Il vero saggio porta sempre con sé una finestra di melanconia. Non è la tristezza sterile che consuma, ma una tensione interiore verso il mondo trascendente, un’inquietudine sacra che nasce dal sentirsi straniero in un mondo che appartiene alla tenebra. L’anima antica, consapevole della propria origine luminosa, non potrà mai essere del tutto confacente al mondo terreno: essa riconosce la caducità delle forme e aspira a una patria invisibile.
Questa consapevolezza, velata di melanconia, si ritrova nelle parole e negli insegnamenti dei grandi iniziati moderni.
Kremmerz: la malinconia come segno dell’anima iniziatica
Giuliano Kremmerz, nell’ambito della Schola Philosophica Hermetica, considerava la malinconia non come malattia, ma come vibrazione sottile dell’anima che percepisce l’inadeguatezza della vita profana. È il sentimento che accompagna l’uomo quando intuisce che la vera realtà è oltre il velo, e che la missione dell’iniziato è trasformare il dolore in forza magica, la nostalgia in volontà. La melanconia diventa così una soglia iniziatica: chi la attraversa impara a trarre energia dalla distanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.
Papus: la nostalgia dell’assoluto
Papus (Gérard Encausse), medico ed esoterista, vedeva nella malinconia del saggio un riflesso della “nostalgia dell’assoluto”. Per lui, l’uomo non appartiene interamente al piano materiale: porta in sé l’impronta dell’eterno. La malinconia è la ferita che ricorda la sua origine divina. Non è dunque un limite, ma un richiamo costante a volgere lo sguardo verso l’alto, a riconoscere che ogni costruzione terrena è solo preparazione a un edificio spirituale.
Éliphas Lévi: l’ombra come rivelazione della luce
Éliphas Lévi, mago e pensatore, parlava spesso della duplicità di luce e tenebra. Per lui, la malinconia non era che l’effetto dell’ombra proiettata dalla luce dello spirito sull’anima incarnata. Il saggio, consapevole di vivere nel regno del riflesso e non della sostanza, prova malinconia perché conosce il vero sole ma deve camminare tra ombre. La sua missione non è fuggire, ma trasmutare: scoprire il divino anche nella materia, riconciliando gli opposti.
Stanislas de Guaita: la malinconia come segno di nobiltà interiore
De Guaita, poeta e occultista, univa estetica e spiritualità. Per lui, la malinconia del saggio è la traccia di una nobiltà interiore: l’anima che ha conosciuto mondi superiori non può più adattarsi completamente a un universo degradato. Ma proprio questo dolore diventa stimolo alla creazione poetica, all’opera ermetica, alla costruzione di ponti fra cielo e terra. È la melanconia che spinge a cercare il Graal invisibile e a non smarrirsi nell’illusione del potere terreno.
“Se stai cercando il tipo di insegnante che è una persona totalmente perfetta, allora scegline uno morto”, Ādhyaśānti.
Uno dei punti più delicati del tantrismo è quello della relazione con il maestro (guru). Secondo gli Āgama esistono due tipi di realizzati: quelli stabilizzati in turīya, il quarto stato, ovvero i siddha, e quelli completamente andati in turīyātīta, il transquarto, ovvero i mahāsiddha. Pur essendo entrambi liberi dal gioco di māyā, nei primi sono ancora presenti alcuni dei sostrati della personalità che condizionavano la loro vita prima del risveglio, ivi comprese inclinazioni caratteriali e sessualità (ovviamente vissuta in maniera risolta e viva), tra questi possiamo citare i siddha della tradizione vajrayana e quelli del Tamil; nei secondi, invece, la sfera meditativa è assolutamente preponderante e la relazione con la cosiddetta “realtà convenzionale”
(saṃvṛti-satya) è ridotta allo stretto necessario. I mahāsiddha sono dei contemplativi completamente assorbiti nella verità assoluta (paramārtha-satya), come per esempio furono Bhagavān Nityānanda di Gaṇeśpuri, Śrī Ramaṇa Mahārṣi e Śirdi Sāi Bābā. Questo perché turīyātīta è associato alla stasi contemplativa di śiva-tattva e turīya all’azione estatica di śakti-tattva.
Ora nei siddha la presenza di sostrati della personalità produce soprattutto due effetti: atteggiamenti e metodi di insegnamento pittoreschi ed al limite della stravaganza, soprattutto se in rotta con le convenzioni sociali, ed una predisposizione al ritorno in un’altra reincarnazione per proseguire il lavoro nelle vesti di un mahāsiddha. Se ne deduce con una certa facilità che, in India e nei paesi sub-himālayani (come Rigopoulos e Urban hanno bene messo in chiaro), spesso e volentieri, si finisce per dare credito a maestri che, nascondendosi dietro l’idea di essere un “realizzato stravagante”, hanno fatto e fanno guai nelle menti dei discepoli. Morale della favola, c’è da stare veramente attenti e non farsi ingannare…
Anche se il Vertice appena conclusosi a Tainjin ha riguardato l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), dal punto di vista politico sono un po’ tutti concordi sul fatto ch’esso abbia rappresentato indirettamente un avanzamento del più generale progetto BRICS e, pertanto, è possibile fare il punto su tale prospettiva geopolitica.
