Lo stupro viene usato sistematicamente come arma di guerra in Sudan. “Abbiamo assistito a un aumento del 288% della domanda di supporto salvavita per le sopravvissute a stupri e violenze sessuali. Stiamo iniziando a vedere l’uso sistematico dello stupro e della violenza sessuale come arma di guerra”, ha dichiarato ai giornalisti a Ginevra, in collegamento video da Port Sudan, Anna Mutavati, direttrice regionale di UN Women.
La guerra tra l’esercito sudanese e le Forze paramilitari di supporto rapido (Rsf) è scoppiata nell’aprile 2023, infrangendo le speranze di una transizione verso un governo civile. Da allora il conflitto ha causato milioni di sfollati e devastato regioni come il Darfur, dove le Rsf stanno combattendo per mantenere la sua roccaforte mentre l’esercito riconquista Khartoum.
“Questa è solo la punta dell’iceberg, non tutti si fanno avanti perché c’è vergogna e colpevolizzazione delle vittime che è legata a ogni donna che è stata violentata o stuprata”, ha aggiunto Mutavati.
Una missione investigativa delle Nazioni Unite ha descritto i livelli di abusi sessuali, compresi gli stupri su minori, come “sconcertanti”. La maggior parte dei casi noti è stata perpetrata dalle Rsf e dai loro alleati, ha affermato la missione.
Delle donne a Khartoum hanno raccontato ai funzionari Onu di essere state aggredite sessualmente davanti ai mariti feriti e ai bambini urlanti. “È la prima volta nella mia vita che vedo donne che hanno subito abusi di tale portata”, ha dichiarato Mohamed Refaat, capo della missione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni in Sudan.
Il termine Iaveh (spesso traslitterato anche come YHWH, Jehovah, o Lodhevê) rappresenta uno dei pilastri più profondi e misteriosi della tradizione religiosa e iniziatica. Nella Bibbia ebraica, è il Nome proprio di Dio, rivelato a Mosè nel roveto ardente (Esodo 3:14) e considerato ineffabile, impronunciabile, sacro. Ma al di là della sua funzione teologica, questo Tetragramma ha ricevuto, nel corso dei secoli, letture e interpretazioni esoteriche da parte di cabalisti, alchimisti e occultisti cristiani, diventando la chiave per la comprensione della manifestazione divina, dell’universo e dell’essere umano.
Il Tetragramma: Iod He Vau He
Il nome Iaveh si compone di quattro lettere ebraiche: י (Iod), ה (He), ו (Vau o Vav), ה (He). Ogni lettera viene considerata come un simbolo vivo, un archetipo, un principio cosmico.
1. Iod (י) – Lo Spirito Maschile
Rappresenta il seme divino, l’essenza originaria, il principio attivo e creativo. È associato al phallus nei Tarocchi, alla colonna Jakin nel Tempio di Salomone e al Solfuro nell’alchimia, principio maschile e dinamico. Iod è il punto iniziale della creazione, il Fiat Lux, il pensiero divino che genera.
2. He (ה) – La Sostanza Femminile
È il principio passivo, la matrice che accoglie il seme dello spirito, simbolo della coppa nei Tarocchi e della colonna Boaz, femminile e ricettiva. In alchimia è il Mercurio, la sostanza mutevole e potenziale. He rappresenta l’anima del mondo, la psiche cosmica, la materia prima.
3. Vau (ו) – L’Unione dei Principi
La Vau unisce i due poli precedenti, creando una tensione feconda tra spirito e materia. Simboleggia il caduceo, la spada, la connessione celeste, l’energia che feconda la materia. In alchimia corrisponde all’Azoth, l’agente misterioso dei Saggi che trasmuta tutto ciò che tocca.
4. He finale (ה) – La Manifestazione
La ripetizione della lettera He indica il ritorno del principio femminile, ma ora in forma di realizzazione. È la Natura fecondata, il mondo visibile, la forma concreta. Nei Tarocchi è associata al denaro o siclo, segno del compimento. Alchemicamente è il Sale, la forma che incarna e stabilizza.
Lettura Iniziatica: Dio come Processo
In questa visione esoterica, Iaveh non è un ente statico, ma un processo. Egli è la sequenza cosmica che va dall’Idea (Iod), alla possibilità (He), alla coniunctio oppositorum (Vau), fino alla manifestazione (He finale). Non si tratta dunque di un Dio-persona nel senso antropomorfico, ma di una legge di generazione universale.
Questa analisi, condivisa in parte da correnti come la Cabala lurianica, l’alchimia medievale e la mistica cristiana esoterica, suggerisce che il nome divino YHWH sia anche la formula del divenire. È Dio come Verbo, come affermazione in atto, come misteriosa intelligenza che pensa e crea attraverso le leggi dell’equilibrio tra maschile e femminile, luce e ombra, spirito e materia.
Il Verbo e la Sua Prima Manifestazione
Secondo questa visione, l’uomo non può concepire Dio se non attraverso la sua prima manifestazione, che è il Verbo. Il Logos, nella teologia cristiana, è la Parola che era in principio e che si è fatta carne (Giovanni 1:1-14). È solo per questa via – quella del Verbo – che l’uomo può percepire l’Invisibile, contemplare il mistero di Iaveh.
