“Io vedo”, disse disinteressato. “Cosa significa vedere, don Juan?” “Significa cose diverse per persone diverse. A volte vedere è avere la certezza che una cosa è così. Altre volte vedere è una voce che dice qualcosa di specifico. Oppure il vedere può essere la sensazione visiva di vedere fibre di energia o colori muoversi intorno a una persona, a una pianta, un animale o un oggetto. Il vedere può anche essere un anelito che ti afferra e non ti lascia andare.”
Nella prospettiva di ʿIrfān (misticismo islamico) e Sufismo (ta ṣawwuf), il concetto di luce oscura ( النور الظلماني – al-n ūr al- ẓulmān ī) denota la realtà ultima ( الحقيقة المطلقة – al- ḥaq īqa al-mu ṭlaqa) che trascende ogni nome ( اسم – ism) e ogni integrazione/delimitazione ( تعيّن – ta ʿayyun); è chiamato “oscurità” perché nulla può essere conosciuto, percepito o descritto a riguardo; esso si trova assolutamente al di là di ogni concettualizzazione, attributi e esistenza relazionale; questo è il regno dell’Assoluto ( المطلق – al-mu ṭlaq), l’origine di tutti.
Il primo livello di integrazione ( التعيّن الأول – al-ta ʿayyun al-awwal) è conosciuto come la stazione dell’unità ( مقام الأحدية – maqām al-a ḥadiyya); in questa fase, c’è una sola integrazione, vale a dire che non ha alcuna integrazione; pura unità assoluta, completamente libera da molteplicità, differenziazione, attributi o relazionalità; questa è la realtà in cui l’esistenza è indivisa e velata, eppure il potenziale per tutti i nomi e le forme risiede in esso in perfetto occultamento.
La fase successiva è la stazione dell’Unità ( مقام الواحدية – maqām al-wā ḥidiyya); qui, i Nomi Divini ( الأسماء الإلهية – al-asmā ʾ al-ilāhiyya) e gli Attributi ( الصفات – al- ṣifāt) iniziano a manifestarsi in forme luminose e intelligibili; la luce si irradia pienamente e le realtà della creazione emergono in potenzialità all’interno dei Nomi Divini; questo è il regno di tajall ī ( تجلّي – manifestazione) dove l’assoluto nascosto inizia a rivelarsi in gradi, formando il ponte tra la realtà nascosta e il mondo contingente.
La manifestazione più completa e perfetta ( التجلّي الكامل) di questa ‘stazione di Unità’ nel regno creato (cioè خارج صقع – khārij ṣuq ʿ al-rub ūbiyya, fuori dal dominio divino della Signoria) è l’Umano perfetto ( الإنسان الكامل – al-insān al-kāmil); l’Umano Perfetto riflette tutti i livelli delle realtà divine e agisce come il luogo terreno della governance divina (rub ūbiyya – signoria); i Profeti e gli Imam sono le manifestazioni archetipiche di questo principio, ognuno perfetto nel suo grado di riflessione della realtà divina.
L’attuale manifestazione vivente ( تجلّي) di questo principio esistenziale è il dodicesimo successore ( الخليفة الثاني عشر – al-khal īfa al-thān ī ʿashar) del profeta Mu ḥammad ( صلى الله عليه وسلم), il suo undicesimo pronipote conosciuto come al-Imām al-Mahd ī ( عجل الله فرجه); è l’attuale locus terreno dell’Umano Perfetto, attraverso che le realtà nascoste e manifesta del Divino continuano a scorrere, sostenendo l’ordine cosmico e spirituale.
“Il potere è qualcosa di cui si occupa un guerriero” disse. “Dapprima è una questione incredibile, inverosimile; è difficile persino pensarci. Questo è quello che ti sta succedendo. Poi il potere diventa una faccenda seria; si può non averlo, oppure si può persino non rendersi pienamente conto della sua esistenza, eppure si sa che c’è qualcosa che prima non si notava. In seguito il potere si manifesta come qualcosa di incontrollabile che ci arriva addosso. Non posso dire come arriva o cos’è veramente. Non è niente, eppure fa apparire meraviglie davanti ai tuoi occhi. Infine il potere è qualcosa in se stesso, che controlla le nostre azioni eppure obbedisce ai nostri comandi.”