Va premesso, necessariamente, che all’orizzonte dell’umanità, si stanno profilando minacce – come ad esempio l’organizzazione delle società sulla base del sistema di credito sociale – che prescindono completamente dalla geopolitica, ovvero che sono trasversali agli schieramenti di quest’ultima.
Ciò malgrado, quella tra mondo multipolare promosso dai BRICS e Impero unipolare promosso dall’Occidente, è una differenza sostanziale che impone di schierarsi. Chi sostiene la rigenerazione della democrazia e della sovranità popolare nelle corrotte società occidentali, non può che stare dalla parte dei BRICS e per le seguenti cinque ragioni:
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1) I BRICS rigettano l’idea fanatica e infantile dei neoliberali, secondo la quale ricondurre il mondo a Uno, negare le differenze, sarebbe la risoluzione di tutti mali.
La filosofia puerile della reductio ad unum, è stata alla base dell’Unione Europea e dei tentativi di governo mondiale messi in atto dal World Economic Forum, coi risultati fallimentari che oggi ben vediamo. I BRICS rigettano la reductio ad unum e assumono, di contro, la pluralità come visione generale del mondo.
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2) I BRICS hanno di fatto già sepolto la Fine della Storia, ovvero la tesi di Fukuyama secondo cui il modello liberale anglosassone avrebbe finito per replicarsi in ogni angolo del mondo. I BRICS sono composti da sistemi istituzionali ed economici molto diversi fra loro e, quindi, assumono la molteplicità sistemica come valore fondativo.
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3) Malgrado ne facciano parte anche stati non democratici, i BRICS pongono le uniche precondizioni oggi possibili per la rigenerazione della democrazia. La Dichiarazione di Kazan del 2024 pone al centro il tema della sovranità, condizione sia giuridica che meta-giuridica senza la quale in nessuna nazione del mondo sarà mai possibile l’instaurazione d’un effettivo potere popolare.
A questo va dunque collegato come i BRICS stiano altresì affossando l’ideologia dell’Uno Imperiale – il globalismo – e stiano rigenerando al suo posto l’internazionalismo, ovvero un ordine mondiale fondato sulla pluralità delle nazioni sovrane.
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4) I BRICS preannunciano un ordine mondiale basato sul rispetto paritetico fra nazioni grandi e piccole, sul diritto internazionale, in contrapposizione al darwinismo neoliberale applicato alle relazioni internazionali ch’è proprio dell’Occidente, ovvero un approccio basato sulla sopraffazione e sul terrorismo.
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6) I BRICS delineano una visione del mondo che prevede, per larghe fasce di popolazione mondiale, crescita economica e il miglioramento delle condizioni sociali. Una visione del mondo, insomma, dove esiste il futuro laddove l’Occidente, al contrario, ha affossato ogni avvenire che non sia composto da stato d’emergenza, povertà e guerra.
DALLA REDUCTIO AD UNUM ALLA PLURALITA’ COME VALORE: LE CINQUE RAGIONI PER CUI STARE DALLA PARTE DEI BRICS
Nella Medicina Cinese, il termine “Shen” (神) è spesso tradotto come “Spirito”, “Mente” o “Coscienza”, ma la sua vera profondità è molto più ampia e abbraccia tutti gli aspetti della nostra vita mentale, emotiva e spirituale. Non si tratta di una singola entità, ma di un sistema complesso di “cinque Shen” (Wǔ Shén), ognuno associato a un organo Yin specifico e a una funzione psicospirituale.
Mentre non esiste una gerarchia rigida e lineare come potremmo intenderla in Occidente, in cui uno “Shen” domina sugli altri, è riconosciuto che lo Shen del Cuore (Shen, in maiuscolo per distinguerlo dagli altri) è considerato l’imperatore, il sovrano o il monarca degli altri Shen. Questo perché il Cuore è la sede della coscienza, del pensiero, dell’emozione e della consapevolezza, e governa l’intero sistema degli Shen.
Immagina il sistema come un’orchestra: lo Shen del Cuore è il direttore, che coordina e armonizza tutti gli altri strumenti (gli altri Shen) per creare una sinfonia equilibrata. Se il direttore è in difficoltà, l’intera orchestra ne risente.
Ecco la “gerarchia” o, più precisamente, la relazione tra i Cinque Shen e i loro organi corrispondenti:
Shen (神) – Cuore (心 – Xīn):Funzione: Questo è lo “Shen” principale, la Mente, la Coscienza, lo Spirito. Governa il pensiero, la memoria, il sonno, la capacità di relazionarsi, l’emozione e la percezione. È responsabile della nostra vitalità, della chiarezza mentale e della nostra capacità di connetterci con il mondo. Metafora: L’Imperatore, il Re. Importanza: Lo stato del tuo Shen del Cuore si riflette nella vitalità dei tuoi occhi, nella tua capacità di parlare e nella tua espressione emotiva. Un Shen forte si manifesta con occhi brillanti, pensiero chiaro e stabilità emotiva.
Hun (魂) – Fegato (肝 – Gān):Funzione: Tradotto come “Anima Eterea” o “Anima Spirituale”. È associato alla pianificazione, alla creatività, all’immaginazione, alla capacità di sognare (sia nel sonno che nella vita) e alla direzione nella vita. È responsabile del nostro senso di scopo e della nostra capacità di adattarci e fluire. Metafora: Il Generale, il Visionario. Relazione con lo Shen del Cuore: L’Hun fornisce allo Shen del Cuore la capacità di estendersi e proiettarsi, portando ispirazione e direzione. Se l’Hun è disturbato, possono esserci rabbia, frustrazione, difficoltà a prendere decisioni o sogni vividi e disturbati.