Nel compitare iod, he, vau, he, il Kabbalista non pronuncia semplicemente un nome: evoca l’intero ciclo della manifestazione cosmica, il mistero dell’Essere e del Divenire, la danza eterna tra cielo e terra.
“[…] non si costruisce sul vuoto; ora, l’esistenza unicamente profana dalla quale sia escluso ogni elemento tradizionale, non è appunto, in realtà, che vuoto e nulla.
Se si vuole innalzare un edificio, si devono preventivamente disporre le fondamenta; queste sono la base indispensabile su cui poggerà l’intero edificio, comprese le parti più elevate, e tali resteranno sempre anche quando esso sarà terminato.
Analogamente, l’adesione ad un exoterismo è una condizione preliminare per arrivare all’esoterismo, né si deve pensare che tale exoterismo possa essere rigettato una volta ottenuta l’iniziazione, così come non si possono sopprimere le fondamenta quando si è ultimato l’edificio.
Bisogna aggiungere che l’exoterismo, in realtà, ben lungi dall’essere rigettato, dev’essere «trasformato» in misura corrispondente al grado raggiunto dall’iniziato, poiché questi diventa vieppiù atto a capirne le ragioni profonde; di conseguenza, le formule dottrinali ed i riti assumono per lui un significato molto più reale ed importante di quel che possono avere per un semplice exoterista, che in definitiva si troverà sempre e per definizione limitato a non vederne che l’apparenza esteriore, cioè quel che conta di meno per quanto riguarda la «verità» della tradizione considerata nella sua integralità.”
René Guénon, “Iniziazione e realizzazione spirituale”, cap. VII “Necessità dell’exoterismo tradizionale”
Claudio Mutti è un accademico italiano — musulmano, tradizionalista ed eurasiatista. Continua a dirigere la rivista Eurasia Rivista. Mutti, la cui strada si è incrociata con quella di numerose figure di rilievo, è uno dei pensatori d’eccezione che hanno assistito in prima persona ai momenti cruciali della nostra epoca; questa è la sua prima intervista realizzata in Turchia. Abbiamo discusso di un’ampia gamma di temi che spazia da Nietzsche alla geopolitica, da Codreanu all’eurasianismo, dall’Islam all’idea di un’unità mediterranea.
Per i nostri lettori in Turchia, potrebbe raccontarci qualcosa di sé per coloro che non la conoscono? In che modo la sua conversione all’Islam e il suo rapporto con la scuola tradizionale hanno plasmato il suo percorso intellettuale e spirituale? In che modo Julius Evola e la scuola tradizionalista hanno influenzato il suo percorso filosofico?
Ho praticato la religione cattolica fino all’età di quindici anni, quando l’abolizione della lingua liturgica latina e il cambiamento dei riti religiosi mi indussero a ricercare altre vie di approccio al sacro. In questa ricerca, mi furono del massimo aiuto i cosiddetti “maestri della Tradizione”, in particolare Julius Evola e René Guénon. La magistrale opera evoliana Rivolta contro il mondo moderno mi presentò l’Islam come una “tradizione di livello superiore non solo all’ebraismo, ma anche alle credenze che hanno conquistato l’Occidente”; l’opera di René Guénon fu per me la bussola per un ulteriore approfondimento delle dottrine tradizionali e dell’Islam in particolare. Passai dalla teoria alla pratica pronunciando la shahada all’età di trentatré anni.
Cosa ti ha spinto a scrivere il libro Nietzsche e l’Islam, e hai affrontato le idee di Nietzsche in modo simile alle interpretazioni di Muhammad Iqbal?
Secondo Muhammad Iqbal le esigenze fondamentali espresse dal pensiero di Nietzsche trovano piena soddisfazione nella visione islamica. La Gestalt (figura archetipica) alla quale Nietzsche dà il nome di Übermensch (Superuomo) si sublima e si perfeziona nella nozione islamica di “servo di Dio”. Infatti il “Superuomo” islamico, quell’uomo perfetto (al-insan al-kamil) che è esemplificato dal Profeta Muhammad, nel Corano (XVII, 1) è chiamato ‘abd, “servo” nel momento della sua massima esaltazione, ossia quando viene trasportato verso il Trono divino. Übermensch è dunque, secondo Iqbal, colui che pienamente ed attivamente identifica la propria volontà con la Volontà divina. D’altronde nel pensiero di Nietzsche vi sono altre nozioni fondamentali che, come quella di Übermensch, trovano una puntuale rispondenza nella dottrina dell’Islam. Tale, ad esempio, è il caso della formula dell’amor fati, perno centrale della concezione nietzschiana della vita. Caratteristica dell’Islam è infatti la consapevolezza della totale dipendenza della manifestazione dal suo Principio divino: di qui la fiduciosa accettazione, da parte del muslim, di quanto avviene nell’universo. E questa posizione, che non esclude affatto la responsabilità del singolo e si accorda perfettamente con l’azione, potrebbe venire a buon diritto definita mediante un riferimento all’espressione nietzschiana amor fati, specialmente quando la serena accettazione del decreto divino (fatum) si traduce in amore per Allâh.
Corneliu Zelea Codreanu è una figura importante nella storia rumena, in particolare come fondatore della Guardia di Ferro. In che modo le sue idee e azioni influenzano o si relazionano con le tue opinioni sul nazionalismo e il tradizionalismo?
