di Angelo Armano
Il cristianismo ha modificato il demone in demonio. Mettendo tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra (accentuato dal carattere iconografico di “San” Michele arcangelo, bellissimo, accattivante, possente e Lucifero terrifico, ributtante, avvilito), separatamente, viene da chiedermi come mai questo tipo di spot non abbia sortito il suo effetto espungendo il male da tutta la Terra.
In altre culture, come quella giapponese anche odierna, ci sono rappresentazioni dei demoni con diversa iconografia. Anche i tengu
, sono demoni che abbinano aspetti da trickster con qualità positive.
Le arti marziali giapponesi che noi pratichiamo sono -tradizionalmente- sotto il patrocinio dei tengu. Sul monte Atago che sovrasta Iwama, uno dei tre templi dedicati al tengu più importanti del Giappone, si recava Morihei Ueshiba regolarmente, magari sospinto per le appese scale da Morihiro Saito sensei.
Ciò ugualmente nella Grecia classica dove il daimon era una personalità vivente e orientatrice del comportamento e del destino; Socrate il caso più noto.
La felicità in Grecia si esprimeva attraverso concetto di eudaimonia, vale a dire buon accordo con gli impulsi del demone ispiratore.
Il cristianismo nel tempo ha tentato di fare piazza pulita di queste immagini interiori, del rapporto con esse, condannandole esplicitamente e sostituendole con una professione di fede in assunti dogmatici (credo, credo, credo…).
Così l’inoltrarsi nell’interiorità, confrontarsi con vissuti, sogni ed immagini interiori, che hanno una loro autonomia e il cui approfondimento può dirci molte cose, innanzitutto di noi stessi, viene malvisto se non demonizzato dalla chiesa.
Il problema essenziale è proprio la modalità dualista del messaggio, l’alternativita’ assoluta di bene e male, il cui effetto è di spaccarci (dia-ballein, attività , questa si, diabolica per eccellenza, nel senso etimologico del termine), impedendoci di conseguire l’interezza con noi stessi (la parte di me che compie il male amalgamata con quella che compie il bene, neutralizzando cosi’ un conflitto interiore, che porta alla pazzia) prima, e poi con gli altri come vorrebbe l’Aikido mostrato dal Fondatore.
Di fatto, nella maggior parte dei casi succede così, e da duemila anni continua a succedere, se solo poniamo attenzione a quello che si verifica a Gaza o a Kiev e le reciprocamente escludentesi versioni di cui si ammantano i vari esponenti politici e i loro galoppini dell’informazione.
E’ innegabile che il Budo sia costituito da una congerie di gesti di violenza, che se approfonditi possono portarci alla sublimazione degli stessi (il ken rimane nel fodero o, persino nel caso di Musashi non viene più adoperato nei confronti, sostituito da un bokuto) e, come nell’Aikido, veicolo di trasformazione dall’aut/aut distruttivo, all’et/et relazionale.
Se, come diceva Eraclito, polemos, il conflitto genitore di tutte le cose, occorre che una coscienza responsabile, libera e aperta dia spazio ad una terza forza, che neutralizzi il conflitto azione/reazione, un livello senza vincitori e vinti, capace di un’altra chiave di lettura di tutta la realtà.