Po (魄) – Polmone (肺 – Fèi):Funzione: Tradotto come “Anima Corporea” o “Anima Vegetativa”. È associato al corpo fisico, alle sensazioni, ai riflessi, al pianto e alla nostra connessione con il presente. È responsabile della nostra capacità di sentire il mondo attraverso i sensi e di lasciare andare ciò che non ci serve più. Metafora: Il soldato, il guardiano del corpo. Relazione con lo Shen del Cuore: Il Po è la parte più tangibile dello spirito, ancorando lo Shen al corpo fisico. Se il Po è debole, si possono manifestare tristezza, lutto irrisolto, difficoltà respiratorie o un senso di distacco dal proprio corpo.
Yi (意) – Milza (脾 – Pí):Funzione: Tradotto come “Intelletto” o “Intenzione”. È associato al pensiero razionale, alla concentrazione, alla memoria, all’apprendimento e alla capacità di digerire le informazioni (non solo il cibo). È responsabile della nostra capacità di studiare e di analizzare. Metafora: Il Segretario, il Pensatore. Relazione con lo Shen del Cuore: L’Yi fornisce allo Shen del Cuore la capacità di elaborare e organizzare le informazioni, supportando il pensiero chiaro. Se l’Yi è squilibrato, possono esserci preoccupazione eccessiva, ruminazione, scarsa memoria o difficoltà di concentrazione.
Zhi (志) – Rene (腎 – Shèn):Funzione: Tradotto come “Volontà” o “Determinazione”. È associato alla forza di volontà, alla motivazione, alla resilienza, alla paura e alla nostra capacità di perseverare e raggiungere gli obiettivi. È la riserva della nostra forza vitale (Jing). Metafora: Il Ministro, il Volontario. Relazione con lo Shen del Cuore: Lo Zhi fornisce allo Shen del Cuore la motivazione e la forza per realizzare i suoi piani e desideri. Se lo Zhi è debole, si possono manifestare paura, mancanza di motivazione, stanchezza cronica o difficoltà a portare a termine i compiti.
In sintesi, mentre lo Shen del Cuore è l’aspetto più elevato e unificante della nostra coscienza, gli altri quattro Shen sono le sue espressionioni e funzioni vitali, ognuna residente in un organo specifico e contribuendo al nostro benessere psicofisico complessivo. Un equilibrio armonioso tra tutti e cinque gli Shen è considerato essenziale per la salute mentale, emotiva e spirituale secondo la Medicina Cinese.
a cura del Rev. Li Xuanzong (Vincenzo di Ieso) Prefetto Generale Chiesa Taoista d’Italia
Crisi
In un mondo materialistico, artificiale e virtuale come il nostro, in cui la cultura relativistica del “pieno” è proposta come valutazione della realizzazione personale, i Valori che rendono l’umanità più umana e la persona umana, sacra, rischiano di scomparire, per lasciare posto, definitivamente, all’effimero, all’immanente, all’egocentrismo e all’affermazione aggressiva, ove non violenta, dell’uno sui molti.
Il segno è che le istituzioni laiche quali la famiglia e lo Stato, ma anche quelle religiose, non sono più capaci di assicurare un futuro certo e sicuro.
In una situazione del genere l’istinto di sopravvivenza della persona e della società è la risultante dominante.
Le persone pensano solo al “qui ed ora”, non vanno oltre il bisogno imminente e la società umana è oramai un organismo auto-sostenuto, in cui il singolo ha la sola funzione di sostentamento alla società stessa.
È invitabile, in questo scenario, che la dimensione del sacro e il piano divino passino in secondo piano ove non annullati del tutto, nelle priorità del popolo.
Come ne usciamo?
La via di salvezza è nei meta-valori che vanno ben oltre gli interessi e la finitezza di una vita umana.
Solo se creiamo una cultura fondata
1. sulla compassione verso gli altri e se stessi,
2. sulla frugalità per non sprecare le risorse e consentire a tutti di avere il necessario per vivere,
3. sul non pretendere che l”Io” e il “mio” sia l’unica norma che regola etica e morale.
Possiamo sperare di creare una massa critica culturale, a livello mondiale, capace di innescare una inversione di tendenza.
Soprattutto solo se i meta valori spirituali, diventano valori ordinari nel quotidiano.
Dialogo fra le religioni
Le religioni sono per loro stessa natura le depositarie dei meta-valori.
Questo dà loro l’autorità, la possibilità e il dovere di aiutare l’uomo a non perdere se stesso.
Il problema è che ogni religione, in quanto istituzione, è foriera di una unicità del messaggio divino.
Il rischio è la chiusura e l’incomprensione.
È vero che il dialogo teologico è impossibile ma è anche vero che il cuore di tutte le religioni pulsa intorno alla persona umana, vive di essa.
Tutte le religioni desiderano aiutare la persona a realizzare se stessa, in quanto se stessa e inserita nella società e nel creato.