La Guardia di Ferro (la Legione Arcangelo Michele), il cui nazionalismo e tradizionalismo consistettero in uno stretto rapporto con le tradizioni del popolo romeno, non fu un partito politico nel senso moderno del termine, ma un movimento animato da un afflato religioso, quasi mistico; non a caso furono numerosi i sacerdoti ortodossi che militarono nelle sue file. L’etica legionaria può essere definita ascetica e cavalleresca, in quanto ispirata a un ideale di sacrificio, di superamento di sé e di servizio del popolo. Nel suo libro “Per i legionari” Corneliu Codreanu scrive che la Legione deve essere più una scuola e un esercito che non un partito politico e che da questa scuola dovrà uscire un “uomo nuovo”, cioè un uomo con le qualità di eroe. Anche Julius Evola, dopo un lungo colloquio col Capitano, scrisse che “il compito del Movimento non è di formulare nuovi programmi, ma di creare, di progettare un uomo nuovo, un modo nuovo di essere.
Il suo interesse per la geopolitica è legato al suo pensiero tradizionalista, o ci sono state ragioni storiche o intellettuali specifiche che l’hanno condotto a questo?
Una riflessione di René Guénon sulla “geografia sacra” e sul simbolismo geografico mi ha indotto a chiedermi se sia possibile applicare anche alla geopolitica la celebre affermazione di Carl Schmitt, secondo cui “tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”. Ebbene, a mio parere alcune caratteristiche nozioni geopolitiche potrebbero essere considerate “concetti teologici secolarizzati”. Qui mi limito ad un solo esempio. La parola latina limes, acquisita dal lessico geopolitico attuale (al punto che una rivista italiana di geopolitica si intitola proprio con questa parola), indicava in origine una linea divisoria tracciata fra le porzioni di terreno assegnate ai coloni, finché il suo valore si allargò a indicare una strada militare, anzi l’insieme stesso delle fortificazioni ai confini dell’impero, là dove i confini non erano segnati dal mare o da un fiume. Supremo protettore del limes era il dio Terminus, al quale Ovidio si rivolge dicendo: “Tu indichi il confine tra i popoli, le città e i grandi regni”. Georges Dumézil ha mostrato che nell’antichità indoeuropea il nome Terminus corrispondeva ad una caratteristica qualità del dio sovrano: la funzione di supremo tutore dei limiti territoriali.
Considerando che il primo numero della sua rivista Eurasia è stato dedicato alla Turchia, dove si colloca la Turchia nella sua teoria geopolitica?
La regione chiamata con termine greco-bizantino Anatolia (“terra di levante”) nell’antichità fu considerata parte integrante dell’Europa: Erodoto infatti fissava il confine orientale dell’Europa sul fiume Fasi, nei pressi degli odierni porti georgiani di Poti e Batumi. Nel Medioevo Dante collocava “l’estremità dell’Europa” vicino ai monti dell’Asia Minore, dai quali, dopo la distruzione di Troia, l’Aquila imperiale spiccò il volo verso l’Italia. Nel secolo XIX il geografo Elisée Reclus diceva che l’Anatolia è una terra dell’Asia incastonata in un litorale europeo; e che, al tempo stesso, il suo territorio integra la parte sudorientale dell’Europa nella massa continentale eurasiatica. Sela penisola anatolica è la propaggine più occidentale dell’Asia, essa è al contempo la quarta penisola del Mediterraneo, nel quale occupa una posizione analoga a quella delle penisole greca, italiana e iberica; rispetto a quest’ultima, l’Anatolia occupa una posizione speculare, cosicché queste due penisole possono essere considerate le guardiane del Mediterraneo. Ma la Turchia non è solo Anatolia; la Turchia è anche Costantinopoli, ex capitale di quello che Arnold Toynbee chiamava “a Turkish Muslim Roman Empire”. Insomma, la Turchia è un paese tipicamente eurasiatico, poiché si estende sia in Asia sia in Europa. Perciò, quando si dice che la Turchia deve scegliere tra l’Europa e l’Asia, si presenta una falsa alternativa. A mio parere, la scelta alla quale è chiamata la Turchia, è quella tra l’Eurasia e l’Occidente.
In che modo il quadro geopolitico che ha sviluppato differisce dal concetto di eurasianismo di Aleksandr Dugin?
Nella prospettiva geopolitica di Dugin, il continente antico, ossia la massa terrestre dell’emisfero orientale, si articola in tre grandi “cinture verticali”, estese da nord a sud, nel senso dei meridiani terrestri: l’Eurafrica (Europa occidentale e centrale, grande spazio arabo, Africa transahariana), la zona russo-centroasiatica (ex URSS,Turchia, Iran, Afghanistan, subcontinente indiano), la zona del Pacifico (Cina, Giappone, Indonesia, Malesia, Filippine e Australia). Questa visione geopolitica “verticale”, che separa nettamente l’Europa dalla Russia, fu oggetto, sulle pagine di “Eurasia”, delle osservazioni critiche di Carlo Terracciano, il quale osservò che l’Eurasia è un continente “orizzontale”, poiché si estende nel senso dei paralleli. Traducendo questa constazione geografica in termini geopolitici, Terracciano, in contrasto con la visione di Dugin, prospettava l’integrazione della grande pianura eurasiatica settentrionale dal canale della Manica allo stretto di Bering. In una tale prospettiva, è naturale che l’Europa si integri in una sfera di cooperazione economica, politica e militare con la Russia, altrimenti essa sarà usata dagli Americani come un’arma contro la Russia. “Se ancora di Occidente ed Oriente si può e si deve parlare, – concludeva Terracciano – la linea di demarcazione deve essere posta tra i due emisferi, tra le due masse continentali separate dai grandi oceani”, cosicché il vero Occidente, la terra del tramonto, risulterà essere l’America, mentre l’Oriente, la terra della luce, coinciderà col Continente antico”.
