GURDJIEFF E L’OCCULTISMO

Opinioni primordiali del maestro Gurdjieff sull’occultismo.

Gurdjieff ha sempre avuto un atteggiamento molto astuto riguardo all’occultismo. La sua dottrina è una cosa completamente diversa da quella esplicitamente satanista di Aleister Crowley, e lui stesso criticava le varie forme di occultismo moderno, lo spiritismo, la Teosofia, ecc… (come del resto faceva anche il massone René Guenon). Allo stesso modo, però, faceva intendere di aver conosciuto benissimo molte pratiche magiche (e sicuramente ne aveva fatto uso). Anche lo scrittore Aldous Huxley (1894-1963) definiva gli scritti di Gurdjieff «l’opera classica di un mago» 1. Lo stesso Ouspensky inoltre racconta di come il «maestro», durante il periodo di soggiorno ad Essentuki, insegnasse ai suoi discepoli a riconoscere le manifestazioni soprannaturali dai trucchi:

«Quando fummo tutti riuniti, nel marzo 1918, vennero stabilite nella nostra casa regole molto rigide; era proibito allontanarsi, si stabilirono turni di guardia giorno e notte, e così via. E cominciarono i lavori più vari. Nell’organizzazione della casa e delle nostre vite furono introdotti principi molto interessanti.

Gli esercizi, questa volta, erano molto più difficili e vari di quelli dell’estate precedente: esercizi ritmici accompagnati da musica, danze di dervisci, esercizi mentali, studio dei diversi modi di respirare, e così di seguito. Particolarmente impegnativi erano gli esercizi di imitazione dei fenomeni psichici: lettura del pensiero, chiaroveggenza, manifestazioni medianiche, ecc… Prima di cominciare tali esercizi, G. ci aveva spiegato che lo studio di questi “trucchi”, come li chiamava, era obbligatorio in tutte le scuole orientali, perché senza aver prima studiato tutte le imitazioni e contraffazioni possibili, non era pensabile cominciare lo studio dei fenomeni di carattere sopranormale. Un uomo non può distinguere il reale dal falso in questo campo, se non quando conosca tutti i trucchi e sia in grado di riprodurli egli stesso. G. diceva inoltre che uno studio pratico dei “trucchi psichici” era di per sé un esercizio insostituibile, e che era quanto di meglio si potesse desiderare per lo sviluppo della perspicacia, dell’acutezza dell’osservazione, dell’avvedutezza e di altre qualità ancora, che il linguaggio della psicologia ordinaria ignora, ma che certamente devono essere sviluppate.
Ciononostante, il nostro sforzo era soprattutto basato sulla ritmica, e su strane danze destinate a prepararci a fare in seguito degli esercizi di dervisci» 2.

Ma Ouspensky è ancora più esplicito in questo passo, quando riporta l’opinione di Gurdjieff sulla magia nera:

«Mi è stato spesso chiesto che cosa sia la “magia nera”, e ho risposto che non vi è nessuna magia rossa, né verde, né gialla. Vi è meccanicità, cioè “ciò che capita”, e vi è il “fare”. “Fare” è magico, e non vi è che un modo di “fare”. Non possono esservene due. Ma può esservi una falsificazione, una imitazione delle apparenze esteriori del “fare”, che non può dare alcun risultato oggettivo, ma che può ingannare le persone ingenue e suscitare in esse la fede, l’infatuazione, l’entusiasmo e persino il fanatismo.

Questo è il motivo per cui, nel vero lavoro, cioè nel vero “fare”, non è più possibile alcuna infatuazione. Ciò che definite magia nera è fondato sull’infatuazione e sulla possibilità di giocaremano – magia nera sulle debolezze umane. La magia nera non significa, in nessun modo, una magia del male. Vi ho già detto che nessuno fa mai del male per amore del male o nell’interesse del male. Ognuno fa sempre tutto nell’interesse del bene così come egli lo comprende. Nello stesso modo, è del tutto erroneo affermare che la magia nera è necessariamente egoista, che nella magia nera l’uomo mira obbligatoriamente ad ottenere dei risultati per sé stesso. Niente è più falso. La magia nera può essere molto altruista, può perseguire il bene dell’umanità, può proporsi di salvare l’umanità da mali reali o immaginari. Ma ciò che può essere chiamato magia nera ha sempre un carattere definito. Questo carattere è la tendenza a servirsi delle persone per qualche scopo, anche il migliore, senza che essi lo sappiano o senza che comprendano, sia suscitando in essi la fede e l’infatuazione, sia agendo su di essi con la paura.