Focalizzando la loro azione sulla persona umana, le religioni, agendo insieme, ecumenicamente, con un progetto in comune, possono agire a livello universale.
Sono tante le cose che dividono le posizioni religiose e molte sono inconciliabili.
Ma dobbiamo dialogare per conoscerci, per unire le nostre forze.
Per concretizzare un dialogo maturo, pur rispettando la diversità, dobbiamo cercare le similitudini se non addirittura le uguaglianza.
Dobbiamo imparare l’uno dall’altro.
Impariamo dagli esempi dei Santi
Il punto di partenza, a mio umile avviso ed esperienza, non devono essere unicamente le Scritture ma anche le persone che le vivono nel loro quotidiano, che agiscono, testimoni silenziosi, in coerenza con la loro Fede.
Siamo esseri umani che vivono la loro finitezza, determinata da bisogni, paure e desideri.
A questa legge non sfugge nessuno né laico né religioso.
Noi ecclesiasti, in particolare, portiamo un fardello pesante, perché viviamo nella storia ma anche nella non-storia.
Anche se scegliamo una vita cenobitica, molti sono i dubbi che sorgono durante il nostro percorso spirituale e a volte siamo sgomenti di fronte alle difficoltà richieste dalla coerenza alla fede.
Una buona via per mantenerci saldi sul sentiero è imitare chi l’ha percorsa prima di noi, con successo.
Non è detto che l’esempio debba venire unicamente dalla nostra religione.
Se prescindiamo dalle forme e dalle strutture ecclesiastiche organizzate che la storia crea, la religiosità, il punto finale del rapporto Uomo-Dio, è di un solo tipo, uguale per tutti gli uomini e donne.
Esso avviene nella mente, nel cuore, nel corpo e nello spirito.
Grazie Dio o al Tao, queste componenti ce l’hanno tutti gli esseri umani.
Wang Chongyang e il monachesimo Taoista
Prima del 4° sec. d.C. non abbiamo riferimenti testuali che ci facciamo pensare all’esistenza di una organizzazione monastica taoista. Le prime fonti risalgono agli inizi del 4° sec. e provengono dal Mao Shan 茅山,luogo di origine della rivelazione Shangqing 上清.
Sappiamo che i monaci taoisti del Maoshan, praticavano il celibato perché, contrariamente a scuole più antiche come quella dei Maestri celesti, tianshi dao 天币道, rifiutavano il sesso come mezzo di coltivazione interiore.
Da tempo immemore sul Maoshan, vi erano eremiti, maschi e femmine, che praticavano le tecniche taoiste ma il primo documento è del 480, perché un monastero, guan 觀, costruito da un gruppo di monache, formatosi nel 420, ricevette un aiuto imperiale. Cosi come vari altri da quel momento in poi.
Dovranno passare quasi sette secoli prima che fosse fondata quella che oggi la più grande organizzazione monastica taoista, la Quanzhen全真, ad opera di Wang Zhe un colto conoscitore dei Classici confuciani.
Egli nel 1159 e nel 1160 ricevette due rivelazioni.Dopo le quali, lasciò tutto e iniziò una vita errabonda vivendo di elemosina.
In realtà non pensava a costruire monasteri e organizzazioni ma voleva vivere il Tao secondo natura, in piena spontaneità e libero da qualsiasi influenza artificiale umana.
Infatti nell’unico testo normativo che ci ha lasciato, il Chongyang Lijiao Shiwu Lun 重陽立教十五論 , Quindici punti per stabilire l’insegnamento (Canone taoista, Dao Zhang 1233) dice:
” 大殿高堂,豈是道人之活?”
Dàdiàn gāotáng, qǐ shì dàoren zhī huó?
Grandi tabernacoli alti templi, come può un taoista viverci?
Tutto il testo richiama continuamente alla vita povera e errabonda.
L’altro aspetto universale del suo insegnamento fu non solo il dialogo fra le religioni ma creò un sincretismo tra Taoismo, Confucianesimo e Buddismo (in particolare la setta Chan, molto diffusa all’epoca). Infatti il nome delle prime cinque comunità che fondò nello Shandong, iniziano con Sanjiao 三教, Tre Insegnamenti.
Dopo pochi anni dalla fondazione, il Quanzhen ricevette la protezione imperiale e divenne estremamente potente e diffusa in tutta la Cina, particolarmente del nord.
Francesco d’Assisi e Wang Chongyang
L’umanità ha avuto due figli straordinari, due Santi, una in Italia e l’altra in Cina, le cui vite seguono percorsi sorprendentemente simili: Francesco di Assisi (1182-1226) e Wang Chongyang王重阳 (1113-1170).
Entrambi:
Sono i fondatori di un ordine monastico che non si è mai interrotto, prosperando per circa otto secoli. I Francescani sono uno degli ordini più importanti della cristianità, lo Quanzhen, l’Autentico Completamento, una delle due correnti più importanti del Taoismo, insieme allo Zheg Yi, Unità Ortodossa, è oggi il motore della rinascita religiosa taoista sia in Cina sia nel mondo.
Vivono più o meno nello stesso momento. Francesco nasce dodici anni dopo la morte di Wang Chongyang.
Provengono da ricche famiglie di commercianti e di proprietari terrieri.
Avviati a una carriera militare, la abbandonano dopo una profonda crisi mistica.