Nonostante la sua concezione geopolitica “verticale”, contrastante con la visione di un comune destino eurasiatico, Dugin era tuttavia ben consapevole che l’Eurasia è oggetto dell’aggressione della talassocrazia statunitense, la quale è proiettata da sempre dalla sua stessa natura (e non semplicemente dall’orientamento di una parte della sua classe politica) verso la conquista del potere mondiale.
Ma nel 2016, quando ebbe inizio la prima campagna elettorale di Donald Trump, Dugin accantonò il punto di vista geopolitico e ne assunse uno prevalentemente ideologico, indicando il “nemico principale” nel globalismo liberale e accogliendo con sfrenato entusiasmo l’elezione del “conservatore” e “isolazionista” Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. “Per me – affermava Dugin nel novembre 2016 – è ovvio che la vittoria di Trump ha segnato il collasso del paradigma politico globale e, simultaneamente, l’inizio di un nuovo ciclo storico (…) Nell’età di Trump l’antiamericanismo è sinonimo di globalizzazione (…) l’antiamericanismo nell’attuale contesto politico diventa parte integrante della retorica della stessa élite liberale, per la quale l’arrivo di Trump al potere è stato un veero e proprio colpo. Per gli oppositori di Trump, il 20 gennaio è stato la ‘fine della storia’, mentre per noi rappresenta un varco per nuove opportunità ed opzioni”.
Procedendo su questa strada, il 3 gennaio 2020 Dugin arrivò al punto di augurare a Trump altri quattro anni di presidenza (“Four more years. Keep America great”); e questo nel giorno stesso in cui Trump rivendicava orgogliosamente l’assassinio del generale Soleimani. Adesso Dugin caldeggia una “nuova alleanza” tra la Russia e gli Stati Uniti. “I nemici della Russia – ha scritto il 20 maggio 2025 nel sito “Katehon” – sono i nemici di Trump e i nemici di Trump sono i nemici della Russia. Infatti, le nostre nuove relazioni [ossia le relazioni tra Russia e USA] dovrebbero essere costruite su questo rifiuto del globalismo. E forse anche la nostra nuova alleanza”.
Al di là dell’eurasiatismo, vorrei discutere l’idea di un’unione mediterranea. Crede che sia possibile creare un’unione del genere? Cosa prevede per il futuro dell’Italia e della Turchia nel contesto mediterraneo?
Essendo disseminato di basi militari della NATO e degli Stati Uniti d’America – da Malaga a Sigonella ad Alessandria d’Egitto a Smirne a Cipro – il Mare Mediterraneo è dalla seconda guerra mondiale una rientranza dell’Oceano Atlantico, un lago praticamente assoggettato alla superpotenza nordamericana. A ciò si aggiunge la presenza di un altro corpo estraneo, continua causa di destabilizzazione e di conflitti: il regime criminale sionista che da ottant’anni occupa il territorio palestinese. In una tale situazione, una “unione mediterranea” avrebbe un significato decisivo soltanto se il suo scopo fosse un’azione intrapresa per espellere dal “mare nostrum” queste presenze estranee. Ma quale paese mediterraneo può assumere un’iniziativa di questo genere? Certo, un ruolo di “prima linea” toccherebbe alle quattro penisole del Mediterraneo: Spagna, Italia, Grecia e Turchia. Quest’ultima, in particolare, occupa una posizione geograficamente cruciale, poiché la penisola anatolica, collocata al centro del grande complesso continentale, è il naturale crocevia tra l’Europa, l’Asia e l’Africa.
Dove convergono e divergono, secondo lei, il rivoluzionismo conservatore e il tradizionalismo? Pensa che questa linea di pensiero possa effettivamente sfidare o arrestare la progressione del liberalismo laico?
La formula della “rivoluzione conservatrice” (Konservative Revolution), nata in ambienti tedeschi dopo la prima guerra mondiale, intendeva indicare un’azione finalizzata ad eliminare una condizione di disordine per recuperare uno stato di normalità. Oggi però, considerando il livello toccato dalla cosiddetta “civiltà occidentale”, deve essere chiaro che in Europa è rimasto ben poco che potrebbe meritare di essere conservato. Quanto al concetto di rivoluzione, se esso deve essere inteso nel significato etimologico del termine, diventa inevitabile pensare ad un “ritorno” (revolutio) a quei princìpi fondamentali che sono stati negati dalla modernità. Ma allora il “tradizionalismo”, per avere un senso, non potrà essere concepito come l’ossequio a forme e istituzioni residue trasmesse dal passato, bensì come l’aspirazione ad un nuovo inizio. Perciò, più che una “rivoluzione conservatrice” bisognerebbe teorizzare una “rivoluzione tradizionale” ispirata da un “tradizionalismo rivoluzionario”.
