Simboli della trasformazione, pubblicato nel 1912, Jung comincerà a prendere le distanze da alcune concezioni freudiane.
Tratto da: Pagine Filosofali

a cura di Angelica Barbieri
“Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà l’intera vita a credersi stupido”
(Albert Einstein)

a cura di Nada Panichi
Perché Esiste una Legge Naturale per Tutti gli Iniziati, che li Spinge a non Negare a Nessun Vero Aspirante la Conoscenza che gli è Dovuta.
Ma vi è Pure un’altra Legge altrettanto Naturale, che inibisce che Venga Comunicato Alcunché della Conoscenza Occulta a Chi non ne sia Degno. E un Iniziato tanto più è Perfetto, quanto Maggiore Severità Pone nell’Osservare queste Due Leggi.
Rudolf Steiner – Iniziazione

di Claudia Placanica
È difficile condurre progetti politico-sociali in una comunità il cui livello culturale è stato umiliato da quel processo di assorbimento delle caratteristiche della società dello spettacolo e dei consumi. In questo scenario voyeristico, il presidente Bill Clinton rischiò l’impeachment, non per i suoi crimini, ma perché, nello studio ovale, si era svolta una fellatio. Allora gli italiani cominciarono a divenire guardoni e fustigatori. Clinton effettivamente aveva consumato un adulterio: l’abito di Monica Lewinsky recava tracce del prezioso liquido seminale presidenziale. E i bombardamenti di Belgrado? E chi se ne frega, quando c’è di mezzo il sesso? La principale fonte di intrattenimento per i comuni mortali, come raccontò bene Aldous Huxley nel distopico “Il mondo nuovo”.
Quando diciamo – a ragion veduta – che l’Italia è una colonia degli Stati Uniti, deve essere chiaro che ciò non riguarda solo la presenza delle basi militari e il condizionamento della politica, ma purtroppo, più drammaticamente, l’essere coloni si è concretizzato nel fatto che, sin dalla seconda guerra mondiale, gli italiani si sono lasciati sedurre da una lingua, da film, pubblicità, fumetti, romanzi, tendenze moda, prodotti, visioni del mondo e, per ultimo, hanno reso la scuola uno spazio di asservimento all’agenda globalista, ovvero l’imposizione autoritaria di quei valori statunitensi abilmente diffusi.
La società italiana è oggi completamente polarizzata. Da un lato, cittadini elettori dei partiti di sistema divenuti comitati di affari, ma che recitano la difesa dei valori tipici della destra e della sinistra aggiornati alla modernità. Dall’altro lato, cittadini che si ritengono “risvegliati”, perché il lavaggio al cervello cui si sottopongono quotidianamente (attraverso canali di “controinformazione” o attraverso il “verbo” di alcuni guru impostisi durante la pandemia) li convince di essere dalla parte giusta. Essi sono pericolosi perché, ritenendo di aver compreso le dinamiche del mondo, su quell’autoconvincimento costruiscono un sistema che non ammette confutazioni e che, pertanto, corrobora il Sistema. Questa parte di cittadini, che potrebbe fare la differenza, è più interessata alle faccende private dei presidenti che non alle iniziative politiche; è più interessata ai gesti dei pontefici che a quella religione che proprio questi ultimi hanno fatto scomparire. Il pensiero di questi cittadini è così strutturato: dietro qualsiasi fatto, ci sono: a) i massoni, b) i sionisti/ashkenazitii, c) i satanisti. Tutta la storia va decostruita perché narrata da una delle tre componenti. Quindi: se la critica dell’ideologia woke non può prescindere da quel grumo che è la volontà decostruttrice, coloro che credono di avversare l’ideologia woke, utilizzano lo stesso metodo decostruttivo applicato a fatti e narrazioni. Non vi è una reale opposizione, ma un’area composita affezionata a modelli decostruttivi che, demolendo le ricerche condotte con metodo, confrontando fonti e assicurandosi che siano attendibili, semplifica le interpretazioni. Queste premesse impediscono lo sviluppo di un pensiero capace di operare analisi e individuare obiettivi. Poichè il Male è l’unica spiegazione, nessuno può opporsi. Questo è un modo per sottrarsi a una critica libera e, dunque, è una forma di deresponsabilizzazione.
L’esistenza di questi due agoni politici, che poco vogliono sapere di politica e molto di pettegolezzi mondani (che includono le gerarchie vaticane e le vite private dei presidenti), fa pensare al fatto che – come disse Marguerite Yourcenar – l’incivilimento dei costumi, il progresso delle idee durante l’ultimo secolo è opera d’una minoranza esigua di spiriti illuminati; la massa resta ignara, feroce quando può, sempre egoista e gretta, e si può scommettere fondatamente che tale resterà sempre.