Lasciano le loro famiglie e la vita agiata cui erano destinati per dedicarsi all’ascetismo, alla povertà, alla vita errabonda del mendicante.
Creano una rottura di consapevolezza nel panorama religioso dell’epoca: Francesco proponendo una vita dedicata completamente agli insegnamenti evangelici, Wang la via di sacra povertà degli insegnamenti Taoisti.
Ritenevano che i monaci non devono avere interessi nel mondo e al mondo, per dedicarsi completamente all’ascetismo, in assoluto celibato.
Nessuno dei due ricevette l’ordinazione sacerdotale.
Intorno a loro si raduna un piccolo gruppo discepoli.
Non desideravano costituire un’organizzazione cenobitica o di clausura ma chiedevano a se stessi e ai loro discepoli di vivere gioiosamente in libertà, di elemosina, di non possedere niente, di gioire nello stare con i reietti.
Entrambi hanno dato importanza alla donna, scegliendo di avere una discepola: Chiara e Sun bu’er. Esse sono l’esempio da imitare del ramo femminile dei due Ordini Monastici.
Scrissero una regola semplice e radicale, la cui unica differenza sostanziale, è la penitenza, un concetto fondamentale nel cristianesimo ma sconosciuto al taoismo.
Indubbiamente colpiscono le corrispondenze ma i santi parlano tutti la stessa lingua divina.
Conclusioni
Questa mia breve riflessione vuole essere uno stimolo alla conoscenza reciproca.
In fondo parliamo tutti la tessa lingua: quella del cuore.
Un cuore vivificato dalla consapevolezza che possediamo la scintilla divina dentro di noi.
Le vie di Dio sono misteriose ma solo per chi non ha Fede.
E per questo il primo ministro indiano si sta mostrando molto vicino a Xi Jinping e a Vladimir Putin, con abbracci e strette di mano un po’ inusuali.
01 settembre 2025
Domenica 31 agosto e oggi lunedì 1 settembre, il primo ministro indiano Narendra Modi ha incontrato a Tientsin, in Cina, il presidente cinese Xi Jinping e quello russo Vladimir Putin. Sono stati incontri molto cordiali, in cui Modi ha ostentato, come fa spesso, strette relazioni personali: ha preso per mano e abbracciato Putin, ha scherzato, riso e preso per mano anche Xi. Modi non andava in Cina da sette anni, e soprattutto dal 2020 i rapporti tra i due paesi sono stati molto tesi, se non conflittuali. La ritrovata cordialità mostrata in questi giorni va intesa come una risposta di Modi alle recenti dispute diplomatiche e commerciali con gli Stati Uniti del presidente Donald Trump.
In oltre dieci anni di governo, Modi ha sempre cercato di presentarsi in India come un leader forte e capace di farsi rispettare anche all’estero. La parte del paese che lo sostiene è animata da forti sentimenti nazionalistici. Quando a inizio agosto Trump ha imposto all’India dazi del 50 per cento (altissimi), Modi non ha cercato di blandirlo né ha mostrato di voler necessariamente negoziare, anzi: ha appunto ribadito i legami con la Russia e mostrato un avvicinamento alla Cina.
Può essere una manovra negoziale o un’evoluzione importante del confronto fra Trump e Modi, entrambi leader populisti, con un grande ego e la tendenza a prendere decisioni radicali quando si sentono attaccati, senza preoccuparsi molto delle conseguenze.
Sin dalla sua indipendenza, nel 1947, l’India ha mantenuto rapporti di alleanza piuttosto ambivalenti, inserendosi fra i paesi “non allineati” e non legandosi a nessuna delle due cosiddette “superpotenze” della Guerra Fredda, ossia gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Negli ultimi decenni era sembrata però avvicinarsi progressivamente ai paesi occidentali e agli Stati Uniti, che la consideravano un alleato strategico in Asia e un possibile argine all’influenza cinese. Durante il suo primo mandato (2017-2021), Trump aveva avuto rapporti piuttosto stretti con Modi, e lo scorso novembre la sua rielezione era stata accolta con favore in India: Modi aveva promosso la loro amicizia come un fattore che avrebbe favorito il paese.
A maggio, nel periodo degli scontri e dei bombardamenti in Kashmir fra India e Pakistan, le retoriche di Trump e Modi hanno finito per scontrarsi. Trump si era preso il merito di aver mediato un cessate il fuoco tra i due paesi, ma l’India aveva parecchio ridimensionato il ruolo degli Stati Uniti, perché Modi aveva costruito intorno a quegli scontri una forte retorica nazionalista: accettare di interromperli per rispondere a pressioni statunitensi sarebbe stato un segnale di debolezza. Il governo indiano aveva quindi detto più volte che il cessate il fuoco era stato deciso per volontà dell’India, in autonomia.
Da questa prima contraddizione sono nate le tensioni fra India e Stati Uniti, poi cresciute con i dazi imposti da Trump. A fine luglio erano stati fissati al 25 per cento, poi sono stati alzati al 50 per cento, ufficialmente per punire gli acquisti di petrolio russo da parte dell’India. Sono entrati in vigore la settimana scorsa e possono avere effetti pesanti sull’economia dell’India, che nel 2024 ha esportato negli Stati Uniti merci per oltre 60 miliardi di dollari. Finora però Modi non ha mostrato fretta di negoziare per ottenere condizioni migliori, anche perché una parte dell’opinione pubblica indiana ora è piuttosto ostile agli Stati Uniti. Trump ha definito l’economia indiana «morta», ha mostrato vicinanza con il governo pakistano e ha anche detto che un giorno il Pakistan «potrebbe vendere petrolio all’India».