Dagli anni ’80 in poi, gli atteggiamenti postmoderni hanno acquisito un notevole slancio. Crede che il postmodernismo abbia creato spazio per la riemersione della tradizione e del tradizionalismo, o piuttosto ne ha diminuito l’influenza?
La postmodernità non è il superamento del mondo moderno, bensì la sua fase suprema, nella quale il nichilismo si compie attraverso la sovversione della natura e la tecnologizzazione dell’uomo, che viene superato, sì, ma verso il basso, in direzione dell’infraumano. Se si vuole resistere a questo “ordine” artificiale ed invertito, occorre innanzitutto agire sulla propria coscienza, per essere in grado di respingere ogni inganno ed ogni seduzione, ogni tentazione di resa o di neutralità e quindi comportarsi di conseguenza. Che la fase culminante della modernità possa agevolare la riemersione della tradizione può apparire paradossale, ma in fin dei conti è una prospettiva obbligata, perché dallo spirito tradizionale può provenire la forza necessaria per rifiutare la sottomissione ad un mondo irreale.
Crede che potrebbe emergere un’identità europea musulmana, considerando che i sentimenti anti-islamici e anti-musulmani sono stati fattori significativi nel plasmare l’identità europea nel corso della storia? Come dovrebbero avvicinarsi la destra in ascesa e i musulmani in Europa?
Mentre la sinistra ha messo in atto un’insidiosa manovra di contaminazione delle comunità musulmane, da parte dei movimenti di destra non esiste nessuna reale volontà di avvicinarsi ai musulmani, né una propensione in tal senso. La destra, fondamentalmente occidentalista, assume posizioni strumentalmente favorevoli all’Islam soltanto nelle situazioni in cui si verifica un’occasionale convergenza tra musulmani e interessi dell’Occidente. Così è stato, ad esempio, in Afghanistan al tempo della guerriglia antisovietica o nella Jugoslavia dilaniata dagli scontri interetnici. Invece, nei casi in cui le posizioni di un popolo musulmano si scontrano con quelle dell’Occidente, troviamo la destra (fatta eccezione per qualche trascurabile frangia di estrema destra) puntualmente attestata su posizioni antislamiche. Certo, la destra europea potrebbe instaurare un’intesa o almeno un dialogo coi musulmani proponendo una difesa comune dei valori morali attaccati dalla cultura oggi dominante in Occidente. Perché non lo fa? O per ottusità, o per vigliaccheria, o perché ritiene che la demagogia pseudoidentitaria sia più redditizia in termini di risultati elettorali.
Ha intenzione di scrivere le sue memorie?
Trovandomi sulla soglia degli ottant’anni, dovrei scrivere le Confessioni di un ottuagenario.Ma un libro con questo titolo esiste già. Lo scrisse Ippolito Nievo tra il 1857 e il 1858.
Claudio Mutti: Più che una rivoluzione conservatrice bisognerebbe teorizzare una Rivoluzione Tradizionale ispirata da un tradizionalismo rivoluzionario
“Il coraggio è il vento che soffia verso coste lontane, la chiave di tutti i tesori, il martello che ha forgiato grandi ricchezze, lo scudo senza il quale la cultura soccomberebbe. Il coraggio è l’impegno della singola persona fino alle più estreme conseguenze, l’assalto dell’idea alla materia senza remore né ripensamenti. Coraggio significa farsi inchiodare, da soli, alla croce per la propria missione, coraggio significa professare fede in quel che si pensa, per ciò in cui si è combattuto e caduto, anche esalando l’ultimo respiro con un ultimo guizzo nervoso. Al diavolo quest’epoca che ci vuole privare del coraggio e degli uomini!”
Ernst Jünger – “La battaglia come esperienza interiore” (1922)
Sono convinto che gli eroi e i martiri siano gente pericolosa per sé e per gli altri.
L’archetipo dell’eroe-martire non fa parte né della cultura e meno che mai della dottrina taoista.
Il Daode Jing, capitolo 73, nella traduzione del Prof. Alfredo Cadonna, dice:
勇於敢則殺,
勇於不敢則活
此兩者或利或害
Chi è coraggioso nell’osare viene ucciso,
chi è coraggioso nel non osare sopravvive.
Di queste due cose, luna è vantaggiosa, l’altra nociva.
E più avanti dice:
天之道不爭
而善勝
Il Tao del Cielo, non lotta,
e tuttavia sa vincere.
La riflessione in questi passi non è sui temi del coraggio e dell’osare che sono parte del nostro istinto di sopravvivenza. Si evidenzia invece la situazione in cui queste due forze si uniscono, creando uno stato mentale conosciuto come ab-negazione cioè negare completamente sé stessi per una causa, un ideale o una persona.
Essere degli arditi ci porta sempre in prima linea per uccidere ed essere uccisi.
Entrambi i risultati sono una perdita per l’intera umanità.
L’aggressività è una potenzialità naturale che ci consente di affrontare le difficoltà.
Uno studente che non fosse aggressivo verso lo studio non terminerebbe mai il suo corso scolastico; un padre di famiglia, se non fosse aggressivo verso le difficoltà della vita, come potrebbe mai riuscire a far mangiare i suoi figli?
La violenza, invece, è la volontà, l’autocompiacimento, di procurare sofferenza o morte ad altri esseri, umani o meno che siano.