Ma a questo riguardo occorre tener presente che un “mago nero”, buono o cattivo che sia, ha dovuto passare attraverso una scuola. Egli ha imparato qualche cosa, ha inteso parlare di qualche cosa, sa qualche cosa; egli è semplicemente un “uomo educato a metà” che è stato allontanato da una scuola, oppure che l’ha lasciata avendo deciso che ne sapeva ormai abbastanza, che si rifiutava di restare più a lungo sotto la tutela di qualcuno, e che poteva lavorare indipendentemente e anche dirigere il lavoro degli altri. Ogni lavoro di questo genere può produrre solamente risultati soggettivi, cioè non può che deludere sempre di più e aumentare il sonno invece di diminuirlo. Si possono nondimeno apprendere certe cose da un mago nero, sebbene in modo sbagliato. Può persino capitargli, per caso, di dire la verità. È per questo motivo che io vi dico che vi è ben peggio della “magia nera”. Per esempio, tutte le specie di società “spiritistiche”, “teosofiche” e altri gruppi “occultistici”. Non soltanto i loro maestri non sono mai stati in una scuola, ma non hanno nemmeno mai incontrato qualcuno che sia stato in contatto con una scuola. Il loro lavoro non è che scimmiottatura. Ma un lavoro imitativo di questo genere procura una grande soddisfazione. Qualcuno si prende per un “maestro”, gli altri si prendono per “discepoli” e tutti sono contenti. Nessuna realizzazione della propria nullità può essere ottenuta in questo modo; e se qualcuno afferma di aver raggiunto questo risultato, non fa che illudere e ingannare sé stesso, quando non si tratti di pura menzogna. Al contrario, anziché realizzare la propria nullità i membri di queste società realizzano la loro propria importanza e accrescono la loro falsa personalità» 3.

In un libro pubblicato in Inghilterra da Rom Landau, in cui l’autore intervistava alcuni uomini considerati maestri spirituali (come Rudolf Steiner, Krishnamurti, ecc…) vi era riportato un curioso episodio riguardante proprio Gurdjieff e che conferma non solo la conoscenza, ma anche l’uso effettivo delle pratiche occulte:

«Prima del colloquio, avevo pranzato con un notissimo letterato americano che, a quanto m’avevano detto, conosceva Gurdjieff da parecchi anni. Gli chiesi che cosa ne pensava.