Molti dei commentatori più nazionalisti in India hanno preso queste affermazioni come veri oltraggi: i media hanno contribuito a rafforzare le ostilità, complicando le mediazioni diplomatiche nel breve periodo. Modi a metà agosto ha quindi invitato il paese a una maggiore autosufficienza e ha detto di voler proteggere i piccoli imprenditori indiani «a qualunque costo».
Secondo fonti diplomatiche anonime citate dal New York Times Trump ha cercato di organizzare un colloquio telefonico con Modi varie volte, senza ottenere risposta dal governo indiano (portavoce del governo statunitense hanno negato questi tentativi). I due leader non si sentono dallo scorso 17 giugno, e un incontro previsto per la fine di settembre sembra ancora tutt’altro che sicuro.
Come detto invece Modi ha scelto di incontrare Xi e Putin, anche con colloqui bilaterali, durante la riunione dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, un organo guidato da Cina e Russia che promuove l’alleanza economica e militare fra paesi non occidentali. Gli incontri non hanno portato a decisioni sostanziali, ma hanno confermato i segnali di distensione tra India e Cina.
Nel 2020, dopo alcuni scontri di confine nella valle di Galwan, nello stato indiano del Ladakh, i due paesi avevano ridotto i rapporti. Tra le altre cose erano stati sospesi i voli diretti (dovrebbero però riprendere nelle prossime settimane), e il governo indiano aveva lanciato un complesso progetto per limitare gli acquisti di manufatti cinesi a basso costo e aumentare la produzione interna. Tuttora le app cinesi non funzionano in India per ragioni di sicurezza.
Agli incontri di questi giorni la situazione è sembrata molto più distesa: sia Modi sia Xi hanno indicato di voler ampliare la loro collaborazione in futuro e hanno ricordato i recenti progressi per risolvere le dispute territoriali. L’incontro ha anche chiarito che l’India non intende rinunciare a petrolio e gas russi, che compra – così come la Cina – in grandi quantità e a prezzi convenienti dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il conseguente isolamento del regime di Putin.
Non è chiaro quanto i due giorni in Cina vadano intesi come un reale riposizionamento dell’India, e quanto invece siano uno strumento utile a Modi per cercare di rilanciare la sua immagine di leader forte e rispettato. I problemi con la Cina vanno avanti da tempo e sono di difficile soluzione: c’entrano per esempio il sostegno cinese al Pakistan e il progetto di una grande diga in Tibet che secondo l’India potrebbe condizionare il normale flusso del fiume Brahmaputra, fondamentale per l’agricoltura degli stati del nord-est. Modi inoltre sta cercando di proporre l’India come alternativa alla Cina per la produzione a basso costo di vari prodotti, a partire da quelli tecnologici.
Allo stesso tempo, i legami economici tra India e Stati Uniti sono consolidati e le esportazioni sono una componente fondamentale di interi settori dell’economia indiana, come quello tessile, che ora dovrà competere con paesi come il Vietnam o il Bangladesh, sottoposti a dazi statunitensi più bassi.
NARENDRA MODI NON VUOLE FARSI METTERE ALL’ANGOLO DA TRUMP
Negli ultimi giorni si è svolto un incontro storico tra Modi, Xi Jinping e Putin. Tre leader che, in passato, non hanno sempre avuto rapporti distesi: l’India e la Cina hanno combattuto una guerra di confine negli anni ’60, mentre la Russia e la Cina, durante la Guerra Fredda, arrivarono persino a scontrarsi militarmente per questioni territoriali. Nonostante questo passato di tensioni, oggi si ritrovano uniti di fronte a un Occidente che continua a comportarsi con atteggiamenti imperialisti e neocoloniali.
Gli Stati Uniti, insieme a Francia e Regno Unito, cercano ancora di imporre le proprie regole al resto del mondo come se fossimo all’inizio del Novecento. Ma la realtà è cambiata: ciò che un tempo era periferia o “mondo sottosviluppato” oggi rappresenta i nuovi poli di potere economico e politico globale.
Emblematico è il caso delle pressioni esercitate da Trump:
• verso l’India, minacciata con i dazi per impedirle di acquistare petrolio e gas dalla Russia;
• verso la Cina, a cui Washington ha cercato di imporre di non commerciare più con Mosca, né in importazioni né in esportazioni.
La risposta di Nuova Delhi e Pechino è stata netta: non saranno gli Stati Uniti a decidere con chi possono o non possono commerciare. In altre parole, i vecchi metodi di ricatto economico e di pressione politica non funzionano più con le grandi potenze.
Così, paradossalmente, la stessa arroganza occidentale ha spinto Cina, India e Russia a superare antiche rivalità e a costruire un fronte comune. Paesi che un tempo furono vittime del colonialismo britannico, oggi non hanno più alcuna intenzione di farsi dettare la linea da potenze che vivono ancora dell’illusione di essere i padroni del mondo.