Klaus Schmidt che osserva Göbekli Tepe per la prima volta: un momento che ha cambiato per sempre la nostra comprensione della storia umana.
Era il 1994 quando l’archeologo tedesco si trovò davanti a quella che, a prima vista, sembrava solo una collina anonima nella Turchia sud-orientale. Ma ciò che i suoi occhi esperti notarono furono frammenti di pilastri in pietra a forma di “T” che affioravano dal terreno. Non era un sito qualunque: era l’inizio della riscoperta del più antico santuario monumentale mai costruito dall’uomo.
Göbekli Tepe risale a circa 9.600 a.C., molto prima di Stonehenge e delle piramidi d’Egitto. All’epoca, l’umanità non conosceva ancora l’agricoltura né la vita sedentaria. Eppure, qui, grandi blocchi di pietra calcarea — alcuni del peso di oltre 20 tonnellate — furono scolpiti, disposti in circoli e decorati con rilievi raffiguranti animali, simboli astratti e motivi misteriosi.
Schmidt dedicò vent’anni della sua vita a questo sito straordinario, fino alla sua morte nel 2014. Diceva spesso:
“Prima venne il tempio, poi la città.”
Una frase che ribaltava ogni teoria accettata fino ad allora: forse non fu l’agricoltura a generare le società complesse, ma il bisogno di credere, di riunirsi e celebrare qualcosa di più grande.
Oggi Göbekli Tepe è un sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Una copertura moderna protegge gli scavi principali e un centro visitatori aiuta il pubblico a comprenderne l’importanza. Una parte significativa del sito rimane ancora sepolta, conservando misteri che forse non saranno mai del tutto svelati.
Camminare oggi tra quei pilastri antichi significa entrare nel cuore della preistoria: un luogo dove la spiritualità ha dato forma alla civiltà.
Lo sguardo di Schmidt nel 1994 ha aperto una porta sul nostro passato più remoto. E da allora, il mondo intero guarda in quella stessa direzione.
Tratto da “Il Regno della della Quantità e i Segni dei Tempi”
Introduzione
Già da tempo ci eravamo proposti di dare alla “Crise du monde moderne” un seguito più rigorosamente «dottrinale», appunto con lo scopo di mettere in luce alcuni aspetti di tale spiegazione dell’epoca attuale secondo la prospettiva tradizionale, prospettiva a cui sempre ed esclusivamente intendiamo attenerci, in quanto, per le ragioni su esposte, essa è, in questo caso, la sola valevole o meglio l’unica possibile, poiché, al di fuori di essa, una spiegazione del genere non è nemmeno tentabile.
Circostanze diverse ci hanno costretto a rinviare fino a questo momento la realizzazione di tale progetto, cosa di scarsa importanza per chi abbia la certezza che tutto succede necessariamente al momento adatto, e spesso in modi imprevisti e completamente indipendenti dal nostro volere.
Contro questo genere di cose nulla può la fretta febbrile che i nostri moderni contemporanei apportano a tutte le loro azioni; tale fretta, anzi, non può che produrre agitazione e disordine, cioè effetti del tutto negativi.
Del resto, non sarebbero certamente «moderni» se fossero in grado di capire i vantaggi che si hanno a seguire le indicazioni fornite da quelle circostanze, le quali, ben lungi dall’essere «fortuite» come essi immaginano nell’ignoranza di certe leggi, sono invece espressioni più o meno particolari dell’ordine generale, sia umano che cosmico in cui, volenti o nolenti, tutti dobbiamo integrarci.
Fra i tratti caratteristici della mentalità moderna, e come argomento centrale del nostro studio, prenderemo subito in esame la tendenza a ridurre ogni cosa al solo punto di vista quantitativo; questa tendenza è talmente radicata nelle concezioni «scientifiche» degli ultimi secoli, e diffusa altrettanto nettamente negli altri campi come ad esempio quello dell’organizzazione sociale, da permettere quasi di definire la nostra epoca (salvo una restrizione la cui natura e necessità appariranno in seguito) essenzialmente e innanzi tutto come il «regno della quantità».