  • “In realtà non gli ho mai parlato – mi rispose – ma ho assistito spesso alle sue conferenze, e devo ammettere che per me quell’uomo è un enigma”.
  • “È vero, secondo lei, che qualche volta si serve dei suoi strani poteri per fini tutt’altro che spirituali”?
  • “Sarebbe ingiusto affermarlo. Tutti i fatti poco ortodossi di cui si parla potrebbero integrarsi in un sistema spirituale di portata profondissima. Non dimentichi che anche Madame Blavatsky cercava spesso di ottenere dai suoi allievi certe reazioni autentiche insultandoli o scandalizzandoli. Forse Gurdjieff agisce nello stesso modo. Una volta, Orage e altri adepti di Gurdjieff cercarono di farmi partecipare al movimento. Ho sempre rifiutato, e devo dire d’essere contento di non avere avuto nulla a che fare con loro”.
  • “È vero che Gurdjieff è cambiato radicalmente dopo quell’incidente automobilistico”?
  • “Sembra che sia veramente cambiato. È rimasto per molto tempo tra la vita e la morte, e può darsi che un’esperienza tanto dolorosa l’abbia trasformato. Come forse lei sa già, è uscito il suo primo libro, e mi ha abbastanza sorpreso, perché mostra un Gurdjieff nuovo, più altruista, meno materiale”.
  • “Dove potrei procurarmi quel libro”?
  • “In nessun posto, purtroppo. È un’edizione privata, e Gurdjieff la manda soltanto a quei pochi che giudica degni d’essere istruiti da lui. Me ne ha mandato una copia, ma lo stile è tanto orribile che ho. faticato parecchio ad arrivare fino in fondo”.
  • “Lei l’ha visto, In questi ultimi tempi”?
  • “Si, a un ricevimento, la primavera scorsa. Le racconterò un fatto molto curioso accaduto quel giorno. Una mia amica, una famosa romanziera, era seduta alla mia tavola. Le indicai Gurdjieff, che era seduto ad una tavola vicina, e le chiesi se lo conosceva. “No, chi è”?, rispose lei, guardandolo. Gurdjieff colse il suo sguardo e subito lo vedemmo aspirare ed espirare in un modo particolare. Sono troppo abituato a questo genere di trucchi per non capire subito che Gurdjieff stava servendosi di un metodo orientale. Qualche attimo dopo mi accorsi che la mia amica impallidiva e sembrava sul punto di svenire. È una donna che di solito sa controllarsi perfettamente, e il suo atteggiamento mi sorprese. Dopo un istante, si riprese, e le chiesi che cosa le fosse successo. “Quell’uomo è fantastico”, mormorò. “È successa una cosa spaventosa”, riprese. Poi, all’improvviso, si mise a ridere, della sua risata cordiale. “Dovrei vergognarmi, ma non importa, le dirò che cos’è successo. Ho guardato il suo “amico”, e lui ha sorpreso il mio sguardo. Allora mi ha fissata a sua volta, in modo tale che, dopo un istante, mi sono sentita toccata al centro del mio sesso. È ignobile!”» 4.

Ma al riguardo ci sono racconti ben più inquietanti di questo, che tutto sommato fa sorridere. Vogliamo riprendere ancora una volta la testimonianza di Frances Rudolph, che oltre ad aver subito notevoli pressioni psicologiche, ad un certo punto comincia ad accusare anche molti problemi fisici. Il racconto è un esempio allarmante di quelli che erano i metodi usati nei gruppi di Gurdjieff. Ad un certo punto Frances inizia a star male e a sentire brividi, seguiti da febbri.

«Mentre facevo progressi notevoli nella sensazione di me stessa, le mie condizioni di salute peggioravano. Non associai mai, consciamente, questo progresso parallelo; ma sapevo, senza capire perché, che sarebbe stato inutile per me andare da un medico. Sapevo che nessun medico avrebbe potuto aiutarmi» 5.

Solo grazie all’insistenza dell’amica Pat (assieme alla quale era entrata nel gruppo gurdjieffiano), Frances si fa visitare da un medico del gruppo, che le prescrive un riposo assoluto di sei settimane nonché una cura comprendente molti sedativi, medicinali e iniezioni per il cuore. Ma questa non si rivelerà una grande idea… (N.B.: Blank, Fish e Vide sono nomi di fantasia)

«Quando uscii dallo studio del dottor Fish, non sapevo se dovevo seguire o no i suoi consigli. Come una falena attirata da una lampada, andai subito a incontrarmi con una persona per cui provavo una crescente attrazione. Durante quel breve appuntamento mi fu fatta una dichiarazione d’amore che io accettai senza esitare neppure per un attimo. Non ero innamorata, ma avevo un grande bisogno d’amore. Desideravo essere furba e prendere ciò che mi occorreva. Chi annega non rifiuta l’aiuto che gli viene offerto. Potei restare con M. solo per pochi minuti, poi saltai su di un tassì per andare dalla signora Blank.

All’improvviso decisi di essere veramente esaurita e di avere veramente bisogno di riposo. Sì, avrei lasciato temporaneamente il lavoro e sarei rimasta a letto per sei settimane. M. sarebbe venuto a trovarmi e mi avrebbe portato dei fiori. Benché non fossi innamorata, speravo di potermi salvare, grazie all’amore, dai maghi che volevano la mia pelle e le mie ossa. Non mi rendevo conto che il potere dei maghi era così grande che tutti i miei sforzi penosi e ostinati di amare sarebbero stati vani. Per nove mesi avevo tentato, senza riuscirci, di stabilire l’identità. Interiormente, ero morta come una pietra. Esteriormente, dovevo dare la stessa impressione, perché coloro che non mi avevano conosciuta prima mi guardavano e poi dicevano a Pat, con molto tatto, che io stavo per morire.