Il grande cambiamento che stiamo vivendo è proprio questo: il centro del potere mondiale non è più esclusivamente a Washington, Londra o Parigi. Il baricentro si è spostato, e i paesi che l’Occidente guardava dall’alto in passato ora si presentano come attori protagonisti e indipendenti.
Il mondo multipolare non è un progetto teorico: è già in atto, e chi non lo ha ancora capito rischia di trovarsi ai margini della storia.
L’ARROGANZA DELL’OCCIDENTE HA PORTATO LA PACE TRA INDIA CINA E RUSSIA
Decenni di “frequentazione” dei media e dei loro cliché mi fanno riconoscere ormai al volo le manipolazioni accusatorie usate dagli USA contro i nemici. La campagna militare aggressiva “antidroga” contro la dirigenza venezuelana è un tipico caso di specie.
Ho, pertanto, letto con grande interesse l’articolo di Pino Arlacchi su L’Antidiplomatico dedicato alla grande bufala costruita contro il Venezuela. Arlacchi, già alla guida dell’agenzia ONU su droga e crimine, racconta come il mito del “Venezuela narco-Stato” non abbia alcun fondamento nei dati e nelle esperienze dirette maturate in decenni di lavoro in America Latina.
Durante il suo mandato, l’UNODC operò in Colombia, Bolivia, Perù e Brasile, ma non in Venezuela: semplicemente perché non vi erano coltivazioni né cartelli. Le autorità venezuelane si dimostrarono anzi tra le più rigorose ed efficaci nel contrasto al narcotraffico, alla pari solo con Cuba. I rapporti ufficiali ONU, confermati fino al 2025, attestano che meno del 5% della cocaina colombiana transita per il territorio venezuelano, a fronte di volumi enormemente superiori in altri paesi della regione.
Eppure, negli ultimi anni, si è costruita una narrazione tossica: il cosiddetto “Cartel de los Soles” non è che una leggenda priva di riscontri, alimentata da Washington per giustificare sanzioni, isolamento internazionale e perfino minacce militari. Il vero obiettivo, sottolinea Arlacchi, è un altro: il controllo delle immense riserve petrolifere venezuelane, camuffato sotto la bandiera della lotta alla droga.
Questo caso dimostra come spesso la geopolitica si travesta da “guerra alla droga” per legittimare interventi che hanno poco a che fare con la sicurezza e molto con interessi economici e strategici.
Da parlamentare riuscii a impedire di far coinvolgere l’Italia e – a catena – la UE nell’appoggio al golpista Guaidó, che sarebbe stato l’anticamera di una guerra civile devastante, un ennesimo Iraq per gli interessi di qualche circolo imperialista. Va smontata anche questa corsa alla guerra in cui i neocon washingtoniani sembrano trovare pochi freni in Occidente.
La più grande democrazia del pianeta (l’India: un miliardo e mezzo di esseri umani) ha deciso di schierarsi con Cina e Russia. Notevole l’enfasi con cui il vertice mondiale di Tianjin ha incorniciato il premier Modi accanto all’imperatore Xi Jinping e a Vladimir Putin, detestato dal vecchio mainstream occidentale perché palesemente impermeabile a minacce e lusinghe (e quel che è peggio, sostenuto dalla stragrande maggioranza dei russi). Tutto questo, mentre gli Stati Uniti annaspano in modo allarmante, avendo sfondato il tetto dei 30.000 miliardi di debito estero: una voragine non facilmente colmabile, finora scaricata sulle spalle dei paesi produttivi. Tempi duri: Donald Trump si smarca dagli eurocrati anglo-franco-teutonici ancora impantanati in Ucraina, ma non riesce a frenare la spaventosa barbarie che, a Gaza, sta ormai facendo inorridire il mondo intero.
Secondo vari analisti, il potere occidentale è gravemente spaccato: da una parte i tenaci cascami dell’ex Impero Britannico di marca Rothschild, oggi egemone quasi solo sull’Europa (ma ancora saldamente padrone dei santuari della finanza), e dall’altra l’America trumpiana, desiderosa di rompere il vecchio schema del dominio imperiale, verso una governance aperta a forme di coesistenza pacifica. Alla possibile scorciatoia rappresentata dal feeling tra Casa Bianca e Cremlino, Mosca sembra rispondere anche consolidando il respiro strategico delle sue alleanze a Oriente, dopo che l’Occidente – come ribadito anche nel summit cinese – ha continuamente cospirato contro la Russia, giungendo ad assediarla anche sul terreno geopolitico nella speranza di un “regime change” (e ottenendo invece il risultato opposto: il rafforzamento del potere personale di Putin).
Così, nonostante tra i suoi membri figurino anche rinomate dittature, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai oggi dichiara di sostenere «il diritto dei popoli a scegliere in modo indipendente e democratico i propri percorsi di sviluppo politico e socio-economico». Cina, Russia, India (e i loro alleati, 20 paesi: quasi metà della popolazione mondiale, oltre un terzo del Pil del pianeta) fanno notare che «i principi di rispetto reciproco per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’uguaglianza, il mutuo vantaggio, la non ingerenza negli affari interni e la non minaccia o uso della forza sono la base di uno sviluppo sostenibile delle relazioni internazionali». In altre parole: si vorrebbe far finire in soffitta il classico suprematismo degli “esportatori di democrazia”, che negli ultimi decenni hanno terremotato Iraq e Afghanistan, passando per Libia, Siria, Iran, Libano, Yemen, Sudan, Ucraina e Palestina.