Ci vuole più coraggio a non osare cioè a evitare lo scontro anziché lasciarsi andare alla violenza.
Essere coraggioso vuol dire avere la piena consapevolezza delle proprie potenzialità.
Per questo la paura non sorge nel cuore del coraggioso.
Se scegliamo di seguire valori universali, dei meta-valori, cioè valori non derivati da presupposti/bisogni umani o imposizioni autocratiche sociali, non ci azzarderemo mai a mettere in pericolo la nostra vita o quella altrui.
È chiaro che se fossimo attaccati dovremo difenderci (l’arte della guerra occupa vari capitoli del Daode Jing) ma la nostra azione si fermerà dove termina la difesa e inizia l’attacco, dove la naturale aggressività reattiva lascia il posto alla violenza.
Purtroppo la nostra cultura ci impone di essere dei super-man, donne e uomini perfetti, degli eroi, meglio se martiri.
Chi si “sacrifica” (bisognerebbe poi conoscere i valori in background per i quali lo fa) e attacca o si lascia uccidere, diventa un’icona del Bene.
Invece, chi, pur senza temere l’avversario, evita lo scontro e cerca soluzioni non-violente ai conflitti, è definito un codardo.
Il Taoismo rifiuta questa visione.
Non esistono ideali per i quali valga la pena di immolare una sola vita!
Nemmeno per il Taoismo.
Se dovessi cercare il limite estremo del pensiero taoista e quindi determinare una “visione” della realtà, allora dovrei affermare che nel Grande Tao non esistono distinzioni.
Di conseguenza, nel momento in cui esprimo qualsiasi definizione, ho perso l’unità delle cose, dei significati, cadendo, peraltro, nella differenziazione, frammentazione e l’inevitabile assumere la percezione soggettiva come fonte sicura e autorevole.
Bene e male, vero e falso non sono termini assoluti perché sono “sempre” interpretazioni e come tali dipendono dalla visione che hanno le persone o le società, nelle varie epoche.
A questo si aggiunge che perdendo la visione unitaria è facile che le verità parziali e individuali vengano assunte a verità assolute.
Fin quando gli esseri umani continueranno ad avere una mente frammentata in questo sistema chiuso, le incomprensioni, i conflitti e le guerre non avranno mai fine.
La “persona autentica” di cui parla Zhuangzi non userà mai termini come “o questo o quello” piuttosto dirà: questo “e anche” quello.
Il bene è male e il male è bene.
In conclusione, il Zhuangzi, capitolo 10, di cui vi invito a una lettura completa, dice:
掊擊聖人,縱舍盜賊,而天下始治矣。
…
聖人已死,則大盜不起,天下平而無故矣。
聖人不死,大盜不止。
Afferrate e colpite i santi (saggi), lasciate andare i ladri e il mondo sarà in ordine.
…
Quando i santi cesseranno di esistere, nessun ladro potrà sorgere più e il mondo sarà in pace e senza problemi.
Finché i santi non saranno morti, i ladri non cesseranno.
Li Xuanzong
Prefetto Generale
Chiesa Taoista d’Italia
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RIFLESSIONI SUGLI EROI E I MARTIRI SECONDO IL TAOISMO
Il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito l’impegno della Cina nel promuovere un dialogo aperto e una stretta collaborazione tra le diverse civiltà del mondo, intervenendo in occasione dell’apertura del Global Civilizations Dialogue Ministerial Meeting, ospitato a Pechino. In un messaggio inviato ai partecipanti dell’incontro, Xi ha sottolineato come il confronto tra culture e società sia oggi più che mai fondamentale per costruire un futuro di pace e sviluppo sostenibile.
Secondo il leader cinese, la diversità delle civiltà rappresenta non solo una caratteristica intrinseca del mondo moderno, ma anche una risorsa essenziale per il progresso umano. “La storia ci insegna che gli scambi e l’apprendimento reciproco tra civiltà sono alla base del loro fiorire e del nostro avanzamento collettivo“, ha dichiarato nel suo intervento. Di fronte a un contesto internazionale segnato da trasformazioni profonde e crescenti incertezze, Xi ha evidenziato l’urgenza di superare divisioni attraverso il dialogo e affrontare i conflitti con una maggiore capacità di comprensione reciproca.
Nel testo del suo messaggio, il presidente cinese ha ribadito l’impegno della Cina a lavorare fianco a fianco con altri Paesi per promuovere valori universali come l’uguaglianza, l’apprendimento reciproco, il dialogo e l’inclusione tra le civiltà. L’obiettivo è quello di dare nuovo slancio all’iniziativa globale sulle civiltà, lanciata in precedenza da Pechino, al fine di contribuire al progresso dell’intera umanità.
L’incontro ministeriale, che si svolge su due giorni sotto il tema “Salvaguardare la diversità delle civiltà umane per la pace e lo sviluppo mondiale”, è organizzato congiuntamente dal Dipartimento della propaganda del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese e dal Dipartimento internazionale dello stesso Comitato. Alla riunione partecipano rappresentanti di numerosi Paesi, chiamati a confrontarsi in modo approfondito per costruire consenso e offrire un contributo concreto alla comprensione reciproca tra i popoli e alla convivenza armoniosa tra civiltà diverse.