a cura di Mike Plato
Hanno dunque un bel dire i filosofi pagani: “Noi viviamo bene “(bene vivimus). Se non entrano per la Porta, che giova loro questa vita di cui si gloriano? Infatti, per ciascuno, il “vivere bene” deve garantire che gli sia dato di “vivere sempre” (semper vivere). Infatti, a chi non è dato di vivere sempre, a che serve vivere bene? Sì, ci sono stati filosofi, che hanno scritto cose sottili sulle virtù e i vizi, distinguendo, definendo, dando forma ai più ingegnosi argomenti. Hanno riempito libri della loro saggezza, hanno fatto vibrare tutti gli echi. Che dico, hanno osato proclamare agli uomini: “Seguiteci, aderite alla nostra setta, se volete vivere beati”. Ma essi non erano entrati per la Porta.
AGOSTINO DI IPPONA

di Claudia Placanica
La Global Sumud Flotilla è un’operazione utile ai partiti progressisti che vi prendono parte attraverso l’adesione di politici di serie B guidati dalla neogiovannadarco Greta Thunberg.
Le sinistre europee, responsabili della guerra civile appena iniziata tra cittadini autoctoni e immigrati, sperano di riconquistare quegli elettori dissidenti che, al recente referendum sul dimezzamento degli anni necessari per ottenere la cittadinanza italiana, si sono espressi contro. Sperano di poter conquistare un elettorato molto difficile: quei giovani addomesticati, indottrinati e resi conformisti dal percorso scolastico in cui docenti e manuali promuovono l’idea dell’emergenza climatica e la ragazza svedese è il Che Guevara in gonnella del mondo globalizzato.
Ma, la missione “umanitaria”, sponsorizzata da una sinistra che ha atteso due anni per decidere che a Gaza è in corso un genocidio, viaggia su mezzi che contribuiscono alle emissioni globali di anidride carbonica, azzerando in tal modo le precedenti lotte asservite all’agenda neoliberista della solita analfabeta svedese.

a cura di Carlo Weiblingen
Tutte le correnti intellettuali e religiose del Terzo Stato sono razionalistiche. Lo è anche il protestantesimo, coi suoi stretti intrecci con la Massoneria. E’ causa efficiente della tecnologia moderna e della meccanizzazione. Lo sono la filosofia e la scienza. Si vuole far credere che la chimica materialistica abbia la sua origine nell’Alchimia, che sarebbe stata “una chimica ingenua e superstiziosa”, prodotto dell’ignoranza medioevale. Si pretende di disconoscere che l’Alchimia non ha avuto niente a che fare con la chimica, semmai però con la medicina spagirica.
Nella grande crisi del Kali Yuga sono stati confusi tutti i valori e i concetti. La Cavalleria Iniziatica dei monaci guerrieri si trasforma negli eserciti di professione con ufficiali e soldati al servizio di ambizioni nazionalistiche, nella lotta di tutti contro tutti. Non esiste più l’iniziazione guerriera. Si è per i “Diritti umani”, per “l’uguaglianza di tutti gli uomini”, contraria alla legge divina, cosmica delle origini; si è per la “democratizzazione”, per l’atomizzazione, contraria ai veri diritti spirituali gerarchizzati. E’ la distruzione dell’autorità trascendente, venuta dall’alto.
Si deve affrontare la seguente domanda: se questo processo di dissoluzione cade sotto il segno fatale dell’involuzione, , perché i Templari, i rosacroce ed i seguaci di Hi_ler hanno creduto di poterlo arrestare, superando la corrente del Destino? La possibilità per ciò deve probabilmente esistere: perché gli gnostici e Giuliano l’Apostata avevano già anteriormente intrapreso un tentativo. L’entropia ha la sua uscita di emergenza in un’energia superiore (entropia negativa), che irrompe dall’ignoto, perché non viviamo in un universo ermeticamente serrato. Ma, affinchè quell’energia spirituale possa penetrare nel mondo dominato dall’entropia e vincere la decadenza e la morte, si richiedono menti e personaggi semidivini che la ricevano e la proiettino qui con generosità. E’ lavoro di dei o di semidei, e non possiamo sapere se è stato realizzato già una volta. Le Guide spirituali non intervengono direttamente, essendo dipendenti per la loro azione da quelli “di qui”, che spesso, sono trascinati dalle loro passioni, o da mere “creazioni mentali”, allucinazioni della mente e dell’Io. E falliscono. D’altra parte le forze avversarie dispongono del dominio quasi illimitato sulle leve della Storia.
Il Dio dei Perdenti ha avuto sempre la possibilità straordinaria di trasformarsi in Dio dei Vincitori. Non vi è riuscito ancora in questo Eone. Un giorno, tuttavia, lo otterrà. Perché, nella sua essenza, è il più forte, il più puro ed il più bello.
[Miguel Serrano]
