di Luca Rudra Vincenzini
L’inganno della mente, adesso la meditazione (atha dhyānam).
Ci sono molte persone che non riescono a meditare, a far tacere la loro testolina che, come una scimmia dispettosa, balza da un pensiero ad un altro. Ciò avviene perché la meditazione è una pratica formale che poi si può sperimentare, come tutti gli stati mentali, anche mentre si svolgono le normali attività quotidiane. C’è un però e questo però è la pratica, ovvero il sedersi giornalmente per praticare la meditazione. Il buon Corrado Pensa diceva all’epoca dei miei studi universitari:”non fuggite non inseguite, rendete confidente la mente con ciò che accade”.
Perché, allora, molte persone non riescono a meditare? Tra l’altro anche molti cosiddetti “insegnanti” che dovrebbero esserne avvezzi visto che è l’essenza delle materie che insegnano. Non riescono perché fanno forza, perché si impegnano per controllare, per asservire, per domare, come si fa quando ci si impone un qualcosa. Facendo così, ovviamente, fanno peggio; come chi spinge una palla sott’acqua ottiene, esattamente, l’effetto contrario. L’unico mezzo efficace per astrarsi dal flusso dei pensieri, non è tentare di bloccarli, bensì è fare un passo indietro. Osservare lo scorrere, il loro concatenarsi SENZA l’idea di mettere ordine, di seguirne il filo conduttore. Se si riesce a non mettere il piede nel fiume, nello scorrere torrenziale dei pensieri e si guarda con distacco, allora, sopraggiungeranno tre segnali, tre ambasciatori di pace: il primo sarà il volume, il frastuono del chiacchiericcio diverrà meno rumoroso, meno assordante, meno fastidioso; il secondo è che si avvertirà una sensazione come di un tuffo, un’improvvisa ed ovattata discesa in una dimensione più lenta, ma altamente consapevole (quel tuffo è il passaggio da un’onda cerebrale più veloce ad un’altra più lenta, vedi tabelle Onde Cerebrali nel mio libro); il terzo, all’interno di una meravigliosa ed edificante sensazione di protezione, si avvertirà di essere entrati in un antro, in un ovattato stato protettivo, pari all’essere in una grotta al riparo dal baccano di una piazza del mercato, il silenzio lì alzerà la voce, espandendo miracolosamente la coscienza su piani più raffinati nei quali percepire la vita.