Xi Jinping ha espresso la sua speranza che questa occasione di incontro possa generare nuove idee e soluzioni per rafforzare la solidarietà internazionale, auspicando che i delegati impegnati nei lavori sappiano mettere a frutto la loro esperienza e competenza per alimentare un dibattito costruttivo e ricco di prospettive.
L’esperienza di Hezbollah in Libano rappresenta uno dei modelli contemporanei più significativi per studiare l’evoluzione dei movimenti di Resistenza in un contesto regionale complesso. Questa esperienza, iniziata durante l’occupazione israeliana del Libano nel 1982, non si è fermata ai limiti dell’azione militare tradizionale, ma li ha trascesi per stabilire una dottrina di Resistenza multidimensionale che combina lotta armata, attività politica, lavoro sociale e integrazione logistica e di sicurezza, nonché la sua capacità di interagire con il contesto regionale e internazionale.
Questa Resistenza, nella sua struttura e nel suo comportamento, riflette una comprensione avanzata dei cambiamenti del contesto geopolitico e si sviluppa in linea con la natura mutevole delle minacce, dall’occupazione diretta alla guerra asimmetrica, e dal confronto globale alla guerra di deterrenza e alla gestione dell’equilibrio. Di conseguenza, non si limita alla reazione, ma prende piuttosto l’iniziativa all’interno di un sistema strategico cumulativo di quattro fasi principali: liberazione, deterrenza, fermezza e prontezza.
Da questa prospettiva, è importante far luce su questa esperienza e fornire un quadro teorico e pratico che possa essere adottato per comprendere l’emergere e lo sviluppo della Resistenza, nonché le condizioni del suo successo o fallimento.
Pertanto, Hezbollah viene qui presentato non solo come un movimento di Resistenza militare, ma come un fenomeno politico, sociale e strategico integrato, capace di adattarsi, svilupparsi e continuare a fronteggiare l’esercito sionista, considerato uno degli eserciti più avanzati al mondo.
Primo: una definizione rinnovata di Resistenza
Hezbollah non è un’opzione circostanziale o una reazione momentanea, bensì una necessità difensiva esistenziale direttamente connessa all’essenza dell’identità, alla dignità del gruppo e alla sovranità del territorio e della volontà. Esso, infatti, va oltre la tradizionale azione militare per formare una struttura psicologica, sociale e politica integrata che esprime un rifiuto radicale dell’occupazione e incarna la volontà di non arrendersi all’egemonia, nemmeno all’ombra di un chiaro squilibrio di potere. In questo senso, la Resistenza diventa un mezzo strategico per preservare la dignità collettiva e salvaguardare l’identità attraverso la continuità e la fermezza, anche nelle circostanze più buie, senza attendere una vittoria rapida o definitiva, ma piuttosto accumulando la capacità di affrontare e sopravvivere.
Secondo: I quattro casi di Resistenza
1 – Liberare e conquistare: liberazione completa
La prima fase dell’emergere della Resistenza è nota come “liberazione e vittoria”, secondo il discorso del Segretario Generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem, e si riferisce alla fase di completa liberazione che fu chiaramente incarnata nell’esperienza della Resistenza Islamica durante il periodo dell’occupazione israeliana del Libano meridionale (1982-2000). Questa fase fu caratterizzata da un’occupazione militare diretta, accompagnata da un efficace sostegno regionale, in particolare da parte della Repubblica Islamica dell’Iran e della Repubblica Araba Siriana, e da un ampio sostegno popolare da parte dell’ambiente sociale. La missione centrale in questa fase fu quella di liberare il territorio adottando tattiche di guerriglia e operazioni di qualità che sfinissero il nemico e lo rendessero incapace di continuare.
Hezbollah aderì a una serie di controlli, come il mantenimento del sostegno popolare, l’evitare di scivolare in scontri imprevedibili e il coordinamento logistico con gli alleati regionali, che contribuirono alla continuità dell’azione di Resistenza. Questa fase ha aperto la strada alla fase di deterrenza, soprattutto nel periodo che va dall’aprile 1996 al luglio 2006, quando Hezbollah ha accumulato esperienza e capacità e ha dimostrato la fattibilità del lavoro organizzato a lungo termine, fino a quando è emerso il modello più importante per l’attuazione di questa situazione con la liberazione del Libano meridionale nel maggio 2000, ottenuta senza negoziati o concessioni, creando un precedente nel conflitto arabo-israeliano e ripristinando la considerazione di Resistenza come mezzo efficace di liberazione.
2 – Combattere e scoraggiare: imporre un equilibrio del terrore (guerra del luglio 2006)
La guerra del luglio 2006 ha ampliato per la prima volta l’equazione della deterrenza reciproca bombardando i territori occupati e prendendo di mira le principali città all’interno dell’entità, come Haifa, e le principali città del nord.
La seconda fase della Resistenza incarna la fase di “combattimento e deterrenza”, che seguì la liberazione fino al 2006. Le fattorie di Shebaa e le colline di Kfar Shuba rimasero sotto occupazione israeliana e la minaccia militare del nemico continuò nonostante il suo ritiro dalla maggior parte dei territori libanesi. In questo contesto, la Resistenza si trasformò da progetto di liberazione sul campo a progetto di deterrenza strategica, il cui obiettivo era impedire al nemico di lanciare nuovi attacchi attraverso lo sviluppo di avanzate capacità missilistiche e di intelligence in grado di danneggiare il fronte interno israeliano.