Quando mi fui messa a letto, come mi aveva prescritto il dottor Fish, mi accorsi che era molto difficile alzarmi di nuovo. L’enorme quantità di sedativi mi manteneva sempre in uno stato crepuscolare, e la borsa d’acqua calda sul fegato contribuiva e indebolirmi. Dopo un numero incalcolabile d’iniezioni e di pillole per il cuore, per la prima volta incominciai a rendermi conto della presenza di quell’organo dentro il mio corpo. Incominciò a ballare un boogie-woogie impazzito, saltando e battendo selvaggiamente, per poi calmarsi e ricominciare daccapo quando meno me lo aspettavo. Pensai: “Fish è proprio un medico meraviglioso: ha scoperto che avevo qualcosa al cuore, e io non lo avevo mai sospettato”!.

Piombai in una specie di letargo e rimasi a letto per sette od otto settimane. Alzarmi mi era praticamente impossibile. Restavo a letto e sentivo la morte che saliva dentro di me. Nella nebbia dei sedativi, mi sentivo spaventosamente allarmata. Non volevo morire per una ragione inspiegabile e “non naturale”. Non potevo comprendere che cosa mi era successo. Mentre seguivo la cura prescritta dal dottor Fish, M. mi veniva a trovare. Benché mi fosse quasi insopportabile non potere sentire quasi nulla per lui, sono convinta che gli sforzi che feci per provare qualcosa mi salvarono la vita. Quando capii che, se fossi rimasta ancora a letto, non sarei mai guarita, mi alzai. Questo avvenne all’inizio di dicembre. Tutto il coraggio che possedevo lo concentrai su di un unico scopo: cercare d’aprire una breccia nel muro del richiamo di sé e della non-identificazione che mi impediva di amare. Lottare per amare… chi ha mai sentito parlare d’una cosa simile? Dovrebbe essere naturale come respirare e come mangiare. Non esistono parole che possano descrivere l’orrore della mia situazione. Dissi a Pat d’informare la signorina Vide che rinunciavo al lavoro, non perché mi rendessi conto che mi aveva portata tanto vicino alla morte, ma semplicemente perché non potevo fare altro che combattere per restare in vita. Istintivamente, sapevo che sarei stata spacciata, se non avessi potuto amare. Tutta la mia energia si impegnò in quella lotta. Invano: ero sconfitta; ero schiacciata sotto il pollice del demonio. Il lavoro mi aveva vinta. Pat cercò abilmente d’indurmi a ritornare al lavoro. Resistetti fino alla metà di gennaio, ma poi seppi che ero soltanto una macchina, una macchina che non poteva amare. Dove potevo andare se non al lavoro, per trovare un po’ di aiuto? […].

Ci incontravamo nella stanza d’albergo della signorina Vide, che dava sulla Senna. Per quanto mi impegnassi molto nel lavoro, non riuscivo ad accontentarla, benché ogni volta mi sembrava di essere molto vicina al successo. Quella promessa di qualcosa d’imminente mi spingeva a continuare. Ormai, non potevo più tornare indietro. Dovevo andare fino in fondo. Dovevo seguire la mia strada, fino a quando fossi arrivata al bivio finale.

La vita era una monotonia lunga e dolorosa. Non potevo scrivere. La signorina Vide aveva detto che era inutile scrivere, se non si è pagati per farlo. Chi sarebbe stato disposto a pagare le mie poesie? Smisi di comporle. La poesia era la sola cosa che potevo ancora amare nella vita, ma non potevo più scrivere. Il lavoro mi aveva mostrato quanto fosse ignominioso essere uno strumento creativo. Bisognava essere Dio, o niente. Io ero niente, niente, niente.

