L’ENNESIMO VASO DI PANDORA

di Zory Petzova

Con la guerra in Ukraina gli USA hanno aperto l’ennesimo Vaso di Pandora nello scenario mondiale, con la differenza che questa volta la sua collocazione è nell’Europa. Non è escluso che, dagli strateghi oltre l’oceano, l’Ukraina sia stata pensata come il boccone (amaro) da dare alla Germania per poter indebolire e scindere i suoi legami con la Russia. L’asse russo-tedesco storicamente è stato sempre molto temuto da Washington, perché avrebbe garantito l’alleanza economica, militare, politica e culturale più forte al mondo, intorno a cui avrebbero gravitato anche gli altri paesi europei, destinando in questo modo all’isolamento economico gli USA, già isolati geograficamente. Mentre Angela Merkel e Schröder erano irrimediabilmente russofili e fautori di un importante scambio commerciale con la Russia, i nuovi leader tedeschi sono formattati per operare in un altro modo; paradossalmente, come contrappeso agli interessi filo-russi della Germania, alla Commissione europea è stata posta una presidenza tedesca, portatrice di ostilità e umori anti-russi innaturalmente più acuti rispetto a quello che è stato l’atteggiamento dei singoli Stati europei fino a pochi mesi fa.

La Germania sarà il paese maggiormente interessato in lungo termine dall’emigrazione ucraina, e anche se riceverà questo onere in confezione con un premio Nobel per la pace a Zelensky, questo non renderà meno problematici i suoi equilibri sociali. Bisogna anche chiedersi se i tedeschi saranno lusingati da un tale gemellaggio politico, che ha come riferimento un regime ultra nazionalista che per la prima volta dopo 85 anni è riuscito ad adottare una legge razziale che vieta l’uso pubblico della lingua russa e in questo modo dichiara l’etnia russa una specie di “untermenschen” (la legge sulla lingua di Poroshenko del 2019). Saranno pronti i tedeschi a dover turbare una già traumatizzata memoria storica, tollerando discriminazioni e deliri di natura etnica da parte di certi personaggi affigliati come partner? Forse i tedeschi non ricordano, o non sanno, che quella impresa di Zelensky tanto celebrata dai media, cioè di distribuire armi ai comuni cittadini rendendoli il simbolo della resistenza, è stata adottata da Hitler negli ultimi mesi della guerra, quando il fuhrer crea il Volkssturm (milizie popolari), distribuendo allo stesso modo fucili semi-automatici alla popolazione. Ma a differenza di Hitler, che rimane fino alla fine nel suo bunker, Zelensky non ha indugiato troppo a lungo per fuggire al sicuro, forse per non tenere in ansia i parlamenti con cui si sarebbe collegato in streaming. Le forniture di armi e denaro da parte dell’Occidente all’esercito ucraino ricorda molto il sostegno finanziario e logistico da parte delle grandi corporazioni americane (fra cui General motors e IBM) alla Wermacht tedesca, anche se c’è da dire che i nazisti non hanno mai usato la popolazione civile come scudo, come hanno fatto i nazionalisti ucraini, collocando la propria artiglieria in scuole e asili.

Quando parliamo di guerra è molto difficile mantenere una linea di oggettività. Di per sé la guerra è incompatibile con la verità ontologica, in quanto nella sua narrazione si intrecciano tante verità e punti di vista: di chi la pianifica, di chi la combatte, di chi la subisce, di chi la osserva di lato, di chi realizza i propri interessi. In più, esiste anche l’offuscamento della propaganda. Ma l’anomalia che abbiamo vissuto da spettatori in questo caso, al netto degli artefici della propaganda, è quella di non poter più essere sicuri di sapere cosa esattamente stia succedendo in Ukraina. E’ venuta meno la deontologia dell’informazione pubblica e del giornalismo, i quali non solo non si sono mostrati neutri nei confronti degli eventi, ma hanno attinto agli artefatti di una vera e propria industria della disinformazione e dei fake news. Questo nuovo tipo di industria era nato durante la guerra in Siria, ma con quella in Ukraina ha assunto delle misure spaventose, dove i media ricorrono regolarmente ad appositi centri cinematografici con avanzate tecnologie digitali in grado di elaborare scene di guerra, oppure vengono usate immagini di guerre passate o vengono presentate delle stragi compiute dai filo-nazisti come azioni russe, omettendo il fatto che per i russi, cui principale obbiettivo è la liberazione della popolazione filorussa, non avrebbe alcun senso colpire la propria gente. L’esercito russo applica la tattica dell’accerchiamento delle città, creando corridori umanitari per i civili, corridoi che invece i paramilitari neo-nazisti tendono a bloccare, impedendo alla popolazione di fuggire.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, tante persone si erano chieste come sia stato possibile che quella stessa Europa, culla dell’illuminismo e dell’umanismo, patria di Kant, Goethe, Hegel, abbia potuto tollerare e permettere tutto questo odio verso gli ebrei. Arendt riesce a spiegare i meccanismi della banalità del male, ma questo non significa poterli prevenire, anzi – la “cancel culture” del politicamente corretto non cerca tanto di rimuovere la memoria storica dell’orrore, che pesa sulla coscienza delle nuove generazioni, quanto di cancellare la critica degli errori storici, affinché si possano commettere di nuovo, sotto nuova veste. Il razzismo verso i cittadini e i simboli russi sarebbe stato impensabile fino a pochi mesi fa. La cosa più umiliante è stata costringere intellettuali ed artisti, russi e non russi, a doversi giustificare di non essere filo-putiniani per poter esprimere una posizione diversa dalla propaganda officiale, o semplicemente per poter lavorare, il che ricorda come il nefasto destino degli ebrei era stato determinato dalla loro impossibilità di provare di non aver alcuna colpa per il fatto di essere ebrei. La censura sulla libertà di espressione supera la questione dell’anti-putinismo; essa è sintomatica di uno spasimo culturale che segna un momento dialettico – quello in cui il liberalismo pluralista passa nel suo esatto contrario, quello del mono-pensiero della dittatura.