Durante questa fase, Hezbollah si concentrò sull’adozione di rigidi controlli, in particolare sulla segretezza delle fortificazioni e sulla diffusione delle armi, e sull’equilibrio della deterrenza che impedisce l’escalation in una guerra globale a meno che non sia il nemico a iniziarla. La relazione di questa fase con le fasi precedenti e successive risiede nel fatto che costituisce un ponte protettivo per le conquiste della liberazione e fornisce un trampolino di lancio per qualsiasi nuova fase di Resistenza. Questa fase culminò in un modello applicato estremamente importante rappresentato dalla guerra del luglio 2006, dove la Resistenza riuscì a imporre un’equazione di deterrenza reciproca, obbligando Israele ad adottare misure preventive per ogni futura avventura militare contro il Libano.
3 – Resistere e prevenire: resistere all’aggressione (Battaglia dei forti)
La terza fase dello sviluppo della Resistenza nel modello libanese è “perseverare e resistere”. Questa è la fase che si attiva quando la Resistenza è sottoposta a un’aggressione globale o a un attacco su larga scala, come accadde durante la Battaglia dei Primi Guerrieri. In questa fase, l’obiettivo non è ottenere una vittoria militare convenzionale, ma piuttosto ostacolare gli obiettivi strategici del nemico e impedirgli di ottenere vittorie decisive sul campo di battaglia o sul piano politico.
Questa situazione richiede un elevato livello di preparazione per una fermezza a lungo termine, mantenendo al contempo un livello minimo di forza effettiva e intensificando gli strumenti di guerra psicologica per confondere l’avversario e risollevare il morale dell’opinione pubblica nazionale. I controlli di base sono la difesa graduale, la capacità di assorbire i colpi e la continua trasmissione di messaggi di forza nonostante i bombardamenti o l’assedio. La relazione tra questa fase e le altre è evidente nel fatto che la fermezza rappresenta un ponte necessario per ricostruire le capacità, riprendere la deterrenza o procedere nuovamente verso la liberazione. Il modello pratico di questo tipo di Resistenza è emerso chiaramente quando è riuscito a continuare il confronto militare nonostante i bombardamenti aerei e la distruzione, e ha impedito al nemico israeliano di raggiungere i suoi obiettivi, sia nell’occupare nuove aree che nell’eliminare la struttura di Resistenza.
4- Siate pazienti e restate pronti: costruire in un periodo di difficili pressioni politiche e internazionali
Il quarto scenario, “pazienza e prontezza”, rappresenta la fase successiva agli scontri diretti. Si attiva in un contesto di relativa calma, accompagnato da pressioni politiche interne ed esterne per disarmare la Resistenza, come testimoniato in Libano dopo la Battaglia dei Primi Guerrieri. In questa fase, l’obiettivo potrebbe non essere quello di condurre operazioni militari, ma piuttosto di rafforzare l’ambiente che sostiene la Resistenza e migliorarne la preparazione. Qui, la Resistenza svolge un duplice ruolo: in primo luogo, proseguendo i preparativi militari in modo segreto e organizzato (sviluppando capacità missilistiche, costruendo tunnel e modernizzando le reti di comunicazione); e in secondo luogo, trasformandosi in un attore sociale che fornisce servizi sanitari, educativi e sociali, rafforzando la sua legittimità popolare e fornendo copertura civile per la sua continuità.
Questa fase è essenziale per preservare e ripristinare l’equazione della deterrenza e fornire un’infrastruttura in grado di assorbire i colpi in qualsiasi futuro scontro. Il modello di questo scenario è evidente negli sforzi compiuti da Hezbollah dopo la guerra per rafforzare la propria sicurezza e le proprie capacità sociali, che lo hanno reso più preparato e sostenibile in un contesto caratterizzato da turbolenze politiche e di sicurezza.
Terzo: la relazione cumulativa tra i quattro casi
L’esperienza dimostra che una Resistenza efficace non segue una curva ascendente fissa, ma sviluppa i suoi strumenti passando da quattro stati:
Liberazione – Deterrenza – Perseveranza – Prontezza. Questo è un ciclo che si riproduce con eccezionale flessibilità attraverso la costante interazione tra la Resistenza come entità attiva e la società che la sostiene, che interagisce costantemente con la Resistenza e costituisce una leva di supporto continuo per essa, rafforzando così la volontà di lottare in modo permanente.
Ogni situazione richiede una tattica diversa, ma è alimentata da una “visione olistica” che vede la resistenza come un mezzo per proteggere la terra e la dignità, non solo come uno strumento di combattimento .
Quarto: le considerazioni strategiche che governano Hezbollah
La legittimità di Hezbollah: la Resistenza gode di legittimità morale e giuridica da un’ampia base popolare nella società libanese.
Flessibilità operativa: transizione graduale tra operazioni tradizionali e non tradizionali.
Integrazione della dimensione militare e sociale: dove la Resistenza gestisce al meglio la situazione sociale del suo ambiente e del suo pubblico e rafforza la sua capacità di Resistenza.
Disciplina strategica: nonostante le provocazioni (assassinii – attacchi in profondità), la Resistenza non si è lasciata trascinare in uno scontro aperto e non calcolato.