«Ci opponiamo all’egemonismo e alla politica della forza», ha annunciato Xi Jinping, leader di un impero autoritario dove basta una semplice protesta per finire in carcere. Il guaio è che l’Occidente, ormai imbarazzante, può essere agevolmente attaccato anche dalla retorica di regimi apertamente dispotici. A Tianjin, i paesi della Sco hanno avuto buon gioco nel condannare l’attacco occidentale contro l’Iran degli ayatollah e la scandalosa macelleria condotta nei confronti della popolazione civile di Gaza. Macro-tema, sullo sfondo: l’altolà che gli Usa (in declino?) pretenderebbero di imporre alla potenza industriale e commerciale cinese, dopo aver – proprio loro – truccato le carte dell’export internazionale per favorire Pechino e fare del colosso post-comunista la grande manifattura del mondo, creando un modello capace di coniugare benessere economico e totale assenza di libertà e democrazia.
Quello stesso modello, in salsa sanitaria e targato Wuhan, si era purtroppo affermato nel 2020 sotto l’egida di una Oms guidata da un tristo personaggio sponsorizzato proprio dalla Cina, evidentemente fattasi strumento di poteri oscuri. Questa lettura – gli Stati come burattini manovrati dall’Ombra – investe formali antagonismi come quelli che oppongono Israele ad Hamas o all’Iran. Opposti estremismi: ai tempi della guerra fredda, il business degli armamenti prosperava grazie al vicendevole sovrastimare la potenza avversaria (bugie lucrosissime, visti gli incrementi dei budget militari, sia in dollari che in rubli). All’epoca, se non altro, era ancora in piedi un confronto ideologico epocale, tra capitalismo e comunismo. Spentasi quella disputa, per rimpiazzarla è stato inventato di sana pianta lo “scontro di civiltà”, su base religiosa. I detentori del copyright? Sempre gli stessi: gli 007 di Sua Maestà, veri padrini occulti dei Fratelli Musulmani.
A ricordarlo è un analista come Fausto Carotenuto, già in forza all’intelligence Nato e con vasta esperienza sul campo, avendo vissuto per anni a Teheran. Carotenuto insiste proprio sul carattere artificioso dei maggiori scontri in corso, in realtà organizzati di comune accordo e dalla medesima regia: dietro a Netanyahu, ad Hamas e agli imam iraniani – sostiene – c’è lo zampino dello stesso potere oscuro, il medesimo impresario del terrore. Lo ha ribadito anche il filo-israeliano Gioele Magaldi, nel condannare la tacita smilitarizzazione del confine con Gaza alla vigilia del 7 ottobre 2023: anche se ovviamente non lo ammetterebbero mai – afferma l’autore del bestseller “Massoni” – spesso i nemici dichiarati collaborano sottobanco. «Il Mossad e i servizi segreti dell’Iran sono giunti persino a condurre operazioni congiunte, in nome di interessi inconfessabili tra i due paesi».
L’atroce morte senza anestesia ora inflitta alla popolazione di Gaza sembra l’atto finale di una storia dolorosamente sbagliata fin dall’inizio, proseguita tra mille storture e atti di eroismo da entrambe le parti, a valle di un cinico calcolo iniziale di stampo coloniale, soprattutto britannico. Fino a ieri, un’esigua élite (bianca, di origine europea) ha preteso di dettare le sue condizioni al resto del mondo. Proprio Magaldi, nel suo grande libro sul potere massonico mondiale, ha svelato che quella élite si è fatta cosmopolita, inglobando anche cinesi, slavi, arabi e africani, e sviluppando pure una crescente conflittualità interna. Alla filiera autoritaria, quella del clan Bush e dell’11 Settembre (il terrorismo come instrumentum regni, fino all’Isis) avrebbe risposto la controparte “democratico-progressista”, portando alla Casa Bianca il “fratello” Donald Trump, chiamato a misurarsi con il “fratello” Vladimir Putin, storicamente associato alla superloggia Golden Eurasia dai tempi della Germania Est insieme alla “sorella” Angela Merkel.
Da una parte gli Stati Uniti, dall’altra i Brics e i colossi della Sco guidati da Cina, India e Russia? Verrebbe da domandarsi come mappare opportunamente il reticolo di consorterie non visibili che, a quanto sembra, si nascondono dietro le rispettive bandiere. Chi sono, davvero, i reali playmaker? E dove vogliono andare? In ogni caso, lo stesso profilo visibile degli eventi non passa certo inosservato: se l’Occidente balbetta, il resto del mondo alza la voce e prenota un posto importante, nella prossima storia del pianeta. Grande esclusa, l’Europa: ormai irrilevante, patetica e pericolosamente velenosa, dominata da micro-oligarchie governative invise ai loro stessi elettori. Sarà presto travolto e rottamato, anche grazie a Trump, l’establishment eurocratico che cerca la guerra a tutti i costi? E soprattutto: da questa palude mortifera si potrà uscire risorgendo, finalmente con vere idee politiche, senza dover per forza passare dalla tragedia collettiva del grande conflitto a cui si aggrappano i tiranni che temono di essere disarcionati?