Quando i “profani” mi chiedevano che cosa facevo a Parigi, non potevo mai dirlo. Considerato quanto fosse pazzesco il costo della vita a Parigi per uno straniero, soprattutto per un americano, i lavoretti che facevo per guadagnare qualche franco erano ridicoli. E non potevo parlare delle mie “attività nei gruppi”. Non si dice: io faccio il lavoro. Non potevo leggere… a parte la letteratura del gruppo, non c’era nulla che valesse la pena di essere letto. Non potevo scrivere: non ero pagata per farlo. Non potevo amare… una macchina non può amare. Che cosa facevo? Sembrava che non facessi niente, e invece la lotta che conducevo giorno e notte stava quasi per uccidermi. Ma cos’era quella lotta? Non lo sapevo. Non potevo dirlo» 6.

Frances comincia a rendersi conto di essere in qualche modo ipnotizzata e di essere pericolosamente vicina alla morte:

«Quando compresi per la prima volta la vera natura del lavoro l’improvvisa rivelazione spinse la morte a lottare. Con orrore feci l’esperienza dei sintomi fisici della morte. La notte mentre ero a letto e tentavo di addormentarmi, le mie gambe e le mie braccia scattavano, lanciate bruscamente in aria. In tutto il corpo, il mio sangue balzava e saltava come un fagiolo messicano. Tutto in me, sembrava aspirato dall’alto. Continuavo a vedere l’immagine d’un uccellino morto, a zampe all’aria. E sempre, dentro di me, risuonava la “preghiera” di Belzebù per la nonna morta:

“Possa riposare con i santi adesso che ha tirato le cuoia”.

Per una decina di giorni, il mio corpo sembrò sul punto di morire. Ero convinta che “loro” sapessero che avevo scoperto la verità sul loro conto e che, per mezzo della magia nera, volessero punirmi. Durante il giorno, riuscivo a conservarmi relativamente tranquilla. Ma la notte era il loro regno, e allora giacevo madida d’un sudore angoscioso, torturata, quando mi addormentavo, dagli incubi dell’orrore senza fine del lavoro. Avevo tanta paura che potessero vendicarsi che decisi d’inventare una magia bianca, da contrapporre alla loro magia nera. Non voglio dire quale magia bianca abbia usato. Dirò soltanto che, per quanto ciò possa apparire puerile, i miei esercizi mi aiutarono a superare quel periodo iniziale di terrore. Non era necessario che esortassi Pat ad adottare quella magia bianca difensiva: se mai c’è stata una ragazza protestante fino al midollo delle ossa, quella è Pat. Comunque, non vide nulla di superstizioso nelle nostre armi improvvisate per difenderci dai maghi. A lei come a me, sembravano e sembrano tuttora assolutamente ragionevoli.

A parte le “formule magiche”, il solo modo per proteggermi che conoscessi consisteva nel comprendere sempre più chiaramente. Quando si conosce il diavolo e tutte le sue astuzie, il demonio è ridotto all’impotenza. Mentre ero a letto, combattevo il mio terrore pensando. Riesaminavo nella mia mente tutto ciò che era accaduto, inserendo i singoli avvenimenti in un quadro complessivo sempre più coerente. Gli scritti di Gurdjieff e molti passi dell’opera di Ouspensky mi apparivano improvvisamente chiari.

A proposito del problema che l’ossessionava, lo “scopo della vita umana”, Gurdjieff dice: “Ho la convinzione chiara e assoluta che le risposte che cercavo, e che nella loro totalità potevano gettare luce su quei problemi fondamentali dell’io, si possono trovare soltanto se sono del tutto accessibili all’uomo, nella sfera dello spirito inconscio dell’uomo. Quindi, ebbi la convinzione che, a questo scopo, era indispensabile per me perfezionare la mia conoscenza di tutti i particolari della formazione e del meccanismo della manifestazione dell’anima generale dell’uomo […].

Dopo aver liquidato tutti i miei affari, cominciai a raccogliere tutte le opere scritte e tutte le informazioni orali che ancora sopravvivevano in certe zone dell’Asia su questo particolare ramo della scienza, che era stata molto sviluppata nei tempi antichi e che si chiamava Mehkeness cioè “l’azione di togliere la responsabilità”, della quale la civiltà occidentale conosceva solo una parte insignificante sotto il nome di “ipnotismo”, fino a quando tutta la letteratura esistente sull’argomento mi diventò perfettamente familiare […]”.