Se adottiamo questa caratteristica a preferenza di qualsiasi altra non è tanto o principalmente perché sia più visibile o meno contestabile, ma perché ci appare come veramente fondamentale, dato che tale riduzione al quantitativo traduce rigorosamente le condizioni della fase ciclica raggiunta dall’umanità nei tempi moderni, e perché la tendenza in questione dopo tutto conduce logicamente al punto d’arrivo di quella «discesa» effettuantesi, a velocità sempre più accelerata, dall’inizio alla fine di un “Manvantara”, cioè nel corso di tutta la manifestazione di una umanità come la nostra.
Tale «discesa», come abbiamo già avuto occasione di affermare, non è altro che il graduale allontanamento dal principio inerente ad ogni processo di manifestazione; in virtù delle condizioni speciali di esistenza cui il nostro mondo deve sottostare, il punto più basso riveste l’aspetto della quantità pura priva di qualsiasi distinzione qualitativa.
E’ ovvio che si tratta esclusivamente di un limite, e che quindi si può parlare solo di «tendenza», poiché nello svolgimento del ciclo tale limite non può assolutamente essere raggiunto, trovandosi in qualche modo al di fuori e al di sotto di qualsiasi esistenza realizzata o realizzabile.
Al fine di evitare equivoci, e per rendersi conto di ciò che può dar luogo a certe illusioni, occorre fin dall’inizio sottolineare che, in virtù della legge di analogia, il punto più basso è come un riflesso oscuro o un’immagine invertita del punto più alto; ne deriva la conseguenza, paradossale solo in apparenza, che l’assenza più completa di qualsiasi principio implica una specie di «contraffazione» del principio stesso, espressa da taluni in forma teologica con l’affermazione: «Satana è la scimmia di Dio».
Questa osservazione può essere di grande aiuto per capire alcuni dei più oscuri enigmi del mondo moderno, enigmi non riconosciuti come tali perché nemmeno avvertiti, e la cui negazione costituisce una condizione indispensabile per il mantenimento di quella specifica mentalità che permette a tale mondo di esistere.
SE I NOSTRI CONTEMPORANEI RIUSCISSERO, NEL LORO INSIEME, A VEDERE CHE COSA LI DIRIGE, E VERSO CHE COSA REALMENTE TENDONO, IL MONDO MODERNO CESSEREBBE IMMEDIATAMENTE DI ESISTERE COME TALE, in quanto quel «raddrizzamento», cui spesso abbiamo fatto allusione, non mancherebbe di operarsi proprio per questo solo fatto.
Ma poiché tale «raddrizzamento» presuppone che si sia giunti al punto d’arresto in cui la «discesa» è interamente compiuta, e in cui «la ruota cessa di girare» (almeno in quell’istante che segna il passaggio da un ciclo ad un altro), fin quando questo punto non sarà effettivamente raggiunto queste cose non potranno essere comprese dalla maggioranza della gente, saranno comprese soltanto dall’esiguo numero di coloro che saranno destinati, in una misura o in un’altra, a preparare i germi del ciclo futuro.
A questo punto bisogna anche dire che, per tutto quanto stiamo esponendo, è sempre ed esclusivamente a questi ultimi che abbiamo inteso rivolgerci, senza preoccuparci dell’inevitabile incomprensione degli altri; è vero che questi altri, ancora per un certo tempo, sono e devono essere la stragrande maggioranza, ma è appunto nel «regno della quantità» che l’opinione della maggioranza può pretendere di esser presa in considerazione.
“Il mondo è di fatto un dispiegamento degli attributi divini, e l’anima umana è effettivamente costituita a immagine di Dio. Ogni anima umana che non realizza i tratti del carattere divino – come la saggezza, la giustizia, la misericordia, la compassione, l’amore ed il perdono – ha fallito il suo compito di realizzazione dello stato umano.”
Nella vasta distesa della cosmologia buddista, il concetto di Maitreya Buddha brilla come un faro di speranza e compassione. Venerato attraverso varie tradizioni buddiste, si ritiene che Maitreya sia il futuro Buddha, destinato a portare illuminazione e compassione in un mondo bisognoso.
In questo post sul blog, approfondiamo il ricco arazzo del significato di Maitreya, il suo avvento e il messaggio senza tempo di compassione che incarna.