Questo spasimo segna anche il passaggio reale verso un nuovo modello di mondo, che più generalmente possiamo definire multipolare, un passaggio che riporterà gli occidentali agli istinti più bassi della lotta alla sopravvivenza. Cosa si prospetta a breve per l’Italia e l’Europa?

Attraverso dichiarazioni non equivocabili da parte dei nostri governanti è stata introdotta “l’etica del sacrificio” dell’individuo al bene supremo della collettività. Questa nuova etica era stata già annunciata con il civismo superlattivo dei comportamenti pandemici, anche se basata su false premesse. Oggi i sacrifici richiesti sono quelli di accettare per un tempo indeterminato un’economia di guerra: scarsità di beni di prima necessità, razionamento, inflazione. L’etica sacrificale viene imposta solo ai ceti comuni e non esclude il sano egoismo di politici e affaristi, i loro previlegi e il loro business ai fini del bene comune, con giustificazioni del tipo che è giusto inviare armi all’Ukraina perché le sanzioni alla Russia non fermano la guerra. Ma c’è un’etica che va oltre la cultura del sacrificio ed è quella della deresponsabilizzazione della coscienza. Quando alle persone viene continuamente ripetuto, dimostrando l’immagine di Zelensky, che potranno essere richiamati come difensori dei “valori occidentali” e del futuro dell’Occidente, e quindi dovrebbero essere pronti a morire nel nome delle velleità di gloria bellica dei propri governanti, in questo modo si rischia di creare anche dalle persone più mansuete dei potenziali assassini.

Per quanto riguarda l’Europa, non è escluso che Ukraina possa essere trasformata in un nuovo Afghanistan, in cui far impantanare la Russia. Questa tra l’altro è l’dea generosa e rassicurante di Hillary Clinton, il che fa capire quanto agli americani freghi del popolo ucraino, che secondo lei dovrà fare da materia prima in un conflitto senza fine. E in caso gli ucraini non siano disposti a sacrificarsi per la Clinton, non è escluso che gli americani ricorressero ai jihadisti, rimasti sfrattati da Siria e Libia, e prima ancora da Cecenia. Secondo un articolo dell’8 luglio 2015 del New York Times, i jihadisti sono utilizzati e ben accetti dalle forze armate ucraine sin dall’inizio della repressione in Donbass, dato che i soldati di origine ucraina non dimostravano una gran voglia di impegnarsi in una guerra civile fra fratelli. Sono notizie di oltre sei anni fa, quindi, a proposito della retorica sulla mitica resistenza ucraina, non siamo neppure sicuri che le forze armate ucraine non siano state da tempo soppiantate da mercenari stranieri. E sarebbe anche tardi per dare la colpa della presenza jihadista a Putin. Chi poi può assicurarci che i jihadisti, invece di combattere i russi, non si facciano la loro piccola autonomia territoriale nel cuore dell’Europa? Forse finirà che gli europei dovranno rivolgersi proprio al militarismo russo/ceceno per farsi proteggere. E non solo dai jihadisti.

Affinché questa guerra possa avviarsi alla sua conclusione, bisogna che venga creata simultaneamente una crisi caraibica, simile a quella del ’62, cioè portare un po’ di sana minaccia militare, con le buone maniere, a pochi kilometri da Washington. Alla fine, gli imperi invadenti vanno affrontati con i loro stessi metodi e mezzi.

L’ENNESIMO VASO DI PANDORA

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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