Con mio grande spavento, compresi il vero compito degli “insegnanti” dei movimenti, e l’esercizio della sensazione. Compresi perché il mio corpo incominciava a morire. Non compresi esattamente in che modo mi era stato fatto tutto questo, ma sapevo che me l’avevano fatto. Pensai agli immensi greggi di agnelli ipnotizzati dai maghi e ancora controllati a Parigi, Lione, Londra, nell’America meridionale e nelle principali città americane. Il mio cuore provava pietà per i membri del gruppo di Parigi, che nel caso d’una guerra sarebbero stati abbandonati a sé stessi, mentre i loro “capi” se ne sarebbero andati negli Stati Uniti o nel Sud America» 7.

Frances Rudolph a questo punto racconta la sua vicenda a Louis Pauwels, del quale aveva letto un articolo su Gurdjieff tempo prima. Anch’egli aveva avuto una esperienza terribile. Decidono di raccogliere le testimonianze. Poi, un po’ alla volta, con il suo aiuto e quello di altre persone, Frances riuscirà a venir fuori da questo incubo.

Un altro episodio perlomeno dubbio narrato da Pauwels è quello di una ragazza russa di nome Irène-Carole Reweliotty, morta a venticinque anni in un modo che desta molti sospetti. Anche Irène era malata di tubercolosi, si era curata nell’Alta Savoia, sul pianoro d’Assy, dove aveva conosciuto gli scrittori Luc Dietrich e René Daumal, che la condussero verso Gurdjieff.

«Quando ritornò a Parigi, lei si slanciò nei “gruppi” con la frenesia che metteva in tutte le cose. Tuttavia cominciò a trovarsi a disagio. Conobbe la rivolta e la disperazione […]. Qualche giorno prima di morire, Luc Dietrich le scrisse per consigliarle di allontanarsi un po’ dal “lavoro”. La sentiva intimamente straziata, turbata, e all’improvviso s’era spaventato. Lei continuò a frequentare i gruppi per fedeltà alla sua memoria. Mori anche René Daumal. Lei esitò, pensò di rompere con il “lavoro”. E allora, nel momento in cui incominciava a dubitare della sincerità di alcuni membri della società Gurdjieff cui s’era legata, della possibilità di raggiungere quello stato sovrumano che le avevano promesso, una discepola decise di presentarla a Gurdjleff. Non lo aveva mai incontrato. Dubitava di certuni, ma non dell’uomo di cui Dietrich e Daumal parlavano con estrema venerazione. Era veramente Colui che apre la porta, il Maestro. Fu invitata a cena in Rue du Colonel-Renard. Ecco, la grande avventura stava veramente per incominciare. Era senza dubbio il primo giorno di “un’altra vita”.

La cena si svolse come al solito. Durante quella cena, all’improvviso, parlandole in russo, che nessun altro dei convitati capiva, il vecchio le chiese di fingere d’andarsene con gli altri, alla fine del pasto, e di ritornare subito. Irène non sapeva come interpretare quella richiesta. Aveva paura. Se ne andò con gli altri. Telefonò a Gurdjieff da un caffè di Avenue Wagram. Gli disse che sua madre l’aspettava e che non poteva tornare da lui. Allora Gurdjieff l’insultò con parole che non nascondevano nulla delle sue intenzioni. Era Rasputin furioso. Lei provò una scossa tremenda, un grande orrore, una disperazione totale. Il giorno dopo, andò a trovare la discepola che l’aveva presentata a Gurdjieff e le dichiarò che rompeva con l’Insegnamento. Quella le rispose che ciò poteva causarle molti guai, la schiaffeggiò, la mise alla porta. Sconvolta, distrutta, Irène parti per il pianoro di Assy, per tentare di ritrovare la calma. Qualche giorno dopo il suo arrivo, ebbe una crisi cardiaca che niente faceva prevedere.