1. La profezia di Maitreya: Maitreya Buddha è predetto nelle Scritture buddiste, tra cui il Pali Canon e il Mahāyāna Sutra. La profezia descrive Maitreya come un bodhisattva che raggiungerà la Buddhità in un futuro lontano, succedendo a Gautama Buddha, il Buddha storico. Il nome “Maitreya” si traduce in “amorevole benessere” o “cordialità”, riflettendo la natura compassionevole del futuro Buddha.
2. Iconografia e simbolismo: Mentre Maitreya è spesso rappresentata in varie forme nell’arte buddista, una rappresentazione comune è quella di un Bodhisattva con un volto benevolo, spesso seduto in una posizione rilassata. Maitreya può essere ritratto in possesso di simboli come un loto, un vaso o una Scrittura buddista. Il simbolismo enfatizza la compassione, la saggezza e il potenziale per l’illuminazione.
3. La missione di Maitreya: Maitreya è associata a una profonda missione: guidare gli esseri verso l’illuminazione durante un periodo in cui il dharma (le leggi divine degli insegnamenti buddisti) è diminuito. L’arrivo del Bodhisattva è immaginato come un periodo di rinnovamento e risveglio spirituale, in cui gli insegnamenti di compassione e saggezza prospereranno ancora una volta.
4. Maitreya in varie tradizioni buddiste: Il concetto di Maitreya è abbracciato da entrambe le tradizioni Theravada e Mahāyāna, sebbene con alcune variazioni nell’interpretazione. Nel buddismo di Mahāyāna, Maitreya viene talvolta definita il Buddha del prossimo eone, che simboleggia la continuità della compassione e della saggezza attraverso i cicli cosmici.
5. Maitreya in buddismo di terra pura: Nel buddismo della terra pura, Maitreya è spesso associata a Amitabha Buddha, il Buddha della luce infinita. I praticanti della terra pura aspirano a rinascere nella terra pura, un regno celeste presieduto da Amitabha e Maitreya, dove possono raggiungere rapidamente l’illuminazione.
6. Rappresentazioni culturali: L’idea di Maitreya ha ispirato innumerevoli espressioni artistiche e culturali. Templi, sculture e dipinti dedicati a Maitreya possono essere trovati in tutta l’Asia, ognuno riflettendo le interpretazioni uniche e le sfumature culturali delle regioni in cui si trovano.
7. Messaggio senza tempo di Maitreya: Oltre agli aspetti esoterici, il concetto di Maitreya trasporta un messaggio senza tempo e universale. Serve come promemoria del potenziale sconfinato per il risveglio all’interno di ogni essere e il potere duraturo della compassione per trasformare il mondo. Gli insegnamenti di Maitreya, sebbene profetizzati per il futuro, fanno eco agli insegnamenti del Buddha storico, enfatizzando l’amore, la gentilezza e l’alleviamento della sofferenza.
8. Aspirazioni e sentiero del Bodhisattva: La riverenza per Maitreya ispira i praticanti ad allinearsi con il percorso da Bodhisattva – un percorso di servizio altruistico, compassione e aspirazione finalizzato a raggiungere la Buddhità a beneficio di tutti gli esseri senzienti. L’ideale di Bodhisattva incorporato da Maitreya incoraggia le persone a coltivare qualità di generosità, pazienza e equanimità.
Conclusione: Maitreya Buddha è un simbolo di speranza e compassione nella vasta distesa della filosofia buddista. Che sia immaginato come un futuro Buddha o come una forza sempre presente di benevolenza, il messaggio senza tempo di Maitreya risuona con gli insegnamenti fondamentali del buddismo – il percorso di compassione, saggezza e potenziale di illuminazione che trascende i confini temporali e spaziali.
Mentre navighiamo con le complessità dell’esistenza, l’immagine di Maitreya funge da luce guida, ispirandoci a coltivare amore e gentilezza nel nostro viaggio verso il risveglio.
“Lao Tzu visse novant’anni; e, di fatto, per novant’anni non fece altro che vivere. Visse in modo totale. Molte volte i suoi discepoli gli chiesero di scrivere qualcosa. Ma ogni volta egli rispondeva: ‘Il Tao di cui può venir detto qualcosa, non è il vero Tao. La verità che viene detta diviene immediatamente il falso’. Perciò non diceva nulla e non scriveva nulla.