La sua ultima lettera alla madre, datata 2 agosto, comincia cosi: “Cara mamma, finirò per credere che G. mi abbia fatto un sortilegio”. Mori il giorno 11, senza che i medici capissero il perché. Suo fratello, un noto musicista di jazz, mentre la vegliava nella camera mortuaria, credette di vedere apparire Gurdjieff, che non aveva mai visto, ma che riconobbe. Uno dei suoi amici andò a trovare uno scrittore celebre, perfettamente in grado di parlare di Gurdjieff. Volle interrogarlo sulla morte d’Irène. “Se tiene a sé stesso, non si immischi in questa faccenda”, gli rispose lo scrittore. Irène-Carole Reweliotty era entrata alla rivista Carrefour subito dopo la Liberazione. Félix Garras, direttore di quel settimanale, e il suo amico Henry Muller hanno pubblicato il diario intimo della ragazza, nelle edizioni La Jeune Parque» 8.

Per concludere la nostra trattazione su Gurdjieff, abbiamo scelto di riportare proprio un estratto di questo diario, molto breve ma particolarmente toccante. In esso emergono la lotta interiore e i dubbi avuti da Irène pochi giorni prima della morte, quando ormai la ragazza sembrava aver deciso definitivamente da che parte stare:
27 luglio 1945

«Sono una contadina. Appartengo alla terra. Dalla terra vengo alla terra ritornerò. O Dio, in questo dialogo con il vento tu m’hai risposto. No, la mia esaltazione non era artificiale. Ti ho pregato, parlato. Ritornerò a battermi perché tu lo vuoi. Ma è a te che appartengo soprattutto, perché tu solo mi salvi e conosci il mio vero posto, tu solo saprai mettermi là quando verrà il momento. Quegli individui, che orgogliosi (il gruppo Gurdjieff; N.d.R.)! Non bisogna dire “Io sono”, ma “Egli è”. Non riconosco a nessun uomo il diritto d’impicciarsi della mia vita spirituale. La mia salvezza è una faccenda che verrà regolata tra Dio e me. È tutto. E ho capito che amavo Dio. Io dormo al centro del mondo» 9.

Abbiamo visto che nel mondo della cultura più di qualcuno si è lasciato sedurre da Gurdjieff, le cui idee hanno esercitato un’influenza molto più profonda di quanto non appaia a prima vista. Ma l’Insegnamento propugnato da Gurdjieff conduce ad una vera elevazione spirituale o non è forse un percorso mirante a realizzare l’auto-divinizzazione di sé? Si può forse supporre di avvicinarsi a Dio in questo modo? Noi riteniamo di no; del resto, per ammissione dello stesso Gurdjieff, la Quarta Via è una via «contro la natura e contro Dio».

L’Insegnamento prevede una serie di tecniche assai pesanti (movimenti, osservazione di sé, danze, ecc…) finalizzate ad ottenere uno stato superiore di coscienza. Nel misticismo cristiano invece è Dio che si rivela di Sua iniziativa all’uomo e lo fa manifestando il Suo amore. Quella di Gurdjieff è una via che relativizza la verità, che distorce la morale secondo i propri scopi, che inverte il concetto di Bene e di Male, che non contempla l’amore per il prossimo, che sovverte l’intero sistema di valori della società.

Una via che provoca gravi conseguenze fisiche e psichiche nei suoi adepti, se non addirittura la morte nei casi più gravi, è una via oscura, pericolosa e luciferina. Ma per fortuna quello di Gurdjieff non è l’unico cammino «spirituale» a disposizione dell’umanità. Ce n’è uno di molto più sicuro e luminoso, che ci insegna la bellezza dell’amore per il prossimo e del dono gratuito di sé, quello di Gesù Cristo: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

Note

1 Cfr. L. Pauwels, op.cit.; si veda in nota a pag. 46.

2 Cfr. P. D. Ouspensky, op. cit., pag. 410.

3 Ibid., pagg. 252-253.

4 Cfr. L. Pauwels, op. cit., pagg. 49-50.

5 Ibid., pag. 338.

6 Ibid., pagg. 339-342.

7 Ibid., pagg. 356-359.

8 Ibid., pagg. 301-302.

9 Ibid., pagg. 304-306.

Liberamente tratto da Centrosangiorgio.com

Georges Ivanovič Gurdjieff è stato un filosofo, scrittore, mistico e musicista maestro di danze armeno, di origine greco-armena.

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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