E allora che cosa facevano i discepoli con lui? Semplicemente stavano con lui. Questo è la pratica: “stare con il maestro”. Vivevano con lui, si spostavano con lui; semplicemente assorbivano il suo essere. Standogli vicini cercavano di aprirsi a lui. Standogli vicino cercavano di non pensare a nulla. Standogli vicino divenivano più silenziosi. In quel silenzio egli li raggiungeva. In quel silenzio egli si avvicinava a loro, e bussava alle loro porte.
Così, per novant’anni, egli rifiutò di dire o scrivere alcunché. Il suo atteggiamento fondamentale era che la verità non può venir detta né insegnata: non appena ne dici qualcosa, non è già più vera; il fatto stesso di dirla la falsifica. Perciò la verità non si può insegnare: al massimo si può indicare, e l’indicazione può essere solo tutto quanto il tuo essere, tutta la tua vita. L’indicazione non può essere fornita per mezzo delle parole. Lao Tzu era contrario alle parole.
Si racconta che ogni mattina all’alba andasse a fare una passeggiata, e un vicino di casa andava con lui. Ben sapendo che a Lao Tzu non piaceva parlare, che era un uomo assolutamente silenzioso, il vicino non diceva mai nulla, non parlava del tempo, non lo salutava neppure. Lao Tzu camminava per miglia e miglia, e il vicino lo seguiva. Era stato così per anni. Ma un giorno accadde che il vicino avesse un ospite, e l’ospite desiderava partecipare alla passeggiata mattutina, e così il vicino lo portò con sé. Ma l’ospite non conosceva Lao Tzu e le sue abitudini; e, in compagnia di quei due uomini che non proferivano una parola, cominciò a sentirsi soffocare; non riusciva a capire il loro silenzio, quel silenzio gli pesava.
Se non sai stare in silenzio, il silenzio ti pesa. Non è parlando che comunichi. No, parlare ha un’altra funzione: parlando ti scarichi. Di fatto la comunicazione è impossibile per mezzo delle parole. L’opposto è possibile: è possibile evitare la comunicazione. Con le parole puoi crearti intorno uno schermo che impedisce agli altri di percepire la tua situazione reale. Ti vesti di parole. Quell’uomo cominciò a sentirsi nudo, goffo, a sentirsi soffocare. Era imbarazzato. Perciò, mentre il sole sorgeva dietro l’orizzonte, egli sbottò a dire: “Che bel Sole sta nascendo! Guardate!”. Non disse altro. Ma nessuno rispose, perché il vicino di Lao Tzu sapeva che a Lao Tzu la conversazione non sarebbe stata gradita; e Lao Tzu, dal canto suo, naturalmente non rispose
Al ritorno Lao Tzu disse al vicino: “Da domani non portare con te quest’uomo. E’ un chiacchierone”. E aveva solo detto “che bel sole”. In una passeggiata di due o tre ore. Ma Lao Tzu disse: “Non portarti dietro questo chiacchierone. Parla inutilmente. Anch’io ho occhi per vedere che il Sole sta sorgendo e che è bello. Che bisogno c’è di dirlo?”.
All’età di novant’anni si congedò dai suoi discepoli e s’incamminò verso l’Himalaya. I discepoli ne furono molto rattristati. Giunto al confine, il militare che montava la guardia, anch’egli un suo discepolo, si rifiutò di farlo passare, lo mise in prigione. E gli disse: “Se non scrivi un libro, non ti permetterò di passare il confine. Fallo per l’umanità: è un debito che devi pagare; se no, non ti permetterò di passare il confine”. Per tre giorni Lao Tzu fu tenuto in prigione dal suo discepolo e qui compose il suo testo facendo nascere così questo piccolo, grande libricino, il Tao-te-ching”.
In seguito partì e nessuno seppe dove terminò la sua esistenza. Come unica eredità lasciò quel testo destinato ad introdurre una scuola di pensiero che, insieme al confucianesimo, avrebbe influito sulla vita della Cina per oltre 2.000 anni.